DA: "AZIONE TRADIZIONALE"Non che si voglia fare del bieco razzismo. Non è sulla razza ma sui valori che ormai si possono operare le uniche distinzioni, vista la frantumazione della correlazione tradizione-razza. Ma la questione e la difficoltà dell’integrazione è un dato di fatto, dovuto alla diversità che, se pur non si esprime sul piano dello spirito, si manifesta se non altro da un punto di vista culturale, una diversità innegabile che esiste tra l’Europa ed il resto del mondo. E l’integrazione, a fronte dei risultati emersi ed emergenti, - non possiamo che ripeterlo - dimostra di essere una bella parola piena di nulla, uno dei tanti eufemismi di cui il linguaggio ipocrita di giornalisti e politici è colmo. Mesi fa si discuteva la proposta della lega sulle classi di adattamento per stranieri e già allora denunciammo l’ottusità di chi contestava l’idea gridando alla discriminazione. Oggi si propone un’altra realtà: non c’è nessun bisogno di istituire classi per stranieri, dal momento che, di fatto, iniziano ad esistere non solo classi ma intere scuole frequentate solo da stranieri (vedi articolo che segue). E questo senza che nessuno decida nulla, per il semplice fatto che la presenza all’interno di un organismo di un corpo estraneo viene percepita automaticamente e l’organismo meccanicamente fa il possibile per espellerla. Piaccia o no, un organismo è un sistema chiuso all’esterno; un elemento estraneo può essere accettato se funzionale, ed un elemento rimane funzionale se non eccede la misura necessaria. In parole povere: lo scambio culturale è vitale ed arricchisce entrambe le culture ma l’immigrazione di massa è qualcosa in più di un semplice scambio. Il lavoratore straniero può essere necessario ma, se il ricorso alla manodopera straniera diventa sistematica, esiste un problema di gestione delle risorse interne. Insomma, non è da odiare tutto ciò che viene da fuori a prescindere, è indispensabile mantenere una mente aperta ed obiettiva, ma nello stesso tempo non facciamo come giornalisti e politici, finiamola con l’ipocrisia del sogno multirazziale che uccide le identità e suscita violenze ed estremismi da entrambi i lati.
MILANO - A Milano le classi differenziate riservate ai soli stranieri esistono già: all’elementare Radice, su 96 alunni 93 sono immigrati. A Roma c’è un caso analogo: alla Pisacane su 184 bambini solo 6 hanno genitori italiani. Si dice classi, ma in realtà sono ormai piuttosto intere scuole nelle quali gli alunni italiani si possono contare sulle dita, a volte anche di una sola mano. Ma non si tratta delle strutture speciali — e discriminatorie — periodicamente richieste a gran voce dalla Lega. Si tratta bensì di formazioni spontanee — altrettanto discriminatorie — cresciute sulla forte concentrazione degli immigrati in alcuni quartieri e la conseguente fuga dei bambini italiani dagli istituti in cui spesso finiscono per trovarsi in schiacciante minoranza.
Né si possono per queste fughe biasimare le famiglie, comprensibilmente preoccupate per il livello d’istruzione dei figli, per forza di cose inferiore, nonostante l’impegno a volte anche eroico degli insegnanti, in quelle classi nelle quali la maggioranza degli alunni soltanto a stento mastica l’italiano. Ovvio che contro questa realtà s’infrange il sogno dell’integrazione. Che non è, naturalmente, soltanto un sogno bensì una necessità primaria per un Paese di recente e forte immigrazione come il nostro. Integrazione che, per altro, ha qualche speranza di compiersi realmente soltanto a scuola, nel tempo, almeno in teoria felice, che dovrebbe precedere pregiudizi, grettezze e ideologie. Ma con chi mai possono integrarsi i piccoli stranieri nelle nuovissime scuole-ghetto, scuole, perciò, inevitabilmente di serie B, che in modo spontaneo si stanno formando un po’ qua e un po’ là? Al massimo con i bambini della nazionalità più rappresentata, cinesi, dunque, forse, oppure romeni o sudamericani. Per riequilibrare le classi, tornare al vecchio metodo archiviato dei bacini d’utenza, che legava obbligatoriamente gli alunni alla loro scuola di zona, non servirebbe più perché numerosi quartieri periferici delle grandi città sono ormai abitati quasi soltanto da immigrati, fatta eccezione per certi anziani che non hanno i mezzi e forse nemmeno la voglia di spostarsi dal rione dove bene o male sono vissuti una vita intera; e che, naturalmente, non vanno a scuola.
Se, dunque, non si vogliono più o meno silenziosamente avallare nuovi ghetti deleteri per la futura convivenza, non resta che il ragionevolissimo anche se assai più laborioso sistema delle quote, in base al quale inserire nelle classi un numero di stranieri compatibile con i normali livelli di istruzione, di modo da non indurre alla fuga gli alunni italiani. Si raggiungerà questo possibile equilibrio con il venti, il trenta o anche con il quaranta per cento di bambini extracomunitari? Toccherà agli esperti deciderlo e a presidi e provveditori metterlo in pratica; però in fretta, altrimenti il funesto fenomeno delle scuole per soli stranieri non potrà che moltiplicarsi. Fondamentale sarebbe però anche preparare gli insegnanti al compito ben più difficile che ormai li aspetta in numerosi istituti, sostenendoli con corsi di aggiornamento mirato, affiancandoli con personale per il doposcuola, non lasciandoli soli sulla breccia; magari, se fosse possibile, pagandoli anche di più rispetto ai colleghi impegnati in realtà un po’ più normali e più conosciute.
Isabella Bossi Fedrigotti