martedì 10 novembre 2009

Pansa: «Sono un revisionista e me ne vanto...


DA: "AREA ONLINE"


«L’unico modo per sottrarsi alla cappa di piombo intellettual-autoritaria sulla Guerra civile è quello di fare revisionismo storico». Ci va giù secco, Giampaolo Pansa, senza giri di parole. «È l’unico modo per contrastare il pensiero unico della sinistra, specialmente di quella comunista e postcomunista, sulla lettura della nostra storia recente». Prima della serie di libri direttamente incentrati sulle stragi partigiane, intorno e all’indomani del 25 aprile 1945, Pansa aveva cominciato a guardare “l’altra parte” con occhi diversi e sinceramente curiosi già nel 1994, scrivendo romanzi che riguardavano la Guerra civile, come Ma l’amore no o il bambino che guardava le donne. Le protagoniste erano delle ragazze fasciste, che avevano militato con la Rsi facendo le ausiliarie, o che erano di famiglia fascista…
Come è nato Il revisionista?
Mi è stato chiesto.
Dall’editore nuovo?
Sì, la Rizzoli. Anche se loro avrebbero voluto un’autobiografia, ma ti dirò… mi sembrava una cosa troppo pretenziosa. E così ho dato ascolto alle tantissime persone incontrate da quando ho incominciato a fare in modo battente questo lavoro di revisione, a partire da I figli dell’aquila, che è uscito nel 2002. Durante le presentazioni mi chiedevano “ma come mai lei è andato per questa strada dove non vuole andare nessuno, soprattutto nessuno che è di sinistra?”. E volevano conoscere il percorso che avevo fatto per arrivare fin là. Me lo chiedevano anche per lettera. Ora l’ho scritto.
Di lettere te ne erano arrivate tante dopo la pubblicazione del Sangue dei vinti…
Migliaia. Scrivevano “Caro Pansa, ho letto il suo libro ma non ci ho trovato la mia storia, ora gliela racconto”. Molte di queste persone poi le ho cercate, sono andato a trovarle e le loro vicende sono comparse nei miei libri successivi. Mi hanno ringraziato perché avevo reso onore non soltanto ai morti, ma anche ai vivi. Mi sono reso conto che raccontare le loro storie era un atto di libertà… non nei miei confronti, perché sono sempre stato un anarchico individualista, non mi sono mai legato a partiti o conventicole, me ne sono sempre fregato… Era un gesto di libertà proprio verso di loro, perché era gente che non aveva mai potuto parlare: “Siamo vissuti per anni con il sasso in bocca” mi hanno scritto, “come fa la mafia con le sue vittime: ora lei ci ha aiutato a toglierlo”.
È più una guida o più un diario di viaggio?
Direi l’una e l’altra cosa: una guida raccontata… Sai che adesso gli Istituti per la Resistenza hanno cominciato a fare delle guide turistiche tipo “I sentieri della Resistenza sulla montagna appenninica”? Bon, io ho fatto il mio sentiero personale, lungo gli anni in cui ho imparato o, meglio, assimilato in profondità dalla mia famiglia e poi dai miei maestri all’università e dai primi direttori nei quotidiani dove ho lavorato. Fino a tutti i cinquant’anni da giornalista.
Quando hai cominciato a interessarti dei “vinti”, con i tuoi primi romanzi, pensavi già “da revisionista”?
Guarda, quando mi dicevano “ah, ma tu fai libri revisionisti” io rispondevo “ma no, sono un completista”. E così è stato per vari anni, dopodiché… posso dire? … mi sono rotto le scatole e ho detto ebbene sì: io sono un revisionista e vorrei esserlo sempre di più. Anzi, se dovessi avere dei biglietti da visita (che non ho perché li detesto) ci scriverei sopra “Giampaolo Pansa” e sotto “Revisionista”.
E come è diventato il titolo del tuo ultimo libro?
Perché continuo a leggere pezzi sui giornali, anche di personaggi che non sanno un belino di niente sulla Guerra civile, che gridano “Ah! I guai del revisionismo”… Ma andate a cagare: allora lo sapete che c’è? Io ci scrivo un libro e lo intitolo così.
D’altra parte, è una battaglia delle parole e va combattuta, no? La ricerca storiografica deve necessariamente essere revisionista, sennò staremmo ancora qui a studiare i francesi sul De bello gallico!
Giusto. Ma c’è dell’altro, perché la sinistra ottusa, trinariciuta, ha fatto anche un passo in più: c’è quel professore di Torino che mi attacca sempre… accidenti non ricordo mai il nome… quello che ha inventato il termine “rovescismo”…
Angelo D’Orsi?
Lui. Ha detto che io sono peggio di un revisionista, sono un rovescista! Perché quando hanno visto che non mi offendevo alla loro massima ingiuria, ne hanno inventata un’altra. La sinistra ha più fantasia che voti, ormai.
Ma tu sei sempre stato di sinistra. Ti ci senti ancora?
Ti confesso che ci ho pensato molto in questi giorni perché si tratta di andare a votare (la chiacchierata per quest’intervista si è svolta nella settimana prima delle Europee, ndr). Tieni presente che: a) non sono mai stato iscritto ad alcun partito; b) non ho mai fatto il supporter di uomini politici; c) ho sempre lavorato in giornali di informazione, però come tu, caro Marconi, sai meglio di me, l’humus del “giornalista collettivo” è sempre lo stesso e cioè di sinistra. E io ho sempre votato a sinistra: ho cominciato votando Partito socialista, poi Pci, un po’ l’uno e un po’ l’altro, poi qualche volta Partito radicale. La mia cultura è quella, non soltanto perché vengo da una famiglia rossa, più che altro socialista, ma anche e soprattutto perché tutti i miei grandi maestri universitari, che sono quelli che mi hanno dato l’imprinting più forte… Bobbio, Passerin d’Entrèves, Firpo… erano tutta gente di sinistra! Cosa sono io oggi? Boh, non lo so, ti confesso che ho molta incertezza se andare a votare… ho sperimentato l’idiozia di tanta gente di sinistra… Ho dei dubbi anche sul centrodestra e ti confesso che non capisco il gioco di Fini. Insomma sto dove stanno tanti italiani: sto a guardare. E questa cosa mi aiuta nel mio lavoro di cronistaccio politico e di rubrichista da Bestiario.
Gli italiani che stanno a guardare… e che illo tempore stavano a guardare senza schierarsi, è un altro tabù dei “gendarmi della memoria”, come li hai chiamati tu: la sollevazione di massa contro il fascismo non può essere messa in discussione.
E invece è assolutamente assodato che la Guerra civile, o guerra interna, del 1943-45, fu uno scontro fra due minoranze e che la parte schierata con la Repubblica sociale era molto più numerosa dell’altra.
Come si muovevano operativamente i partigiani?
In molti modi diversi, non c’era un manuale della guerriglia, non c’era un manuale del partigiano, non c’erano ordini del comando generale del Corpo volontari della libertà che tenessero, tantomeno ordini del Cln di cui i partigiani se ne fottevano. Però la grande maggioranza delle formazioni era guidata da comunisti: questa è la verità. Cioè, la guerra partigiana… se è stata una cosa poco importante strategicamente ma molto importante per chi è vissuto nella cultura antifascista come me, come testimonianza di un’opposizione al fascismo rinato e ai tedeschi che ci occupavano… la guerra partigiana, dicevo, è stata fatta da loro! Almeno l’80% dei partigiani era inquadrato nelle formazioni comuniste, anche se i comandanti di queste formazioni a volte non erano comunisti e sopra Genova, ad esempio, arrivarono a insorgere per abolire i commissari politici. Però, di fatto, le formazioni garibaldine seguivano la pista strategica dettata dal comando generale delle Garibaldi che era rappresentato a Milano da due pezzi da novanta come Longo e Secchia. E allora, qual era la strategia del Pci? C’era un solo imperativo categorico: la guerra civile non finisce con la liberazione dell’Italia e con la sconfitta dei fascisti e dei tedeschi, la guerra civile continua, perché noi comunisti non possiamo aver fatto la Resistenza, tanti sacrifici per venti mesi, per rifare l’Italietta di prima del 1922… ma che siamo pazzi? Abbiamo combattuto per i borghesi e per i baroni? No, noi vogliamo il secondo tempo del film: vogliamo conquistare il potere, con la grande mamma sovietica che ci accoglierà a braccia aperte.
Ed è questo che non vogliono sentir dire oggi…
Ma certo! È questo il vero tema per cui il revisionismo rompe i coglioni a tutta la sinistra postcomunista e provoca gli anatemi contro Pansa che non deve essere invitato a premi o festival. Perché sono trinariciuti anche quelli che si dicono imparziali… E tutto ciò perché il riconoscere che il Pci aveva delle velleità golpiste e non combatteva semplicemente per la libertà degli italiani ma combatteva per sostituire una dittatura nera sconfitta con quella rossa vincente, cambia tutto! Perché se guardiamo il palco d’onore del Partito democratico, ci troviamo un sacco di facce che sono cresciute in quella cultura! D’Alema, Veltroni, Fassino, Livia Turco, Reichlin… provengono tutti dal Pci. Il vero problema è che non si vuole riconoscere questa verità.
L’immarcescibile beatificazione della Resistenza…
Ancora l’altra sera, quando a Otto e mezzo, su La7, ho detto questa cosa, la mia competitor, che era una giornalista di sinistra moderata e intelligente, Miriam Mafai, è insorta come una vipera: «Ma non è vero! Togliatti non voleva questo» ha gridato. Invece la grande maggioranza del quadro dirigente comunista e della base militante non lo seguiva, perché volevano la spallata, il colpo finale insomma. E a testimonianza del contrario non mettessero la mancata sollevazione dopo l’attentato a Togliatti subìto da parte dello studente Pallante, perché l’attentato avviene dopo, in una fase politica completamente cambiata. Il problema, ora, è che siccome la sinistra non ha più niente da masticare, gli è rimasto solo il chiodo dell’antifascismo da succhiare, come si dice. Per cui capisco anche, ma siccome io non sto agli ordini di nessun commerciante di idee, scrivo quel che mi pare. Finché ho la fiducia degli editori e dei lettori, vado avanti.
Il problema conseguente, però, è che questo comportamento della sinistra è simile a quello che negli anni Settanta consegnò all’antifascismo militante le giustificazioni “morali” per colpire a destra e a manca… Ovverosia tollerare la violenza per fini demagogici, come ha fatto Di Pietro dicendo che sta dalla parte di quelli che a maggio hanno assaltato il “G8 dei rettori” a Torino…
Non c’è dubbio. Hai visto cos’è successo a Bologna, con l’incendio della sede di Casapound? Quelli che stavano dentro hanno rischiato di fare la fine dei fratelli Mattei! E Repubblica ha dato la notizia con una breve! Poche righe e basta… Allora succedeva lo stesso, e purtroppo sappiamo tutti come andò a finire. Ti confesso che ho paura di quelli che dicono “ma no, non siamo nella situazione degli anni Settanta”: perché la grande maggioranza delle persone, compresi i cosiddetti “osservatori”, se ne rendono conto quando il fuoco è già divampato. Quindi o lo vedi prima, perché non ti fai condizionare dalle opportunità della tua parte politica, o dopo è troppo tardi. E io questi segnali li vedo: il virus dell’intolleranza che sfocia nella violenza è sempre presente nel corpaccione di una certa sinistra. A Bologna hanno fotografato gli agenti e li hanno messi sui manifesti: “Tieni d’occhio i tuoi sbirri”… Ci sono già state azioni contro la Lega e contro il Pdl… Brutta roba. Temo soprattutto la giustificazione di questi atteggiamenti con la crisi economica. Ma ci rendiamo conto della gravità di quel che è successo a Rinaldini?
Il segretario generale della Fiom-Cgil…
Una specie di icona della sinistra antagonista che viene scaraventata giù dal palco a Torino! Questa roba qua è gravissima e può diventare micidiale. Il rischio c’è. Grande. E non so fino a che punto anche il centrodestra se ne renda conto fino in fondo.


Di Gabriele Marconi