mercoledì 30 settembre 2009

Le ragazze italiane


DA AZIONE TRADIZIONALE


[...] La donna mediterranea, quasi senza eccezione, ha la propria vita orientata nel modo più unilaterale e, diciamo pure, più primitivo verso l’uomo. Noi siamo ben lungi dall’esaltare la donna mascolinizzata o la “compagna”: fatto è però che la donna mediterranea trascura quasi sempre di formarsi una vita propria autonoma, una sua personalità, indipendentemente dalla preoccupazione del sesso, tanto da potersi permettere poi, nel campo del sesso, quella libertà, e mantenere in esso quella spregiudicatezza unita a linea, che si riscontrano, ad esempio, in una berlinese, in una viennese, in una danese.

La vita interiore della gran parte delle nostre ragazze si esaurisce, invece ed appunto, nella preoccupazione pel sesso e per tutto ciò che può servire per ben “apparire” e per attrarre l’uomo nella propria orbita. È così che noi vediamo spesso donne e giovanissime, tenute ancora dalla famiglia in una specie di recinto di protezione, tutte pittate ed attrezzate come, nei paesi del Nord non lo sono nemmeno le professionals. E basta esaminarle un momento per accorgersi che, malgrado tutto, l’uomo e i rapporti con l’uomo sono l’unica loro preoccupazione, tanto più palese, per quanto è mascherata da ogni specie di limitazioni borghesi ovvero da una sapiente, razionalizzata amministrazione dell’abbandono. Al che, subito si aggiungono complicazioni ben comprensibili, data la corrispondente attitudine dell’uomo.

Si può vedere ogni giorno, in una via di grande città, che cosa succede quando una ragazza appena desiderabile passa dinanzi ad un gruppo di giovani: questi la scrutano e la seguono con lo sguardo “intenso”, come se fossero tanti Don Giovanni o degli affamati tornati dopo anni di Africa o di Artide; l’altra mentre nelle pitture, nell’incedere, nelle vesti e così via non fa mistero di tutta la sua qualificazione femminile, affetta un’aria di sovrana indifferenza e di “distacco” (anche quando si tratta di una mezza calzetta, ove sarebbe difficile trovar dell’altro, oltre la qualità biologica di esser nata, per caso, donna); tanto che l’osservatore di simili scenette è portato a chiedersi seriamente se l’una e gli altri non abbiano davvero nulla di meglio da pensare per compiacersi di una simile commedia.

Col carattere immediato e, diciamo pure, grezzo delle sue inclinazioni erotiche, un certo tipo umano, purtroppo da noi molto diffuso, allarma la donna, la mette sulle difese, favorisce ogni specie di complicazioni dannose: dannose, in primo luogo, proprio per lui. La donna, mentre da un lato non pensa che a possibili rapporti con l’uomo e all’affetto che essa può produrre sull’uomo, dall’altro si sente come una specie di preda desiderata e inseguita, che deve star bene attenta ad ogni passo falso e “razionalizzare” adeguatamente ogni relazione ed ogni concessione.

Ma a parte queste circostanze esteriori, di cui ha colpa l’uomo, devesi accusare un atteggiamento effettivamente falso proprio ad un diffuso tipo femminile. Si può affermare che, nel 95% dei casi, una ragazza può aver già detto interiormente “si”, ma che essa si sentirebbe avvilita nel comportarsi risolutamente di conseguenza, senza sottoporre l’uomo a tutta una trafila di complicazioni, ad una via crucis erotico-sentimentale. Temerebbe, altrimenti di non esser considerata come una “persona seria” o “per bene”, laddove da un punto di vista superiore, proprio una tale insincerità e artificialità sono segno di poca serietà. Su base analoga si svolge la prassi ridicola di flirts, il rituale dei “complimenti”, del “fare la corte”, della obbligata “galanteria” del “forse che si, forse che no”. E che in tutto ciò l’uomo non si senta offeso nella sua dignità, quasi come per una prostituzione psichica che, alla fine, dovrebbe fargli chiedere si le jeu vaut la chandelle - ciò dimostra l’influenza che sul nostro sesso hanno componenti razziali poco felici.

Ciò che una donna potrà essere conformisticamente e, diciamo così, su di un piano naturalistico, come “sposa” e “madre”, qui non entra propriamente in discussione. Certo è però che, sotto ogni altro riguardo, la ragazza italiana molto avrebbe bisogno di esser “rettificata” secondo uno stile di sincerità, di chiarezza, di coraggio, di libertà interiore. Cosa naturalmente impossibile, se l’uomo non la aiuti, in primo luogo facendole sentire che, per quanto importanti, amore e sesso non possono avere che una parte subordinata rispetto a più alti interessi; in secondo luogo, smettendola di atteggiarsi continuamente come un Don Giovanni o come una persona, che mai abbia visto una donna: perché, in via normale, dei due è la donna che deve cercare e chiedere l’uomo, non viceversa. [...]

Il Roma, 24 agosto 1952


Julius Evola

CIAO MATTEO. CIAO CAMERATA!

ALCUNE NOSTRE PROPOSTE PER LA SCUOLA...


L’autunno è arrivato, accompagnato dalle solite proteste studentesche. Stessi colori, stessi temi, stesse modalità d’azione. D’improvviso, come ogni autunno che si rispetti, una buona fetta del mondo studentesco riscopre i propri diritti, dà un’ultima controllata al nome del Ministro da scrivere sullo striscione già pronto e inizia a strillare, bloccare le strade, occupare le scuole, barricare le università e, se avanza tempo, passare a tirare qualche sassata a Casaggì. E’ la prassi di una noia di fine estate. Niente di nuovo.

A Firenze capita che le proteste studentesche, che di per sé sono cosa nobile quando si ispirano ad una volontà di rinnovamento, siano talmente vaghe da non aver più neppure un senso. Si blatera di “fascistizzazione”, di “crisi economica” e di “scuola per le masse”: rigurgiti del peggior sessantotto con quarant’anni di ritardo. Ma, a differenza dei loro padri, queste copie sbiadite mancano anche dei requisiti elementari della fantasia, dell’innovativa e dell’immaginazione. Insomma: siamo al sub-umano.

E anche quando si accenna a qualcosa di più preciso, come le “privatizzazioni”, la “licealizzazione dell’università”, il “precariato”, i “tagli ai fondi e alla ricerca” e la “mercificazione del sapere” ci si dimentica – o si accenna con un rapido sussulto - che questo caravanserraglio ha tre illustri padri: Berlinguer, Bassanini e Fioroni. E perché il chiasso è fatto solo adesso? Sarà mica che tutto questo trambusto è comodo a qualcuno? Uno pensa alla gioventù bruciata e alle notti insonni e finisce col ritrovarsi ai comizi dei Cobas, della Cgil e di Rifondazione Comunista, dove stempiati e pasciuti sessantenni ti aizzano in tutta serietà contro i padroni, i fascisti e i potenti, con un tono e un lessico che fanno invidia alle migliori puntate di Colorado Caffè. L’Italia è anche questa: un grandioso circo dell’umanità.

Ma se è vero, come afferma la sinistra studentesca, che è necessario porre le basi di un nuovo modo di concepire la scuola, questo non può essere un revival del ’68. Deve essere nuovo davvero, ribelle, avanguardista, ardito, rivoluzionario, giovane, fresco, irriverente, capace di stupire e di provocare, estraneo alle logiche di palazzo, di sindacato e di fazione, coordinato e gerarchico ma anche carico di quello spirito di sano anarchismo che ha caratterizzato le migliori generazioni d’Italia. Se la scuola va rifatta serve darle anzitutto un’identità. Servono metodo, merito, lungimiranza, progettualità, coscienza di popolo e solidarietà generazionale. Serve il senso della Comunità, la voglia di sentirsi parte di un progetto edificante, educante e valorizzante. Prima tutto questo, poi la piazza e gli strilli.

Casaggì, con Azione Studentesca e Azione Giovani ha già iniziato da anni un duro lavoro di proposta e di sostanza, che ha dato molti frutti nell’ambito della politica studentesca fiorentina. Un lavoro che ha prediletto i contenuti alle proteste e la costruttività alla visibilità. Un lavoro passato in sordina rispetto alle penose sfilate in mutande di qualche debosciato, ma fatto di mozioni, di documenti, di forum, di convegni, di assemblee, di spunti e di riflessioni. Anche quest’anno vogliamo proseguire su questa strada, consci che in molti raccoglieranno il nostro appello e si impegneranno per rappresentare la propria scuola alla Consulta Provinciale e laddove ve ne sia bisogno.


IL NOSTRO PROGRAMMA PER LA CONSULTA DEGLI STUDENTI:


- EDIFICARE ALTERNATIVE:

C'è chi ha sfruttato la Consulta per interessi personali e chi l’ha ridotta ad un palcoscenico istituzionale. Noi vogliamo una Consulta che ricopra e riscopra il proprio ruolo: dare possibilità agli studenti, essere luogo di confronto e di proposta, di svago e di creatività, di vita e di azione. Un luogo in grado di edificare attraverso la cultura, lo sport, l’arte e il tempo libero.


- COSCIENZA DEL RUOLO:

Chi siede in Consulta Provinciale degli Studenti rappresenta il mondo studentesco, anche se spesso non lo ricorda. Attivare una coscienza di ruolo significa istruire in merito alle funzioni e alle modalità di interazione che si sviluppano in seno alla CPS.


- CONTAMINARE E INFORMARE:

Gli studenti non sanno cos’è la consulta e non sanno chi li rappresenta. Affinchè ciò avvenga, sarà necessario che la CPS si apra al mondo del web, informando e diramando iniziative, creando un canale di reciprocità e di costruttività col mondo studentesco.


- LO SPORT COME RIBELLIONE:

Occorrono modelli di sana ribellione, che educhino e svaghino senza distruggere. Lo sport è il miglior mezzo di espressione del pensiero e dell’azione. La Consulta deve farsene carico, mettendo a disposizione strutture ed eventi in grado di essere un’alternativa all’appiattimento.


- L’ARTE COME ESPRESSIVITA’:

L’arte, in tutte le sue forme, è una Rivoluzione che si materializza. Darle spazi, tempi e metodi è il compito di una Consulta che troppo spesso ha relegato questo ambito ai margini. Creatività e festival dell’arte dovranno essere il segno di una nuova voglia di esprimersi.


- AL RITMO DEI NOSTRI CUORI:

La musica non come rumore, ma come stile di vita. Sale prove, concorsi, strumenti ed esperienze saranno fornite a chi avrà la capacità di mettersi in discussione. Una generazione senza musica è una generazione muta.


A tutto questo si aggiunge quella che è la nostra VISIONE DEL MONDO, che scavalca ogni programma e ogni Consulta, perché ispirata da principi che vanno oltre, in tutti i sensi. La miglior testimonianza di questo spirito non si è facile a raccontarsi…la trovate in ciò che noi FACCIAMO tutti i santi giorni.


PER CANDIDARSI, IMPEGNARSI, COLLABORARE E ATTIVARSI CONTATTARE IL 388/9317136, scrivere a fdgfirenze@inwind.it

martedì 29 settembre 2009

Il denaro come schiavitù psicologica


Da: IL FONDO

Nell’antica Grecia era chiamato l’Essere, nel Medioevo Dio, nel Rinascimento la Natura. Nell’Illuminismo è diventato l’Individuo e nel mondo moderno il Denaro. Ogni epoca ha avuto il suo massimo referente culturale. Ma, ad ogni tappa della storia, la civiltà è scesa di un gradino, personalizzando l’archetipo, abbassandolo a principio razionale, a soggetto tangibile, infine a semplice cosa. Ma il denaro è ben più di una semplice cosa, è un simbolo, è il centro di una deforme ma seducente metafisica. Intorno al denaro si è creato un invisibile impero mondiale, cui obbediscono la cultura, la politica, la scienza, le arti, la vita quotidiana di ognuno. Si tratta di qualcosa che racchiude un richiamo alla potenza. Giacché, attraverso di esso, in una società che fa coincidere la realizzazione sociale con la quantità di denaro posseduta, l’uomo ha il potere di ottenere ciò che vuole. Compreso il potere sulle coscienze. L’avere o il volere molto denaro va oltre la semplice disponibilità materiale. Va oltre anche il dato economico. Investe gli aspetti psicologici della personalità, li condiziona, spesso li padroneggia. In questo valore metafisico attribuito al denaro, già Nietzsche individuò l’elemento tipico di un’attitudine non economica, ma appunto psicologica, presente in un certo tipo d’uomo di bassa lega. In Aurora del 1887, leggiamo: «Quel che si faceva un tempo “per amore d’Iddio”, lo si fa oggi per amore del denaro, cioè per amore di ciò che oggi dà sentimento di potenza e buona coscienza al massimo grado».


La libidine di denaro è quella specie di invasamento che ha soppiantato le figure della trascendenza, pervenendo a una pervertita disposizione all’adorazione. Una vera mistica invertita di segno, ma egualmente in grado di possedere l’anima. La patologia del vitello d’oro, in cui si era ravvisata - dall’antichità fino all’avvento della borghesia - una tipologia umana di rango inferiore, divenne a un certo punto l’anima della civiltà, il suo credo interiore, il motivo del suo esistere. Si era appena agli inizi del moderno capitalismo, quando Marx - tra i primi e i più violenti - condannò la metamorfosi del denaro da mezzo per gli scambi a idolo divinizzato, scaricandone la responsabilità sugli ebrei: «Il denaro è il geloso dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere…Il dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un dio mondano. La cambiale è il dio reale dell’ebreo…». Tuttavia, l’avvento del denaro in qualità di dispotico regolatore dei destini non è stato il passaggio da un totem metafisico ad uno materiale. L’idolatria del denaro non è esattamente il culto per un oggetto: molto più sottilmente, nella società scaturita dal dominio liberaldemocratico, ciò che viene sottoposto ad adorazione non sono tanto i soldi, quanto il significato di potenza cui essi rimandano. Il potere dei soldi è soprattutto immateriale. Questo è il cuore della loro pericolosità.


Mai come oggi, queste vecchie intuizioni sono giuste: la presente dittatura mondiale della finanza, fondata sulla creazione dal nulla di denaro virtuale e sulla circolazione di ricchezza telematica, del tutto astratta dal lavoro, ne è la più schiacciante conferma. L’idea di accumulo, essenziale nella mentalità acquisitiva e utilitarista, è un’idea totalitaria. Guida gli atti e governa le menti. Di più: è come l’offerta sacrificale dell’animista, raccoglie e ammassa valore in lode di una onnipotenza. Verso la fine dell’Ottocento, il sociologo Georg Simmel [nella foto sopra] si occupò proprio di questi aspetti per così dire filosofici e trascendenti del denaro. Il mito della ricchezza crea stati d’animo, incide sugli immaginari, decide sui valori. Nel suo breve scritto risalente al 1889, La psicologia del denaro, recentemente ripubblicato dalle Edizioni di Ar, Simmel precisava le intuizioni di Marx e Nietzsche: il denaro, come un nuovo e degenere Dio assoluto, infonde pace e sicurezza nei suoi devoti, ricoprendo la stessa funzione di elemento supremo. Una divinità assolutista che non riconosce più le appartenenze storiche. Nessuna lega, associazione, classe, casta o nazione vale più di fronte all’irrompere del denaro. Principio democratico assoluto e assoluto livellatore delle differenze antropologiche, il denaro offre a ognuno, basta che lo voglia e lo sappia maneggiare, la possibilità di realizzare le proprie aspettative materiali e simboliche. Col denaro, ogni qualità umana si annulla: avendo denaro, chiunque può affermarsi, indipendentemente dal suo valore come uomo. Certo, perché si diffondesse la fede in questo mezzo di scambio elevato a idolo, c’era stato bisogno che diventasse egemone quel tipo bio-psichico particolare che è il borghese.


Alla festa del mercato riesce bene quel genere di uomo malato col cervello di bambino di cui parlava Sombart. Il capitalista come adolescente immaturo, che vuole i suoi balocchi sempre più grandi, sempre più numerosi…Una volta andato al potere questo sotto-tipo umano, la seduzione del denaro non ha trovato più ostacoli…ed oggi le figure egemoni sulla scena del capitalismo saranno altrettante controfigure dell’effimero e del fatuo, come effimeri sono i soldi e il mondo che promettono: il manager mondano, la starlette televisiva, l’intellettualino gay, i divi del pettegolezzo, lo speculatore filantropo…Simmel, già ai suoi tempi, realizzò che il denaro stava cambiando ruolo: da mezzo diventava fine, secondo un procedimento che definiva come «elevazione psicologica del mezzo alla dignità di scopo finale». Il mondo moderno è tutto giocato sull’attrezzatura psichica. Dalla cura psicanalitica somministrata alle masse borghesi per sostenerne la fragilità caratteriale fino alle manipolazioni propagandistiche del marketing, e fino ai ricatti psicologici che governano le leggi della Borsa, la psiche condizionata è oggi il luogo della decisione. La politica non esiste. Il mito comunitario è affossato. Si ha un intero sistema mondiale che si regge sulla virtualità del denaro finanziario e sulla finzione del possesso materiale ottenuto per via speculativa. E certo Simmel è stato acuto e precoce nell’osservare che l’omologazione capitalistica comprende l’azzeramento della diversità qualitativa dell’uomo, la sua riduzione a semplice oggetto casuale di possesso: «Il fatto che nel traffico monetario una persona abbia il medesimo valore di un’altra, si fonda su di una semplice circostanza: nessuna di loro vale, a valere è soltanto il denaro».


La sociologia tedesca tardo-ottocentesca è importante perché studiò la società moderna come esito del dominio. Si combinava bene con la scuola sociologica italiana, che vide nella lotta delle élites il segreto della leadership politica. Se Max Weber individuò il dominio nella dialettica verticale comando-obbedienza, Simmel studiò invece più che altro l’aspetto orizzontale dei rapporti sociali, quelli incentrati sull’interazione-scambio. E quindi assegnò al denaro, che domina l’idea di scambio, un’importanza centrale nella società liberale. Era una discesa di valore. Una perdita di qualità per l’uomo. Nel suo libro del 1908 su Il dominio, Simmel scrisse che la concezione tradizionale della supremazia sociale manteneva inalterato il valore per l’altro, sia pure subordinandolo: per dire, il feudatario proteggeva e rispettava il suo contadino, cui riconosceva il ruolo della controparte sociale. Il mercante, invece, e il capitalista finanziario di ultima generazione in specie, che riconosce importanza solo al denaro, è per eccellenza l’egoista individuale, colui che non riconosce per nulla l’altro, ma solo se stesso e la propria determinazione all’accumulo. In una conferenza del 1896 sul denaro nella cultura moderna, Simmel sostenne che i reticoli sociali delle società tradizionali, ad esempio le corporazioni, erano associazioni di mestiere che curavano i loro interessi, ma soprattutto erano comunità di vita nelle quali l’individuo riconosceva i propri valori di affinità, reciprocità, comunanza. Al contrario, la società capitalistica ha promosso associazionismi che, diceva Simmel, «pretendono dai loro membri soltanto contributi in denaro o che mirano a un mero interesse monetario». Basta pensare all’associazionismo paramassonico dei miliardari americani (e ai suoi omologhi transnazionali: i vari Lyon’s, Rotary…), nel quale si attua la classica doppia faccia della morale usuraria: la beneficenza. Al beneficato, tuttavia, mai si dava o si dà in mano il denaro…al declassato spettava - e ancora oggi, da parte delle onlus, si attua lo stesso principio discriminante…- soltanto la merce (il piatto di minestra, il vestito), oppure la struttura (l’ospizio, il ricovero). È noto come, per il puritanesimo e per lo stesso san Tommaso, l’uso del capitale usurario per beneficenza conduca diritto all’indulgenza plenaria dei peccati…su questa specie di indulto teologico, del resto, nacquero i primi Monti di Pietà, con tutto quello che è seguito in termini di acquisto in solido della buona coscienza, fino all’attuale degenerata industria dell’accoglienza…


La smania di ricchezza, scrive Simmel in La psicologia del denaro, è sempre stata la via emancipatoria dei repressi (i liberti nell’antichità, gli ugonotti, gli ebrei…), ma secondo un processo storico che Francesco Ingravalle, nella sua postfazione, definisce di omologazione e di spersonalizzazione, tanto che può dirsi che sia il denaro a maneggiare l’uomo e non più l’uomo il denaro: «Il denaro emancipa l’individuo e, al culmine di tale processo di emancipazione, lo dissolve come individuo, speciale e irripetibile, esalta le qualità individuali in termini di “fantasia imprenditoriale” e poi le “standardizza”, le riduce a funzioni di un meccanismo globale e onnipervadente». Fino all’epoca moderna, la ricchezza era comunitaria. In Europa, la regola era che il contadino viveva sulla sua terra. Il demanio pubblico era a disposizione dei bisogni collettivi. Il raro latifondo era soggetto a una pletora di servitù e limitazioni. L’indebitamento del ceto contadino e l’espropriazione dei popoli data da quando il capitalista, padrone del grande mercato urbano e della decisione politica, ha trasformato il popolo prima in proletariato da soma, poi in borghesia universale sradicata. Karl Polany scrisse che in tal modo «una popolazione di dignitosi contadini veniva trasformata in una folla di mendicanti e di ladri». Su questa folla di precari allo sbando prospera il denaro dei pochissimi. Oggi è un denaro senza terra, senza lavoro né fabbrica, senza sacrificio, senza legami, senza origine, senza rapporto con la moneta e persino senza alcun reale valore.

Di Luca Leonello Rimbotti

lunedì 28 settembre 2009

Usura, Torselli (PdL): "Un cancro dimenticato nel nostro paese"

“Nonostante se ne parli poco e nonostante si cerchi di minimizzare il fenomeno, l’usura è un vero e proprio cancro per il nostro paese, cancro dal quale neppure Firenze è purtroppo immune”. E' quanto ha detto il consigliere del PdL Francesco Torselli.

“La crisi economica sovranazionale che ha investito il mondo occidentale mettendo in crisi il mercato economico e finanziario dei paesi ad economia liberale – ha spiegato Torselli – ha creato un crescente bisogno di denaro da parte delle famiglie e delle fasce sociali più deboli e questo, purtroppo è il terreno ideale su cui attecchiscono i fenomeni di strozzinaggio ed usura. In Italia – ha proseguito l’esponente del centrodestra – si parla di un giro d’affari per l’usura di oltre 30 miliardi di Euro e di oltre 150.000 tra commercianti e piccoli imprenditori coinvolti nel fenomeno."

"Ma il fenomeno usura – prosegue Torselli – non è circoscritto a strozzini e aguzzini di professione, come in molti potrebbero pensare; esiste anche un’altra forma di usura, legalizzata e meno individuabile, che si manifesta laddove banche e finanziarie generano uno scompenso abissale tra tasso d’interesse concesso ai risparmiatori e tasso d’interesse richiesto per la concessione di prestiti e mutui."

"Il mercato immobiliare – ha spiegato ancora il consigliere comunale e presidente di Azione Giovani, movimento giovanile del Popolo della Libertà – per esempio è un fulgido esempio di quanto detto sopra: secondo l’ISTAT infatti oltre l’80% degli italiani è proprietario della casa in cui vive, dato che si presta ad un’interpretazione estremamente positivista della situazione. Ma in realtà in questo 80% sono anche inclusi tutti coloro che formalmente risultano proprietari di una casa, ma che in realtà per esserlo hanno attivato un mutuo pluridecennale che li porterà a pagare alle banche tre volte tanto il valore della casa acquistata."

"Sconfiggere lo strapotere di banche e finanziarie – ha concluso Torselli – e debellare il fenomeno dell’usura non è facile, ciò nonostante ho presentato una mozione che impegni il sindaco di Firenze a monitorare la situazione delle vittime di usura sul territorio del nostro comune ed a promuovere iniziative di sostegno per le famiglie in grave difficoltà economica."

"Mi auguro che il consiglio non si spacchi su una tematica così importante e che questa mozione venga approvata col contributo di tutti."

CIAO MATTEO


Dibattito sull’immigrazione

Da LOMBARDI NEL MONDO

Studenti di lingua italiana commentando una intervista al fondatore dei centro studi Polaris.

L'immagine cristallizzata dell'italiano immigrato é quella del povero contadino del Triveneto o della Calabria che giunse in Brasile sostituendosi allo schiavo negro nelle piantagioni di caffè.

Siamo alla fine dell'ottocento ed il nostro popolo sta affrontando uno dei maggiori flussi migratori della sua storia. In meno di un secolo la situazione é completamente inversa: l'Italia riceve un flusso sregolato e sempre maggiore di immigrati e la classe politica non ha la capacità di assorbire, controllare ed armonizzare questo processo.
Per i brasiliani l'immagine stereotipata di quei lavoratori che sudavano nelle piantagioni di caffè é positiva; quasi inesistenti gli "scontri di civiltà" e le incomprensioni, forse perché il Brasile é un paese grandissimo e ricco di opportunità per tutti, forse perché il popolo brasiliano é aperto allo scambio culturale. In Italia la situazione é completamente diversa: l'immigrato é una cellula estranea al corpus, lo furono i meridionali nell’Italia del nord e dagli ultimi trent’anni lo sono i nordafricani, gli albanesi, i rumeni e tutti coloro che giungono nel nostro Paese in cerca di lavoro.
Due processi migratori diversi - quello degli italiani verso il Brasile e quello degli extracomunitari in Italia - due epoche diverse, popoli diversi, e diversi modi di comportarsi, ma uguale il movente da parte del singolo migrante: la ricerca di una vita migliore. Per questa ragione il migrante é vittima di questo processo; é vittima di un sistema economico e politico che lo obbliga a lasciar la Patria ed é vittima, nel nuovo paese, di un sistema politico che non sa organizzare un processo serio di integrazione.

Obiettivo di questo articolo é appunto indagare quali siano le responsabilità della classe politica e lo farò intervistando Gabriele Adinolfi, scrittore, esperto in geopolitica e coordinatore del Centro Studi Polaris. Dopo di che il la presa di posizione dell’intervistato sarà oggetto di un dibattito da me coordinato tra studenti di lingua italiana.

D- Caro Gabriele, quali le maggiori responsabilità della classe politica Italiana nella mancata armonizzazione del processo migratorio verso il nostro paese?

R- La classe politica, in Italia come altrove, si trova esclusivamente a dover amministrare una situazione che nelle grandi linee è determinata da centri di potere internazionale di vario genere (Fondo Monetario, WTO, Cfr, Bilderberg) i quali dettano le scelte di fondo.
La classe politica italiana, né più né meno delle altre, ha quindi il torto di essersi posta acriticamente e senza cognizione di causa di fronte al problema dell'immigrazione come rispetto a tanti altri, come il disegno di una politica economica sana ed equilibrata con dosi protezionistiche.
Di fatto in Italia l'immigrazione è quasi diventata una patologia endemica.
E' la conseguenza di tanti fattori, tra i quali c'entra di sicuro il saccheggio e l'avvilimento del Terzo Mondo da parte delle Multinazionali. Per avere un'idea più chiara di cosa questo significhi bisogna calcolare che fino agli anni Sessanta, ovvero in pieno colonialismo, l'Africa soddisfaceva da sola al suo fabbisogno alimentare per il 98%. Da quando la “decolonizzazione” operata da banche e multinazionali ha imposto, tra l'altro, monocolture intensive, l'Africa è alla fame e, magia del progresso, a differenza dei secoli scorsi sono ora gli schiavi neri a pagare per cercare la schiavitù negli altri continenti.
Un secondo fattore è dato dalle emissioni televisive europee in Africa, oramai quotidiane, che hanno il potere di farci colà recepire come un utopico paese dei balocchi.
Infine ci sono gli interessi economici che suddividerei in due classi.
C'è il vantaggio comunemente accertato degli industriali, determinato dal fatto che si possono assumere immigrati a prezzo più basso dei lavoratori locali e, per giunta, talmente motivati da essere lavoratori più infaticabili oppure da offrire le proprie qualità professionali senza recepire il corrispettivo salariale e il dovuto riconoscimento categoriale. Ciò produce quello che in linguaggio marxista si chiama “esercito lavorativo di riserva” e, quindi, consente di dar scacco a priori a qualsiasi seria rivendicazione operaia. Da cui conseguono l'attuale svalutazione salariale, la flessibilità e la precarietà nel lavoro e, non ultima, l'ininterrotta serie di morti bianche.
Ma c'è poi un secondo vantaggio, molto importante, che ai più sfugge, ed è quello delle associazioni assistenzialistiche. In Italia, ma soprattutto da parte dell'Unione Europea, si destinano fondi per chi opera per favorire l'integrazione dei disperati. Si tratta di centinaia e centinaia di milioni di euro all'anno che vanno nelle casse delle associazioni “volontarie”, quasi tutte clericali o comuniste, che naturalmente hanno il massimo interesse nel sostenere l'immigrazione clandestina peggiorando così ogni giorno il quadro generale.
Questo spiega perché da parte della Conferenza Episcopale Italiana e della Caritas - che si vanta di maneggiare quasi trecento milioni di euro l'anno per favorire l'immigrazione clandestina e, quella che letteralmente chiama “contaminazione culturale” - ci sia resistenza accanita alla politica di restringimento voluta, tra l'altro abbastanza efficacemente, dal governo Berlusconi.

D- Come si dovrebbe organizzare l'integrazione delle migliaia di Immigrati nel nostro tessuto sociale?

R- Non è un problema d'integrazione. E' un problema di logica e anche ideologico. Perché ideologico? Perché si confonde sempre il permesso di soggiorno con il diritto alla nazionalità. Questa è un'assurdità concettuale perché l'Italia, a differenza delle nazioni americane, non è il frutto di una comune invasione plurinazionale di un territorio vastissimo abitato in parte infinitesimale da qualche autoctono. L'Italia, come molte nazioni europee e asiatiche, ha una concentrazione territoriale molto stretta e soprattutto vanta una storia millenaria.
Non ha senso pretendere di diventare italiani se non lo si è, così come non ha senso voler smettere di essere algerini o somali se lo si è. Soprattutto se il permesso di soggiorno offre, com'è il caso, gli stessi identici diritti della cittadinanza. A spingere alla “nazionalizzazione” degli immigrati è l'ideologia internazionalista dominante in alcune centrali politiche clericali, comuniste e comunque mondialiste: un'ideologia che si fonda sull'odio della Nazione e che vuole, quindi, che il suo solo concetto sia svalutato fino alla soppressione.
A comprova di ciò sta il fatto che gli immigrati clandestini hanno da noi, come in Francia e in Belgio, più diritti sanitari e abitativi degli stessi immigrati regolari. Tant’è che quando la Romania è entrata nell'Unione Europa in Italia molti romeni si sono finti albanesi per continuare a godere dei diritti dei clandestini.
Non ci sarebbe troppa difficoltà ad accogliere qualche milione d'immigrati se la cooperazione fosse stabilita a monte e se si operasse per consentire loro di sviluppare al contempo il loro Paese.
Ma mancano la volontà e, probabilmente, l'idea stessa del da farsi.

D- Che importanza potrebbe rivestire la collaborazione a livelli diplomatici tra gli apparati politici dei diversi paesi nello specifico della questione migratoria?
R - E' la premessa operativa indispensabile. Tanto per capirci gli sbarchi via mare nell'ultimo semestre sono calati dell'83% e questo perché si è instaurata una collaborazione in tal senso con la Libia.
Ma, ovviamente, non basta. Si dovrebbe operare per una cooperazione atta allo sviluppo dei paesi di emigrazione. Se, per esempio, si fissasse la gran parte dei contributi pensionistici dei lavoratori immigrati in un fondo inalienabile versato nel paese d'origine atto all'acquisto di casa o di terra oppure ad investimenti produttivi l'immigrazione diventerebbe complementare e di reciproco interesse.

D- Cosa dovrebbero sapere e come dovrebbero comportarsi i cittadini Italiani al fine di evitare di alimentare lo "scontro di civiltà"?

R- Non credo molto nello scontro di civiltà. Ne parlano soprattutto quelli che vedono in crisi l'egemonia americana e il ruolo della Nato e che vogliono continuare a perpetuare lo status quo.
Il problema principale nasce dal numero degli immigrati e dalla logica cattocomunista basata sull'assistenza e sull'incoraggiamento del vizio e della furbizia, una logica che produce effetti devastanti. Cambiando la logica di fondo il problema non si porrebbe più. Anche perché la maggioranza degli immigrati tenderebbe a voler invecchiare in patria.

D- Quali regole di civile convivenza dovrebbero rispettare gli immigrati nel paese che li ospita?

R- Non è un problema di regole di convivenza civile, è un problema di modello socioculturale.
Se gli immigrati giungono in un Paese che ha dimenticato di essere una Nazione e in cui ognuno fa il furbo e l'individualista, è difficile pretendere dagli immigrati che si comportino meglio di noi.
Sicché ci troviamo a correre veloci incontro a quell’incubo che ha giustamente definito Geminello Alvi, scrittore e giornalista proveniente dal mondo finanziario tanto da essere stato assistente alla Banca di Regolamenti Internazionali di Basilea, e cioè un mondo multietnico e monoculturale composto di plebi che ragionano e vivono come yankees.
Non esiste l'immigrazione buona o cattiva, così come non esiste l'immigrato buono o cattivo. Ogni cosa dipende da come la si vive e la si pratica.
In America gli italiani hanno dato un grande esempio come lavoratori, ma negli Usa hanno anche realizzato, insieme agli israeliti e a qualche irlandese, la Mafia che si è trasformata nel Crimine Organizzato che è il primo agente economico del mondo di oggi, fondato su narcotraffico, sul traffico di uomini e di organi e su guerre dichiarate, o stragi commesse, per logiche borsistiche.
Il problema è quindi complesso. Qui in Italia, con il Centro Studi Polaris, lo abbiamo affrontato in tutte le sfaccettature.
Non si risolverà comunque mai se non saranno ridotte in condizioni di non nuocere le associazioni assistenzialistiche cattocomuniste e se non saranno intavolate politiche di cooperazione con i Paesi di emigrazione.

DIBATTITO
Un dibattito serio é quello che da modo ad ognuno di esporre la propria idea e difenderla nel rispetto del prossimo ed in modo chiaro ed organizzato.
Gli studenti di italiano riuniti in sala pubblica, alcuni di loro della scuola presso la quale lavoro, altri provenienti da altre scuole o alunni privati, conoscono il processo migratorio che portó gli italiani in Brasile nella prima ondata del fine ottocento e nella seconda ondata degli anni 50, come conoscono gli italiani come me, quelli che lasciarono il Paese non per sfuggire alla miseria, ma per rincorrer nuove sfide, inoltre molti di loro sono a conoscenza dei problemi legati alla immigrazione in Italia per esperienza diretta o per il fatto di lavorare con settori legati al potere pubblico. Il dibattito avviene dunque tra cittadini brasiliani istruiti e conoscitori della cultura italiana.
Dopo la lettura dell’intervista a Gabriele Adinolfi il primo intervento é stato di piena condivisione del punto di vista dell’intervistato, evidenziando che non aveva mai incontrato prima tale lettura geopolitica del fenomeno migratorio.
Anche gli altri interventi hanno mantenuto di base una condivisione del punto di vista dell’intervistato focalizzando l’attenzione sul fatto che “in parte la politica coloniale sia stata responsabile per l’impoverimento di grandi aree del globo e per aver creato la dipendenza dall’Europa, ma che questo non sia giustificativa per l’aspettarsi che dall’Europa provengano ora aiuti economici a pioggia. Bisogna evitare di creare una sempre maggiore dipendenza dall’economia dei paesi definiti del primo mondo perché ogni paese dovrebbe svilupparsi seguendo modelli culturali propri e non forzare lo sviluppo globale per far si che le ex colonie siano oggi dei grandi mercati sui quali immettere prodotti tutti uguali”. L’attenzione si é poi spostata sulla classe politica, gli intervenuti pensavano che i politici italiani ed europei fossero più autonomi rispetto ai grandi centri di potere economico, ma hanno constatato che sostanzialmente la cosa non é diversa dal loro paese, quello che si é voluto evidenziare é che “una politica di sviluppo delle aree più povere del globo con progetti di collaborazione internazionale devono avvenire con ampia partecipazione popolare e rigorosa fiscalizzazione perché la forte corruzione della classe politica dei pesi piú poveri rischia di generare gravi problemi di colonellismo (termine col quale in brasile si definisce il dominio politico economico di famiglie su aree geografiche del paese, simile alla nostra mafia). Senza rigorosi controlli le Ong brasiliane collegate alle Ong europee che ricevono i contributi per i vari progetti di aiuto allo sviluppo alimentano il ciclo vizioso visto che un gran numero di Ong brasiliane sono fondate da consiglieri comunali, deputati e senatori espressioni ti tale arcaica struttura gerarchica, sopra citata, in antitesi con il più elementare concetto democratico”.
Nuovo punto messo in evidenza da una dei presenti é l’idea delle adozioni a distanza, tramite la quale molte famiglie sono state aiutate direttamente in loco evitando dunque che da quella famiglia potessero partire degli ipotetici nuovi immigrati verso l’Europa e che tali progetti, quando ben organizzati, sono funzionali e utili.
Il dibattito é risultato a tutti un vero e proprio arricchimento, non solo per analizzare, capire e conoscere un problema italiano ed europeo, ma per capire un po’meglio anche il proprio paese e ragionare insieme, cause e possibili soluzioni di un problema che ferisce tanto i paesi meta dell’immigrazione sregola quanto i paesi dai quali provengono gli immigrati. Il dibattito é stato l’esempio di come la classe politica, in spirito bilaterale, dovrebbe affrontare e capire questo fenomeno, che é problema per molti e RISORSA PER POCHI. I SOLITI POCHI.

Marco Stella
Portale dei Lombardi nel Mondo

domenica 27 settembre 2009

Un dibattito sulla destra – Alain de Benoist/Dominique Venner


Da NOVOPRESS.INFO

L’intervento di Dominique



Venner Anche quando non le si condivide, anche quando irritano, le riflessioni di Alain de Benoist mi sono sempre sembrate stimolanti. Dopo aver letto l’intervista sulle destre francesi realizzata con Michel Marmin nell’ultimo numero di “Éléments”, confesso la mia perplessità. Da parte di Alain de Benoist, su un argomento del generale, ci si aspetterebbe un’altra cosa, una vera riflessione e un po’ di distacco. Prima di entrare nell’esame di asserzioni polemiche e di anacronismi storici, parecchie domande vengono spontaneamente alla mente. Come si può dedicare tempo ed energia all’enorme lavoro di compilazione delle 2478 pagine della Bibliographie générale des droites françaises e confessare implicitamente su “Éléments” di provare per quella stessa destra solo avversione e disprezzo? È una prima contraddizione che lascia stupefatti. Secondo mistero suggerito dal titolo su cinque righe che presenta l’intervista di “Éléments”. Questo titolo riprende una frase di Alain de Benoist piuttosto sorprendente. Cito: “Da almeno un quarto di secolo non mi riconosco più in alcuna famiglia della destra francese”. La sottolineatura della patola alcuna è mia. Fino ad oggi, pensavo che Alain de Benoist fosse il principale teorico di una corrente di idee che ha a lungo rivendicato la denominazione “Nuova Destra” (Nouvelle Droite). Lui stesso ha scritto un’opera celebre, recentemente riedita a sua cura, sotto il titolo Visto da destra (Vu de droite). Da ciò la mia perplessità e la mia domanda: Alain de Benoist si riconosce sempre nella Nuova Destra? Corollario a questa domanda: mai, nel corso dell’intervista, Alain de Benoist fa allusione a quella “Nuova Destra”. Ritiene che essa sia estranea alla destra, oggetto dei suoi sarcasmi, oppure che sia una nuova sinistra? Tengo a precisare che a mio parere la dicotomia politica e ideologica destra-sinistra perde oggi molta della sua forza a causa dell’inizio della decadenza dell’ideologia illuministica che ne fu la causa. Nondimeno, soprattutto in Francia, paese superpoliticizzato, essa continua a svolgere il suo ruolo di discriminazione tra le mentalità profonde.Alain de Benoist pensa che “non esiste un criterio concettuale che possa servire da denominatore comune” alla destra. Io non lo penso così. Credo che esista, sin dall’Illuminismo, una tipologia mentale di destra e che essa sia definita dal rifiuto della tabula rasa. Ogni pensiero di destra discende dalla sensazione che gli uomini esistano prima di tutto in quanto portatori di un’eredità collettiva specifica. Idea rifiutata dalla sinistra, per la quale ciascun uomo è in sé un inizio, un soggetto autonomo che non deve niente a delle radici, a un’eredità, a una cultura, a una storia. Al massimo gli si riconosce un condizionamento sociale di cui è suo compito liberarsi. Liberazione è la parola-chiave della sinistra, così come eredità (o radici) è la parola-chiave della destra. Ciò implica, incidentalmente, che persone di sinistra scivolino a destra (consapevolmente o meno) quando si scoprono delle radici. Una dolorosa indignazione domina la lunga requisitoria di Alain de Benoist. La destra, che nel XIX secolo aveva pensatori brillanti, è diventata un deserto intellettuale. Ebbene, dice, “le cose non vanno allo stesso modo nella destra italiana, spagnola o tedesca, come testimoniano gli esempi di un Giovanni Gentile, di un Ortega y Gasset, di un Ugo Spirito, di un Vilfredo Pareto, di un Oswald Spengler, di un Max Weber, di un Othmar Spann o di un Carl Schmitt”. Stavo per proseguire la lettura approvando. Poi mi sono fermato per un momento. Di chi ci si sta parlando? Cosa vengono a fare questi pensatori in una comparazione speciosa con la Francia odierna? Essi hanno conosciuto la loro gloria negli anni Venti e Trenta. A quell’epoca, e ancora ben oltre, anche nella destra francese c’erano intellettuali di alto livello che avevano un’udienza pubblica. Un po’ più in là, Alain de Benoist lo riconosce e ne cita qualcuno: Julien Freund, Jules Monnerot, Thierry Maulnier, Stéphane Lupasco, François Perroux, Louis Rougier, Raymond Ruyer. Alain de Benoist prosegue sottolineando che i grandi intellettuali francesi ai quali ha fatto allusione sono morti “senza essere stati rimpiazzati”. Osservazione esatta. Ma qual è la ragione di questo vuoto, una volta scomparsa la generazione che ha avuto vent’anni fra il 1930 e il 1940? Alain de Benoist non lo dice. Eppure la risposta la conosce. Il vuoto è stato programmato da due implacabili epurazioni seguite da un eterno ostracismo.In meno di vent’anni, a seguito di quella che Ernst Nolte ha definito la guerra civile europea, iniziata nel 1917, la “vera destra”, come dice Alain de Benoist, ha subito due sconfitte storiche e due epurazioni da cui non si è mai ripresa, se non elettoralmente con il Front national, a proposito del quale Alain de Benoist non dice una parola. Tutto è incominciato nel 1944-45, sotto l’egida, occorre ricordarlo, del generale De Gaulle, che inviò al patibolo o in prigione un numero elevato di intellettuali, giornalisti, scrittori e accademici. L’operazione è ripresa a partire dal 1960, in modo meno feroce ma sempre per iniziativa del medesimo personaggio. I beneficiari sono stati prima di tutto il partito comunista, poi i sessantottini e i loro successori. Dopodiché sono stati ammessi nel dibattito pubblico esclusivamente coloro che non disturbavano. Alain de Benoist ne sa qualcosa, lui che ha fatto tanto per dialogare con avversari che alla fine gli hanno proibito di discutere e persino di pubblicare. Ci si chiede quindi come gli sia possibile non dire una parola su una realtà schiacciante che non deve niente a un’eventuale mancanza intellettuale della destra, mentre invece la spiega. I giovani talenti capaci di assicurare un rinnovamento nelle professioni intellettuali raramente vanno ad arruolarsi sotto bandiere che escludono ogni speranza di successo sociale e professionale. Fra gli innumerevoli rimproveri di cui l’intervista di “Éléments” inonda la malcapitata destra, lascia spesso interdetti la scelta delle argomentazioni. Dice Alain de Benoist: “A partire dalla fine della Prima guerra mondiale, la destra si è gettata a testa bassa nella lotta contro il comunismo”. Era così assurdo? “All’epoca della guerra fredda, per paura di quel medesimo comunismo, che avrebbe dovuto considerare un concorrente piuttosto che un nemico, [la destra] si è dichiarata solidale con un “mondo libero” che consacrava la potenza dell’America…”. Alain de Benoist pensa sinceramente che l’Armata rossa di quel tempo, che dopo aver violato senza sollevare scalpore due milioni di donne tedesche nel 1945 occupava metà dell’Europa, schiacciando nel sangue la rivolta di Berlino nel 1953, quella di Budapest nel 1956 e quella di Praga nel 1968, non fosse una minaccia? Un semplice “concorrente”, il comunismo? Davvero? Per Alain de Benoist, l’anticomunismo fu dunque il colmo dell’idiozia politica. E così, preoccuparsi oggi dell’immigrazione o dell’islamismo gli sembra la prova della stupidità congenita della destra. Sarebbe, secondo lui, “un atteggiamento veramente suicida”. Mi viene voglia di porre una nuova domanda: farsi carico della questione decisiva del futuro degli europei, preoccuparsi delle inquietudini e delle sofferenze dei francesi più diseredati, di coloro che sono sottomessi, senza averlo voluto, alle realtà di un paese sempre più invaso, è “impolitico”? Non è piuttosto la chiusura nel sogno di una solidarietà con un illusorio “Terzo Mondo” ad essere impolitica? “La maggior parte delle persone di destra”, rimpiange Alain de Benoist, “non ha idee ma convinzioni […] La destra ama le risposte più delle domande […] per questo raramente ha una testa filosofica […] Da ciò l’assenza di autocritica e di dibattito […] A destra ci si compiace di non “rimpiangere niente” e soprattutto non gli errori che si sono commessi”. Per Alain de Benoist, la fedeltà è un segno di stupidità? Giro la mia domanda in modo diverso: per una famiglia di idee ostracizzata, qual è dunque la qualità politica primaria? Non è proprio il possedere convinzioni che nessuno può intaccare, piuttosto che girarsi a tutti i venti? Su un altro piano, Alain de Benoist pensa seriamente che sia necessario, per una famiglia politica, avere “una testa filosofica”? Eppure sa che i filosofi di rado vanno d’accordo con la politica. Quando Platone ci ha provato, è stata una catastrofe. E il re di Prussica Federico II, grande consumatore di filosofi, diceva ridendo che, per punire una provincia, gliene avrebbe dato uno per governarla. Piuttosto che avere “una testa filosofica”, non è auspicabile avere una testa politica? Tenendo di vedere le mie domande volgere in litania, le interromperò su un ultimo interrogativo. Fra tutte le sue lagnanze contro la destra, Alain de Benoist cita il nazionalismo, contro il quale eleva la più ferma condanna. Ricordiamoci che questa passione collettiva è nata a sinistra nel solco della Rivoluzione francese e del risveglio delle nazionalità. Essa ha in seguito oscillato verso destra, producendo una miscela dalle conseguenze positive e negative che potrebbe essere analizzata storicamente. Ma criticare le derive del nazionalismo, percepirne i limiti, deve condurre a condannarne l’essenza, vale a dire un olismo nell’era delle masse? Non è così, però, che lo concepisce Alain de Benoist, nell’intervista di “Éléments”, quando dice che “il nazionalismo altro non è se non un individualismo collettivo”. Ho addebitato questa definizione ad un certo gusto del paradosso, e senza dubbio ho commesso un errore. Il nazionalismo, si legge infatti in seguito, “ha fatt[o] cadere [la destra] nella metafisica della soggettività, malattia dello spirito sistematizzata dai moderni, facendole perdere nel contempo la nozione di verità”. Suppongo che si tratti di una sorta di scomunica solenne. Con mia grande vergogna, confesso tuttavia che il suo significato mi sfugge. Sarei dunque lietissimo, caro Alain, di approfittare dei Suoi chiarimenti. Dominique Venner La risposta di Alain de Benoist alle critiche di Venner Dominique Venner sembra stupirsi che io critichi la destra. È il suo stupore a stupirmi. Per quanto ricordo, credo di averla sempre criticata ogni volta che ho ritenuto necessario farlo, anche in scritti giovanili di cui non ho motivo oggi di andare particolarmente fiero. Giusto trent’anni fa, Philippe Héduy aveva pubblicato nel primo numero della rivista “Item” i risultati di una grande inchiesta sulla destra. Il mio contributo vi si apriva con le seguenti parole: “La destra è morta. Se lo è ben meritato”. Nel 1988 ho lanciato la rivista “Krisis”. Il suo primo numero la definiva una rivista “di sinistra, di destra, del fondo delle cose e del mezzo del mondo”. In altre occasioni, mi è capitato di definirmi “un uomo di sinistra di destra”, o ancora un uomo che ha valori di destra e idee di sinistra. Potrei citare altre formule di questo genere. Esse significano che non ho mai accettato di identificarmi in una sola famiglia politica, che ho sempre scelto di prendere ciò che mi pareva buono là dove si trovava. Approvo la destra o la sinistra ogni volta che esse meritano, a mio parere, di essere approvate; critico la destra o la sinistra ogni volta che esse meritano, a mio parere, di essere criticate, perché, beninteso, se ho frequentemente criticato la destra, ho altrettanto frequentemente criticato la sinistra. Critica positiva, nell’uno e nell’altro caso. Un pensiero degno di tal nome non procede altrimenti. Sono adesso quarant’anni che proseguo, a tempo pieno e senza la minima interruzione, un lavoro di studio e di riflessione di cui non ho mai calcolato preventivamente il punto di arrivo. Nel corso di questi quarant’anni, mi sono sforzato di costruire una filosofia politica senza preoccuparmi di piacere o di ottenere riconoscimenti da chicchessia. Sono assolutamente consapevole del fatto che il mio itinerario, fatto di approfondimenti successivi, ha potuto sorprendere o deludere alcuni, così come ha potuto affascinarne o entusiasmarne altri. Diceva Ernst Jünger: “È ribelle chiunque è messo dalla legge della propria natura in rapporto con la libertà”. La libertà di spirito impedisce di identificarsi nelle fazioni. È la fonte di molte amicizie e di molte inimicizie. Per quanto mi riguarda, ho adottato da un pezzo la “regola d’oro” di Lichtenberg: “Non giudicare gli uomini in base alle loro opinioni, ma in base a quel che le loro opinioni hanno fatto di loro”. Lo spartiacque sinistra-destra è nato dalla secolarizzazione “orizzontale” di antiche categorie “verticali”, di carattere teologico. Oggi è diventato completamente obsoleto. Come ha ben dimostrato Costanzo Preve, il processo di costituzione di un capitalismo senza classi, cioè di un capitalismo nel contempo postborghese e postproletario, costituisce la base materiale del declino storico della distinzione destra-sinistra, la chiusura del grande racconto narrativo di cui essa è stata portatrice. Non approfondirò in questa sede i limiti di questa tassonomia, che ho studiato altrove. Nato con la modernità, questo spartiacque (1789-1989) scompare assieme ad essa, il che significa che non costituisce più una griglia di lettura, uno strumento concettuale utilizzabile per apprezzare o qualificare i rapporti di forza all’interno del campo sociale e politico. Anche all’epoca della modernità trionfante, del resto, esso era uno strumento d’analisi fra i più mediocri, come testimoniano le persistenti difficoltà di far rientrare in questo contesto talune famiglie politiche (dal sindacalismo rivoluzionario al “comunismo nazionale”, dal “fascismo di sinistra” all’“anarchismo di destra”). La sua rimessa in discussione non è quindi una civetteria intellettuale. Rimanere ancorati allo spartiacque sinistra-destra significa chiudersi a qualunque ermeneutica, a qualsiasi comprensione in profondità dei fenomeni politici verificatisi fino ad oggi. Nell’intervista che costituisce il pretesto di questo scambio, ho lungamente indicato, in risposta a una domanda di Michel Marmin, quali sono gli autori di destra a cui mi sentivo più vicino o che mi avevano maggiormente influenzato. Sottolineando che “non ho avversione per nessuno”, precisavo che la destra non è mai stata ai miei occhi un “argomento spregevole”. Aggiungevo: “Quando la critico, ovviamente, sono obbligato a generalizzare, e quando si generalizza si corre sempre il rischio di essere ingiusti. Ma non ne ignoro i meriti. Come si hanno i difetti delle proprie qualità, così si hanno le qualità dei propri difetti. In molte occasioni, la destra è stata (e rimane) ammirevole per il suo coraggio, la sua ostinazione, il suo spirito di sacrificio”. Avrei potuto aggiungere che, avendo il gusto dello stile, essa sa anche spesso dar prova di eleganza – e in primo luogo di quella forma superiore di eleganza che è la gratuità, il disinteresse e la generosità. E così, dopo aver letto (o almeno lo suppongo) che non ho “avversione per nessuno” e che la destra non è mai stata un “argomento spregevole” ai miei occhi, Dominique Venner scrive che per essa io non ho “che avversione e disprezzo”. Mi stropiccio gli occhi. Ci sono, qui, due parole di troppo. Dominique Venner si stupisce anche che si possa criticare la destra e nel contempo dedicare quasi tremila pagine a una bibliografia degli autori di destra. Sarebbe facile rispondergli che nessun ricercatore è tenuto a simpatizzare con il suo oggetto di studio. (Dominique Venner ha pubblicato nel 1981 un’eccellente Histoire de l’Armée rouge, in cui non è venuto in mente a nessuno di sospettare la benché minima empatia per il comunismo). Ma non si tratta neanche di questo. Se la destra fosse per me un argomento privo di interesse, perché mai mi prenderei la briga di criticarla? Criticare una famiglia politica dimostra che essa non lascia indifferenti. Criticarla non significa neanche dare prova di avversione o di disprezzo nei suoi confronti. Significa soltanto dirle ciò che si crede debba esserle detto. I romani avevano un proverbio per questo: qui bene amat, bene castigat. Dominique Venner reputa opportuno ricordare il mio ruolo all’interno di una corrente di idee “che ha a lungo rivendicato la denominazione Nuova Destra”. Lo rassicuro subito: non sono affetto da amnesia (o da Alzheimer) a tal punto da aver dimenticato l’esistenza della “Nouvelle Droite”! Ma l’argomentazione fa sorridere. Venner non può infatti ignorare che quella corrente di idee non ha mai “rivendicato”, ma è stata solamente obbligata ad assumere quell’etichetta, che all’origine non era affatto un’autodesignazione, bensì una denominazione forgiata di tutto punto dai media nel corso dell’estate del 1979 per designare una tendenza che esisteva, allora, già da undici anni. Egli dovrebbe ricordare i nostri sforzi iniziali, purtroppo non coronati da successo, per sostituire a tale denominazione quella di “Nouvelle Culture”. Per quanto mi riguarda, in innumerevoli interviste, non ho mai mancato di sottolineare gli equivoci, la risonanza ingannevole e il carattere riduttivo di quella etichetta, che pure è stato necessario accettare in talune circostanze, ripetiamolo, dato che era sotto quel nome che la corrente di idee in questione era conosciuta, ma che in fondo non ci ha mai soddisfatti. La verità è che la “Nuova Destra”, con la quale, beninteso, sono perfettamente solidale, si situa più che mai al di là delle categorie concettuali di cui è stata una delle prime a segnalare il carattere inadeguato. Sin dalle origini, già lontane, essa si è posta come una scuola di pensiero al servizio della cultura europea, votata essenzialmente allo studio e alla ricerca, all’approfondimento teorico e alla battaglia culturale. Essa è ancora oggi una comunità di lavoro che, in condizioni difficili, si sforza di procedere sempre oltre su questo cammino. Questa scuola di pensiero non ha mai vissuto della rendita di un piccolo capitale ideologico. Non ha mai proposto di aderire a un piccolo catechismo ready made (come diceva Louis Pauwels, ciò che aderisce meglio è la carta adesiva). In Italia, dove vengo visto piuttosto come un teorico del federalismo, dell’ecologia e dell’economia solidale, la Nuova Destra ha, dal suo canto, pubblicamente rifiutato questa denominazione già da parecchi anni. Dominique Venner mi obietta ancora il libro che ho pubblicato con il titolo Visto da destra (1977). L’argomentazione colpirà certamente coloro che non l’hanno letto. Quelli che sono andati al di là del titolo si ricorderanno, invece, quel che vi scrivevo sin dalla prima pagina: “Per il momento, le idee che questa opera difende sono a destra; non sono necessariamente di destra. Posso anzi benissimo immaginare situazioni in cui potrebbero essere a sinistra. Non sarebbero le idee ad essere cambiate, ma il paesaggio politico ad essersi evoluto”. Un po’ oltre, esprimevo l’auspicio che “si riesca ad essere nel contempo e la destra e la sinistra”. Era un modo per fare il punto della situazione. Non ho infatti mai ritenuto che la destra e la sinistra fossero idee nel senso platonico del termine, cioè essenze eterne. Al contrario di tanti uomini di destra, assegno troppa importanza ai contesti per essere un feticista delle parole. Nel corso della mia vita, ho visto evolvere il contenuto di queste parole, e sono i contenuti che mi importano, non i contenitori. Da venti o trent’anni, la destra e la sinistra hanno subito evoluzioni. Mentre la destra ha aderito sempre più al sistema del denaro, che avrebbe dovuto assegnarsi la missione primaria di combattere, tutta una parte della sinistra e dell’estrema sinistra, movimenti ecologisti in testa, rimette oggi in discussione i pilastri principali dell’ideologia del progresso. I conservatori, dal canto loro, aderiscono ad un sistema economico che liquida metodicamente tutto ciò che pretendono di conservare. Quando giungono al potere, i partiti di destra fanno sempre progredire più velocemente la globalizzazione di quanto non facciano i partiti di sinistra, il che è normale, dal momento che l’essenza di questa globalizzazione è di natura finanziaria. Quando si dà un’occhiata agli orientamenti o al bilancio politico di Margaret Thatcher, di José Maria Aznar, di Silvio Berlusconi, di Gianfranco Fini, di George W. Bush o di Angela Merkel, non diventa difficile sentirsi oggi più vicini a un Hugo Chávez. La destra, in altri termini, è diventata sempre più liberale, mentre la sinistra è diventata sempre meno marxista. Mi limito a trarne la lezione. Dominique Venner pensa viceversa che si possa dare una definizione ontologica della destra. Crede che esista “sin dall’Illuminismo, una tipologia mentale di destra e che essa sia definita dal rifiuto della tabula rasa”. Questo criterio a me sembra altrettanto poco soddisfacente quanto quelli che si richiamano ai concetti di libertà, eguaglianza, ordine, progresso, ecc. L’ideologia della tabula rasa, che consiste nel negare la nozione di natura umana, è germogliata nella mente di filosofi del XVIII secolo come Helvétius e Condorcet. Essa ha potuto ispirare puntualmente talune frazioni della sinistra o dell’estrema sinistra, o essere ripresa in modo implicito o pigro da uomini politici desiderosi di creare un “uomo nuovo” o da educatori che sopravvalutano i poteri dell’educazione. Sul piano “scientifico”, ha anche ispirato la biologia sovietica all’epoca di Trofim Lysenko. Ma ce ne corre dal pensare che l’intera sinistra vi abbia aderito, e che dunque essa possa servire da criterio di discriminazione tra la sinistra e la destra. Davvero Dominique Venner crede che – per non citare che qualche nome a caso – Proudhon, Benoît Malon, Hugo, Emile Zola, Jean Jaurès, Emmanuel Mounier, Merleau-Ponty, Jacques Le Goff o Jean-Pierre Vernant abbiano mai sottoscritto l’idea secondo cui gli uomini non sono “portatori di un’eredità collettiva”? Negli anni Cinquanta, le tesi di Lysenko venivano già confutate e messe in ridicolo da biologi di ogni opinione politica. La più recente confutazione della teoria della tabula rasa (blank state) è d’altronde frutto di Steven Pinker, professore di psicologia a Harvard e ricercatore notoriamente di sinistra. Tutto sommato, è semmai la destra liberale a ritenere che ogni uomo sia un “inizio in sé” e che la ragione sia fondamentalmente “disimpegnata”, cioè che l’uomo preceda radicalmente le proprie finalità e che la cultura non sia un elemento costitutivo del sé. La verità è che la tesi della tabula rasa non viene oggi seriamente sostenuta da quasi nessuno. E, soprattutto, che gli spartiacque significativi cominciano a valle. Una volta ammesso che l’uomo è portatore di un’eredità – dato evidente –, il vero problema che si pone è capire in che cosa e fino a che punto quell’eredità è determinante. Sapere che siamo degli eredi non ci aiuta certamente a sapere, ad esempio, se il potere politico deve distribuirsi dal basso verso l’altro, come penso io, o dall’alto verso il basso, come credono la maggior parte degli uomini di destra. La tesi del determinismo assoluto è altrettanto insostenibile quanto quella della tabula rasa. Se ciò che determina determinasse in modo assoluto, i cambiamenti profondi e incessanti che intervengono all’interno delle società più “omogenee” sarebbero incomprensibili. Maurice Barrès addiceva “la terra e i morti” per proclamarsi lorenese. Il problema è che era per metà alvergnate. Ciò dimostra che quel che ci determina a monte si combina sempre in proporzione variabile con il nostro libero arbitrio. Ho studiato questa problematica in altra sede, sottolineando che non esiste filosofia morale che possa fare a meno di una riflessione sul libero arbitrio. Cogliere la natura e i limiti del libero arbitrio è un argomento di riflessione appassionante. Certamente non è un modo per distinguere la destra dalla sinistra. La destra, che aveva menti brillanti nel XIX secolo, in Francia non ha mai smesso di declinare intellettualmente da quell’epoca in poi. Ciò mi pare effettivamente evidente. La perdita di vitalità comincia, significativamente, all’indomani dell’orrendo macello del 1914-18. Evocando il periodo fra le due guerre, avevo citato a titolo di comparazione, per i paesi vicini al nostro, i nomi di Giovanni Gentile, Ortega y Gasset, Ugo Spirito, Vilfredo Pareto, Oswald Spengler, Max Weber, Othmar Spann e Carl Schmitt. Dominique Venner mi risponde che nello stesso periodo “anche nella destra francese c’erano intellettuali di alto livello”. Dello stesso calibro? Peccato che non ne citi alcuno! La bilancia capace di pesare i talenti certamente non è ancora stata inventata, ma mi sembra che i non conformisti degli anni Trenta, ad esempio, per i quali peraltro ho molta ammirazione, non abbiano mai raggiunto il livello degli autori sopra citati. Quanto a coloro che li hanno seguiti (da Freund a Monnerot passando per Maulnier, Ruyer, Perroux, Lupasco e Rougier), constatare che nessuno di loro ha mai prodotto una teoria che consenta la piena comprensione dell’ambito sociale o del momento storico non significa certo diminuirne i meriti; alcuni di loro mi hanno anzi molto influenzato. Da allora in poi, le cose non sono migliorate. Per sapere in che mondo viviamo, oggi si possono leggere Anthony Giddens, Zygmunt Barman, Jeremy Rifkin, Louis Dumont, Michel Foucault, Jean Baudrillard, Christopher Lasch, Jean-Claude Michéa, Robert Castel, Bernard Stiegler, Paul Virilio, Serge Latouche e qualcun altro. A destra, chi? Dopo aver rifiutato l’idea di un declino del pensiero di destra, Dominique Venner sembra tuttavia finire con l’ammetterlo, dal momento che ne ricerca le cause. “Qual è la ragione di questo vuoto?”, scrive. La sua risposta è: l’epurazione. È credibile? L’epurazione del 1945 ha falciato alcuni talenti letterari, assai pochi intellettuali. Ha invece creato un clima detestabile, che si è in effetti tradotto in un ostracismo perdurante (piuttosto che “eterno”). “Alain de Benoist non lo dice”, sostiene Venner. Eh sì, lo dice, ma non gli piace troppo ripetersi. Scrivo infatti nell’introduzione al terzo volume della mia Bibliographie: “Largamente dominante nel mondo delle lettere fino al 1939, la destra, di qualunque tendenza, perde a poco a poco le sue posizioni a partire dalla Liberazione […] Per un effetto di continuità accuratamente alimentato, la destra diventa nel 1945 politicamente, e soprattutto ideologicamente, sospetta […] Mostrare di farne parte equivale a quel punto ad assumersi un rischio: presto, per uno scrittore o un saggista, dirsi “di destra” sarà il modo più sicuro per essere condannato all’ostracismo”. Cionondimeno, spiegare tutto con l’ostracismo o con l’epurazione è tanto facile quanto riduttivo (il clima è d’altronde molto più soffocante oggi di quanto non lo fosse all’indomani della guerra, negli anni Cinquanta e Sessanta). Il lento declino del pensiero della destra viene da più lontano. Inizia, l’ho detto, all’indomani della Prima guerra mondiale. In seguito, la perdita di vitalità accelera. Basta collocarsi in una prospettiva di lungo respiro per accorgersene. Ma la designazione di un capro espiatorio fa sempre comodo: denunciare a forza o la malignità dell’avversario consente di evitare di doversi interrogare sulla propria debolezza. Ho detto altresì, e del resto più di una volta, che la destra avrebbe dovuto considerare il comunismo alla stregua di un concorrente piuttosto che come un nemico. Dominique Venner mi obietta l’appropriazione dell’Europa orientale da parte sovietica e gli stupri dell’Armata Rossa. Qual è il rapporto? Certo che il comunismo sovietico è stato una “minaccia”, ma anche un concorrente può essere una minaccia. Avendo dedicato un intero libro ai due grandi totalitarismi del XX secolo, credo di non essere completamente ignorante in materia. Inoltre, non solo i nemici commettono atrocità. Anche i concorrenti possono commettere atrocità, anche gli alleati o gli amici, e persino “i nostri” – e quelle atrocità non sono meno stigmatizzabili delle altre (quanti stupri ci sono stati durante le guerre coloniali?). L’errore della destra non è consistito nell’opporsi al comunismo, ma nel non capire che il comunismo era prima di tutto una cattiva risposta a una domanda che essa avrebbe dovuto essere la prima a porre: come mettere fine a quella spoliazione di sé che è il risultato del dominio del capitale e del sistema del denaro? Il comunismo sovietico ha dissanguato i popoli. Il capitalismo liberale li priva della loro umanità. Oggi bisogna andare a Bucarest, a Varsavia, a Riga, a Budapest o a Praga per rendersi conto che dopo l’immensa speranza che la disintegrazione del sistema sovietico aveva fatto nascere, i popoli hanno cominciato a disilludersi. Si capisce allora il senso dell’espressione “passare da Scilla a Cariddi”. Ho criticato l’amalgama fra i problemi dell’immigrazione, la questione dell’islam, quella dell’islamismo e quella del terrorismo, tutti fenomeni che in parte si sovrappongono ma sono pienamente intelligibili solo se li si analizza separatamente. Dominique Venner ne trae la conclusione che “le inquietudini e le sofferenze dei francesi più diseredati” mi lasciano indifferente! Anche questa affermazione lascia sbalorditi. In realtà provo qualcosa di più che compassione per quelli, fra i nostri concittadini, che sono vittime delle patologie sociali nate dall’immigrazione, patologie innumerevoli volte denunciate su queste stesse colonne. Ne provo altrettanta per coloro, ancora più numerosi ma dei quali Dominique Venner non dice niente, che la legge ferrea della corsa alla crescita e della logica del profitto condanna alla disoccupazione, alla precarietà, all’emarginazione sociale, alla dissoluzione del legame sociale, alla reificazione dei rapporti sociali, alla fuga in avanti nel miraggio del consumo, per tutti quegli uomini e quelle donne esauriti, svuotati, decerebrati, che la riduzione di ogni valore al valore mercantile sottomette a una vera e propria mutazione antropologica. Perché tuttavia bisognerebbe, per questo, aderire alle tesi di Samuel Huntington, ex teorico della Trilaterale e consigliere influente della Casa Bianca, sul “conflitto delle civiltà”?. Ho operato una distinzione tra le convinzioni e le idee, sottolineando che esse sono altrettanto rispettabili e necessarie (“le idee possono dar vita a convinzioni e le convinzioni basarsi su idee”), osservando però che non ci può essere un “lavoro” delle convinzioni (che sono surrogati esistenziali della fede) nello stesso senso in cui vi è un lavoro del pensiero, l’unico che consente di fare la propria autocritica quando è opportuno farla. Commento di Dominique Venner: “Per Alain de Benoist, la fedeltà è un segno di stupidità?”. Di nuovo, mi stropiccio gli occhi. La fedeltà è una virtù cardinale dell’etica dell’onore che io difendo. Ragion di più per non farne una bandiera di comodo. La fedeltà è ad esempio la fedeltà alle promesse che si sono fatte, la fedeltà agli amici che si comportano da amici, la fedeltà al compito che ci si è assegnato, la fedeltà al metodo che si è scelto. La fedeltà non è la testardaggine o l’ostinazione, e meno che mai l’alibi dell’impotenza o della rigidità. Non consiste nel ripetere idee false, anche se ciò può aiutare a vivere, né nel gloriarsi di non rimpiangere per principio niente di quel che si è fatto. “Piuttosto che avere “una testa filosofica”, non è auspicabile avere una testa politica?”, dice ancora Dominique Venner. Il problema sta nel sapere che cosa vale una politica che non si fonda su una concezione del mondo, vale a dire su una filosofia. Dominique Venner, che cita Platone e Federico II Hohenstaufen, evidentemente non ignora che esistono anche filosofie politiche. Basarsi su di esse potrebbe aiutare una “famiglia di idee ostracizzata” ad intraprendere una riflessione critica su se stessa, invece di inarcarsi su posizioni o atteggiamenti che l’hanno regolarmente condotta al fallimento. Infine, io rimprovero in effetti al nazionalismo di aver fatto cadere la destra nella metafisica della soggettività. Dominique Venner subodora che in questo caso si tratta di “una sorta di scomunica solenne” e chiede “chiarimenti”. A dire il vero, ho scritto così spesso su questo tema che pensavo di non dovermi ripetere. Mi sbagliavo: non si è mai troppo precisi – tanto più in quanto la critica della metafisica della soggettività, senza comportare affatto una “scomunica” (non sono il papa di alcunché), è in effetti uno dei fondamenti della mia filosofia politica. La metafisica della soggettività potrebbe essere definita la credenza nell’autosufficienza di sé. Questo sé può essere individuale o collettivo: in entrambi i casi, il soggetto si pone come la fonte di tutti i valori, senza altri referenti al di fuori di se stesso. Orbene, il lascito più importante del pensiero greco è il concetto di oggettività. Da esso discendono la filosofia, la scienza, la psicologia, la nozione di bene comune o ancora quella di equità, essendo quest’ultima il fondamento del diritto oggettivo. Heidegger, che vede nella soggettività la Figura stessa dell’essere-sé (Selbstsein), ha efficacemente dimostrato che, a partire da Cartesio, il soggetto si pone quale fonte determinante del valore in sé: l’oggettività ripiega sulla soggettività. Sul piano collettivo, l’appartenenza diviene l’unico criterio di giudizio. La mia convinzione più profonda è che l’appartenenza, per quanto importante sia – ed è essenziale –, non può essere l’unico criterio di giudizio. La bella massima “right or wrong, my country” non ci dice che il mio paese ha sempre ragione, bensì che resta il mio paese anche quando ha torto. Ciò implica che gli si possa dare torto, cosa che si può fare soltanto disponendo di un referente – di un criterio del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto – che eccede la sola appartenenza. Se non si dispone di questo referente, il mio paese non può, per definizione, che avere sempre ragione. Contemporaneamente scompaiono i concetti di equità e di verità. La morale si impoverisce così come accade in un Trotzky (La loro morale e la nostra): il bene è ormai solo quel che ci conviene o serve i nostri interessi (ciò che è buono per me o per noi), il male quel che li contrasta o rende loro un cattivo servizio. Dal momento che l’appartenenza si confonde con la verità, l’Altro diventa immancabilmente l’Assolutamente Altro. Il soggetto, individuale o collettivo, non ha più niente da dire o da scambiare con gli altri. Le culture vengono considerate come delle quasi-specie, fra le quali più niente è comunicabile. Nel contempo vengono persi di vista gli universali che fanno da fondamento della psicologia evolutiva. La politica si riduce al trialismo o al darwinismo sociale; la vita sociale alla guerra di tutti contro tutti. La verità si confonde con la forza bruta: i vincitori hanno sempre ragione per il solo fatto che hanno vinto. Parallelamente, il nemico viene immancabilmente considerato nemico assoluto. La filosofia politica quale io la concepisco respinge, simultaneamente, sia l’universalismo astratto sia la metafisica della soggettività. La formula in base alla quale il nazionalismo non è altro che un individualismo collettivo, che Dominique Venner definisce “ un paradosso” , non è mia ma di José Ortega y Gasset. La si ritrova sostanzialmente in Julius Evola, lui pure critico rigoroso del nazionalismo, così come in Othmar Spann o in Heidegger (“il nazionalismo è, sul piano metafisico, un antropologismo, e come tale un soggettivismo”). Individualismo e nazionalismo provengono infatti dalla stessa matrice ideologica, anche se i comportamenti che inducono sono diversi (il nazionalismo può suscitare comportamenti sacrificali che l’individualismo proibisce), attraverso il semplice allargamento dell’“io” al “noi”. È rivelatore il fatto che Maurice Barrès sia sfociato nel nazionalismo partendo dal culto dell’io: lo ha semplicemente trasformato in culto del noi. Allo stesso modo, mirare al mio migliore interesse, ritenendo che esso sia sempre giustificato perché è il mio, oppure mirare al nostro migliore interesse, ritenendolo giustificato per il semplice fatto che il nostro, non ci fa uscire né dal soggettivismo né dall’assiomatica dell’interesse. A mio parere, è proprio da ciò che bisogna uscire. In effetti, più rileggo il testo di Dominique Venner, meno ne capisco il senso, o piuttosto l’intenzione. È un’arringa che difende con brio la destra “eterna”. Ma perché difenderla a tutti i costi quando si riconosce che “la dicotomia politica e ideologica destra-sinistra perde oggi molta della sua forza”? Dominique Venner crede davvero che la destra non abbia niente da rimproverarsi, che non sia criticabile in niente? Ho qualche motivo per dubitarne. Pensa forse che non si debba “gettare nella disperazione Billancourt” [come disse Sartre, sostenendo che non si poteva criticare eccessivamente il Pcf, perché esso rimaneva il referente degli operai (Billancourt era la sede storica delle officine Renault, ndt] e che “i panni sporchi vanno lavati in famiglia”? Questa posizione già implica di considerarsi parte della famiglia, ma ovviamente è insostenibile. Discutere un bilancio intellettuale, le qualità e i difetti di una famiglia di pensiero, valutare la portata o l’impatto delle sue idee e dei suoi atti, tutte cose che non sono mai avvenute a porte chiuse, richiede necessariamente una discussione pubblica che può essere fruttuosa, perlomeno sino a quando ad essa non si affianca un processo ad hominem. Dominique Venner definisce “sarcasmi” e “asserzioni polemiche” osservazioni metodiche, riflesse, pesate da lungo tempo e confortate dall’esperienza. Non risponde ad alcuna di esse. Neppure una parola sul modo in cui la destra si rappresenta il nemico, non una parola sulla sua manifesta mancanza di interesse per i dibattiti di idee, non una parola sul suo atteggiamento perpetuamente emotivo e reattivo, sul suo oblio della complementarità naturale fra i valori aristocratici e i valori popolari, sul suo “restaurazionismo”, sulla sua cecità nei confronti del sistema della merce, non una parola su quello stesso sistema, che pure sta al centro di ciò che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi. Su tutti questi argomenti, ci si aspetterebbe quantomeno una spiegazione alternativa. Niente da fare. Dominique Venner ha detto di recente che del generale de Gaulle non resta che “vento”, perché egli non ha saputo cambiare lo spirito del tempo né indirizzare il corso degli eventi. Che cosa pensare allora, caro Dominique, di una destra che, nell’arco di due secoli, non ha cambiato niente, non ha modificato niente, non ha indirizzato minimamente il corso della storia, non ha fatto altro che accumulare fallimenti senza mai interrogarsi su se stessa, e i cui contorni oggi vanno scomparendo, come quelli di una nave che affonda a poco a poco nei flutti, acquisendo ogni giorno di più il fascino desueto delle vecchie rovine?





Alain de Benoist

sabato 26 settembre 2009

Noi, fra Chiesa e Rivoluzione francese

Ho avuto modo di leggere con attenzione l’articolo che Gianvito Armenise, esponente del movimento cattolico “Azione e Tradizione” ha pubblicato in risposta a quanto, di recente scritto da Gabriele Adinolfi a riguardo alla tematica dei rapporti con il mondo cattolico. Un tema alquanto spinoso ed irto di difficoltà, questo, perché si corre sempre il rischio di finire con l’urtare le varie sensibilità, sia laiche che cattoliche che, come un fiume carsico percorrono l’intera storia del nostro paese ed attraverso la cui ottica unilineare, si corre il rischio di distorcere irrimediabilmente i termini dell’intera questione, aggiungendo confusione a confusione.
Una considerazione alla base dell’intera questione. L’ambiente nazional rivoluzionario (o di destra radicale, o di sinistra nazionale, o come cavolo volete chiamarlo voi!), nella sua infinita e tortuosa storia dal dopoguerra in poi, è sempre stato sensibile alle mode ed ai richiami culturali del momento, avendo da sempre sofferto un forte problema di carenza di identità culturale, dovuto alla frammentazione in mille rivoli che, a partire dalla fine del Fascismo, avrebbe caratterizzato l’esperienza politica ed umana di coloro che a quella vicenda storica si sarebbero richiamati. E così si è andati passando dalla rigida osservanza dei dettami evoliani in materia di tradizione, alla fascinazione per l’Islam propugnata da riviste come Orion e da personaggi come Claudio Mutti, sino a sbarcare nel tradizionalismo cattolico alla Forza Nuova ed alla Pivetti, arrivando ad una postuma rivalutazione dell’intera esperienza legata alla Rivoluzione Francese. Si fanno così convivere in un immenso e confusionario calderone il brigantaggio e l’esaltazione del Risorgimento, il tradizionalismo evoliano accanto alle istanze futuriste, la Vandea accanto alla Bastiglia.
Partendo dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese, va detto che, a tutti gli effetti, essi hanno rappresentato il momento di rifondazione dell’Occidente intero che, da quel momento in poi, sarebbe stato sempre più caratterizzato dall’interazione tra economia e tecnologia a scapito e detrimento di qualunque altro valore, sino ad arrivare all’attuale tendenza volta a plasmare il mondo intero in base ai dettami economicistici occidentali. A partire da quel momento un pensiero caratterizzato da una rigida tendenza alla categorizzazione, alla quantificazione ed alla mercificazione, portate avanti da pensatori quali Locke, Berkeley, Hume e dalle prime scuole di pensiero economiche liberiste quali i fisiocratici, spianeranno in modo definitivo la strada al dominio dei ceti mercatili a detrimento di quelli più caratterizzati da una vocazione più autenticamente politica. Un cambiamento che iniziato in sordina con il Protestantesimo, aveva trovato nell’Inghilterra di Cromwell e nella nascita degli USA di Washington ed Hamilton, i primi e fondamentali punti fermi. Ad onor del vero, va però detta una cosa. L’Occidente è caratterizzato da un’ambiguità di fondo che, nel ruolo di una vera e propria schizofrenia intellettuale, ne marca l’intero percorso, sin dagli albori. Oggidì una parte interessante della critica storica, (inizialmente rappresentata dagli studi di Eric Meuthen, e poi proseguita da Neugebauer-Wolk, Trepp e Lehmann, Kippenberg e Von Stuckrad, solo per citarne alcuni ) sta operando una vera e propria rivisitazione dei motivi che animarono quel complesso e variegato fenomeno che fu l’Illuminismo, facendo della Ragione, non tanto un motivo razionale alla base di un’ideologia altrettanto razionalista, quanto un motivo di natura neoplatonica, dalla cui fascinazione non sarebbero rimasti estranei personaggi come Isaac Newton, ma neanche Leibniz, Goethe e forse lo stesso Francis Bacon. Certo è che la riscoperta della dea egizia Iside sotto le ambivalenti vesti della Dea Ragione durante i momenti più intensi della Rivoluzione Francese, sotto la dittatura di Robespierre, l’aderenza di personaggi come l’ultrarazionalista ed ipercritico Voltaire a strane conventicole esoteriche, alcuni scritti di Rousseau ed altri motivi ancora, ci lasciano sospettare una vicenda che forse avrebbe voluto esser differente ma che, il corso della storia orientò in tutt’altro modo. Non solo. A detta di autori come De Felice e Mosse, l’insurrezionalismo giacobino sicuramente fornì molti spunti ai nascenti nazionalismi europei, che ebbero modo di sperimentarne la validità durante le invasioni napoleoniche, con le varie insurrezioni in Germania e durante la fase dei vari Risorgimenti europei, italiano in primis.
E’ vero. Casa Savoia ed una Massoneria molto spesso pappa e ciccia con gli interessi britannici, nel brigare contro gli interessi del decadente assetto mittel europeo austro-ungarico, non avevano certo a cuore gli interessi della nascente Italia, anzi, ma non si può non riconoscere l’importanza e la validità dell’impostazione politico ideologica dell’insurrezionalismo mazziniano e di personaggi come Garibaldi, che ne furono i fedeli battistrada, e che avrebbero poi fornito linfa vitale all’ideologia fascista. Che poi un personaggio colorito e bizzarro come Garibaldi fosse anche massone, non dovrebbe meravigliarci né preoccuparci più di tanto, visto che i veri burattinai del Mondialismo, sono stati e sono di ben altro calibro, rispetto a quello di un avventuriero ideologizzato, quale il Garibaldi effettivamente fu.
Lo stesso percorso storico della Massoneria, apparentemente nata all’insegna di un’impostazione mistico-esoterica di derivazione rosacrociana e poi evolutasi (o meglio sarebbe dire: degenerata) in tutt’altro modo, ci dovrebbe comunque indurre a delle valutazioni più prudenti e misurate. Dovremo anzitutto interrogarci sul reale significato della parola Massoneria, visto che in questo ambito sono state spesso incluse esperienze tra loro profondamente differenti. Martinisti e Martinesisti, Riti Scozzesi, Grandi Orienti, Rosacrociani, Ariosofi, Teosofi, Neopitagorici, Neopagani ed altri gruppi misteriosofici simili, sono stati troppo spesso e frettolosamente accomunati sotto la sigla di “Massoneria”, senza operare distinzioni invece necessarie e dovute. Non solo. Resta forte in ambito massonico, quell’ambiguità di fondo, quel contrasto tra un’esperienza di tipo mistico e neoplatonico e le ragioni di una ratio meccanicista, che abbiamo poc’anzi nominato a proposito dell’intera vicenda illuminista. Se nella rivoluzione protestante, nell’Illuminismo, nella Rivoluzione Francese, in certe vicende del Risorgimento, noi possiamo ravvisare alcuni importanti momenti dello sviluppo dell’attuale Globalismo Occidentale, le radici di questo fenomeno andrebbero però ricercate nella plurimillenaria vicenda della Chiesa cattolica, questa sì universalista ed omologatrice per propria espressa vocazione.
Anche qui però, andrebbe tenuto distinto l’aspetto legato alla figura di Cristo con quello del successivo sviluppo organizzativo dei suoi seguaci. Al pari di un’altra grande religione quale il buddhismo, il cristianesimo sorge in un momento di grande crisi spirituale o “decadence” che riguardava l’intera “ecumene” ellenistico-romana. Cosa abbia esattamente detto Cristo, ed in quale misura, ancor oggi non è dato di sapere, visto che i vari Concili (Efeso, Calcedonia, etc.) hanno provveduto nel tempo ad eliminare qualunque motivo fosse discordante con la nascente ufficialità ecclesiastica. Anche qui sembra rifarsi presente la metafora filosofica di un Heidegger, che parla di un progressivo nascondersi dell’essere reale, dell’essenza delle cose, tutto a detrimento della loro apparenza (o ente) che sembra percorrere la storia dell’Occidente intero e che, nella vicenda del cristianesimo potrebbe trovare un’interessante applicazione. Fatto sta che ad edificare la cristianità ufficiale furono personaggi come Paolo di Tarso, Origene, Tertulliano ed Agostino di Ippona, assieme ad altri, ben lontani dall’iniziale esperienza cristiana.
Il primo motivo che accomunerà questi signori sarà la dualità tra organizzazione statuale ed organizzazione ecclesiastica, in virtù del principio della supremazia della civitas dei ( e dei suoi rappresentanti mortali, sic!) sulla civitas in terra, rappresentata dallo stato o dall’impero che dir si voglia. Sino ad allora, il variegato mondo ellenico ed etrusco-romano-italico, era stato accomunato dall’idea dell’ assoluta supremazia dello stato, caratterizzata dall’incondizionata adesione delle organizzazioni sacerdotali e religiose allo jus publicum. Questo perché nella concezione del mondo classico, lo stato rappresentava nel proprio realizzarsi quell’ “hic et nunc”/ “qui e adesso” nel ruolo di massima aspirazione a cui un individuo, pienamente inserito in quella comunità perfetta che era la polis-res publica, potesse aspirare. Attraverso le sue genealogie mitiche, garantite da personaggi come dei o eroi nel ruolo di fondatori , la polis-res publica trovava smalto e forza centripeta. Il cristianesimo si imporrà nella fase di decadenza del mondo classico, facendosi portatore dell’idea che l’unico potere valido fosse quello della civitas celeste, mentre quello dell’impero e di Roma, la “magna meretrix”, doveva esservi risolutamente sottomesso. Disaffezione, mancanza di senso della comunità, mala fede, fecero il resto. L’avvento del cristianesimo coinciderà con la decadenza e la caduta dell’impero romano, spalancando un’età di scontri con il potere temporale che impedirà “de facto” il realizzarsi di quell’asse geopolitico mitteleuropeo Nord-Sud, tanto caro ai desiderata di Federico 2° e che tanto avrebbe giovato al futuro d’Europa. Per non parlare poi dell’unità della penisola italiana, che la presenza della Chiesa cattolica rese de facto impossibile sino al 19° secolo (!) dell’Età Moderna.
Il tutto senza contare la sequela di intolleranze, atrocità e persecuzioni che ad iniziare dagli Gnostici, passando per i Catari, per l’episodio di Jan Huss in Boemia, e via discorrendo, fornirono la giustificazione ideale per la rivolta dei ceti mercantili nord europei all’insegna del Protestantesimo. Il cattolicesimo rappresentò il primo e serio tentativo di conformare i popoli del mondo intero all’insegna di un motivo, quale quello religioso, che ne avrebbe permeato la vita sin nelle midolla. Tentativo che proseguirà anche nell’Età Moderna con una Chiesa che, al pieno servizio del becero colonialismo europeo, si farà compartecipe di massacri, genocidi ed estinzioni di popoli interi, infettati, sporcati, corrotti da una mentalità falsa, ipocrita e farisaica, quale quella a tutt’oggi portata avanti da un’istituzione più volta ad immischiarsi negli affari di uno stato sovrano che non ad esercitare un sacro magistero.
Oggi come una volta, la Chiesa cattolica rappresenta uno di quei freni che impediscono lo sviluppo economico e sociale del nostro paese. In questioni come società multirazziale, aborto, testamento biologico, libertà sessuale, impicci finanziari ed altro ancora, Santa Romana Chiesa ha mostrato una doppiezza vergognosa. Quanto sin qui detto non vuole certo essere un viatico per Protestanti, sionisti e compagnia bella che, quanto a schifezze non hanno nulla da invidiare ai propri “fratelli minori” cattolici, né vuole essere la solita stupida esaltazione di un decotto ateismo militante. Nulla all’incontrario, quindi, ad un ingenuo e confusionario “Tradizionalismo Cattolico”, (portato avanti dai vari De Maistre, Ravaisson, Renouvier, Blondel, Bergson e dallo stesso Sorel e da sempre emarginato dalle gerarchie ecclesiastiche, perché contrario alla realpolitik dei suoi esponenti, sic!) ed ai suoi suggestivi riti in latino.Tutt’altro. Nè si pretende certo di impedire a milioni e milioni di individui di proclamare la propria fede nel modo che essi ritengono più opportuno, ma chi si fa portatore di un’impostazione nazional rivoluzionaria dovrebbe sempre avere in vista un obiettivo: la supremazia di uno stato inteso come superiore riferimento etico di una comunità di individui e non un semplice notaio dei singoli interessi economici.
Riportare la Chiesa cattolica nell’alveo dello ius publicum, tramite la revisione del Concordato, rendendo di pertinenza dello Stato la nomina di cardinali e vescovi, sottoporre ad un particolare regime giuridico di nazionalizzazione i beni ecclesiastici, al pari di tutte le altre confessioni religiose. Simili provvedimenti dovrebbero rappresentare solo il primo passo verso quel processo di eticizzazione dello stato e della vita pubblica, in grado di espropriare la sfera economica da quel primato di detenzione dei valori, iniziato proprio con la graduale sottomissione della sfera politica a quella economica. Senza imporre atti di fede universali a nessuno, lasciando che ognuno creda liberamente ai propri Zeus, Juppiter Fulgurator, Mitra, Javè, Allah, Brahma e, (perché no?) anche a Capitan Harlock, tenendo sempre a mente che la religione è cosa seria e non materiale per quel fai da te dello spirito tanto caro alle sette mondialiste americane new age , vorremmo concludere ricordando a qualcuno che base integrante di tutti i credi religiosi come si deve, stanno dei simboli o archetipi universali, tra cui anche il bistrattato “uroboros”/o “serpente che si mangia la coda”, ben antecedente alla Gnosi ed alla Massoneria, che non dovrebbe essere evocata a piè sospinto ogni qualvolta non si riescano a coprire e giustificare le proprie lacune culturali.
Di Umberto Bianchi