mercoledì 19 giugno 2013

Germania, 60 anni fa quella rivolta dimenticata. Ma fu la prima vera “Primavera”...


Germania, 60 anni fa quella rivolta dimenticata. Ma fu la prima vera “Primavera”

di Priscilla del Ninno (Secolo d'Italia)

Sessant’anni fa la Primavera tedesca: la prima autentica primavera europea. La prima volta in cui l’Occidente vide cittadini, giovani operai tedeschi, non armati di ideologia, affrontare a sassate i carri armati. Un’immagine che molti anni dopo, nel 1989, sarebbe stata replicata da quegli scatti in piazza Tienanmen, entrati di diritto nell’immaginario collettivo: le istantanee di quello che sarebbe passato alla storia come il “Rivoltoso sconosciuto”, che a mani nude si oppone al passaggio di un plotone di cingolati, divenendo da quell’istante il simbolo universale della lotta alla dittatura. 

Una protesta che in quel caso animò un’altra insurrezione popolare: quella archiviata dalla storia come la Primavera democratica cinese, culminata nella protesta della celebre piazza di Pechino, datata – guarda caso – 5 giugno. Anche allora, mentre il mondo si inchinava al coraggio eroico di quell’identità anonima, eppure conosciutissima, in pochi sapevano che quello a cui si stava assistendo in diretta tv era un film già visto quasi quarant’anni prima: a Berlino, Potsdam, Dresda, Lipsia, Halle, Magdeburgo, Goerlitz; in tutti i centri industriali e nelle grandi città di quella Germania dell’est che, tra il giugno e il luglio del 1953, vide trasformare quello che inizialmente era uno sciopero di operai edili che protestavano contro l’aumento delle quote di lavoro, e il rischio di un taglio di stipendio, in una rivolta contro il governo della Ddr e quindi di Mosca, scatenando a lanci di sassi la prima ribellione contro il regime comunista dell’ex Repubblica democratica tedesca. 

Una contestazione avvenuta tre anni prima della più nota rivolta d’Ungheria, e ben 15 anni prima della ancor più celebre Primavera di Praga: tutti eventi, come è notorio, ciclicamente sublimati in omaggi e commemorazioni, su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, e a cui sono state dedicate molteplici rivisitazioni cinematografiche, oltreché ricorrenze puntualmente nel calendario delle celebrazioni istituzionali. Al contrario di quanto accade da decenni a questa parte per i moti operai tedeschi dell’ex Ddr, a cui la memoria storica ha messo colpevolmente la sordina. Anche questo sessantesimo anniversario, allora, è passato quasi inosservato, snobbato dalla stampa internazionale, malgrado la cancelliera tedesca Angela Merkel – cresciuta nell’ex Germania orientale – abbia reso omaggio alle vittime di quella rivolta operaia, (fonti ufficiali parlano di più di 50 morti, altre di 125, oltre che di 15000 arresti), schiacciata con la forza dai soliti carri armati sovietici il 17 giugno del 1953. «Una data indimenticabile – ha detto il capo del governo nel corso di una cerimonia a Berlino – e una tappa significativa della storia tedesca». 

Eppure, nonostante le dichiarazioni ufficiali e l’inaugurazione di ieri nella capitale tedesca di una “Piazza della rivolta popolare del 1953”, in uno dei punti caldi di quella storica ribellione, il presidente Joachim Gauck, in un discorso al Bundestag ha rivolto un appello affinché gli eventi e i protagonisti di quei giorni del ’53 trovino un «posto» nella memoria dei tedeschi. Un «posto nella memoria collettiva» della Germania riunificata dedicato alle centinaia di cittadini dell’est insorti, vittime della dittatura comunista, prima e dopo i fatti di quel 17 giugno.

martedì 18 giugno 2013

Il G8 di Lough Erne. Il girotondo più grande del mondo...


di Francesco Marotta (destra.it)

Barack Obama si trova a Lough Erne in Irlanda del Nord. L’accordo tra USA e UE, unisce disordinatamente la tavola rotonda dei potenti. Di che accordo si tratta? Libero scambio. Ci fa capire come non sia sufficiente leggere approssimativamente i lavori del G8 in Irlanda, come una scampagnata leggera dei grandi della terra. E’ l’occasione per il primo appuntamento tra Letta e Obama e, quella dichiarazione di intenti, miscelata ad un pretesto burocratico, che unisce l’Europa debilitata dal ballo del Can-can globale a quel espediente primordiale dell’interesse. E bene sì, sul lungo periodo il rapporto dei nipoti di Trotsky (Letta governa) con l’orientamento cosmopolita e con l’istruzione “neo-egemonista” statunitense, è lampante. L’espansionismo colonialista necessita una volta per tutte la testa del vecchio continente? Obliquamente alle istituzioni politiche e giuridiche internazionali si possono ottenere risultati. Il libero scambio, non è altro che una forma di influsso planetario di cui la politica statunitense e, l’economia preponderante, una volta quella occidentale, si alimentano supportando la globalizzazione.

Da leggersi come la deregolamentazione dell’economia europea e dei suoi stati membri, in scala maggiore, dalla limpidezza nitida anche ai pochi di vista corta che si assillano giurando il contrario: l’ingresso agli investimenti americani, l’impatto già visto con lo smantellamento delle “nazionalizzate” agli investimenti in suolo europeo, italiano, affidati alla “the Holy trinity of American Barbecue”. Carne da macello per rimpinguare il riassetto a stelle e strisce dopo aver donato all’Europa l’affossamento del sistema, dell’unità dei suoi stati e delle sue genti, grazie alle sue banche d’affari. Letta ha similitudini vicine al presidente di Cipro che andò in televisione a spiegare ai suoi connazionali, come furono espropriati della sovranità nazionale, grazie, al “nuovo” unilateralismo? Macché. In concomitanza con il presidente della commissione UE, Jose Manuel Barroso, ha dato il via alle formalità e alla strategia compiuta dello standard globale.

Stupirsi ancora? Ci ha pensato il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy: “dobbiamo mobilitare tutti i mezzi possibili per combattere la disoccupazione anche perché l’anno prossimo avremo una crescita che però non sarà abbastanza per contrastare l’emergenza lavoro”. L’ennesima riprova degli equilibri e delle emanazioni dirette e quell’obbligatorietà della crescita intramontabile, dove, però, di rigore si muore e l’austerità pressante, sulle retribuzioni e sul potere d’acquisto, rendono minore le entrate fiscali. Favorendo l’annullamento industriale sulle località, le regioni, per favorirne alacremente le delocalizzazioni su scala nazionale? Sediamoci un attimo. Il girotondo più grande del mondo, il budget solidamente strutturato e, la dottrina della crescita, esulano dal diritto degli stati e di un continente? Nell’assenza di un criterio politico e comunitario efficace, quando non c’e’ da legittimare la politica altrui valida per tutti ma, quella delle consuetudini e delle culture traboccanti di potenza, d’ingegno che dovrebbero essere in grado di attraversare quel limite che è la mondializzazione.

L’economia e il libero mercato non aprono solo le porte chiuse del G8, sconfinando nel terreno fertile della crisi siriana. Letta incontrerà Vladimir Putin: partendo dalla netta contrapposizione tra il Cremlino e il rappresentante di Palazzo Chigi sugli approvvigionamenti dell’arsenale dei ribelli siriani, rimpinguato dai britannici dei “popoli liberi”, allineati neppure a dirlo, con le impellenze americane. Un duro banco di prova per il Presidente del Consiglio dei Ministri, forte dell’intrepida Emma Bonino; un incontro da trionfatori con il risveglio “dell’Orso russo”, reinvestendo sull’antico adagio: il luogo dove prolifica il consumo, le mancate relazioni, le discrepanze sociali e la malevolenza, è estendibile anche in Siria ? La città di Hamoukar, l’antica città siriana a 10 chilometri al confine con l’Iraq, vide 3500 anni la battaglia e l’assedio più antichi della Storia. Attualmente di diversa natura sono le prospettive italiane ed europee? Cedere il passo definitivamente è come cancellare la personificazione impressa nella notte dei tempi.

lunedì 17 giugno 2013

Il martirio di Giralucci e Mazzola...



di Gabriele Adinolfi

Il 17 giugno 1974 nella sede del Msi di Padova aveva luogo la duplice esecuzione dei militanti Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Un'esecuzione a freddo ad opera di un commando delle Brigate Rosse commesso apparentemente senza ragione.

Se leggiamo altrimenti quel duplice omicidio scopriamo che fu il frutto di un golpe interno alle BR da parte di chi intendeva spingerle sulla via del sangue e della tensione in contrasto con i suoi fondatori.

A maggio i golpisti interni avevano votato per l'eliminazione del giudice Mario Sossi, ma i leader storici, Curcio e Franceschini, avevano vinto il braccio di ferro e lo avevano rilasciato il 23 dopo poco più di un mese di prigionia. Cinque giorni dopo, il 28, l'ala golpista interna delle BR aveva allora proceduto all'innalzamento della tensione mediante la strage di piazza della Loggia a Brescia.

Il ministro dell'interno di allora, il partigiano Taviani, capo operativo della Gladio, aveva però immediatamente impedito alla Questura di proseguire le indagini nella giusta direzione; una serie di depistaggi contro i fascisti, opera dei carabinieri, avrebbe subito disinnescato politicamente l'effetto voluto dagli esecutori della strage di Brescia.

Uccidere qualche fascista – cosa ben più confessabile di una strage in un comizio sindacale - avrebbe però conseguito il risultato del “passaggio del Rubicone” per la lotta armata rossa; nessuno poteva infatti biasimare l'assassinio di un paio di fascisti che non avevano alcun diritto di vivere secondo la sindrome dell'ideologia dell'odio proprio agli individui inferiori.

Sicché, silenziata Brescia, Padova avrebbe inchiodato i vertici costretti ad accettare il fatto compiuto e a familiarizzarsi con azioni meno romantiche e più cruente. Così, senza che potessero immaginarne la ragione, Giralucci e Mazzola vennero letteralmente abbattuti per consentire una svolta nelle BR contro i suoi vertici.

Vertici che di lì a poco (l'8 settembre a Pinerolo) sarebbero stati catturati e neutralizzati dai carabinieri del nucleo speciale di Dalla Chiesa, costituitosi proprio durante il sequestro Sossi. Mario Moretti, il luogotenente dei registi del golpe interno, sarebbe stato intanto avvertito telefonicamente da un carabiniere e non si sarebbe recato all'appuntamento con gli altri dirigenti delle BR.

Così si ritrovò tutto in mano e lo gestì come meglio garbava ai suoi superiori e a quegli alleati strani cui non aveva detto di no (il Mossad e i suoi amici tra carabinieri e in massoneria).

Si moriva anche così e per queste ragioni. C'era gente allora così depravata e amorale che poteva commettere azioni di questo tipo e di questa portata. C'è di nuovo e oggi ha ripreso pienamente il potere. Anche per questo non dobbiamo dimenticare nulla e nessuno.

Non solo il cuore in quel duplice Presente!

venerdì 14 giugno 2013

Cari ex An fuori c’è tutto un mondo, quello che non avete voluto far crescere...

Tratto da BARBADILLO.IT

Pubblichiamo con enorme piacere il contributo del Foro 753 al dibattito di questi giorni in merito al futuro della destra e all'opportunità, più o meno velata e condivisa, di ricostruire Alleanza Nazionale o un partito di riferimento. Le parole dei ragazzi del Foro 753, al quale ci lega un'amicizia che ribadiamo con orgoglio, sono anche le nostre, perchè sono il frutto di un percorso che accomuna chi ha saputo autodeterminare il proprio cammino a prescindere dai mezzi partitici e dai progetti politici, strutturando sul territorio una realtà sociale e popolare, giovanile e metapolitica, nata con lo sforzo e lo slancio dei più giovani. 


Il mondo sta andando avanti a ritmo forsennato, la tecnologia pervade quasi ogni ambito delle nostre esistenze, il super-turbo-tecno capitalismo oramai non ha più nazioni né religioni, il mercato globale ha spazzato via il concetto stesso di lavoro…e in Italia si pensa bene di rifondare un partito (Alleanza nazionale, ndr), che è morto quando è nato, vent’anni fa, con le stesse idee e con gli stessi personaggi, per giunta.
Non è questa la soluzione, se non per loro stessi: cercare di trovarsi nuovamente un posto da mendicanti fuori la chiesa della finanza mondiale, che, è chiaro a tutti, ormai governa direttamente le nazioni. Un partito nazionale, dicono. Giusto. Peccato che le nazioni non esistono più se non con funzioni di polizia interna e riscossione tasse.
Un partito sociale, dicono. Che però implicherebbe farne parte, del tessuto sociale. A prima vista, considerati i risultati elettorali negli organi di prossimità immediata alla gente (quelli che risolvono i problemi quotidiani, per intenderci) anche qui siamo fuori strada.
Un partito moderato, dicono. Sembra che la storia, a questi signori, non insegni proprio nulla. Il mantra ossessivo di dimostrarsi più realisti del re, sembra non abbia lasciato tanta eredità, se non in quel, oramai famosissimo, patrimonio della fondazione An, su cui finiranno per scannarsi come perenti serpenti.
Un partito liberale, dicono… Si commenta da sé.
Il mondo è cambiato, ma loro non vogliono farlo. Parole d’ordine che ad alcune avanguardie non-conformiste sarebbero state strette negli anni ’50, non possono e non devono tornare nell’agenda politica di quest’area culturale.Che “esiste” checché ne diciate e pensiate. Ci sono progetti editoriali che ribollono, ci sono centri di aggregazione che sono fucina di idee e uomini nuovi, ci sono realtà sociali che operano nonostante voi, ci sono libri, canzoni, quadri, sculture, accademici e fabbri, cuochi e scienziati. C’è il mondo che non avete voluto far crescere. E che va difeso dal tritacarne trotskista anche con rappresentanze istituzionali. Purché non voi.
La rappresentanza istituzionale garantiva, se non sempre nella sostanza, almeno nella forma, una protezione contro la volontà mai sopita di non far “sopravvivere” l’area politica e culturale cui appena accennato, da parte dei soliti zombie incatenati alle lotte dei loro bis-nonni. Ecco dunque la “necessità” di dotarci di tutti gli strumenti possibili affinché questi venti anni di conquiste, non siano spazzate via dal vento della restaurazione pre-berlusconinana. Che non sia però un fine l’elezione nelle istituzioni, bensì un mezzo, va da sé. Anche se sono riusciti a dimostrarci il contrario. Cosa significhi in termini pratici non è risolvibile ora, non è questa la sede opportuna, ma è un altro dei nodi che va sciolto.
Investire sul futuro, qui ed ora, è la necessità impellente. Costruire navi possenti per intraprendere un viaggio ancora più difficile, è la priorità. Forgiare capitani e marinai capaci di guidarle è il nostro unico presente. Pianificare la rotta da seguire deve essere la volontà.  Ribadiamolo ancora una volta. Navigare Necesse Est.
*Foro 753, Spazio vitale, Roma

giovedì 13 giugno 2013

NO IUS SOLI: ITALIANI SI NASCE!


C'è chi ha difeso questa terra col pugnale tra i denti e chi vorrebbe ucciderla con la burocrazia. La cittadinanza è appartenenza, sangue e suolo. E' il frutto di un percorso umano, storico ed etnico. L'italianità non è un timbro su un pezzo di carta, ma un atto d'amore. 

NO IUS SOLI: ITALIANI SI NASCE!

mercoledì 12 giugno 2013

La fine della sovranità...



di Alain de Benoist (Diorama Letterario)

La fine del mondo c'è stata, eccome! Non è avvenuta in un giorni preciso, ma si è spalmata su più decenni. Il mondo che è scomparso era un mondo in cui la maggior parte dei bambini sapevano leggere e scrivere. In cui si ammiravano gli eroi invece delle vittime. In cui gli apparati politici non si erano ancora trasformati in macchine per stritolare le anime. In cui si avevano a disposizione più modelli che diritti. Era un mondo nel quale si poteva capire che cosa intendeva dire Pascal quando sosteneva che il divertimento ci distrae dall'essere veramente uomini. Era un mondo nel quale le frontiere garantivano a coloro che vivevano al loro un interno un modo di essere e di vivere che era di loro specifica pertinenza. Era un mondo che aveva anche i suoi difetti e che talvolta è stato addirittura orribile, ma dove la vita quotidiana del maggior numero di persone era quantomeno garantita da dispositivi di senso capaci di dispensare punti di riferimento. Attraverso i ricordi, quel mondo rimane familiare a molti. Taluni lo rimpiangono. Ma non tornerà.

Il nuovo mondo è liquido. Al suo interno, lo spazio e il tempo sono aboliti. Liberata dalle sue tradizionali mediazioni, la società è diventata sempre più fluida e sempre più segmentata, il che ne facilita la mercantilizzazione. Vi si vive secondo il modo dello zapping. Con la scomparsa di fatto dei grandi progetti collettivi, in altre epoche portatori di visioni del mondo differenti, la religione dell'io — un io fondato sul desiderio narcisistico di libertà incondizionata, un io produttore di sé a partire dal niente — è sfociata in una "detradizionalizzazione" generalizzata, che va di pari passo con la liquidazione dei punti di riferimento e dei punti fissi, rendendo l'individuo più malleabile e più condizionabile, più precario e più nomade. Da un mezzo secolo, l'«osmosi finanziaria della destra finanziaria e della sinistra multiculturale», come ha scritto Mathieu Bock-Coté, si è sforzata, con il pretesto della "modernizzazione" emancipatrice, di far confluire liberalismo economico e liberalismo societario, sistema di mercato e cultura marginale, grazie soprattutto alla strumentalizzazione mercantile dell'ideologia del desiderio, capitalizzando così sulla decomposizione delle forme sociali tradizionali. L'obiettivo generale è eliminare le comunità di senso che non funzionano secondo la logica del mercato. Parallelamente, sono all'opera vere e proprie trasformazioni antropologiche. Toccano il rapporto con se stessi, il rapporto con l'altro, il rapporto con il corpo, il rapporto con la tecniche. 

E domani giungeranno sino alla fusione programmatica fra l'elettronico e il vivente. Quando il desiderio di profitto si impone come unica motivazione a detrimento di tutte le altre, il suo effetto performativo è di generalizzare lo spirito mercantile, che decompone la popolazione in semplici clientele. In questo contesto, il "politicamente corretto" non è una semplice moda un po' ridicola, ma un mezzo forte per trasformare il pensiero, per restringere ulteriormente uno spazio comune generatore di obbligazioni reciproche, per rendere impossibile la riabilitazione di un universo di senso oggi scomparso.
Stiamo infine assistendo all'istituirsi della governane, una sorta di cesarismo finanziario che consiste nel governare i popoli tenendoli in disparte. Lo Stato terapeutico e gestionale, dispensatore di ingegneria sociale e Grande Sorvegliante, si impegna, dal canto suo, a sopprimere la barriera esistente tra l'ordine e il caos. Esso basa il proprio potere sulla costituzione assolutamente volontaria di una situazione subcaotica, sullo sfondo di una fuga in avanti e di una illimitatezza generalizzate, creando in tal modo una situazione di guerra civile fredda. Lo stesso concetto di classe sociale viene congedato da una sociologia vittimistica che al suo posto colloca la denuncia dell'"esclusione" e la "lotta contro le discriminazioni", e da una "scienza" economica che guarda al concetto di popolo come ad una categoria residuale, nel momento stesso in cui la lotta di classe è più che mai in auge.
Sotto l'effetto delle politiche di "austerità", l'Europa sta scivolando nella recessione, quando non nella depressione. La disoccupazione di massa continua ad estendersi, lo smantellamento dei servizi pubblici comporta la riduzione dei beni sociali e il potere d'acquisto crolla. 

Un quarto della popolazione europea (120 milioni di persone) è sotto la minaccia della povertà. In passato, si sono fatte rivoluzioni per meno di questo. Oggi, non accade niente di simile. Delocalizzazioni, licenziamenti e piani sociali provocano, certo, proteste — ma non assistiamo a nessuno sciopero di solidarietà, e meno che mai a scioperi generali: la lotta per il mantenimento del posto di lavoro non ha prospettive al di là di se stessa. Perché la crisi viene subita così passivamente? Perché i popoli sono sfiniti, sbalorditi, sgomenti? Perché hanno interiorizzato l'idea che non esistano alternative? I popoli vivono sotto l'orizzonte della fatalità. Attendono che questo accada. Ma non accadrà, perché il capitalismo si scontra oggettivamente con limiti storici assoluti.
Viviamo una crisi di un'ampiezza assolutamente inedita, che tocca il sistema capitalista ad un livello di accumulazione e di produttività ancora mai raggiunto. Le crisi del XIX secolo avevano potuto essere superate perché la Forma-Capitale non si era ancora impadronita di tutta la riproduzione sociale. 

Quella del 1929 lo è stata grazie al fordismo, alla regolazione keynesiana e alla guerra. La crisi attuale, che interviene sullo sfondo della terza rivoluzione industriale, è una crisi strutturale, contrassegnata dalla completa emancipazione della finanza di mercato rispetto all'economia reale e dall'indebitamento generalizzato. Uno dei suoi effetti diretti è consistito nell'affidare il potere politico ai rappresentanti di Goldman Sachs e di Lehman Brothers. Ma nessuno di loro risolverà il problema, perché non esiste un meccanismo che consenta di aver ragione della crisi. Le bolle finanziarie, il credito di Stato e la macchina che stampa banconote, vale a dire la creazione di capitale-denaro fittizio, non possono più risolvere il problema della desostanzializzazione generalizzata del Capitale. Sia che ci si diriga verso un'inflazione incontrollabile in assenza di qualsiasi reale valorizzazione — trattando l'attuale crisi di solvibilità come una crisi di liquidità — sia che si vada verso un generalizzato default nei pagamenti, tutto ciò non può che finire con un terremoto.

In un'epoca come la nostra, ci sono solo quattro tipi di uomini. Ci sono coloro che, del tutto consapevolmente, vogliono che ci si infili sempre più lontano nel caos e nella notte. Ci sono quelli che, volontariamente o no, sono sempre pronti a subire. Ci sono i diplodochi reazionari, che vivono la situazione attuale sul registro della deplorazione. Fra geremiadi e commemorazioni, credono di poter far tornare il vecchio ordine, ragion per cui non fanno altro che registrare sconfitte. Infine, ci sono coloro che vogliono un nuovo inizio. Quelli che vivono nella notte ma non sono della notte, poiché vogliono ritrovare la luce. Quelli che sanno che al di sopra del reale c'è il possibile. A loro piace citare George Orwell: «In un'epoca di universale disonestà, dire la verità è un atto rivoluzionario».

martedì 11 giugno 2013

Intervista a Marcello De Angelis...

INTERVISTA A MARCELLO DE ANGELIS (a cura di Ereticamente.net)

Marcello De Angelis, romano, classe 1960, è sicuramente una persona che ha molto da raccontarci.
Nipote del cantante operistico Nazzareno De Angelis e figlio di uno scenografo RAI, nel corso della sua vita è stato esponente di spicco dei movimenti extraparlamentari "Lotta Studentesca" e "Terza Posizione" e fondatore del gruppo musicale "270 bis", co-fondatore della rivista "La Spina nel fianco" con Maurice Bignami e collaboratore de "L'Italia settimanale" di Marcello Veneziani e direttore della rivista "Area" (1996-2004) e del quotidiano "Il Secolo d'Italia" (2011). E' stato senatore per Alleanza Nazionale (2006-2008) e deputato per il Popolo della Libertà (2008-2013).

Marcello De Angelis, innanzitutto la redazione di "EreticaMente" La ringrazia per avere concesso questa intervista. Ci può raccontare qualcosa delle Sue origini familiari, che sicuramente hanno contribuito non poco a orientare le attitudini e gli interessi che Lei ha manifestato nel corso della Sua vita? 

Probabilmente come tutti sono il prodotto delle influenze familiari. Sicuramente più dal punto di vista della formazione del carattere che delle opinioni politiche. I miei genitori pur avendo idee politiche non ci hanno né indottrinato né orientato. Ci hanno influenzato con i loro valori e il loro stile di vita. La cultura, le arti, il disegno, la musica, lo scrivere sono stati elementi costanti della nostra vita familiare sin da quando eravamo piccolissimi. I nostri genitori ci portavano alle mostre piuttosto che al cinema. Parlo al plurale perché ovviamente mi riferisco anche ai miei fratelli - e in particolare a Nanni - oltre che a me.

Lei, al pari di altre figure storiche dell'area politica "nazional-popolare" come Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, è stato una delle figure più rappresentative del movimento extraparlamentare "Terza Posizione", pagando anche un prezzo altissimo a livello personale e familiare. Quando è rientrato dall'Inghilterra Lei poteva rappresentare un momento di unione per tante anime dell'area divise. Cosa Le ha impedito di essere 'l'asse che non vacilla' come avrebbe detto Pound?

Non credo agli "assi solitari". O almeno, io da solo non ho mai creduto di essere sufficiente. Mi pare evidente che l'operazione culturale che ho cercato di fare, parallelamente con una rivista come Area e con la mia attività musicale, è stato cercare di tenere insieme varie sensibilità e esperienze intorno a un dato comune e traghettare tutto quello che c'era stato prima in un percorso il più possibile condiviso per il dopo.

L' ombra di Nanni quanto ha inciso nel Suo percorso, personale e politico? e come avrebbe preso il Suo inserirsi nella destra parlamentare?

Più che ombra direi "luce"… Nanni è morto a 22 anni, chi lo sà che uomo sarebbe diventato a quaranta o a cinquanta? Forse il suo interesse per la politica sarebbe scemato o forse in Parlamento ci sarebbe andato lui al posto mio. Avventurarsi ad interpretare a posteriori quello che avrebbe fatto, detto o pensato una persona dopo la sua morte non è molto corretto ed è anche una mancanza di rispetto. Eppure non passa settimana che non mi capiti di incontrare qualche mitomane che mi dice che lui era il miglior amico di mio fratello… A volte perché credono che io sia molto più giovane e sperano che io abbia memorie confuse. Invece avevamo poco più di un anno di differenza e fino alla sua morte Nanni ed io siamo stati vicini come gemelli. Con tutte le naturali differenze voglio credere che avremmo comunque continuato a stare fianco a fianco in qualunque contesto.

Molti giovani sono cresciuti con le canzoni che Lei ha scritto e musicato per i "270 bis". C'è del rimpianto per queste migliaia di giovani che l’ascoltavano si emozionavano quando cantavano le Sue canzoni? era un momento unitario, raro nell'ambiente...

Ho nostalgia del palco, certo. Ti regala emozioni molto forti che, a dire il vero, avevo anche quando mi capitava di intervenire agli straordinari incontri che Area organizzava ogni anno a Orvieto. Ma non c'è solo il palco. Continuo a incontrare persone tutti i giorni che mi raccontano di quando venivano ai concerti e altre ancora che sono troppo giovani per esserci venute e non mi hanno mai incontrato e quindi non mi riconoscono. Parlano del gruppo e delle mie canzoni come se fosse qualcosa che appartiene a loro. Ed è così che deve essere.

Lei è una figura di spicco del giornalismo "di destra" da oltre venti anni. Come giudica in retrospettiva le esperienze di cui a vario titolo Lei è stato protagonista ("L'Italia Settimanale", "Area", "Il Secolo d'Italia") e quali prospettive intravede per il futuro, soprattutto alla luce del fatto che proprio l'ultima testata da Lei diretta è diventata un quotidiano "on line"?

Ogni esperienza è stata quella giusta nel tempo in cui l'ho fatta. Non è così per tutte le cose della vita? Ho cominciato a lavorare in tipografia che non avevo 18 anni. Era un altro secolo. Davvero, c'era ancora la composizione a piombo. Il mondo va avanti. Anche le persone. L'unica cosa che non dovrebbe cambiare sono i contenuti profondi. Quando ci sono le spade si combatte con le spade ma se continui con le spade quando tutti usano gli aeroplani non sei molto utile. Con internet è cambiato tutto il mondo. Può non piacere ma la realtà è quella cosa che resta uguale indipendentemente dai tuoi desideri. Quindi ti devi adattare tu.

E ancora: essere il direttore de il secolo, con una storia Sua e una storia il giornale, queste storie adesso come coabitano con i cambiamenti avvenuti nell'area di destra?

Le storie o si seppelliscono nel passato o si cerca di farle continuare nel presente e per il futuro. Non c'è nulla di fermo nella vita. Due persone diverse si incontrano, si trovano bene e fanno dei figli. Poi i figli continuano assomigliando un poco a tutti e due ma diventando anche qualcosa di completamente diverso. Non ci si bagna mai nella stessa acqua dello stesso fiume. L'importante è che il fiume non si prosciughi.

Mentre in tutta Europa (basti pensare al francese Front National o alla greca Alba d'Oro) i movimenti nazionalisti ed euroscettici di destra ottengono risultati ragguardevoli, in Italia le recenti elezioni politiche e amministrative (con i relativi alti e bassi del Movimento 5 Stelle) sembrano indicare che in Italia non c'è spazio per una prospettiva del genere. Fratelli d'Italia, La Destra, Casa Pound Italia, Forza Nuova, etc. stentano a imporsi all'attenzione degli elettori. Perchè?

Perché i tempi sono diversi e i luoghi sono diversi. Negli anni Novanta in Francia c'era chi sosteneva che l'esempio da seguire e che portava al successo era quello di Fini con Alleanza nazionale. Ora che quella fase è finita sono gli italiani a invidiare i risultati di Marine Le Pen. In Italia una volta che la destra non è rimasta più marginalizzata ha perso i connotati che quella marginalizzazione le garantiva. Ma soprattutto ha perso quello che la costringeva a una parvenza di unione. Il Front national di oggi è il risultato della capacità di sopravvivere a una esclusione che dura da 30 anni. Alba d'orata è un fenomeno estemporaneo di cui è impossibile prevedere la continuazione. Il consenso elettorale è sempre un dato effimero e dipende dalla pancia più che dalla testa. In Italia lo scontento è stato canalizzato contro la politica anziché contro l'Europa, o contro le banche. Un successo degli eurocrati e dei banchieri, indubbiamente.

Sempre più le politiche economiche imposte dall'Unione Europea (Fiscal Compact, Meccanismo Europeo di Stabilità) e l'imposizione stessa dell'Euro come moneta unica a un insieme di Stati che non costituiscono un'area valutaria ottimale, stanno distruggendo il tessuto economico e la convivenza sociale in Europa. Molti economisti e politologi propugnano la necessità di un "ritorno alla Lira", e più in generale alla sovranità economica e monetaria dello Stato Nazionale. Cosa ne pensa?

La sovranità economica e monetaria si potrebbe teoricamente avere anche con l'euro, che non è una moneta unica ma una convenzione monetaria. La differenza di valore che prima era data dalla differenza di valute ora è determinata dallo spread e altri tecnicismi contabili. La sovranità economica è stata ceduta a dei comitati sovranazionali non molto chiari e l'Europa non ha contraccambiato con garanzie che dovevano venire dal rafforzamento della banca centrale. Gli stati politicamente deboli sono stati truffati con una logica del "quel che è tuo è mio e quel che è mio resta mio" da parte della Germania. Uscire dall'euro non sarebbe né facile, né immediato. Lo vedo complicato.

Proviamo a guardare al futuro. De Angelis e le canzoni, De Angelis deputato, De Angelis direttore de Il Secolo. e domani? un altra immagine di De Angelis o un sottile filo conduttore...

Non possiedo la sfera di cristallo. Ho più di 50 anni, non faccio piani per il futuro e non credo che sia in mio potere determinarlo. Cantante, deputato, direttore (e varie altre cose) più che immagini sono vestiti. Le stagioni cambiano, i vestiti si consumano. L'importante è quello che c'è sotto. E quello non l'ho ancora scoperto chiaramente nemmeno io. Intanto faccio il padre di altri tre figli nuovi nuovi (ne ho un altro che si è già sposato). E' un impegno notevole, che mi condizionerà per i prossimi venti anni. Se sopravvivo.

lunedì 10 giugno 2013

Disonora il padre e la madre...



di Marcello Veneziani

Genitore 1 a genitore 2, passo e chiudo la famiglia. Non è una comunicazione in codice della Volante ma è il nuovo codice della famiglia, già adottato in mezza Europa e prima o poi anche da noi, che siamo provinciali e ci adeguiamo sempre «all'estero», come dicono gli idioti. La famiglia finisce in coda, prendi il numeretto e ti metti in fila.

Magari sarà previsto anche un genitore 3, 4, e così via. Non importa il sesso e l'effettivo rapporto col minore, basta avere i numeri. L'abolizione del Padre, ente superfluo, ha preceduto solo di qualche anno la soppressione di un altro ente inutile, la Madre, anzi la Mamma come la chiamavano i mammiferi preistorici.

Per le famiglie numerose procediamo alla separazione dei beni filiali, il genitore 1 si cura dei figli dalla fila uno in giù, il genitore 2 di quelli dalla fila tre in avanti. Io che sono figlio 4, sarei capitato con genitore 2, ma non so chi sarebbe stato dei due. Primo è il maschio, come si faceva nel tempo maschilista o vale il detto «nelle case dei galantuomini prima la femmina e poi l'omini»? 

Forse in ordine d'arrivo, come i numeretti alla posta. L'abolizione di padre e madre, ridotti a genere neutro, nasce dalla delicatezza di non offendere le unioni gay, ma è la prova, anche semantica, che il danno di cui ci preoccupiamo noi fanatici (vero, galan-bondi?) non è la legittimazione delle unioni gay ma l'abolizione della civiltà fondata sul padre e sulla madre.

A proposito di unioni: e se abolissimo l'unione europea piuttosto che cancellare il padre e la madre?

venerdì 7 giugno 2013

VENERDì 14 GIUGNO: TORNEO FIFA 13 E CENA SOCIALE. " A BRIGLIA SCIOLTA"...


Venerdì 14 giugno A BRIGLIA SCIOLTA: dalle 18 torneo di Fifa 13 e dalle 20 cena sociale. Ricchi premi, goliardia, prodotti tipici e Comunità. A Casaggì Firenze...

giovedì 6 giugno 2013

Francia: il giorno di gloria non arriverà...

FRANCE-POLITICS-GAY-MARRIAGE-MANIF
di Arthur Herlin - L'intellettuale Dissidente

Strana atmosfera in Francia. Il Presidente Francois Hollande, a picco nei sondaggi, sembra essere rinnegato dal popolo. Non passa un giorno senza che un ministro socialista si faccia fischiare durante un qualsiasi spostamento. Qual è l’origine di questo marasma? Difficile da dire, tanto che ogni settore della società è in crisi.

Non sarà sfuggito ai nostri amici italiani sino a che punto il “matrimonio per tutti” divida i francesi. Centinaia di migliaia di individui sfilano in piazza ogni mese. Famiglie equilibrate e composte da persone ordinarie si mobilitano da quasi un semestre. “Brava gente” come si diceva un tempo, garanti della nostra società da più di 2000 anni. Possiamo legittimamente domandarci in che stato sarebbe la società se la maggioranza delle famiglie fosse stata omosessuale sin dall’antichità? Che ci si ponga contro o a favore, era veramente questo il momento opportuno per crucciare il popolo francese di un simile cambiamento culturale? Questo matrimonio vale tanto da scindere in due la società e indebolire ancora il tessuto sociale già magro e perciò cosi prezioso oggigiorno?

Il nostro governo non è ottuso, e sa che la risposta è negativa. Persegue il processo di disorientamento delle popolazioni. Condizione indispensabile per applicare quei rimedi che rifiuterebbero se fossero coscienti. Bisogna dire che la base francese è scombussolata da decenni, tramite riforme di ogni tipo (università, ministeri, ospedali, pensioni, etc…). Non è nuovo, sembra il trattamento dell’elettrochoc applicato ai pazienti attinti da una psicopatologia. Lo psicopatico essendo spesso un individuo che rifiuta la sottomissione.
Si aggiunge alle riforme una dose massiccia di violenza tramite gli interventi militari più insensati gli uni degli altri: Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia e adesso Siria e Mali. Il tutto decorato da una minaccia terrorista costante e ambigua. (cf: Mérah, che dopo aver viaggiato in Israele, uccide dei soldati francesi d’origine araba, poi dei bambini ebrei – storia assurda, inchiesta incoerente – fine spedita, morte di Merah). In un contesto simile, la famiglia resta l’ultimo rifugio per preservare un minimo di armonia nella società. E attaccandosi al matrimonio, il sistema vuole rendere gli individui più vulnerabili… e così più malleabili.

Il governo francese si attacca alle questioni sociali mentre l’Unione Europea si impone su questioni di ordine tecnico: permettendo alle industrie (articolo 63 del TFUE) di delocalizzare indefinitamente nei Paesi del Terzo Mondo, la Francia perde 800 posti di lavoro ed un’industria ogni giorno. Con la PAC, siamo passati da 3 milioni di agricoltori a 400 000.

Il riscontro è allarmante, allo stesso modo, per la Difesa. Il nostro esercito assomiglia a quello che avevamo nel 1939: abbiamo attualmente più di 5000 generali quando non ce ne servirebbero che 250: questo eccesso costa una fortuna allo Stato posto che i bilanci sono ridotti. In parallelo certi problemi informatici impossibilitano migliaia di militari di percepire il loro salario. Questo triste riepilogo spiega il morale disastroso dell’armata francese appurato recentemente da una commissione pubblica.

L’atmosfera in Francia è particolare: numerosi sono gli specialisti che sollevano questi problemi, ma una parte coerente della popolazione resta cullata dalle illusione. Bisognerebbe dire che l’industria dell’intrattenimento è al suo apice. Media e spettacolo aggiungono del non senso ad una situazione già insensata. I risultati sono congruenti: la società francese è in una situazione di asfissia che impedisce di reagire in modo adatto. Benché il dibattito sia vivo in determinati contesti, i cittadini francesi sono incapaci di mostrarsi all’altezza della loro reputazione di “révoltés”.

mercoledì 5 giugno 2013

Ricordando Giuseppe Tucci, l’«esploratore del Duce» che prefigurò l’Oriente globale...

Ricordando Giuseppe Tucci, l’«esploratore del Duce» che prefigurò l’Oriente globale


di Annalisa Terranova

Giuseppe Tucci, il massimo orientalista italiano del Novecento, nacque il 5 giugno del 1894. In questo fine settimana la sua figura sarà al centro di un convegno di due giorni ad Ascoli Piceno con due mostre dedicate all’esploratore e “pellegrino in Tibet”, una sulla vita dello studioso e un’altra sulle tangka tibetane, rotoli di stoffa con disegni sacri il cui significato fu studiato e approfondito da Tucci. La bibliografia completa delle sue 360 opere si trova nella monumentale monografia L’esploratore del Duce di Enrica Garzilli, che ricostruisce l’avventurosa vita di Tucci dai primi viaggi nelle valli dell’Himalaya e nelle pianure del Gange all’attività diplomatica in Giappone, dagli incontri con personaggi come Gandhi eTagore, il Dalai Lama, Julius Evola, Fosco Maraini eGiovanni Gentile, suo grande protettore insieme a Giulio Andreotti, agli scavi archeologici in Pakistan, Afghanistan e Iran. In un saggio sulla rivista Eurasia Claudio Mutti ha sottolineato quale fosse l’idealità di fondo del lavoro di Tucci, cioè una concezione di Oriente e Occidente non come realtà separate ma come realtà “complementari”. Egli stesso in un’intervista apparsa su La Stampa nel 1983, un anno prima di morire, aveva dichiarato: “Io non parlo mai di Europa e Asia, ma di Eurasia…”.

Nato a Macerata, si laureò in Lettere presso l’Università di Roma. Dopo avere combattuto negli anni della Prima Guerra mondiale iniziò il suo cursus honorum in India, dove insegnò cinese (oltre che italiano) presso le Università di Shantiniketan e di Calcutta. Nominato Accademico d’Italia nel 1929, nel novembre dell’anno successivo fu chiamato ad occupare la cattedra di Lingua e letteratura cinese all’Orientale di Napoli. Nel novembre 1932 passò alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma, dove fu professore ordinario di Religioni e Filosofia dell’India e dell’Estremo Oriente, finché nel 1969 venne collocato a riposo. Dal 1929 al 1948 compì otto spedizioni scientifiche in Tibet e dal 1950 al 1954 sei in Nepal. Nel 1955 iniziò le campagne archeologiche nella valle dello Swat in Pakistan, nel 1957 quelle in Afghanistan, nel 1959 in Iran.

Nel febbraio del 1933 si concretizzò la sua idea di un Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, grazie all’appoggio di Giovanni Gentile. Nel discorso inaugurale, pronunciato in Campidoglio, Mussolini rilevò: “Come già altre volte, in periodo di crisi mortali, la civiltà del mondo fu salvata dalla collaborazione di Roma e dell’oriente, così oggi, nella crisi di tutto un sistema di istituzioni e di idee che non hanno più anima e vivono come imbalsamate, noi, italiani e fascisti di questo tempo, ci auguriamo di riprendere la comune, millenaria tradizione della nostra collaborazione costruttiva”. Due anni prima, grazie al tramite di Giuseppe Tucci, Gandhi era venuto in visita ufficiale in Italia. Dopo la guerra l’Ismeo venne chiuso e Tucci (sul quale pesava la firma apposta sull’infame Manifesto della razza) cadde in disgrazia. Fu Giulio Andreotti a far riaprire l’Istituto. Grazie alla sua amicizia il celebre studioso potè lavorare e studiare fino all’ultimo. Le sue opere restano un caposaldo per gli studi su induismo, buddismo e sulle tradizioni tibetane.

Così Geminello Alvi racconta un episodio della spedizione in Tibet del 1935 guidata da Giuseppe Tucci: «Il 1 luglio incontrarono il giovane abate d’un monastero buddhista, vestito di rosso e appena uscito da un eremo dove aveva trascorso tre anni, tre mesi e tre giorni, meditando. Tucci gli chiese di sperimentare le liturgie sottili che sommuovono l’Io, liberando attese stupefatte e pavide: l’ottenne. E vide che quanto gli uomini chiamano “Io” non è che una crosta sottile in bilico dentro un cosmo inatteso e infinito». (Uomini del Novecento, Adelphi).

martedì 4 giugno 2013

VENERDì 7 CINEFORUM CON "POINT BREAK"...


Venerdì 7 giugno ore 21,30 cineforum con POINT BREAK.

"Noi non ci battiamo per i soldi. Noi ci battiamo contro il sistema: quel sistema che uccide lo spirito dell'uomo. Noi siamo l'esempio per quei morti viventi che strisciano sulle autostrade nelle loro infuocate bare di metallo. Noi dimostriamo con la nostra opera che lo spirito dell'uomo è ancora vivo".

lunedì 3 giugno 2013

GIUGNO A CASAGGì!


VENERDI 31 MAGGIO H20 CENA SOCIALE E SERATA
SABATO 1 GIUGNO H17 PRESIDIO PER I MARO’ A PISA
LUNEDI 3 H17 RIUNIONE DELLA CIURMA
VENERDI 7 H21,30 CINEFORUM “POINT BREAK”
SABATO 8 CONCERTO AL CAMPO EMILIA
LUNEDI 10 H17 RIUNIONE DELLA CIURMA
MARTEDI 11 H16 CORSO DI PITTURA MURALE
GIOVEDI 13 H16 CORSO DI PITTURA MURALE
VENERDI 14 H20 CENA SOCIALE, DALLE 18 TORNEO FIFA 13
DOMENICA 16 H20 CENA SOCIALE A CASAGGì EMPOLI
LUNEDI 17 H17 RIUNIONE DELLA CIURMA
MERCOLEDI 19 H21.30 CINEFORUM “EDUCAZIONE SIBERIANA”
VENERDI 21 SOLSTIZIO D’ESTATE NEI BOSCHI
LUNEDI 24 H17 RIUNIONE DELLA CIURMA
VENERDI 28 H21.30 CINEFORUM “MEAN MACHINE”

domenica 2 giugno 2013

PISA: RONIN E CASAGGì IN PIAZZA PER I MARO'...




Casaggì, con i ragazzi di Ronin Pisa, è scesa in piazza per ribadire la volontà di riportare a casa i nostri marò. Un anno di "tira e molla" che ha letteralmente sbriciolato la già scarsa credibilità del nostro paese sullo scacchiere internazionale; che ha visto l'India sequestrare due soldati in acque internazionali e un ambasciatore; che ha visto un impianto accusatorio a ratti ridicolo, rigettato anche dalla Corte Suprema, ma tuttavia sufficiente per non far processare i due marinai in Italia; che ha visto sminuito il ruolo dell'esercito, ormai usato a piacimento dalla politica per guerre inutili e poi abbandonato nei momenti di difficoltà; che ha visto due governi rimanere immobili dinanzi alle minacce di un paese col quale, evidentemente, si ha paura di perdere una partnership economica e commerciale. Una pagina triste, a prescindere dall'esito delle perizie e dei processi, degna dell'Italietta odierna e dei suoi servi di palazzo.

RIPORTIAMO A CASA I NOSTRI SOLDATI.
TORNIAMO AD ESSERE NAZIONE.


venerdì 31 maggio 2013

Fiume, avanguardia della Rivoluzione!

di Mario M. Merlino

Sono stato più volte ad Ancona – mi era facile trascorrendo diversi mesi sulla costa romagnola – e sempre, percorrendo la storica via Pizzecolli, mi sono recato fino alla scalinata su cui si erge, nell’omonima piazza, la chiesa di San Francesco delle Scale. Con la sua facciata e il portale in stile gotico di pietra bianca dell’Istria, opera dell’architetto Orsini di Sebenico nella metà del XV secolo. Sotto il dominio napoleonico fu adattata a scopi militari, successivamente a Pinacoteca. Nel 1944 fu colpita durante uno dei bombardamenti alleati subendo notevoli danni. Solo nei primi anni ’50 fu nuovamente consacrata alle sue originarie funzioni religiose. Non, però, di storia dell’arte e di monumenti religiosi è il mio intento. Ho sempre avuto a noia visitare i musei soffermarmi estasiato davanti ad opere incorniciate e appese alle pareti volgermi con mal celati gridolini di libidine estetica e, ancora, girovagare per centri storici ammirare soppesare uscire con luoghi comuni accompagnati da punti esclamativi e tono della voce declamatorio e gesti studiati della mano…

Esuli, i fiumani, vi hanno eretto un altare con la dura pietra del Carso – la medesima che si mostra a monito sul marciapiede, zona Laurentina, Roma, dove venne edificato il quartiere per i giuliani gli istriani i dalmati in fuga e che porta il loro nome – e vi hanno esposto un’anfora con l’acqua della loro città e un cofanetto di terra del cimitero e quel tricolore che, ultimo, sventolò sull’Olocausta. Una testimonianza che è eredità di spirito e di sangue, proprio in quella città che li aveva accolti, al loro arrivo in porto, lanciando pietre ed invettive su indicazione del partito comunista. Aveva declamato Gabriele D’Annunzio: ‘Si spiritus pro nobis, qui contra nos?’. Nell’età del nichilismo Nietzsche ci ha educato a pensare alla morte di Dio e allo Spirito ritiratosi. Lo sappiamo bene noi, folli e disperati, costretti a danzare ormai al ritmo ossessivo d’una nota sola. Eppure vogliamo restare fedeli all’onda eterna della poesia che andò ad infrangersi sulle rive del Carnaro. Ecco perché, sì questa è la ragione, fin da giovane inquieto ed irriverente ho avvertito una sorta di dovere a visitare quella chiesa. Non da turista non da credente non da sopravvissuto…

Con lodevole iniziativa Maurizio Murelli ha pubblicato (‘In 500 esemplari nel 150esimo anniversario della nascita di Gabriele D’Annunzio e a 75 anni dalla morte dello stesso’ come si legge in nota), per i tipi dell’Aga Editrice, tre volumi che sono la ristampa di due opere di Mario Carli, Con D’Annunzio a Fiume e Trillirì, e di Tom Antongini Gli allegri filibustieri di D’Annunzio. Con caratteri che rimandano alla stagione delle dispense universitarie quando poco si studiava e ci si bastonava sulle scalinate delle facoltà. Allegramente e con atteggiamenti pirateschi, mi verrebbe da dire, in omaggio alla scelta di riannodare i fili della memoria sull’impresa fiumana iniziatasi alle ore 13,30 dell’undici settembre 1919. In divisa da ufficiale dei lanceri di Novara il Vate, pur febbricitante, lascia Venezia e raggiunge la punta di San Giuliano a Mestre, ove l’attende il suo autista con l’automobile rossa e scoperta.

Ho i tre libri in pila a lato del computer. Del saggio di Mario Carli sono alle ultime pagine. Mario Carli, ufficiale degli arditi nella Grande Guerra, disertore per raggiungere D’Annunzio a Fiume, di cui diverrà fra i più intimi collaboratori. Viene inviato a Milano, per volontà del poeta, a costituire la redazione de La Testadi Ferro, il giornale della causa fiumana e forse strumento ulteriore per predisporre un piano di ampliamento della rivoluzione su tutto il territorio nazionale. Arrestato con degli anarchici sotto l’accusa di progettare atti di sabotaggio mentre si sta consumando la tragedia di Fiume, il Natale di sangue del 1920. Tra Lenin e l‘emergere del fascismo, intransigente (forse sotto la spinta di Sorel) e sempre là dove vi sono avanguardie le più radicali che chiedono di andare oltre. Il romanzo Trillirì è un regalo di Rodolfo per il mio prossimo compleanno. Del terzo so soltanto che narra, in presa diretta e partecipe, la vicenda degli Uscocchi che, riprendendo la tradizione della pirateria in Adriatico al tempo della Serenissima, rifornivano la città colpita dall’embargo.

Poesia rivoluzione azioni esemplari ed eclatanti la Carta del Carnaro le donne sesso nudismo yoga e cocaina la musica Alla festa della rivoluzione, come si intitola il bel libro di Claudia Salaris. Tutto questo, certamente, e di una modernità gioiosa libertaria irriverente le immagini che ci giungono e ci fanno amare quella esperienza. Fiume fu, però, anche laboratorio per una concezione ardita e anticipatrice delle dottrine sul concetto di proprietà sulla dignità del lavoro sulla giustizia sociale che, percorrendo il lungo e a volte tortuoso cammino del fascismo, arriveranno ai 18 Punti di Verona. E anche in ciò sta l’amore che sentiamo per quella città, italianissima sempre alla nostra mente e nel nostro cuore, e la sua sfortunata avventura.

STASERA!


giovedì 30 maggio 2013

Il politologo Rosanvallon: superare l’egualitarismo per una nuova forma di “comunità”...




di Annalisa Terranova

Dopo avere tratteggiato i caratteri essenziali della “democrazia di sorveglianza” come risposta alla sfiducia crescente nella politica da parte dei cittadini, il politologo francese Pierre Rosanvallon in un nuovo testo da pochi giorni in libreria (La società dell’uguaglianza, Castelvecchi, pp. 372, euro 25) esamina le possibili reazioni dell’Occidente democratico dinanzi all’aumento delle disuguaglianze. Un dato, quest’ultimo, confermato dalle statistiche che mostrano come, in vari paesi europei tra cui anche l’Italia, la ricchezza si concentra nelle mani di un settore sempre più esiguo della popolazione mentre si allarga il perimetro dei ceti disagiati. 

Questa situazione, secondo Rosanvallon, non ha effetti solo sulla percezione dell’ingiustizia sociale ma anche sulla politica in generale perché produce un senso collettivo di impotenza. “Di qui – scrive – il sentimento, che mina il tempo presente, di trovarsi davanti a situazioni che deploriamo ma rispetto alle quali restiamo infine passivi, senza riuscire nemmeno a comprendere tale paralisi. Sentimento torbido, che nutre la ricerca di capri espiatori e il rifugio in pensieri magici…”. Il politologo francese indica proprio in questo fattore la causa principale della destabilizzazione dei partiti di sinistra, che avevano fatto dell’idea di uguaglianza la loro bandiera.

Ma le pagine più interessanti del saggio di Rosanvallon sono quelle in cui propone una nuova idea di uguaglianza, fondata sulla reciprocità, e capace di produrre equilibrio nelle relazioni sociali. Non più ricchi contro poveri e viceversa, ma impegno condiviso per la crescita della società stessa. 

Questa “uguaglianza d’interazione” non mira a una semplice uguaglianza economico-aritmetica (cioè all’astratto egualitarismo) ma a un’uguale distribuzione dei diritti e dei doveri. Ne consegue un’avversione per tutto ciò che è favoritismo, per i comportamenti che tendono ad approfittare del sistema, per le norme che avvantaggiano solo poche persone. “I diritti – spiega – non sono più considerati solo come norme astratte che s’impongono a tutti” ma fanno “riferimento all’aspettativa di una reciprocità” perché non è l’uguaglianza dinanzi alla legge a costituire lo “spazio civico” ma l’uguaglianza reale nell’uso delle regole. In una simile prospettiva vanno intesi anche i doveri: non più “vincoli e limiti imposti dal potere pubblico alla libertà individuale” ma ingiunzioni che “costruiscono” il sociale.

Quando questa regola della reciprocità entra in crisi le società cadono in una rete di paradossi corrosivi e aumenta il disagio delle classi medie e delle classi povere che non si esprime solo banalmente come ostilità verso la ricchezza ma come assimilazione della politica al parassitismo tout court. Riflessioni utilissime anche per analizzare la condizione italiana e per mettere a fuoco alcuni obiettivi essenziali tra cui quello di sostituire alla retorica dei diritti lo sforzo collettivo di costruzione di una “civitas” come spazio dell’uguaglianza “plurale”, uno spazio dove la reciprocità dell’impegno fa sì che non ci siano né insopportabili privilegi né l’annullamento delle diversità nell’uguaglianza “dell’indistinzione”.

mercoledì 29 maggio 2013

Ogni cosa ha un limite. Impossibile perseguire lo sviluppo perpetuo.



di Massimo Fini

In concomitanza col Festival dell'Economia di Trento si svolge a Rovereto un Alterfestival, un controfestival, organizzato da alcune associazioni, per lo più di giovani, cui partecipano alcuni intellettuali, diciamo cosi', 'eterodossi' e al quale sono stato invitato.

Cerchero' qui di anticipare, in estrema sintesi, cio' che diro' stasera. Il modello di sviluppo che ormai solo per convenzione chiamiamo occidentale perchè è nato in Inghilterra con la Rivoluzione industriale a metà del XVIII secolo, ma ha coinvolto da tempo la Russia e più recentemente la Cina, l'India e altri Paesi cosidetti 'emergenti', si basa sull'impossibile: le crescite esponenziali che esistono in matematica ma non in natura. Ogni cosa umana ha un limite. Noi, dal punto di vista economico, ma non solo, lo stiamo raggiungendo. Siamo come una potentissima macchina che, partita appunto a metà del Settecento, ha percorso a velocità sempre crescente due secoli e mezzo, e ora si trova di fronte a un muro. Andare ancora avanti non è più possibile. Ma non si rassegna e continua a dare di gas finchè, prima o poi, fonderà. Fuor di metafora: non si puo' più crescere. Ma le leads mondiali, di destra e di sinistra, per ignoranza o malafede, continuano a parlare di crescita illudendo le loro popolazioni. Certo, per un po' potranno ancora continuare in questo gioco illusionistico immettendo nel sistema enormi quantità di liquido che, proprio per la sua entità, non corrisponde a nulla se non a una scommessa su un futuro cosi' sideralmente lontano da essere inesistente, drogando ulteriormente il cavallo già dopato sperando che faccia ancora qualche passo avanti fino al fatale e inevitabile collasso per overdose. Il che significherebbe il crollo, sanguinoso, del nostro mondo.

Si puo' evitare questa apocalisse? Si', se gli uomini fossero delle creature intelligenti. Si tratterebbe di avere il coraggio di fare qualche passo indietro, di ritornare, in modo graduale, ragionato e limitato, a forme di autoproduzione e autoconsumo, che passano per un recupero della terra (la Madre Terra che ci dà il cibo, l'unica cosa veramente indispensabile insieme a una abitazione e, ma non sempre, al vestire) e per il ridimensionamento dell'apparato industriale, finanziario e ora anche di quel mondo virtuale che ci sta inghiottendo tutti (se c'è una rapina un po' movimentata, come quella avvenuta nei giorni scorsi a Milano nella centralissima via Spiga, chi vi ha assistito dice «sembrava di essere in un film», non è più la fiction che imita la realtà, ma la realtà che imita la fiction).

Abbiamo puntato tutto sull'Economia, emarginando tutte le altre e complesse esigenze dell'essere umano, e l'economia, questa economia, sta clamorosamente fallendo. Abbiamo puntato tutto sulla sua sorella gemella, la Tecnologia, senza capire che la tecnologia, come mi disse Paolo Rossi, filosofo della Scienza, «se risolve un problema ne apre dieci altri ancora più complessi». Ed economia e tecnologia ci hanno svuotato di alcuni elementi e valori essenziali dell'umano: dignità, onestà, onore, lealtà, fraternità, coraggio, istinti e, insomma, la vitalità. Nella rapina di Milano, mentre i passanti si accuciavano come cani sotto le auto, terrorizzati, l'unico a reagire, rischiando la pelle, è stato il proprietario del negozio. Ma era armeno. Siamo diventati, ad imitazione degli americani, una società svirilizzata, femminea senza essere femminile. Diro' la verità fino in fondo: quando leggo di qualche delitto passionale (di un uomo o di una donna) mi riconforto. Perchè vuol dire che in giro c'è ancora della vita. E non solo economia, tecnologia e la morte dell'anima.

martedì 28 maggio 2013

L’Ilva e il destino dell’Italia in un mondo industriale globalizzato...

ilva1
di Leonardo Petrocelli (barbadillo.it)

Ultimamente, le dichiarazioni sul caso Ilva si assomigliano un po’ tutte.Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria: “Sulla base di quello che succederà si giocherà il futuro del manifatturiero pesante che connota l’Italia come paese industrializzato avanzato”. Claudio Gemme, presidente dell’ANIE: “La ricchezza e il benessere italiani si sono sempre basati sul manifatturiero. Tutti si impegnino per salvarlo”. Guglielmo Epifani, neosegretario del Pd: “Non c’è motivo per cui il nostro paese, che è ancora il secondo esportatore di manifatturiero, non debba difendere la sua siderurgia”.
In realtà, un motivo c’è e non è nemmeno così misterioso: la globalizzazione ha in serbo per l’Italia un destino diverso. Lo spiegarono benissimo Giuliano Amato e Carlo De Benedetti in un lungo scritto a quattro mani, comparso su “Repubblica” nel settembre del 2004, chiarendo quale sia la più grande possibilità strategica per l’Italia: “È  la forza delle sue produzioni e dei suoi servizi di alta qualità, il suo estro per l´estetica e il design, la sua capacità di arricchire i prodotti di valore simbolico, il potenziale non solo turistico del suo territorio, la sua cultura millenaria, il suo ambiente, la sua arte. In questo senso le grandi trasformazioni del mondo possono diventare una enorme chance per il nostro Paese”.
Proviamo a tradurre. Il mercato internazionale impone ai suoi attori di impegnarsi nei settori dove essi possiedono un “vantaggio competitivo”, cioè dove realizzano qualcosa che può essere prodotta solo lì o lì meglio che altrove. La logica del “tutti fanno tutto” è bandita. Ognuno fa il suo e, per il resto, si commercia in modo da integrare domanda e offerta, nella certezza che l’infinita intelligenza del mercato aggiusterà tutto: flussi, quantità, prezzi. Dunque, l’Italia farebbe bene a dismettere quel che resta del suo settore manifatturiero, eccellente ma costoso, e lasciare che esso emigri verso altri paesi dove si può fare lo stesso pagando gli operai un pugno di riso e dove nessuno protesta per la diossina e le morti di cancro (l’intelligenza del mercato…). Poco male, perché tanto noi abbiamo il “sole, mare e la buona cucina”,  il rosso della Ferrari e di Valentino, il design e le gallerie. E se i francesi ci restituissero la Gioconda saremmo a posto per sempre. La Regione Puglia si è già portata avanti col lavoro, regalandoci uno videospot del tarantino con panorami caraibici e l’Ilva allegramente rimossa dalla cartolina. Ilva? Ma quale Ilva? Qui c’è il paradiso, venghino siori, venghino.
Invece l’Ilva c’è ancora insieme a quel poco che resta delle Pmi e delle grandi imprese nazionali come la Finmeccanica, sopravvissute alla svendita privatizzatrice di Prodi&c e assediate dalla magistratura. Si dovrebbe ripartire da qui, ma il piano della globalizzazione – che non è per nulla una entità astratta ma un fenomeno “agito” e pianificato – è quello di un paese “leggero”, tutto basato sull’estetica e i servizi, e completamente dipendente dall’estero per ogni altra necessità. Un paese eternamente con il cappello in mano, terrorizzato da crisi economiche e diplomatiche, svuotato di ogni capacità autarchica di resistenza. Perché senza capi firmati si può vivere, senza acciaio o prodotti alimentari (compriamoli dall’estero, costano meno!), nella modernità, si muore. O, meglio, si diventa dipendenti da tutto e da tutti, in primis dalla globalizzazione, che si è costretti a difendere perché altrimenti siamo spacciati: chi ci venderà ciò che prima ci facevamo da soli e, ora, fanno gli altri per noi?
Ed è ridicolo sentire parlare ora di nazionalizzazione, pianificazione, divieto di vendita dell’Ilva alla Cina da coloro che, fino a ieri, incensavano l’intelligenza del mercato globale e le virtù del nuovo corso. Questo è il mondo che avete voluto. Siatene fieri se ci riuscite.