lunedì 31 agosto 2009

LA FEBBRE CLIMATICA DEL SISTEMA SOLARE

La febbre climatica del Sistema Solare
Ghiacci polari che si sciolgono, neve su Marte, esagoni su Saturno e triplici macchie su Giove. Il 2012 si avvicina ma per la scienza è tutto normalissimo, anzi inspiegabile.
Di Pablo Ayo per www.disinformazione.it - 2 ottobre 2008

Ci sono stati molti momenti salienti nella storia dell’umanità: il 1945 verrà ricordato per le esplosioni atomiche di Nagasaki e Hiroshima, il 1963 per l’omicidio di Kennedy, il 1969 per la conquista della Luna (forse) e il festival di Woodstock. Il 1979 per il trattato SALT II di non proliferazione nucleare, il 1983 per l’attentato a Woityla.
E il 2008? Lungi dall’essere annoverato come l’anno della ripresa economica dell’Italia, ancora alle prese con problemi vecchi e privilegi del tutto nuovi della casta dirigente, ormai ingiudicabili persino dalla legge, quest’anno verrà ricordato per l’estate in cui il Polo Nord si sciolse.
Per carità, i Poli perdono ghiaccio ogni estate, in percentuale, e i più sereni d’animo si affretteranno a dire che noi “catastrofisti” siamo sempre pronti a gridare al lupo per ogni bazzecola. Eppure, tutte le principali testate scientifiche si sono ritrovate, loro malgrado, a dover diffondere una notizia tanto inattesa quanto imbarazzante: la scorsa estate, mentre noi cercavamo refrigerio tra gli ombrelloni della riviera o in un sorso di granatina alla menta, per la prima volta nella storia documentata il Polo Nord si è ritrovato completamente libero dai ghiacci, che loro malgrado si sono ritirati dai cocenti e onnipresenti raggi solari sulle lontane coste del Canada.

Quest’estate i giornali titolavano così:
“L'Artico può essere circumnavigato, è la prima volta in 125mila anni”
L’articolo spiegava che per la prima volta a memoria d'uomo sarà possibile circumnavigare l'intero Polo Nord. «Foto satellitari scattate due giorni fa mostrano che lo scioglimento dei ghiacci verificatosi la settimana scorsa ha finalmente aperto contemporaneamente sia il favoleggiato Passaggio a Nord-Ovest che il passaggio a Nord-Est. A dimostrarlo sono immagini scattate da satelliti NASA. Il Passaggio Nord Ovest, nel territorio canadese, si è aperto nello scorso fine settimana, mentre l'ultima lingua di ghiaccio che ostruiva il Mare di Laptev, in Siberia, si è disciolta qualche giorno dopo.»

Un evento clamoroso che, se da un lato corona il sogno secolare di generazioni di esploratori, navigatori e viaggiatori, dall'altro rappresenta un preoccupante segnale dell'accelerarsi del processo del riscaldamento globale. Negli scorsi decenni, in varie occasioni si è verificata la situazione dell'apertura dell'uno o dell'altro passaggio ma mai era accaduto che entrambe le due misteriose porte dell'artico si dischiudessero simultaneamente. Questo è solo l'ultimo segnale della crisi dell'intero ecosistema artico. Solo poco tempo fa, il National snow and ice data center (NSIDC) statunitense aveva informato che quest’anno l'estensione globale del ghiaccio artico è prossima a battere il record negativo, dello scorso anno, di 4,14 milioni di chilometri quadrati: un valore inferiore di oltre un milione di metri cubi al record precedente, fissato nell'estate 2005. In due anni, i ghiacci del Polo Nord si sono ritirati per un'estensione grande quattro volte l'Italia.

L’estate del 2008, i turisti sono stati fatti evacuare dal Parco Nazionale Auyuittung, nell'Isola di Baffin, la grande isola del Nunavut canadese situata a occidente della Groenlandia, a causa dello scioglimento dei ghiacci: "Auyuittung", in lingua inuit, significa "terra che non scioglie mai"... E sempre estiva è la notizia che nove orsi polari, rimasti senza habitat, sono stati visti nuotare in mare aperto, dopo un immenso crollo nel ghiacciaio Petermann, in Groenlandia, in un'area che si riteneva ancora immune dagli effetti del global warming.
Ma è la simultanea apertura del Passaggio Nord Ovest, intorno al Canada, e del Passaggio Nord Est, intorno alla Russia, a costituire un vero e proprio choc. Non accadeva, secondo i climatologi, da almeno 125mila anni. Dall'inizio dell'ultima era glaciale erano rimasti entrambi bloccati: nel 2005 si era aperto solo il Passaggio Nord Est, l'estate seguente era accaduto il contrario.

«I passaggi sono aperti, è un evento storico, ma con il quale dovremmo abituarci a convivere nei prossimi anni», ha confermato il professor Mark Serreze, uno specialista di mari ghiacciati del NSIDC, sottolineando però che le autorità marine dei Paesi interessati potrebbero essere riluttanti ad ammetterlo, per evitare di essere citate a giudizio dalle compagnie di navigazione, le cui imbarcazioni dovessero incontrare ghiaccio e subire danni.

Gli armatori però sono tutt'altro che disinteressati. Il “Beluga Group” di Brema, ad esempio, ha già fatto sapere che manderà navi dalla Germania al Giappone via Passaggio Nord Est, con un taglio netto di 4000 miglia nautiche, quasi 7.500 km , rispetto alla rotta tradizionale. E il premier canadese Stephen Harper ha già fatto sapere che chiunque volesse attraversare il Passaggio Nord Ovest dovrebbe fare riferimento ad Ottawa: un punto di vista, questo, che non piace agli USA, che considerano quella parte di Artico acque internazionali.
I climatologi però rimarcano che simili dispute potrebbero essere irrilevanti, se il ghiaccio continuasse a sciogliersi al ritmo attuale. In tal caso, infatti, sarebbe possibile navigare direttamente attraverso il Polo Nord, completamente liberato dai ghiacci. Evento questo, che fino a poco tempo fa si riteneva possibile che dal 2070. Ora, però, molti studiosi indicano il 2030 come l'anno entro il quale l'Oceano Artico sarà completamente fluido in estate, mentre uno studio del professor Wieslaw Maslowski, della Naval Postgraduate School di Monterey, California, arriva a concludere che già dal 2013 il mare sarà completamente aperto da metà luglio a metà settembre. Il "punto di rottura", l'evento che ha ulteriormente accelerato il processo di scioglimento, è costituito dalla perdita-record di massa ghiacciata, dello scorso anno: le masse solide sono scese a un livello che non si attendeva fino al 2050, mandando all'aria tutti i calcoli prodotti fino a quel momento.

Pianeti in tempesta
Naturalmente queste notizie sono preoccupanti, specie per chi ha letto diverse antiche profezie su di un possibile cataclisma situato cronologicamente attorno al 2012, o per tutte quelle numerose persone che da tempo hanno dei sogni ricorrenti su di un’onda titanica che sommerge persone e città. Ma a chi afferma, come l’ex-quasi Presidente USA Al Gore, che i cambiamenti climatici sono unicamente colpa del nostro inquinamento, andrebbe spiegato che il fenomeno dei cambiamenti di clima non appartiene solo alla Terra, ma appare - con un bizzarro crescendo rossiniano - in tutti i pianeti del nostro Sistema Solare.

È di poco fa la notizia, alquanto sconcertante, della neve su Marte. Fino a ieri gli scienziati della NASA o gli esperti di astronomia di tutto il mondo, alla domanda se su Marte fosse possibile una bella nevicata, vi avrebbero risposto di no, accompagnando la loro affermazione scientificamente sicura al 100% con una smorfia di compatimento e l’atteggiamento superiore di chi spiega al nipotino un po’ lento nell’apprendere le cose fondamentali della vita. Pochi giorni fa, lo shock. Nevica su Marte, evento ripreso sia dalle sonde orbitali che da quelle sul suolo marziano, come la Phoenix. L ’evento è circoscritto a poche zone, e la neve si è sciolta prima di toccare terra, ma l’evento, stimato come “assolutamente impossibile” dagli astronomi, ha lasciato tutti di stucco.
«Non si è mai visto niente del genere su Marte prima d'ora - ha dichiarato Jim Whiteway, docente di ingegneria spaziale dell'università di York, a Toronto (Canada) - ora siamo alla ricerca di possibili segni lasciati in passato dalla neve sul terreno». Il primo passo è stato cercare le tracce di antiche nevicate marziane nei campioni di terreno analizzati dal laboratorio Tega (Thermal and Evolved Gaz Analyzer) a bordo di Phoenix: i dati, rileva la Nasa , mostrano la presenza di carbonato di calcio e particelle simili a terra argillosa. «Sulla Terra la maggior parte dei carbonati e dell'argilla si sono formati solo in presenza di acqua liquida. Questo - secondo l'esperto - potrebbe confortare l'ipotesi di precipitazioni anche sul suolo di Marte».

Insomma gli scienziati “ufficiali” e accademici sono sempre pronti a smentire le ricerche di frontiera di chi cerca di trovare spiegazioni innovative e alternative a quelle ufficiali, salvo poi rimanere letteralmente senza parole e senza spiegazioni di fronte all’imprevisto. Persino sul sito della NASA, al riguardo, oltre una stringata spiegazione degli eventi, appare solo un laconico «Le analisi sono ancora in corso».

Tre cicloni su Giove
Intanto, adesso sono tre le Macchie Rosse di Giove. Quanti si sono interessati al gigantesco pianeta Giove, avranno certo sentito parlare della Macchia Rossa, un immenso vortice che viene osservato fin dal 1665 (la scoperta è attribuita al nostro Cassini, fors'anche preceduto l'anno prima dall'inglese Hooke) nell'atmosfera di questo mondo e che si presenta con apparenze cangianti, a seconda del livello che raggiunge tra i fitti strati nuvolosi che avviluppano la mostruosa palla planetaria di idrogeno e di elio che è Giove. La macchia può presentarsi più o meno nettamente delineata, talvolta si decolora e quasi sparisce, altre volte appare di un rosa-arancione più o meno carico. In dimensioni supera di tre volte il diametro della Terra, in cifre sono circa 40 mila chilometri. Sul perché si sia formata e continui a cambiare apparenze non è facile rispondere : la Macchia probabilmente è il frutto del continuo sfioramento fra le grandi bande che solcano il pianeta, al confine fra quella sudequatoriale e la "zona" più chiara che la affianca: da questo deriverebbe pure il suo moto di rotazione, che non è uniforme e si accompagna a una certa "deriva" della Macchia in longitudine, in un'atmosfera che è tutta in movimento.
La macchia è alimentate sia dal calore che Giove riceve dal Sole che da quanto ne risale dal suo stesso interno, in cui predominano largamente composti di idrogeno e di elio, i due gas più leggeri.

In ogni caso, nel 2006 il telescopio spaziale "Hubble" individuò una seconda formazione lenticolare non lontano dalla Macchia Rossa e di dimensioni sensibilmente minori, che ricevette il nome di Red Spot Jr. Ma recenti osservazioni ne hanno messo in evidenza pure una terza, segnalata da Andrei Cheng dell'università John Hopkins: come è possibile che nell'arco di pochi anni siano apparsi questi oggetti la cui formazione chiama in gioco notevoli energie? E come si verifica tutto ciò? Il clima di Giove sta cambiando, forse è tutta l'atmosfera del pianeta che si scalda, come avviene oggi sulla Terra, dove si registra un notevole aumento di intensità e di numero degli uragani. C'è un perché di queste variazioni climatiche del gigantesco Giove? Forse le nuove macchie ci aiuteranno a capirlo, e non si esclude che possano fondersi, dando luogo a una macchia grandissima, come quelle talvolta apparse e osservate a lungo su Saturno, altro pianeta su cui si scatenano tali uragani. Quanto alle colorazioni rossastre, vengono attribuite a vapori di zolfo.

I vortici polari di Venere
Ma le anomali climatiche non riguardano solamente Marte: già nel Novembre del 2006 la navicella europea «Venus Express» svelò dei giganteschi vortici atmosferici che si avvitavano intorno ai poli del pianeta Venere. Secondo alcuni ricercatori, i fenomeni sono interessanti in sé, ma diventano ancora più interessanti se messi a confronto con fenomeni analoghi che avvengono sulla Terra. La «planetologia comparata» è una delle tante nuove discipline scientifiche che l’esplorazione dello spazio ha reso possibile.
L’atmosfera di Venere compie un giro intero del pianeta nell’arco di quattro giorni. La sonda della Nasa Pioneer Venus 25 anni fa scoprì il vortice polare Nord. Le immagini erano a risoluzione molto bassa, ma nel 2006 Venus Express ci mostrò particolari minutissimi. La cosa singolare è che questo ciclone Nord aveva due «occhi»: due tornadi in uno. Quando la sonda europea nell’aprile 2006 è arrivata in vista di Venere, subito gli scienziati dell’Esa sono andati a vedere se il polo Sud di Venere avesse un ciclone simile: e in effetti ce l’ha. Questi vortici polari, presenti anche su Giove, Saturno, Urano e Nettuno, sia pure con diversa intensità, sono la chiave per capire come funzionano le atmosfere di questi pianeti. Ogni vortice risente, naturalmente, della Forza di Coriolis, una componente trasversale dovuta alla rotazione del pianeta. E poiché la velocità di rotazione varia molto da pianeta a pianeta (per esempio Giove ruota molto rapidamente e Venere molto lentamente), la Forza di Coriolis contribuisce al diverso aspetto dei vortici polari.

«Siamo però ancora lontani - dice Pierre Drossart, astronomo dell’Osservatorio di Parigi - dall’aver compreso la genesi dei vortici polari di Venere: qui la Forza di Coriolis è debolissima, e certamente ciò ha a che vedere con i due lobi in cui si suddivide il ciclone, formando i suoi due “occhi”. Il meccanismo preciso tuttavia ci sfugge».

Agli scienziati il meccanismo di questi cicloni “sfugge”. Si tratta di una meccanica del sistema solare che Maya e antichi Sumeri avevano compreso benissimo, ma quando qualche ricercatore indipendente prova a farlo notare agli accademici, questi sostengono che è impossibile per dei selvaggi aver trovato soluzioni che a loro sfuggono. Un ottimo esempio in questo senso sono i Dogon. I Dogon sono una popolazione che vive vicino Mandiagara, 300 Km a sud di Timbuctu, nel Mali. Due antropologi, Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, li hanno studiati dal 1931 al 1952, e hanno descritto una cerimonia associata con la stella Sirio, che si tiene ogni 60 anni. Griaule e Dieterlen sostengono che i Dogon hanno diverse conoscenze sul sistema di Sirio che non è possibile ottenere se non con mezzi "moderni". In particolare conoscono l'esistenza di una stella compagna (Sirio B, indicata dalla freccia accanto alla luminosissima Sirio A), che ruota attorno a Sirio con un periodo di 50 anni, e che è composta di materia incredibilmente pesante. Sirio B è visible solo con un telescopio di discrete dimensioni, e la sua massa è stata determinata con tutto l'armamentario teorico dell'astronomia dell'inizio del secolo. Griaule e Dieterlen non fanno nessuna ipotesi su come i Dogon siano venuti a conoscere questi fatti. La storia ha avuto però un "boom" con un libro di Robert Temple, in cui questi ha ipotizzato che i Dogon conoscessero questi fatti da almeno 500 anni, e che li avessero appresi da esseri anfibi provenienti da Sirio. Altri "studiosi" ipotizzano che le conoscenze derivassero dagli egizi, e che questi ultimi avessero telescopi in grado di vedere Sirio B. Ad ogni modo, selvaggi 1, scienziati 0.

L’esagono di Saturno
Sempre nel novembre 2006 è la notizia di insoliti tornadi su Saturno. Nei giornali dell’epoca si stigmatizzava come le immagini della sonda NASA-ESA Cassini avessero permesso di individuare una gigantesca tempesta, grande due terzi del diametro terrestre, e che occupa 8000 km del Polo Sud di Saturno. La tempesta rappresentava una assoluta novità osservativa su pianeti che non siano la Terra ; aveva caratteristiche molto simili a quelle di un uragano anche se, come disse il dott. Andrew Ingersoll, membro della squadra Cassini, «Assomiglia ad un uragano, ma non si comporta come un uragano - Qualunque cosa sia, stiamo cercando di mettere a fuoco l'occhio di questa tempesta per scoprire perchè è là».
Anche in questo caso, gli scienziati non sanno cosa pensare, né hanno idea dell’origine del bizzarro comportamento climatico dei pianeti.

Passa un anno e nel Marzo del 2007, sempre la sonda Cassini mostra le incredibili immagini di un nuovo uragano su Saturno, talmente grande da includere tutto il proprio polo nord. Ma la cosa incredibile è che questa volta la formazione ciclonica è di forma esagonale!
«È una cosa molto strana, il ciclone ha una forma geometrica assolutamente precisa presentando 6 lati praticamente di proporzioni perfettamente identiche», affermò allora Kevin Baines, esperto atmosferico e membro del team che curava lo spettrometro ad infrarossi della sonda Cassini al Jet Propulsion Laboratory della NASA, a Pasadena. «Non abbiamo mai visto niente del genere su nessun altro pianeta. Anzi, la densa atmosfera di Saturno è dominata da onde che plasmano le nubi in modo circolare e celle convettive che fanno lo stesso lavoro, per cui è forse il pianeta del sistema solare in cui meno ti potresti aspettare l’apparizione di una formazione ciclonica in forma di una precisa figura geometrica a sei facce. Eppure è lì».

In che mani siamo? I sedicenti scienziati della NASA e dell’ESA che sono convintissimi di aver compreso ormai quasi tutto del nostro Sistema Solare e del ciclo vitale dei pianeti, ora balbettano frasi sconnesse, tutti allo stesso modo, scioccati da comportamenti planetari per loro assurdi. Eppure gli antichi sapevano che i pianeti sono paragonabili a degli esseri viventi, con dei loro ritmi vitali, e che ogni cosa nell’universo è collegata, specie i pianeti e le stelle. Per gli indiani d’America, ogni cosa, pianta, persona, animale e corpo celeste formano un tutt’uno. E i cambiamenti previsti dalle profezie Maya per il 2012 stranamente stanno collimando con un cambiamento climatico contemporaneo di tutti i pianeti del sistema solare. Forse un caso, forse un’evento isolato e scientificamente spiegabile. A tutt’ora, però, la scienza non sa dare risposte, né formulare teorie. A noi rimane solo di osservare il cielo con fiducia, aspettando il sorgere di un nuovo Sole.

«Allora, io ero la, sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c'era l'intero cerchio del mondo. E mentre ero la, vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un'unica madre ed in un unico padre. E io vidi che era sacro... E il centro del mondo è dovunque.»
- Alce Nero (Nicholas Black Elk) Oglala dei Teton Dakota, una delle divisioni più potenti della grande famiglia Sioux.

IL VERO VOLTO DEL CODEX ALIMENTARIUS...

Il vero volto del Codex Alimentarius
Marcello Pamio – 15 aprile 2009

Il Codex Alimentarius, è un insieme di importantissime regole su tutto quello che riguarda l’alimentazione, adottate da 181 paesi[1] (il 97% della popolazione mondiale).
Codici che vanno dalla produzione degli alimenti, all’etichettatura, regolamentazioni sui livelli di sostanze chimiche permesse (inquinanti, pesticidi, tossine, additivi, ecc.), sul trasporto e la tracciatura, nonché le norme igieniche, ecc.
Circa 200 codici per gli alimenti, 40 di igiene e 3200 limiti massimi di residui di pesticidi e farmaci veterinari.[2]
Normative fondamentali e nessuno ne sa nulla.

Ufficialmente il Codex dovrebbe facilitare gli scambi internazionali degli alimenti. Ufficialmente.
La verità come sempre sta da un’altra parte.
“Regolamentare” spesso e volentieri è sinonimo di “controllare”.
Ogni organismo che “regolamenta” un qualcosa, ovviamente ne ha il controllo totale.
Il Codex Alimentarius (Codice o Legge Alimentare) ovviamente non è estraneo a tutto ciò, con l’aggravante che qui stanno controllando una delle cose più importante per la salute umana: l’alimentazione!
Il settore alimentare è indubbiamente anche tra i più interessanti dal punto di vista economico: secondo la FAO infatti i fatturati annui si aggirerebbero attorno ai 400 miliardi di dollari.[3]
Detto tra noi, il Codex è un sistema intergovernativo, o per meglio dire, il Sistema Sovranazionale che codifica e controlla l’alimentazione planetaria.

Un po’ di storia
Il Codex è stato creato ufficialmente nel 1963 sotto l’egida, cioè sotto le ali protettive della F.A.O. (Food and Agricolture Organization) e dell’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità).[4]

Cosa comprende il Codex?[5]
- Norme per i prodotti alimentari;
- Codici di igiene;
- Valutazione dei pesticidi;
- Limiti dei residui di pesticidi;
- Linee guida dei contaminanti;
- Valutazione degli additivi alimentari;
- Valutazione dei farmaci in veterinaria.

In pratica controlla il cibo dalla produzione, alla trasformazione, al trasporto fino a quando arriva nel piatto e per ultimo nel nostro intestino.Dal punto di vista storico però il Codex non è nato nel 1963, ma è stato un passaggio lento e inesorabile, iniziato molto tempo fa.
Nel 1903 per esempio la I.D .F. (International Dairy Federation), cioè la Federazione Internazionale delle Latterie, ha sviluppato degli standard internazionali per il latte e i derivati.[6]
Proprio questa Federazione è stata un catalizzatore importante per la concezione del Codex Alimentarius.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 nasce la FAO con lo scopo ufficiale di gestire e controllare la nutrizione e le norme alimentari internazionali, (il vero intendimento è controllare le popolazione mediante il controllo degli alimenti!)[7]

Nel 1948 viene creata l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) con lo scopo di salvaguardare la salute globale e in particolare di stabilire norme alimentari (il vero intendimento è controllare le popolazione mediante il controllo e gestione della malattia!).[8]
Nel 1949 l’Argentina propone agli Stati latinoamericani un codice alimentare, il Còdigo Latino-Americano de Alimentos.[9]
Nel 1954-1958 l’Austria persegue attivamente la creazione di un codice alimentare regionale, il Codex Alimentarius Europaeus.[10]
Iniziano nel 1960 i primi congressi internazionali in seno alla FAO e all’Organizzazione Mondiale della Sanità (due strumenti importanti nelle mani dell’elite economico-finanziaria che controlla il Sistema) proprio per cercare di stabilire quelle norme che alcuni paesi richiedevano insistentemente.[11]

L’anno successivo, nel novembre del 1961, con il supporto dell’OMS, la Commissione Economica Europea (ECE), l'Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) ed il Consiglio del Codex alimentarius Europaeus, l’undicesimo congresso della F.A.O. stabilisce il Codex Alimentarius e crea un programma di norme alimentari internazionali.[12]
Finalmente nel maggio del 1963, la sedicesima Assemblea Mondiale della Salute (World Health Assembly) ha adottato lo statuto della Commissione del Codex Alimentarius.[13]
Ufficialmente nasce il Codex, ma come si può evincere da questi passaggi storici, non è certamente arrivato dal cielo, di punto in bianco.

I Comitati del Codex
All’interno di questo Codice ci sono nove comitati (i centri di Potere del Codex), detti “orizzontali“, il cui lavoro viene applicato ai campioni di tutto il mondo:[14]

- Comitato dei Principi Generali, con sede in Francia;
- Comitato delle Etichettature Alimentari, con sede in Canada;
- Comitato dei Metodi di Analisi e Campionatura, con sede in Ungheria;
- Comitato di Igiene Alimentare, con sede in USA;
- Comitato dei Residui di pesticidi, con sede in Olanda;
- Comitato degli Additivi Alimentari e Contaminanti, con sede in Olanda;
- Comitato di Ispezione Import/Export e Sistemi di Certificazione, con sede in Australia;
- Comitato di Nutrizione e Alimenti Dietetici, con sede in Germania;
- Comitato dei Residui negli Alimenti dei farmaci veterinari, con sede in USA

Oltre a questi importanti nove Comitati, ce ne sono altri tredici, questa volta definiti “verticali”, che hanno la responsabilità di sviluppare standard per specifici alimenti o classi di alimenti:[15]

- Comitato dei Grassi e Oli, con sede in Inghilterra;
- Comitato del Pesce e prodotti ittici, con sede in Norvegia;
- Comitato del Latte e Prodotti lattei (presso la FAO /WHO), con sede in Nuova Zelanda;
- Comitato della Frutta Fresca e Verdura, con sede in Messico;
- Comitato del Cacao e prodotti a base di cioccolata, con sede in Svizzera;
- Comitato dello Zucchero, con sede in Inghilterra;
- Comitato della Frutta e Verdura trasformate, con sede in USA;
- Comitato delle Proteine Vegetali, con sede in Canada;
- Comitato dei Cereali e Legumi, con sede in USA;
- Comitato dei Prodotti di Carne e Pollo, con sede in Danimarca;
- Comitato delle Zuppe e Brodi, con sede in Svizzera;
- Comitato per l’Igiene della Carne, con sede in Nuova Zelanda;
- Comitato sulle Acque Minerali naturali, con sede in Svizzera.

Molto interessante notare come il Comitato responsabile dei prodotti a base di cioccolata abbia sede proprio nella capitale mondiale della cioccolata; come pure il Comitato di gestione delle acque minerali ha sede nel medesimo paese che da i natali - sempre per pura casualità - a società come la Nestlé.
Questa piccola transnazionale elvetica oltre a gestire la trasformazione della cioccolata, controlla circa trenta marchi di acque minerali (Panna, Vera, Evian, Lievissima, Pejo, Terrier, Recoaro, San Pellegrino, San Bernardo, ecc. ecc.).
Altrettanto interessante è venire a conoscenza che all’interno del Codex, la gestione mondiale (questa volta per i “comitati orizzontali”) dell’igiene alimentare è statunitense.

Dico questo perché nel paese dell’American Dream’s, o meglio nel paese dell’“American Nightmare”, il grande e democratico presidente Barack Obama (voluto alacremente dai Poteri Forti) ha creato, a seguito di assurde quanto ridicole intossicazioni alimentari (tipo salmonellosi), un nuovo “Gruppo di Lavoro per l’Igiene Alimentare” (Food Safety Working Group) e sta per darne la direzione a un certo Michael Taylor, un avvocato della Monsanto![16] Non male come conflitto di interesse.
Colui che gestisce la “sicurezza alimentare”, l’igiene degli alimenti in America, lavora per la ditta che da decenni inquina il mondo con sementi transgenici e con prodotti chimici, devasta il pianeta con pesticidi letali, dissangua i poveri contadini con le royalty (il pizzo sulle sementi) e ammala centinaia di milioni di persone con gli ormoni della crescita bovina (che poi arriva in tavola tramite la carne, il latte e tutti i derivati).

Il fine ultimo del Codex
Il Codex da una parte è un’arma micidiale nelle mani delle lobbies agroalimentari, della chimica e farmaceutica (i cui proprietari sono gli stessi delle corporation delle armi, energia, telecomunicazioni, ecc.), dall’altra sarà lo strumento principe del mercato globale, quindi nelle mani della stessa Élite dominante.
Se per esempio il Codex definisce i “supplementi nutrizionali”, gli “integratori vitaminici” come delle “tossine” invece di semplici alimenti, sarà possibile imporre (per legge) una soglia “minima di dannosità”.

E’ proprio quello che è accaduto qualche anno fa, quando il 21 maggio 2004 il Governo italiano ha approvato un decreto legge in attuazione della Direttiva numero 2002/46/CE del “Parlamento Europeo e del Consiglio” teso ad uniformare le discipline degli Stati membri sugli integratori alimentari.[17]
Un esempio per tutti è la Vitamina C (acido ascorbico o sodio ascorbato). “L’apporto giornaliero è ammesso fino al 300% del valore di riferimento”.
Siccome il valore di riferimento (RDA) è un tristissimo 60 mg al giorno (che serve solo a prevenire lo scorbuto), significa che la Direttiva europea - tanto voluta delle lobbies del farmaco - impone un massimo giornaliero di 180 mg di Vitamina C (60 mg x 3 = 180 mg).[18]
Una offesa alla nostra intelligenza, alla memoria del doppio premio Nobel Linus Pauling, il quale ha dimostrato scientificamente l’utilità di grammi giornalieri, e soprattutto un attacco mirato alla nostra salute.

Ecco perché non si trovano più, se non con grande fatica, in erboristeria gli integratori di compresse da 1 grammo di Vitamina C: sono illegali!
Sono stati molto sottili, perché non hanno “imposto per legge” la soppressione delle compresse da 1 grammo , hanno semplicemente abbassato il limite massimo del principio attivo, ed il gioco è fatto.
La medesima cosa avviene nella creazione di nuovi malati: abbassano le soglie (colesterolo, Psa, pressione arteriosa, glucosio, ecc.) et voilà per magia ecco milioni di nuovi consumatori di droghe, cioè di farmaci.
Dietro ovviamente c’è lo zampino del Codex.

Per spiegare invece come tale Codice sarà sempre più lo strumento globalizzante per eccellenza, basta comprendere come funziona il WTO (OMC), l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Il WTO è l’arbitro del commercio internazionale e si rifà proprio al Codex per decidere se un paese può rifiutare oppure no l’importazione di un prodotto alimentare.
Se per esempio la carne statunitense - pregna di ormoni della crescita bovina di sintesi (della Monsanto) - viene accettata (e lo è) dal Codex, il paese o l’unione di paesi (Europa) non potrà più rifiutarne l’importazione.
Cosa che è avvenuta fino ad oggi nel Vecchio Continente e che dal 31 dicembre 2009 potrà cambiare drasticamente.
Tutti i 181 paesi membri del Codex, entro e non oltre il 31 dicembre 2009, non avranno più proroghe: dovranno accettare, per esempio, la Direttiva europea vista prima, sulle vitamine e minerali (Direttiva 2002/46/EC).[19]
Che piaccia o non piaccia a noi sudditi europei, entro quest’anno le normative del Codex dovranno essere recepite dai singoli governi firmatari.

Il Codex - visti gli sponsor - non poteva non essere un grande promotore dei prodotti biotech, cioè degli alimenti geneticamente modificati. Siccome tali cibi pericolosi hanno proprio il sigillo Codex, sarà sempre più difficile per un paese proteggere la salute dei suoi cittadini impedendone l’entrata in commercio.
Quindi tutti i prodotti marchiati Codex, che facciano bene alla salute o siano pericolosi, in quanto accettati dall’ente certificatore delle lobbies (appunto il Codex), entreranno nei circuiti di vendita e consumo, e nessun paese potrà rifiutarsi, pena sanzioni.
Non a caso parlo di prodotti “pericolosi per la salute”. L’aspartame (codice 951) per esempio, il dolcificante di sintesi estremamente tossico è un edulcorante così ben accettato dal Codex (nonostante sempre più studi indipendenti lo mettano all’indice) che le soglie di “concentrazione massima” rasentano il ridicolo.

Ecco cosa riporta il sito ufficiale del Codex:

- “Alimenti dietetici” la “concentrazione massima” di aspartame è di 1000 mg/kg di peso;[20]
- “Altri zuccheri e sciroppi”, la “concentrazione massima” è di 3000 mg/Kg di peso;[21]
- “Complementi alimentari” la “concentrazione massima” è di 5500 mg/Kg;[22]
- “Chewing gum” la “concentrazione massima” di aspartame è di 10.000 mg/Kg.[23]

Quindi le comunissime gomme da masticare - deleterie di per sé per la dentizione - possono avere una “concentrazione massima” di aspartame pari a 10 grammi per chilo! Forse il veleno per topi fa meno male.
Per non parlare degli alimenti dietetici, integratori e bevande “free sugar”, ecc.
Questo è il Codex

Ma perché tutto ciò?
La risposta è di una semplicità disarmante: vogliono farci ammalare per controllarci meglio.
Una persona malata non è una persona libera.
E’ risaputo che una integrazione nutrizionale apporta benefici all’organismo. Sono infatti numerosi gli studi pubblicati che lo dimostrano inequivocabilmente: le vitamine sono importantissime per la vita (lo dice il nome stesso Vitamina (Vita + Ammine, quindi composti organici fondamentali per la Vita ).
E’ risaputo invece che le droghe chiamate farmaci e vendute a prezzi assurdi dalle lobbies, sono pericolose per la salute pubblica, e si potrebbero gettare nella spazzatura se una persona adottasse uno stile di vita sano e un’alimentazione non tossica.
Tutti i farmaci di sintesi, anche se apparentemente sembrano curare una malattia, in realtà non curano assolutamente nulla. L’effetto degli antinfiammatori, per fare solo un esempio, è quello di “spegnere” il sintomo (dolore, infiammazione, ecc.) andando a “bloccare” le connessioni nervose. Il problema vero, la causa che ha dato origine al dolore, all’infiammazione non viene contemplata, per cui non può essere risolta.

Per ultimo, tutte le medicine inquinano l’organismo di tossine chimiche: hanno una quantità enorme di effetti collaterali spesso pericolosi. Basta leggere i bugiardini, i foglietti illustrativi, per rendersene conto.
Un’alimentazione sana a base esclusivamente di frutta e verdura biologica o biodinamica, sono le fonti naturali per eccellenza di vitamine e minerali organici.
Modificando geneticamente le piante, gli ortaggi e le verdure in generale, immergendole in pesticidi, crittogamici e antiparassitari, stanno creando degli obbrobri pericolosi per la vita stessa.
Ecco perché le vitamine, i minerali organici, gli alimenti integrali, sono un pericolo per il Sistema a cui sta a cuore la nostra malattia e non la nostra salute.
Per tanto, avere il controllo di questi, significa controllare la salute di miliardi di persone (esattamente il 97% del pianeta), e per ultimo la loro vita.
D’altronde pensiamoci un attimo, se le lobbies del farmaco (tutte società quotate in borsa) dovessero scoprire un medicinale che cura, per esempio il diabete, chi guadagnerà più dalla vendita delle siringhe, dell’insulina, dei farmaci, ecc. per quei 170 milioni di ammalati nel mondo?
Idem per le malattie degenerative, cardiovascolari, cancro, ecc.
E’ ovvio che tali società, lucrando sulla pelle delle persone, non mirano a far scomparire le malattie, ma puntano esattamente al contrario: al loro mantenimento.
Una società costantemente malata è una società facilmente manipolabile.
Il Codex Alimentarius serve proprio a questo.

Cosa possiamo fare?
Possiamo fare molto per invertire tale processo.

- Prima di tutto informiamoci. Fintantoché non sapremo con chi o che cosa abbiamo a che fare, non prenderemo coscienza e non potremo adottare gli strumenti adeguati.

- Una volta presa coscienza è necessario passare all’azione, perché una informazione fine a sé stessa, non serve a nulla.

Se quindi il Sistema ci vuole sempre più malati, per meglio controllarci, dovremo diventare sempre più sani, e per capire come diventare sempre più sani forse è utile comprendere come fanno ad ammalarci.

Esami e screening
Mediante gli esami di massa chiamati screening, le lobbies scovano, senza tanta fatica, ogni anno milioni di nuovi malati: persone oggettivamente sane che di punto in bianco, per via di un esame, un parametro o un valore (scelto da qualcun altro) diventano malate. E si convincono di esserlo perché il medico compiacente o ignorante appoggia tale sistema di cose, con altri esami o con la prescrizione di farmaci.
Pesare attentamente qualsiasi esame è una regola importante. Quando l’esito e il responso sono stati dati, i danni (psicologici ed emotivi) possono essere deleteri. Tenendo conto anche degli innumerevoli “falsi positivi” e falsi negativi” che ogni esame ha.
Un esempio per tutti l’ipercolesterolemia. Il livello di colesterolo totale viene costantemente abbassato: oggi è 200 mg/dL di sangue (anche se c’è già chi spinge per 190 mg/dL), ma negli anni ’80 era addirittura 280 mg/dL.
Basta a questo punto informarsi adeguatamente per comprendere la truffa enorme messa in atto dalle case farmaceutiche per vendere statine (non a caso farmaci usati da 80 milioni di persone nel mondo) e controllare la vita di centinaia di milioni di persone.
Lo stesso dicasi per l’ipertensione arteriosa, il diabete, ecc. ecc.
Lo screening (mammella, prostata, mappatura dei nei, ecc.) è il sistema per cercare il malato nel sano!
E lo trovano sempre.

Alimentazione
Siamo fatti “anche” da ciò che mangiamo. Viene da sé che la qualità dei cibi e il come li combiniamo tra loro, sono di estrema importanza per la nutrizione cellulare.
Mangiando cibi spazzatura, cibi industriali, come quelli che riempiono gli scaffali nei supermercati, pregni di chimica, additivi, aromi, coloranti, ecc. è normale che il corpo prima o poi ne risentirà.
E’ solo questione di tempo e il tempo è galantuomo: sa attendere.
Alimentandosi saggiamente con frutta e verdura di stagione e ogni tanto con qualche cereale integrale biologico, nelle giuste e corrette combinazioni, lasciamo all’organismo tutte le energie (che altrimenti sarebbero dirottate e indirizzate per smaltire tossine, veleni, proteine, ecc.) per mettere in atto processi di autoguarigione.
Durante la notte il corpo assimila i nutrienti dal cibo mangiato precedentemente, mentre la mattina, dalle 4 alle 11, espelle tutte le tossine (lingua con patina bianca, per es.).
Diventa importante di notte dormire bene in una camera bonificata dalle onde elettromagnetiche, eliminando dalle vicinanze del letto tutto ciò che emana onde: cordless, cellulare, radiosveglia, lampada alogena, ecc.
Utile anche di mattina, almeno fino alle 11, bere liquidi e mangiare solamente frutta, così da non bloccare il processo di espulsione delle tossine.

Spegnere la televisione
Un’altro strumento potente per condizionare e controllare le masse è la paura.
Il megafono principe della paura è la televisione.
Teniamola spenta il più possibile, soprattutto quando si sta mangiando.
Il rituale del pasto è sacrosanto e va consumato nella totale tranquillità interiore ed esteriore. Se mangiamo con immagini e notizie di violenza, stupri, terremoti, eutanasia, incidenti, cani impazziti, ecc. anche i cibi che mangiamo saranno inquinati da tossine emozionali, deleterie quanto quelle fisiche.

Produttori locali
Centinaia di migliaia di aziende agricole in tutta Italia hanno chiuso i battenti nell’ultimo periodo a causa della crisi economica. Crisi strumentale e veicolata dall’Élite.
Oggi queste aziende sono quasi tutte nelle mani delle banche e saranno acquistate dai grossi gruppi industriali per qualche spicciolo (esattamente come avvenne nel 1929).
Visto che abbiamo ancora la possibilità di scegliere, indirizziamo i nostri acquisti verso quei piccoli produttori locali (anche se non certificati, ma che non utilizzano chimica di sintesi) che altrimenti finirebbero schiacciati e spazzati via dalla globalizzazione.
Evitiamo quanto più possibile la grande distribuzione, aderiamo ai sempre più crescenti Gruppi di acquisto solidali (GAS), e premiamo coloro che lavorano bene (senza chimica), con passione e amore, anche se non possono vantare le certificazioni biologiche.

domenica 30 agosto 2009

BANCHE ARMATE 2009...

Banche Armate 2009
Luca Kocci – tratto da “La Voce delle Voci”, n.6 giugno 2009 - www.lavocedellevoci.it

Triplicati per le banche italiane i compensi di intermediazione sulla vendita di armi all’estero. Abbiamo letto in esclusiva la relazione. Ed ecco i dati

Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit: sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio di armi. Nulla di illegale - intervengono in operazioni regolarmente autorizzate - ma si tratta evidentemente di attività da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non rendere pubblica la Relazione del ministero dell'Economia e delle Finanze su esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, che invece la Voce ha potuto leggere. E le "banche armate", sulla scia del grande aumento dell'export di armi made in Italy e sfruttando l'onda lunga dell'aumento delle spese militari sostenuto dal governo di centro-sinistra di Prodi (+ 22%, in due anni), hanno fatto grandi affari, triplicando i «compensi di intermediazione» che hanno incassato dai fabbricanti di armi.

Nel corso del 2008, infatti, sono state autorizzate 1.612 «transazioni bancarie» per conto delle aziende armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano state la metà, 882, per 1.329 milioni). A questi vanno poi aggiunti 1.266 milioni per «programmi intergovernativi» di riarmo (cioè i grandi sistemi d'arma costruiti in collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il cacciabombardiere Joint Strike Fighter - Jsf - per cui l'Italia spenderà almeno 14 miliardi nei prossimi 15 anni), quasi il doppio del 2007, quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di "movimenti" di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa.

La regina delle "banche armate" è la Banca Nazionale del Lavoro (del gruppo francese Bnp Paribas) con 1.461 milioni di euro. Al secondo posto si piazza Intesa-San Paolo di Corrado Passera, già braccio destro di Carlo De Benedetti ed ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi»: il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici.
Eppure due anni fa il gruppo aveva dichiarato che, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche», cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge».

«Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo», è la spiegazione che fornisce Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. Anche Unicredit negli anni passati aveva ripetutamente annunciato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere, eppure nel 2008 è stata la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro. Nessuna dichiarazione di disimpegno invece da parte della Banca Antonveneta, che lo scorso anno ha movimentato 217 milioni. Mentre piuttosto ambigua è la situazione del Banco di Brescia: nel 2008 ha gestito per conto delle industrie armiere 208 milioni di euro benché il gruppo di cui fa parte dal 1 aprile 2007, Ubi (Unione Banche Italiane), nel suo codice di comportamento abbia stabilito che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall'intrattenere rapporti relativi all'export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all'Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri armamenti quali bombe, mine, razzi, missili e siluri».

«La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale - spiega Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi - ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca», cioè l'industria armiera, non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato».
Ma i dubbi restano. «Da quando, lo scorso anno, è sparito dalla Relazione il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito - spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiano Dísarmo - è impossibile giudicare l'operato delle singole banche. Senza quell'elenco, infatti, i loro codici di comportamento non sono comprovati dal riscontro ufficiale che solo la Relazione del governo può fornire».

IL PROGRESSO? UN INCUBO COLORATO!

IL MONDO DEI PARADOSSI...

di Giovanni Coletta (Casaggì Firenze - Azione Studentesca)

Riflettevo su quanto ho ascoltato da discussioni sul mondo moderno, prendendo in considerazione anche le idee di qualche autore che da un po' di tempo in qua ho avuto modo di approfondire. La situazione non è delle migliori.

Il grande interesse che le masse balorde manifestano nei confronti delle cose più materiali, volte a soddisfare i più imi desideri dell'uomo, è tragicamente sintomatico.
Assistiamo oggi a scene in cui il volgo non dà tempo alle serrande di centri commerciali di aprire che già si spintona infiltrandosi nei piccoli varchi che riesce ad aprirsi, e per cosa? Per essere il primo o la prima ad aggiudicarsi quel profumo, quel paio di pantaloni o quella t-shirt che qualcuno ha deciso per noi essere di grande moda. E arrivando a stringere fra le mani quel trionfo, l'oggetto dei nostri desideri, si pensa di aver raggiunto la felicità, quando invece tocchiamo qualcosa destinato a finire, che lascerà il nostro entusiasmo vacante di una meta, quando non ci servirà più o quando ce ne stancheremo.
Spendiamo e spendiamo, e poi abbiamo anche il coraggio di prendere in giro i nostri soldi, annoiandoci di ciò che abbiamo comprato: una bella presunzione!

E tutto ciò succede in Italia, il Paese in cui maggiormente sono attecchite le radici cristiane, spirituali. Già, un bel paradosso, oggi che il materialismo regna incontrastato in un Paese in cui dovrebbe essere lo spiritualismo la forza motrice della società.
Ma oggi si trovano le scuse che si crede siano tanto in grado di giustificarci: certo, si dice, ma come si fa a trarre il buon esempio dalla Chiesa, ad esempio, che oggi come oggi, è contraria nei suoi atteggiamenti ai dogmi cristiani? Scuse, niente di più.
Effettivamente l'immagine della
Chiesa oggi non rispecchia appieno la visione cattolica, ma non è stereotipico ritirare fuori sempre la solita, ormai vecchia, storia dei preti pedofili? A parte il fatto che essi non corrispondono neanche ad un punto percentuale, ma è ovvio che non possano rappresentare ciò che la Chiesa esprime.
Tanto più che sono tutti moralisti, i puritani della situazione!

La verità è che la religione ormai è diventato un accordo, una siglia commerciale. Si dovrebbe abbandonare questo rapporto contrattuale con la religione, in base al quale si dà per ricevere, si prega per ottenere, si implora per strappare. E' triste, ma la situazione è questa: rivolgiamo preghiere a Dio, perchè ci serve qualcosa in cambio; e così preghiamo perchè domani non piova, perchè ci vada bene il test e perchè abbiamo più successo con l'amore.
La preghiera dovrebbe essere rivolta a prescindere, e casomai per chiedere a Dio cosa per noi è maggiormente pericoloso: che rischiamo di perdere la fede.

Ma la gente, forse giustamente, se ne frega, perchè è troppo presa dal tornare a casa, e tornare a occupare la forma del suo didietro nel divano, per piazzarsi davanti alla tv e guardare con sconcertante attenzione il reality show di turno, perchè è vero che la situazione nel Marocco è drammatica, ma non possiamo mica ragionare ora di questi argomenti, ora c'è il Grande Fratello! Sob.
Quanta rincoglionita umanità è più presa dalla Talpa, che dalla condizione cambogiana.

Nel libro "Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani, si narra che nelle stazioni dalla Cambogia alla Mongolia, si notava uno stesso filo conduttore, un comune divisore. Dice, Terzani, che era rimasto colpito di come, ad ogni fermata, il treno venisse preso d'assalto da straccioni e mendicanti che cercavano di vendere o comprare per qualche soldo, il più misero oggetto del più misero valore. In questo quadro, anche le guardie cercavano di speculare qualche spiccio andando vergognosamente a detrimento dei poveri.
Ma gli Occidentali sembrano più presi dal sapere chi si è portato a letto il politico di turno o che gaffe ha fatto un altro. Per noi sono questi i problemi.

A dir la verità, una delle preoccupazioni più sentite, è quella del calcio. Altre masse balorde lavorano tutta la settimana, col pensiero fisso di arrivare al weekend per andare allo stadio e sbraitare un paio di ore: la nuova malattia, che produce animali, perlopiù funzionali al sistema, che poco differiscono da quelli che si vedono allo zoo agitarsi nelle gabbie, e che penso forse avrebbero più diritto alla libertà dei primi.
Evidentemente il vedere rotolare una palla presa a calci da una ventina di omini su un campo di erba viene ritenuto importante a tal punto da poter sacrificare vite umane: ecco a cosa porta la distorta visione ultras, morte per le forze dell'ordine, sulla trainante scia ACAB, e incitamento all'odio. E spero che il mio non sia un occhio borghese. In pratica è la degenerazione di una malattia che si tramuta in estremismo sportivo, pensate un po'.

Ma che ce ne frega a noi se in Africa si muore di AIDS, di fame e di sete? Gioite, la Fiorentina ha vinto!
Automi amorfi nell'interiore che esultano perchè una sfera di cuoio è entrata nella rete, ecco cosa ha prodotto il calcio.

La discoteca dev'essere "in", il look deve avere un certo stile, perchè non combacerebbe con l'atteggiamento spaccone che le ragazze interiormente incomplete spasmodicamente cercano per completarsi.
Poi, se le tonnellate di CO2 emesse nell'aria sono 10 di meno o 10 di più, è solamente un dettaglio.
Il rossetto dev'essere di ottima qualità, la capigliatura deve necessariamente apposto e il comportamento obbligatoriamente lascivo e suadente, perchè altrimenti il maschio bovino non sarebbe colpito nei suoi più bassi istinti sessuali.
Poi, se il Protocollo di Kyoto ha avuto bisogno del meccanismo delle quote, pff, parliamo di sottigliezze.

Così va il mondo, l'indifferenza occidentale si oppone come un paradosso alla sofferenza afro-orientale, e non c'è dubbio che chi stia peggio sia chi passa ignorato. Ma a livello mentale non so cosa sceglierei fra un povero ciabattaio birmano ed un ignorante occidentale imborghesito.

sabato 29 agosto 2009

PER UNA SOCIETA' DELLA DECRESCITA...

Per una società della « decrescita»

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Alain de Benoist

All’attuale società dello sviluppo, vi è chi contrappone quella dell’equilibrio e della sobrietà. Quale dovrà essere il rapporto quotidiano con i mezzi tecnologici (di qualunque tipo, dalla TV al computer) in un tale modello di società? In altri termini, è possibile pensare ad una società diversa comunque intrecciata con la tecnologia? Oppure gli stessi mezzi tecnologici sono – in virtù della loro sola presenza – i « cavalli di troia» dello sviluppo?

Alain de Benoist. La politica è allo stesso tempo l’arte del possibile e l’arte di rendere possibile ciò che è necessario. Il realismo impone di prendere la società per quella che è, non certo per assecondarla, piuttosto perché ogni progetto ha bisogno di basarsi sulla realtà, non sui fantasmi o sulla nostalgia. La tecnologia funziona «da se» nel senso che il suo intrinseco principio dice che tutto ciò che è tecnicamente possibile, verrà effettivamente realizzato. Per rapportarsi ad essa, ritengo che ci siano tre semplici regole da rispettare. La prima consiste nell’effettuare delle scelte riguardo alle nuove tecnologie, chiedendosi quali siano quelle di cui abbiamo realmente bisogno. Il computer mi è molto utile, la televisione decisamente meno. Riguardo al telefono cellulare, personalmente non lo possiedo – e non vedo per cosa potrebbe servirmi. Essere «raggiungibile in ogni momento» per me non è un vantaggio, quanto piuttosto un incubo. (Per esser franco, non ho mai compreso la passione degli Italiani per il loro telefonino, soprattutto quando si tratta di italiani ostili al dispiegamento della tecnoscienza e della globalizzazione). La seconda regola riguarda l’utilizzo che si fa della tecnologia. Può esistere un uso « intelligente » (guardare alla televisione un programma specifico, che si reputa interessante) o un uso stupido (fare passivamente zapping da un canale all’altro). Infine la terza regola : prendere coscienza dell’ambiguità o dell’ambivalenza intrinseca dell’intero « progresso » tecnologico. Internet, per esempio, è un evidente vettore della globalizzazione (con l’abolizione dello spazio e del tempo), ma può anche essere uno dei mezzi più appropriati per combatterla.

Gruppo Opìfice. La « sensibilità ecologica» appare l’unica in grado di contrastare « la necessità dello sviluppo» . Il superamento della concezione sviluppista presuppone una decrescita? Se sì, cosa si intende e come si realizza?

Alain de Benoist. Sarebbe errato immaginare la «decrescita» come un appello ad un ritorno al passato o ad una brutale degradazione del livello di vita. Questo tema è stato lungamente studiato da Serge Latouche nella sua critica allo «sviluppo sostenibile» (che non è altro che un modo di rinviare o ritardare le scadenze). Prima ancora che una prospettiva economica, le cui implicazioni tecniche non possono essere qui esaminate, la «decrescita» riguarda la sfera della mentalità. Si tratta di cominciare a far «decrescere» l’idea che lo «sviluppo» degli scambi mercantili sia una legge naturale della vita. Il messaggio che pubblicità e media diffondono continuamente è che il benessere passa attraverso il consumo, ovvero attraverso l’appropriazione continua di una quantità sempre maggiore di oggetti. L’assimilazione di tale messaggio dalle coscienze equivale ad una vera e propria colonizzazione dell’immaginario simbolico, dunque non a torto si può parlare di un mutamento antropologico (l’uomo concepito esclusivamente come produttore-consumatore). Per rompere con il primato dell’economia, è necessario imparare ed essere capaci di dire, in numerose circostanze : «è sufficiente» oppure «è abbastanza» piuttosto che: «sempre di più!»

venerdì 28 agosto 2009

TORSELLI E GALLI PER LE CASCINE!

Cascine, Torselli e Galli (Pdl): "Mattei interverrà contro il degrado alle Cascine? Ottimo, ma ancora una volta l’amministrazione interviene dopo le nostre segnalazioni"
Gli esponenti del centrodestra: "Ma non erano state create le squadre antidegrado?"

“Sono molto felice del fatto che l’assessore Massimo Mattei, dopo un sopralluogo in Via del Fosso Macinante, abbia notato la situazione di degrado assoluto in cui versa la zona e, dopo la mia segnalazione, abbia deciso di intervenire per bonificare l’area”. Lo afferma Francesco Torselli, consigliere comunale del PdL.
“Qualche giorno fa - spiega Torselli - avevo segnalato la situazione di degrado in cui versa Via del Fosso Macinante e le oscenità alle quali i giovani frequentatori del centro sportivo e tutti gli amanti di una passeggiata nel parco verde più importante della nostra città devono assistere quotidianamente: dai preservativi usati alle salviette gettate per terra, fino alle sedie ed agli sgabelli utilizzati dalle ‘lucciole’ per l’esercizio della loro professione”.
Al consigliere Torselli si associa il capogruppo Pdl Giovanni Galli che ricorda come “ancora una volta la sinistra che governa Firenze è stata pronta ad intervenire su un tema importante come quello del degrado, solo e soltanto dopo una nostra segnalazione”.
Torselli e Galli si interrogano poi su dove siano finite le famose squadre antidegrado proposte proprio dall’assessore Mattei. “In apertura di legislatura ci erano state presentate come la grande novità dell’amministrazione Renzi - sottolineano -, ma adesso, a poco più di un mese dalla presentazione, già sembrano dimenticate. Era così difficile scoprire che il parco delle Cascine versa in condizioni pietose?”. “Ancora una volta - concludono -, con la vicenda delle Cascine, i fiorentini hanno avuto l’opportunità di capire chi ogni giorno vive a diretto contatto coi problemi dei cittadini e chi invece interviene solo se tirato per la giacca”.

IN HOC SIGNO VINCES...


DA NOVPRESS
Era la sera del 27 Ottobre 312 d.C.
Il Tevere scorreva sotto i piloni del Ponte Milvio, dividendo gli accampamenti dei due imperatori nemici.
Nell’uno Massenzio, grande e feroce, passava in rivista le schiere (che il giorno dopo avrebbero dovuto combattere la battaglia decisiva) e le incitava alla violenza e all’audacia.
Nell’altro campo, Costantino stava pensoso dinanzi alla tenda; i suoi legionari, sparsi per l’accampamento, preparavano frecce e giavellotti.
Costantino teneva gli occhi fissi al cielo che, diveniva d’oro vivo.
Ecco ad un tratto, in quell’oro, sfavillare una croce e sulla croce, a lettere di fiamma, stava scritto: « Con questo segno vincerai!» .
Il giovane imperatore balzò in piedi ed allargò le braccia stupìto;. Quando la croce disparve, egli si copri’ il volto con le mani e rievocò tutta la sua fanciullezza trascorsa accanto a sua madre cristiana e ricordò che quasi tutti i suoi legionari erano segretamente cristiani.
Costantino si scosse, diede ordine di suonare a raccolta e quando si vide intorno i suoi prodi, disse loro che il giorno dopo, nella battaglia, accanto all’aquila romana, avrebbe sventolato il vessillo con la croce.
Un mormorio di commossa stupefazione corse tra i legionari e, a poco a poco, si trasformò in un grido di giubilo.
All’alba del giorno seguente i due eserciti erano già difronte, al di qua e al di là del ponte Milvio, ed i vessilli delle schiere di Constantino scintillavano con la croce.
Il santo segno infuse tanta vigoria nei combattenti da trascinarli all’ assalto del ponte, respingere d’impeto le schiere di Massenzio e travolgerle in una avanzata fulminea.
E Costantino, sotto il segno della croce, fu vincitore.
Acclamato imperatore, Costantino entrò trionfalmente in Roma dove gli venne eretto un grande arco, che ancor oggi si ammira, vicino al Colosseo.

FASCISTI SU MARTE?


DA NO REPORTER

Oramai li avvistano tutti

E' un'estate da record per gli Ufo: sono quasi 1300 gli avvistamenti di Oggetti Volanti Non Identificati registrati dal primo maggio ad oggi. A comunicarlo è il Centro Italiano Studi Ufologici, un'associazione culturale senza scopo di lucro che da anni raccoglie e analizza le segnalazioni non identificate nel nostro Paese.Gli avvistamenti, a partire dai primi di maggio, sono andati via via crescendo nel corso dell'estate per raggiungere numeri eccezionali nel corso del mese di agosto. Dal punto di vista geografico è stata fortissima la concentrazione nelle province di Napoli, al primo posto, seguita da Roma, mentre una gran quantità di casi ha avuto luogo lungo la fascia costiera adriatica che corre lungo le province di Ferrara, Forlì-Cesena, Rimini, Pesaro-Urbino e Ancona.

A riferirlo è Giuseppe Stilo, che sta curando per il Cisu una prima schedatura delle informazioni raccolte. ''Da maggio - spiega Stilo - una gran quantità di persone si è mobilitata in modo spontaneo per render note le proprie osservazioni, soprattutto attraverso Internet, con l'uso di ogni mezzo disponibile, quali social network, forum, blog, siti di associazioni ufologiche e spazi di comunicazione di ogni tipo''.

Le descrizioni dei testimoni parlano soprattutto di luci in cielo in movimento lento, spesso di colore arancione-rossastro, ma non mancano racconti di luci dagli spostamenti rapidi e dalle traiettorie anomale. Che cosa si nasconde dietro questa ''ondata'' di avvistamenti?

''La maggior parte delle segnalazioni - sostiene Gian Paolo Grassino, presidente del Cisu - è causata da avvistamenti delle cosiddette 'lanterne cinesi', ossia piccole mongolfiere, acquistabili su Internet, che vengono lanciate in occasione di feste o semplicemente per divertimento e che si presentano come dei corpi luminosi che si muovono lentamente in cielo spinti dal vento. Si tratta - continua Grassino - di un evento nuovo per l'Italia ma già ben noto in altri Paesi europei come la Germania e la Gran Bretagna, dove sono già diffuse da almeno un paio d'anni''.

Il Cisu ha inoltre registrato dei picchi di segnalazioni in coincidenza del passaggio di bolidi particolarmente luminosi (come, ad esempio, il 12 giugno) e numerose osservazioni di corpi astronomici, quali il pianeta Giove, assai luminoso in questo periodo. Rimangono poi molti altri casi privi ancora di una spiegazione sui quali si sta concentrando l'attenzione dei ricercatori. Il Centro Italiano Studi Ufologici lancia un appello a quanti hanno avuto modo di osservare fenomeni che ritengono di non essere stati in grado di identificare a comunicarlo attraverso il suo sito Internet (www.cisu.org) o lasciando un messaggio al numero telefonico 011.30.78.63.

Saranno i fascisti su Marte.

giovedì 27 agosto 2009

COME ERAVAMO DAVVERO...

di Marcello DE ANGELIS
Il diritto di raccontarsi

Tra gli epiteti maggiormente e volutamente insultanti che il pensiero dominante ci ha voluto assegnare in un passato che - almeno noi - auspichiamo passato per sempre, c’era quello di “nostalgici”. Non che la nostalgia sia un brutto sentimento; si ha nostalgia per le cose belle e, più si allontanano nel tempo, più i ricordi si abbelliscono e si ha spesso nostalgia di quello che si era piuttosto che di ciò che si è vissuto.
Così oggi potremmo anche essere nostalgici di come eravamo trent’anni fa, perché tutti hanno nostalgia dei propri vent’anni.
Non potevamo invece essere nostalgici di ciò che, essendo nati così lontano dal governo di Mussolini, non potevamo aver vissuto e - avendo iniziato la nostra militanza appena avuto accesso alle scuole secondarie - non avevamo nemmeno ancora letto nei libri.

Eppure anche l’ultimo cronista avrebbe giurato che noi eravamo - malgrado i nostri quattordici anni - essenzialmente quello: i “nostalgici del regime”. Quanto la cosa fosse idiota oggi appare evidente, ma allora non era così. Perché se è vero - ed è vero - che oggi il settanta per cento dei nostri colleghi giornalisti hanno una forma mentis di sinistra e spesso una passata militanza nella sinistra estrema, è altrettanto tragicamente vero che allora erano militanti effettivi e forse rappresentavano ben più del settanta per cento della categoria.

Vil razza dannata

Se non eravamo compromessi noi, comunque, si dava per scontato che lo fossero i nostri genitori, o almeno i nostri nonni o altri parenti. Il Msi era in fin dei conti il ridotto degli ex della Rsi e ne rievocava anche la sigla… La teoria aveva anche un fondamento statistico: essendo stati i volontari della Repubblica sociale all’incirca un milione, la possibilità che qualche nostro parente fosse tra loro era quasi scontato. Ma lo stesso valeva per buona parte degli italiani, ovunque fossero schierati. La teoria della discendenza di sangue però, aveva un appeal particolare per molti giornalisti militanti, perché giustificava ancor più la nostra identificazione con una vera e propria “razza dannata” da estinguere per salvare l’umanità. Eravamo un po’ come i vampiri, che si trasmettevano di generazione in generazione il sangue cattivo, sconfitto ma non vinto.

Il fascismo, per loro, non era un dato storico, ma antropologico e metafisico. Si trattava di un elemento maligno insito nella natura umana, il lato oscuro che covava in ognuno di noi e contro il quale la vigilanza non poteva mai cessare. Quindi, non essendo un dato storicizzabile, fascista era chi decidevano loro, così come sono gli psichiatri a determinare se qualcuno è affetto da una patologia e il semplice negare di esserne affetto (“io non sono matto!”) è conferma della malattia.
C’era una teoria quasi cosmogonica di questo assoluto fascismo che cospirava contro le forze del Bene, raccogliendo in un’alleanza tutte le forze del Male. Di questa alleanza noi eravamo solo la propaggine ultima, la più visibile e quindi più facile da colpire. Dietro di noi c’era la grande intesa tra Padroni, Clero, Mafia, Banche, Esercito, Magistratura, Servizi segreti nazionali, la Cia e più o meno tutta la malavita organizzata.

Una teoria demenziale che, non a caso, si riaffaccia oggi che la sinistra ha perso il potere e si trova in una crisi irreversibile.
Tutto era concesso contro di noi, perché noi eravamo collusi con tutti i potenti, finanziati, tutelati, protetti e apparentemente incolpevoli solo perché coperti e impuniti.
La realtà storica, com’è logico, dimostrò il contrario, anche se nessuno ha mai dato spazio ad approfondimeni adeguati sui rapporti intercorsi tra terrorismo rosso e vari servizi segreti, sui fondi neri e i finanziamenti occulti, mentre sulla connivenza di ampi settori della magistratura e della polizia con gli estremisti di sinistra ormai è stata fatta chiarezza. Troppi processi sono stati sbrigativamente conclusi per evitare che s’indagasse oltre.

Ci pesava particolarmente questo racconto vile sulla nostra presunta scelta di stare coi forti contro i deboli. Era ciò che noi ritenevamo più lontano dalla nostra scelta di vita. Quella che ci aveva portato a schierarci sempre coi pochi contro i molti e quasi sempre con gli sconfitti e i perseguitati. Stavamo coi sudisti perché i nordisti avevano vinto e stavamo con gli indiani, spiritualisti ingenui, truffati e sterminati dalla macchina senz’anima dell’espansione yankee. Ammiravamo Napoleone esule a Sant’Elena ma vibravamo per Chouan e Vandeani che resistevano nei boschi contro l’esercito giacobino. Eravamo con gli spartani alle Termopili, coi texani a Fort Alamo e con la Folgore a El Alamein e con i piloti suicidi giapponesi. Leggevamo Mishima e celebravamo la nobiltà della sconfitta. Non stavamo col regime franchista, ma con i giovani poeti falangisti fucilati con José Antonio Primo de Rivera dai repubblicani trionfanti a Madrid. Persino la nostra adesione all’Impero romano vacillava dinanzi alla eroica e vana resistenza di Vercingetorige e al massacro dei Germani a Treviri. Molti erano scettici sulle guerre coloniali del Duce, ma non era possibile non vibrare per i nostri coetanei che avevano scelto di “andare in Repubblica” a guerra perduta, per difendere l’onore d’Italia.
E già allora c’era chi diceva che anche i giovanissimi che si erano fatti partigiani, convinti di dover liberare l’Italia da un esercito straniero, andavano rispettati. Leggevamo le lettere dei condannati a morte di ambo le parti e ci piaceva trovare gli stessi toni e spesso le stesse parole, perché «gli eroi son tutti giovani e belli». Ovviamente non avveniva lo stesso dall’altra parte.
A noi piaceva sempre l’ultimo ridotto e non cercavamo il consenso delle folle, figurarsi dei potenti. Questo eravamo e non il suo contrario. E questo ci ha portato senz’altro a fare anche scelte sbagliate. Possiamo solo giustificarci dicendo che eravamo molto giovani, anche se persino questo aspetto è stato cancellato dai racconti che ci riguardano.

L’adolescenza negata
Anche noi eravamo giovani, invece, anzi giovanissimi. Anche noi eravamo creativi e trasgressivi, persino autoironici. Avevamo i nostri fumetti - nei quali ci prendevamo in giro da soli per i nostri vizi e i nostri vezzi. ritraendoci addirittura come “topi di fogna” - e le nostre canzoni, che non avevano strepiti di trombe e rulli di tamburi, ma normalissime chitarre, magari elettriche. Cominciammo a scriverle non perché avevamo ambizioni artistiche, ma semplicemente perché nessun altro cantava le nostre esperienze e la nostra lotta: e allora decidemmo di farlo da soli, con tutti i limiti e i sogni della nostra età. Anche se a noi l’adolescenza veniva negata. Quando i quotidiani raccontavano - invertendo quasi sempre i fatti - c’erano i “ragazzi democratici” o “antifascisti” o “di sinistra” e i “picchiatori fascisti”. Così come ancora oggi ci sono “i ragazzi dei centri sociali” o “antifascisti” e gli “estremisti” o “attivisti” o almeno “militanti di destra”, ma giovani mai. Gli altri sono sempre ragazzi, anche se hanno quarant’anni. Noi sempre una categoria astratta, possibilmente ruvida, se non aggressiva. Senza volto, comunque, e senza età.

Quando alla fine degli anni Settanta, subito prima che fossimo spazzati via da procedimenti giudiziari basati all’ottanta per cento proprio sugli articoli dei quotidiani e sulle schedature fatte dai giornali militanti di sinistra, qualche cronista aveva “scoperto” la nostra normalità e così la rappresentava: «Hanno i capelli lunghi, parlano e si vestono come i loro coetanei di sinistra e ascoltano la stessa musica…». Ma era, rivelava lo stesso autore, per «mimetizzarsi e meglio colpire i loro avversari», ovviamente. Troppo difficile accettare l’idea che fossimo anche noi, semplicemente, ragazzi e ragazze.

Forse anche al giorno d’oggi i tempi non ci concedono di dire cosa e come fossimo veramente, o quanto meno dirlo aspettandoci che la maggioranza ancora egemone dell’informazione lo accetti. Ma se non lo diciamo adesso, quando potremo dirlo?
Perché non è questione di scrivere libri di memorie o trattati storici post-ideologici - o peggio ancora di stendere autobiografie di dubbia obiettività - bensì di osare dire, senza retorica e indifferenti del profitto o della perdita politica, come fossimo davvero, per capire come siamo arrivati sin qui.
Credo che ormai - aldilà degli ancora troppi pennocrati in malafede - sia evidente a tutti che senza il Fascismo saremmo stati uguali. Se ci fossero stati gli arditi e poi i volontari di Fiume e i futuristi, noi saremmo stati come siamo stati, anche senza il Ventennio. Avremmo inteso il “menefrego” alla maniera degli arditi e gridato “boiachimolla” come i seguaci di d’Annunzio e non avremmo esitato a ripetere che «la parola Italia deve dominare sulla parola libertà» come faceva Marinetti.
Ma è ancora più vero che quando ci siamo gettati nella politica non sapevamo nemmeno quello. Non c’erano secchioni tra noi, è vero, ma è altrettanto falso che fossimo - come rappresentato in troppi filmini scadenti finanziati dallo Stato - “nemici dei libri”. Al contrario semmai, forse eravamo addirittura feticisti di alcuni libri, che conservavamo e ci passavamo di mano in mano, con delicatezza e rispetto sacrale, perché, pur adolescenti, eravamo consapevoli di essere custodi e cultori di una cultura destinata allo sterminio e all’estinzione. Leggevamo le poesie di Ezra Pound senza comprenderle appieno, ma già mezzo secolo prima che il Corriere della sera gli dedicasse pagine di lodi e “riscoperte”. Leggevamo Céline e Brasillach quando era inimmaginabile che un qualche quotidiano radical-chic lo regalasse in allegato. Per un libro di Nietzsche finivamo in questura e venivamo denunciati per un rotolo di manifesti con la faccia di Pound. Eravamo noi “il male assoluto”. Lo pensavano tutti ed era per questo che “ucciderci non era reato”.

Potremmo continuare a piangerci addosso per questo per un altro mezzo secolo, recriminare e pretendere le scuse del mondo intero, ma non eravamo fatti così e non lo diventeremo da vecchi. In fin dei conti a noi essere emarginati, calunniati, diffamati e perseguitati ci piaceva. Ci rendeva speciali. Anche se solo oggi possiamo dirci quanto fosse vero che lo eravamo. Perché molti di quelli che oggi (forse anche con grande convinzione) parlano di centrodestra, di valori nazionali, di Patria, allora militavano tra le fila di coloro che volevano che quelle stesse parole fossero bandite dal dizionario della lingua italiana, dicevano “sciovinista” e “patriottardo” e quando non insultavano irridevano.
Mi chiedo quanto siano consapevoli che non potrebbero oggi usare quelle parole se non fosse stato per noi. Noi abbiamo modificato la storia, abbiamo fatto argine alla barbarie e siamo stati insultati per questo, perseguitati e uccisi.

Ci hanno ritratto come bestie rozze e sanguinarie o forse solo ignoranti e stupide, vili e prezzolate, bugiarde e malate.
Forse i Trecento delle Termopili non erano l’élite intellettuale della Grecia, non erano raffinati come gli ateniesi o scaltri come i tebani. Forse erano davvero degli avventurieri che cercavano la gloria nello scontro, pieni della propria potenza fisica e della loro arroganza giovanile. Ma gli ateniesi avrebbero parlato di filosofia in lingua persiana e i mercanti del Pireo avrebbero dimenticato presto l’esistenza delle dracme e ancora prima quella degli dèi dell’Acropoli se quei trecento attaccabrighe non avessero fermato le armate dell’imperatore del mondo.
Chi eravamo? Forse nulla di originale, perché già altri nel corso della storia hanno usato per sé le stessi parole con le quali potremmo precisamente descrivere noi stessi: «eravamo amici… ed eravamo sapienti e colti. Eravamo uniti d’affetto come fratelli. Ci consideravamo tutti intelligenti e ci apprezzavamo vicendevolmente (…) non eravamo uniti da una precisa teorica. Ognuno voleva fare la sua rivoluzione. Una rivoluzione diversa dall’altro… Cosa ci teneva uniti? Forse l’urlo della folla inviperita contro di noi. Eravamo stretti seppur disseminati per tutta l’Italia e ci volevamo bene».
Così si raccontavano i giovani futuristi. Così potremmo raccontarci noi.

Noi, motore del cambiamento

Forse qualcuno accetterà anche questa autorappresentazione, ma obietterà che eravamo una minoranza nella minoranza, che tutti gli altri che stavano dalla nostra parte erano diversi da noi, erano cioè proprio come ci hanno sempre descritto e come ci vorrebbero ancora: chiusi, marginali, pittoreschi quando non grotteschi, primitivi nell’esprimersi e di bassi sentimenti.
Ammesso che fossimo una minoranza vuol dire che eravamo un’élite, perché siamo noi che a distanza di tanti anni continuiamo a rappresentare quel percorso e quella storia, quindi vuol dire che l’elemento caratterizzante eravamo noi.

Noi abbiamo trascinato il gran numero di persone che istintivamente e spesso approssimativamente si collocavano a destra, quando destra significava fuori da tutto e con tutti contro.
Un giornalista di sinistra specializzato in “cose della destra”, al congresso di fondazione del Pdl cercava di sobillare dei delegati provenienti da An dicendogli che avevano rinunciato alla loro gloriosa storia e ai loro sacri simboli, ai loro riti segreti e alla propria autonomia… Che tristezza, diceva. E intendeva dire: cosa potrò più scrivere su di voi, come potrò dipingervi, raccontare il vostro folklore come un antropologo francese raccontava le danze dei boscimani nel Diciannovesimo secolo, come potrò più scrivere libri per rivelare al mondo le vostre assurde superstizioni e le vostre dottrine occulte? Come potrò presentarvi ai miei amici come i ricchi bostoniani presentavano nei propri salotti trombettisti jazz e ballerine negre se, tutto a un tratto, mi diventate anche voi normali?

Mi è stato allora evidente che anche il tempo della nostalgia per i nostri vent’anni ha fatto il suo tempo. Ora che i nostri morti sono diventati santini per illustrare i libri di improvvisati storici, ora che le nostre intime sofferenze sono carta e inchiostro per case editrici alla moda, ora che le nostre memorie sono diventate merce da dare in pasto ai curiosi. Ora che non passa un giorno che non incontriamo una decina di sedicenti ex militanti che però ai nostri tempi non abbiamo mai visto. Ora che vediamo giovani - per fortuna non tutti, ma comunque troppi - mortificarci con le loro cravatte troppo grandi da sfoggiare ai congressi e la loro corsa alle candidature, pronti a tradirsi l’un l’altro e tradire noi per accelerare la propria carriera.

Camicette nere
L’ultima estate degli anni Settanta, sulla spiaggia, parlavo di politica con mia cugina, militante della gioventù comunista e figlia del più intelligente e brillante giornalista di sinistra. Mi disse che lei - che aveva sei cugini che militavano a destra - in fondo la scelta di un maschio di essere “fascista” la capiva; quello che non poteva capire erano “le donne dei fascisti”. Le chiesi perché, ovviamente. E lei mi rispose che tutti sapevano che i fascisti picchiavano le loro donne… Le chiesi come potesse fare un’affermazione del genere e lei mi rispose che era cosa nota e l’aveva letta su Panorama. Feci presente che lei conosceva tutti noi che eravamo sangue del suo sangue e come poteva pensare che noi facessimo cose del genere? E lei rispose che noi non eravamo come gli altri fascisti, eravamo diversi… Il problema dei pregiudizi e degli stereotipi è che reggono di rado alla prova individuale.

Invece da noi le ragazze c’erano e avevano una caratteristica che le rendeva diverse da tutte le ragazze che facevano politica: non dicevano mai “noi donne”. Come noi non avremmo mai detto “noi giovani”. E questo era fondamentale, perché era una richiesta di essere giudicati per le proprie colpe e i propri meriti e non come soggetto collettivo. Alla faccia delle quote rosa… Nessuna rivendicazione se non il diritto di fare le stesse cose dei maschi e misurarsi sul sacrificio e sull’impegno, senza sconti. Noi dicevamo, di nostre colleghe di allora che lo sono ancora adesso, che erano “brave come un uomo”. Perché il nostro era un mondo di combattenti e quindi maschile e quelle che passavano la selezione avevano vinto ogni confronto. E irridevano le ragazzette che ci si avvicinavano col vestito alla moda o quelle che cercavano di guadagnare la nostra attenzione con l’arte della seduzione.
Per fortuna, dicevo, quelle ex ragazze, sopravvissute eroicamente e tutto e a tutti, ci sono ancora. Forse numericamente inferiori agli algoritmi delle quote di rappresentanza, ma qualitativamente rappresentative del meglio del genere femminile. Più militanti che attrici, più sobrie che esibizioniste e spesso anche mogli e madri.
Ce ne fossero cento di loro, la Nazione avrebbe secoli di gloria assicurati e figli migliori. Perché il domani non appartiene più a noi, ma a loro.

Ai nostri tempi valeva la pena morire; oggi è necessario vivere, per vigilare che il sacrificio non vada perduto. I valori non sono nelle affermazioni gridate, non nelle ostentazioni di simboli e uniformi. Ciò che ha valore si custodisce e si risparmia, perché possano goderne anche quelli che verranno dopo di noi. Non si dissipa la ricchezza per fare bella figura in giro, serve per sostentare una famiglia numerosa che verrà.
Valga anche per la nostra storia. Che appartiene comunque all’Italia, non più soltanto a noi.