DA: "NO REPORTER"
Tre anni fa l'eroico martirio di Saddam Hussein
Il 30 dicembre del 2006 veniva assassinato il legittimo Capo di Stato dell'Iraq, Saddam Hussein.
Colui che davanti ai giudici si era definito “Il Mussolini del Vicino Oriente” morì con una fierezza impressionante.
La sua impiccagione venne decisa dal governo tribale imposto dalle truppe occupanti e fiancheggiato dagli squadroni della morte inglesi, americani, israeliani ed iraniani.
L'intervento in Iraq, dopo un lunghissimo embargo costato negli anni la vita a centinaia di migliaia di bambini privati di farmaci, permise agli americani di salvaguardare i loro interessi petroliferi e geopolitici e di togliere all'Europa una delle sue principali fonti energetiche; Saddam, oltretutto, voleva vendere il suo petrolio in euro e non in dollari.
L'invasione e l'eccidio compiuti in nome della democrazia liberavano Israele di uno dei pochi, seri, reali, opponenti nell'area e permettevano agli iraniani di riprendere l'offensiva verso i pozzi e il disegno di riunificazione dell'Islam sciita.
L'Iraq, prima, era una nazione progredita che procedeva anche per conquiste sociali, tutti i culti erano liberi non solo i cristiani (che avevano in Tarek Aziz un autorevolissimo rappresentante al governo) ma la stessa Sinagoga era aperta e frequentata anche quando Baghdad e Tel Aviv si scambiavano missili.
L'Iraq “liberato” è oggi ridotto ad uno scenario apocalittico, in piena macellazione, travolto da odi tribali, etnici e confessionali inter-musulmani. Le persecuzioni religiose sono divenute la regola e soprattutto va ricordato che le abbiamo introdotte noi.
Avanti così, nel nome del Diritto Internazionale e della Democrazia!
giovedì 31 dicembre 2009
mercoledì 30 dicembre 2009
27 Dicembre 2008, inizia il massacro sionista di "Piombo Fuso"
DA: "ASSOCIAZIONE CULTURALE ZENIT"
Un anno fa, alle 11,30 del 27 dicembre del 2008, ebbe inizio la brutale aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza sotto assedio. Un crimine contro l'Umanità. Uno dei tanti compiuti dallo stato sionista, abituato all'impunità totale e alla complicità silente della comunità internazionale.
Bambini, donne, poliziotti fatti a pezzi. Feriti a migliaia. Disabili permanenti. Neonati nati malformati. Acqua, cielo e terra contaminati da Adm.
Il bilancio immediato e successivo dell'Operazione Piombo Fuso, un vero e proprio genocidio, è degno di un Tribunale internazionale.
Confidiamo nella saggezza della Giustizia e del Diritto internazionali, che possano giudicare Livni-Barak-Olmert e i capi dell'Esercito "più morale del mondo" per i crimini di cui si sono macchiati.
Israele, stato genocida, non può continuare ad agire impunito, massacrando innocenti.
La cronaca
27 dicembre, ore 11,30: sono 206 i morti e 750 i feriti in poche ore.
La maggior parte dei cadaveri e dei feriti giunge in ospedale a pezzi.
Diversi bambini e anziani muoiono d’infarto, per la paura.
Tra i bersagli definiti del "terrorismo palestinese” dalla propaganda mediatica israeliana, ripresa acriticamente dai nostri mezzi di informazione-disinformazione, c'è anche il reparto infantile di un ospedale di Gaza.
È strage di bambini. Gli obitori traboccano di salme e gli ospedali non sanno più dove e come curare i feriti.
È l’“Operazione Piombo Fuso“: 22 giorni di bombardamenti di terra, cielo e mare che hanno portato alla morte di intere famiglie, di bambini, donne, giovani, anziani, e al successivo e lento stillicidio di decessi e di neonati malformati, a causa degli effetti devastanti provocati sull'ambiente e sulla salute dalle bombe al fosforo, dalle Dime e da altre armi di distruzione di massa usate dall'esercito israeliano.
Il bilancio dei bombardamenti
1366 palestinesi uccisi
• 430 bambini
• 111 donne
• 6 giornalisti
• 6 medici
• 2 operatori Onu
5360 feriti
• 1870 bambini
• 800 donne
152 persone rese disabili permanenti
Oltre 258 persone muoiono perché le forze israeliane impediscono i soccorsi. La maggior parte delle vittime è colpita a morte in casa o nelle vicinanze. 519 fatta a pezzi dai droni e 473 dagli aerei.
Gli sfollati sono 50.000, di cui 20.000 sono ancora senza tetto.
Più di 3.600 abitazioni sono distrutte totalmente e 11.000 parzialmente.
Oltre alle abitazioni, vengono bombardati, ospedali, scuole, luoghi di culto, infrastrutture, industrie, campi, acquedotti.
1 milione di kg di bombe (di cui il 5% ancora inesplose) lanciate dall'aviazione, dalla marina e dall'artiglieria israeliane.
Israele ha fatto uso di fosforo bianco, di droni e altri veicoli telecomandati (UAV), di F16, elicotteri Apache e Cobra, navi da guerra, tank, bulldozer militari Caterpillar, soldati armati di M16.
Fonti: UNHCR e UNDP, giugno 2009; Al Mezan, Cast Lead Offensive, giugno 2009,
http://www.mezan.org/upload/8941.pdf; Al Haq Palestinian Human Rights Organisation, Operation Cast Lead – A
Statistical Analysis, agosto 2009
http://www.alhaq.org/pdfs/gaza-operation-cast-Lead-statistical-analysis%20.pdf
La “tregua”.
Il 19 dicembre del 2008 era scaduta una tregua di sei mesi, siglata il 19 giugno (mese contrassegnato da feroci bombardamenti israeliani contro la Striscia).
Israele aveva rotto ripetutamente la tregua con bombardamenti e assassinii mirati. In particolare, il 5 novembre, gli aerei da guerra fanno a pezzi sei palestinesi, resistenti delle brigate Qassam.
E poi, ancora, nei giorni successivi, altre bombe su pescatori, contadini, cittadini, resistenti, in un crescendo di aggressioni che hanno portato il governo di Gaza a rifiutare, il 19 dicembre, un rinnovo della tregua. Tra l’altro, quella siglata a giugno avrebbe dovuto portare alla fine dell’assedio di Gaza, ma così non è stato.
Già da mesi, come confermano documenti e dichiarazioni militari israeliane, il governo d’Israele aveva in mente un’operazione totale contro la Striscia. Ecco che il 27 dicembre s’abbatte sulla Striscia “Piombo Fuso”. Un’ecatombe con effetti devastanti anche per il futuro degli abitanti di Gaza.
TORSELLI (PdL): “TRAFFICO CAOTICO, PEDONI A RISCHIO E QUELLA PENSILINA CHE SEMBRA UNA CIMINIERA”. PRESENTATA OGGI UNA MOZIONE.
“E pensare che quando l’avevano voluta, era stata denominata Busvia 17 Flash! Peccato che la velocità guadagnata dalla linea 17 su Viale dei Mille venga tutta immediatamente persa poche decine di metri dopo, nel perenne ingorgo del Ponte al Pino. La nuova viabilità di Viale dei Mille, oggi lo possiamo dire dopo averla provata e riprovata per anni, è un fallimento totale: Via Pacinotti è un pericoloso ingorgo continuo, la corsia di scorrimento del traffico privato in direzione de Le Cure una colonna di auto che scorre lentissima e la pensilina di salita/discesa dall’autobus è una ciminiera laddove chi aspetta il mezzo pubblico è costretto a respirare in una cappa di smog e di gas di scarico delle automobili”. Così il Consigliere Comunale Francesco Torselli (PdL) dopo aver svolto un sopralluogo guidato da alcuni cittadini della zona e dopo aver incontrato anche diversi commercianti.
“Da quando è stata modificata la corsia preferenziale per gli autobus – spiega il consigliere del centrodestra i problemi in Viale dei Mille si sono moltiplicati. Ed i vantaggi? Qualche secondo di ritardo in meno sulle corse, puntualmente persi nell’ingorgo di Ponte al Pino”.
“Parlando con le persone ed i commercianti della zona – racconta ancora Torselli – mi sono stati fatti presenti numerosi problemi: le attività commerciali sul lato sinistro di Viale dei Mille andando verso lo Stadio sono state penalizzate notevolmente dalla corsia di traffico veicolare che già di per sé scorre lentissima e che di fatto impedisce di sostare per fermarsi a fare acquisti in un negozio; l’incrocio tra Viale dei Mille e Via Pacinotti poi è un caos continuo: chi arriva dallo stadio è costretto a svoltare a destra ed a prendere subito la sinistra per proseguire verso Le Cure, mentre chi arriva da Le Cure svolta a sinistra e deve immediatamente prendere la destra per immettersi in Viale Volta! Senza considerare le auto in sosta sui due lati della strada…”.
“Ma la situazione peggiore – prosegue l’esponente del centrodestra a Palazzo Vecchio – è quella che sono costretti a vivere i pedoni che raggiungono la pensilina di attesa dei mezzi pubblici: l’attraversamento dal marciapiede all’isola di salita/discesa dagli autobus è continuamente occupato dai veicoli in transito dallo Stadio in direzione Cure, tanto che per attraversare la strada si passa tra un’automobile incolonnata e l’altra con notevoli disagi soprattutto per i portatori di handicap, mentre una volta raggiunta l’isola di salita/discesa l’attesa diventa un conto alla rovescia verso l’intossicazione”.
“Sostare anche soli 5 minuti sotto quella pensilina – aggiunge Torselli – significa stare rinchiusi in una camera a gas: da un lato le due, se non tre, file di auto che provengono da Le Cure e transitano verso lo Stadio rallentando ed incolonnandosi a causa degli autobus che occupano oltre il centro strada, dall’altra la colonna perenne dei veicoli che dallo Stadio scorrono a passo d’uomo verso Via Pacinotti; a me, dopo mezz’ora trascorsa in mezzo al viale a parlare coi cittadini ha fatto male la testa fino a sera… Non oso pensare a chi ci abita”.
“Avvicinandosi allo Stadio – spiega poi il consigliere comunale del PdL – i problemi sono anche altri come, ad esempio, quello dell’edicola alla fine del viale dove, per acquistare il giornale si deve stare coi piedi sulla corsia di scorrimento delle auto rischiando di essere investiti”.
“Proprio oggi – conclude Torselli – ho depositato una mozione per chiedere il ripristino della viabilità antecedente alla realizzazione di questa inutile “Busvia 17 Flash” o che perlomeno la viabilità torni come prima nel tratto di Viale dei Mille compreso tra Via Pacinotti e Via Marconi; tanto per ricordare all’amministrazione comunale che anche durante le feste i problemi ed i guai continuano e come a gravare sui cittadini. Non bastano certo due luci sui viali e qualche evento mediatico per la notte di San Silvestro a farci dimenticare tutto il resto”.
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“Da quando è stata modificata la corsia preferenziale per gli autobus – spiega il consigliere del centrodestra i problemi in Viale dei Mille si sono moltiplicati. Ed i vantaggi? Qualche secondo di ritardo in meno sulle corse, puntualmente persi nell’ingorgo di Ponte al Pino”.
“Parlando con le persone ed i commercianti della zona – racconta ancora Torselli – mi sono stati fatti presenti numerosi problemi: le attività commerciali sul lato sinistro di Viale dei Mille andando verso lo Stadio sono state penalizzate notevolmente dalla corsia di traffico veicolare che già di per sé scorre lentissima e che di fatto impedisce di sostare per fermarsi a fare acquisti in un negozio; l’incrocio tra Viale dei Mille e Via Pacinotti poi è un caos continuo: chi arriva dallo stadio è costretto a svoltare a destra ed a prendere subito la sinistra per proseguire verso Le Cure, mentre chi arriva da Le Cure svolta a sinistra e deve immediatamente prendere la destra per immettersi in Viale Volta! Senza considerare le auto in sosta sui due lati della strada…”.
“Ma la situazione peggiore – prosegue l’esponente del centrodestra a Palazzo Vecchio – è quella che sono costretti a vivere i pedoni che raggiungono la pensilina di attesa dei mezzi pubblici: l’attraversamento dal marciapiede all’isola di salita/discesa dagli autobus è continuamente occupato dai veicoli in transito dallo Stadio in direzione Cure, tanto che per attraversare la strada si passa tra un’automobile incolonnata e l’altra con notevoli disagi soprattutto per i portatori di handicap, mentre una volta raggiunta l’isola di salita/discesa l’attesa diventa un conto alla rovescia verso l’intossicazione”.
“Sostare anche soli 5 minuti sotto quella pensilina – aggiunge Torselli – significa stare rinchiusi in una camera a gas: da un lato le due, se non tre, file di auto che provengono da Le Cure e transitano verso lo Stadio rallentando ed incolonnandosi a causa degli autobus che occupano oltre il centro strada, dall’altra la colonna perenne dei veicoli che dallo Stadio scorrono a passo d’uomo verso Via Pacinotti; a me, dopo mezz’ora trascorsa in mezzo al viale a parlare coi cittadini ha fatto male la testa fino a sera… Non oso pensare a chi ci abita”.
“Avvicinandosi allo Stadio – spiega poi il consigliere comunale del PdL – i problemi sono anche altri come, ad esempio, quello dell’edicola alla fine del viale dove, per acquistare il giornale si deve stare coi piedi sulla corsia di scorrimento delle auto rischiando di essere investiti”.
“Proprio oggi – conclude Torselli – ho depositato una mozione per chiedere il ripristino della viabilità antecedente alla realizzazione di questa inutile “Busvia 17 Flash” o che perlomeno la viabilità torni come prima nel tratto di Viale dei Mille compreso tra Via Pacinotti e Via Marconi; tanto per ricordare all’amministrazione comunale che anche durante le feste i problemi ed i guai continuano e come a gravare sui cittadini. Non bastano certo due luci sui viali e qualche evento mediatico per la notte di San Silvestro a farci dimenticare tutto il resto”.
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Tutto chiaro, è Al Qaeda in Mutanda
DA: "AZIONE TRADIZIONALE"
Non l’avevano predetto Netanyahu e Gordon Brown? E’ prossimo un grande attentato terroristico islamico (se ne sente un gran bisogno). Ebbene, così è stato.
Ecco il nigeriano 23 enne che tenta di far saltare il volo Amsterdam-Detroit con un esplosivo nascosto vicino ai testicoli, anzi nell’ano, dove nemmeno la security più indiscreta va a palpare (occorrono guardie gay, presto, fortemente motivate a questo genere di ispezioni). Un esplosivo «potentissimo», che nelle prime ore sembrava un «fuoco d’artificio».
Il catturato che ammette di essere di Al Qaeda. Per Guido Olimpio, l’inarrivabile complottista del Corriere della Sera, il nigeriano era influenzato dall’«imam Anwar Al Awlaki, sospettato di aver ispirato l’autore del massacro a Fort Hood, Texas», lo psichiatra militare diventato qaedista mentre era in servizio a curare i soldati che minacciavano sparatorie se venivano mandati un’altra volta in Afghanistan. Al Qaeda a Fort Hood.
Guido Olimpio sa tutto: il nigeriano è stato addestrato da Al Qaeda in Yemen: «Nel Paese arabo, è presente una sezione di Al Qaeda, molto attiva e forte di decine di elementi».
Strano che gli sia sfuggita l’informazione fornita da un passeggero dell’aereo preso di mira, l’avvocato Kurt Haskell che con la moglie Lori tornava nella sua casa di Newport, Michigan.
«Abbiamo visto Mutallab avvicinarsi al cancello d’imbarco con un uomo non identificato», hanno raccontato i due. «Mentre Mutallab era malvestito, l’altro era elegantissimo in un completo d’ottimo taglio. Il tizio elegante ha chiesto alle persone che prendevano le carte d’imbarco se Mutallab poteva essere imbarcato senza passaporto: “E’ del Sudan e noi lo facciamo sempre”». (Flight 253 passenger: Sharp-dressed man aided terror suspect Umar Farouk Abdul Mutallab onto plane without passport)
Assaporiamo queste parole.
Suvvia, lasciate imbarcare questo ragazzo senza passaporto. (Provate a fare voi questa proposta all’imbarco di un qualunque volo intercontinentale, e vedete cosa vi rispondono). E perchè dovete lasciar imbarcare il negretto senza passaporto? Ma è ovvio: perchè è del Sudan. Se fosse uno svedese, se venisse dalla Svizzera, si capisce il sospetto: passaporto, prego! Ma viene
dal Sudan, un Paese nella lista degli Stati-canaglia, pullulante di Al Qaeda (Al Qaeda in Sudan); quindi è normale imbarcare sudanesi senza documenti diretti in USA.
«Noi lo facciamo sempre», dice gioviale lo sconosciuto, a modo di spiegazione. Difatti, gli addetti all’imbarco mica gli ridono in faccia, nè tantomeno chiamano la polizia. Secondo l’avvocato Haskell e signora, gli addetti dicono all’uomo elegante di andare a chiedere al loro direttore, che era «in fondo alla hall». I due vanno, e Haskell non li nota più fino al momento della piccola esplosione quando ormai sono a dieci minuti dall’atterraggio a Detroit.
Il terrorista anale Mutallab era dunque stato imbarcato senza passaporto? E a nome di chi l’elegante che lo accompagnava diceva «Noi»? Noi che lasciamo di continuo imbarcare sconosciuti senza documenti? Noi chi?
Noi CIA? Noi di Al Qaeda in Mossad?
Forse un giorno Guido Olimpio ce lo dirà. Certo è che l’attentato di Al Qaeda in Mutande, benchè sventato per miracolo, dimostra – come nota giudiziosamente il Telegraph – una «enorme falla nella sicurezza».
Infatti si domanda il giornale briannico: «Come può uno studente musulmano, il cui nome appare in una lista di polizia in USA, ottenere un visto (biennale) per viaggiare in America, procurarsi un ordigno esplosivo nello Yemen, Paese stracolmo di terroristi di Al Qaeda, e passare inosservato alle più astute agenzie di spionaggio del mondo?». (Analysis: Detroit terror attack is a major intelligence and security failure)
Già. Perché il giovane Mutallab è passato per diversi controlli di sicurezza, da Lagos in Nigeria all’aeroporto di Schipol in Olanda, senza parlare delle sue entrate e uscite da e per lo Yemen a farsi addestrare dai qaeis, senza suscitare il minimo sospetto. A meno che non avesse ogni volta un accompagnatore elegante che diceva agli addeti agli imbarchi: «Noi lo facciamo sempre, noi».
Ma forse una spiegazione c’è e la dice sempre il Telegraph: «Recentemente l’aeroporto di Lagos ha ottenuto il certificato ‘All clear’ allo US Transportation Security Administration, l’ente creato dopo l’11 settembre per accrescere la sicurezza degli aeroporti».
Dunque, da poco, gli americani hanno dichiarato «tutto regolare» (all clar) l’aeroporto di Lagos – capitale di un Paese dove infuria una guerriglia musulmana – «tutto regolare» quanto a sicurezza, anche più regolare di Francoforte o Fiumicino. Con controlli attenuati di conseguenza.
«Lasciate imbarcare i nostri ragazzi con la bomba nelle mutande, noi lo facciamo sempre».
«Noi». Chissà chi sono, questi noi.
Di Maurizio Blondet
Non l’avevano predetto Netanyahu e Gordon Brown? E’ prossimo un grande attentato terroristico islamico (se ne sente un gran bisogno). Ebbene, così è stato.
Ecco il nigeriano 23 enne che tenta di far saltare il volo Amsterdam-Detroit con un esplosivo nascosto vicino ai testicoli, anzi nell’ano, dove nemmeno la security più indiscreta va a palpare (occorrono guardie gay, presto, fortemente motivate a questo genere di ispezioni). Un esplosivo «potentissimo», che nelle prime ore sembrava un «fuoco d’artificio».
Il catturato che ammette di essere di Al Qaeda. Per Guido Olimpio, l’inarrivabile complottista del Corriere della Sera, il nigeriano era influenzato dall’«imam Anwar Al Awlaki, sospettato di aver ispirato l’autore del massacro a Fort Hood, Texas», lo psichiatra militare diventato qaedista mentre era in servizio a curare i soldati che minacciavano sparatorie se venivano mandati un’altra volta in Afghanistan. Al Qaeda a Fort Hood.
Guido Olimpio sa tutto: il nigeriano è stato addestrato da Al Qaeda in Yemen: «Nel Paese arabo, è presente una sezione di Al Qaeda, molto attiva e forte di decine di elementi».
Strano che gli sia sfuggita l’informazione fornita da un passeggero dell’aereo preso di mira, l’avvocato Kurt Haskell che con la moglie Lori tornava nella sua casa di Newport, Michigan.
«Abbiamo visto Mutallab avvicinarsi al cancello d’imbarco con un uomo non identificato», hanno raccontato i due. «Mentre Mutallab era malvestito, l’altro era elegantissimo in un completo d’ottimo taglio. Il tizio elegante ha chiesto alle persone che prendevano le carte d’imbarco se Mutallab poteva essere imbarcato senza passaporto: “E’ del Sudan e noi lo facciamo sempre”». (Flight 253 passenger: Sharp-dressed man aided terror suspect Umar Farouk Abdul Mutallab onto plane without passport)
Assaporiamo queste parole.
Suvvia, lasciate imbarcare questo ragazzo senza passaporto. (Provate a fare voi questa proposta all’imbarco di un qualunque volo intercontinentale, e vedete cosa vi rispondono). E perchè dovete lasciar imbarcare il negretto senza passaporto? Ma è ovvio: perchè è del Sudan. Se fosse uno svedese, se venisse dalla Svizzera, si capisce il sospetto: passaporto, prego! Ma viene
dal Sudan, un Paese nella lista degli Stati-canaglia, pullulante di Al Qaeda (Al Qaeda in Sudan); quindi è normale imbarcare sudanesi senza documenti diretti in USA.
«Noi lo facciamo sempre», dice gioviale lo sconosciuto, a modo di spiegazione. Difatti, gli addetti all’imbarco mica gli ridono in faccia, nè tantomeno chiamano la polizia. Secondo l’avvocato Haskell e signora, gli addetti dicono all’uomo elegante di andare a chiedere al loro direttore, che era «in fondo alla hall». I due vanno, e Haskell non li nota più fino al momento della piccola esplosione quando ormai sono a dieci minuti dall’atterraggio a Detroit.
Il terrorista anale Mutallab era dunque stato imbarcato senza passaporto? E a nome di chi l’elegante che lo accompagnava diceva «Noi»? Noi che lasciamo di continuo imbarcare sconosciuti senza documenti? Noi chi?
Noi CIA? Noi di Al Qaeda in Mossad?
Forse un giorno Guido Olimpio ce lo dirà. Certo è che l’attentato di Al Qaeda in Mutande, benchè sventato per miracolo, dimostra – come nota giudiziosamente il Telegraph – una «enorme falla nella sicurezza».
Infatti si domanda il giornale briannico: «Come può uno studente musulmano, il cui nome appare in una lista di polizia in USA, ottenere un visto (biennale) per viaggiare in America, procurarsi un ordigno esplosivo nello Yemen, Paese stracolmo di terroristi di Al Qaeda, e passare inosservato alle più astute agenzie di spionaggio del mondo?». (Analysis: Detroit terror attack is a major intelligence and security failure)
Già. Perché il giovane Mutallab è passato per diversi controlli di sicurezza, da Lagos in Nigeria all’aeroporto di Schipol in Olanda, senza parlare delle sue entrate e uscite da e per lo Yemen a farsi addestrare dai qaeis, senza suscitare il minimo sospetto. A meno che non avesse ogni volta un accompagnatore elegante che diceva agli addeti agli imbarchi: «Noi lo facciamo sempre, noi».
Ma forse una spiegazione c’è e la dice sempre il Telegraph: «Recentemente l’aeroporto di Lagos ha ottenuto il certificato ‘All clear’ allo US Transportation Security Administration, l’ente creato dopo l’11 settembre per accrescere la sicurezza degli aeroporti».
Dunque, da poco, gli americani hanno dichiarato «tutto regolare» (all clar) l’aeroporto di Lagos – capitale di un Paese dove infuria una guerriglia musulmana – «tutto regolare» quanto a sicurezza, anche più regolare di Francoforte o Fiumicino. Con controlli attenuati di conseguenza.
«Lasciate imbarcare i nostri ragazzi con la bomba nelle mutande, noi lo facciamo sempre».
«Noi». Chissà chi sono, questi noi.
Di Maurizio Blondet
martedì 29 dicembre 2009
The Clash combat still...
DA: "IL FONDO MAGAZINE"
Era l’ottobre del 1982 e i Clash tornavano negli Usa da trionfatori: i nuovi campioni del rock a muso duro, il salutare richiamo all’autenticità di cui gli occidentali, e specialmente gli statunitensi, hanno un continuo e disperato bisogno. Era l’ottobre del 1982 e i Clash suonarono allo Shea Stadium di New York, nel mezzo di una lunga, eccitante serata che si apriva con David Johansen, proseguiva con loro e si chiudeva con gli Who, orfani già da quattro anni del loro pazzo batterista Keith Moon e alle ultime tappe del tour d’addio, peraltro trionfale.
Era l’ottobre del 1982 e anche i Clash, senza saperlo, erano a un passo dalla separazione. Via Mick Jones. Via Topper Headon. La band spaccata a metà come una macchina che viene tagliata nel senso della lunghezza: due passeggeri di qua, due passeggeri di là. Due viaggiatori di qua, due viaggiatori di là. Joe Strummer che resta al volante e può ancora schiacciare sull’acceleratore, immaginando che alla prima officina riparerà tutto e proseguirà come prima. Joe Strummer che si illude.
Intanto, però, quelle due sere di autunno i Clash ci sono ancora. Uniti, anche se l’intesa va declinando e resiste bene solo sulla scena, come nei giorni migliori. Capaci di un’identificazione totale con la musica. Artefici e fruitori allo stesso tempo. Capaci, proprio per questa attitudine a generare energia e a farsene investire, di sentirsi tutt’uno col pubblico che li sta ad ascoltare. “Tra gli ospiti c’erano David Bowie e Andy Warhol - ricorda il celebre fotografo Bob Gruen, che firma sia le belle foto in bianco e nero sia le note di presentazione della “special edition” di questo Live At Shea Stadium, che è stato appena pubblicato e che restituisce per intero il set del secondo dei due show, quello del 13 ottobre -- ma i Clash non hanno mai dimenticato i loro sostenitori. Benché fossero lieti di incontrare le star che venivano a vederli, trovavano il tempo per accogliere i fan. Che erano i benvenuti nei camerini, dopo lo show. Allo Shea Stadium non si era mai sentito che gli spettatori entrassero nel backstage, ma i Clash insistettero. Ricordo di aver visto una fila di 50 persone che aspettavano di vederli, e hanno avuto la loro chance”.
Tenevano duro, i Clash. Nonostante il successo che stavano raccogliendo in tutto il mondo, e che all’inizio di quello stesso 1982 li aveva portati a suonare in Giappone e in Australia, non avevano nessuna intenzione di buttare alle ortiche le buone intenzioni delle origini per trasformarsi nelle solite rockstar capricciose e viziate. Per loro, comunque la vedessero gli altri, e comunque la raccontassero i media, il punk non era stato una moda passeggera. Tanto meno un trampolino di lancio, da utilizzare solo per scappare via dalla periferia londinese e avventarsi su ingaggi a cinque o sei zeri.
Il successo non era un punto di arrivo. Era il punto di partenza per arrivare un po’ più lontano, per raggiungere altre persone, per ampliare il raggio d’azione dei loro raid contro l’establishment. Contro chi abusa del potere e in difesa di chi viene abusato. A caccia di nemici da colpire e in cerca di amici da affratellare. Ma era anche un dubbio, il successo: quello di finire omologati ancora prima di rendersene conto, diventando l’ennesimo prodotto, magari inconsueto ma alla fine ininfluente, da vendere a un pubblico di giovani consumatori, magari rabbiosi ma alla fine impotenti.
«Più diventavamo grandi -- ha detto Mick Jones nella lunga intervista pubblicata da XL nel numero di ottobre -- più le cose andavano peggio. Eravamo uniti quando salivamo sul palco, ma appena scendevamo tutti andavano in direzioni diverse. Quando abbiamo iniziato volevamo fare tutti insieme, essere una cosa unica: alla fine non ci insultavamo, ma non ci rivolgevamo più la parola».
Stavano crescendo, i Clash. Stavano cambiando. Senza poterci fare un bel niente, come non ci può fare niente chiunque altro, stavano invecchiando. Anche se tre di loro avevano solo 27 anni, e solo Joe Strummer aveva varcato la soglia dei 30, la smisurata energia degli inizi andava esaurendo il suo abbrivio. La volontà (l’onestà) poteva anche indurli a mantenersi fedeli ai propri principi, ma nessuna determinazione, per quanto forte e limpida, può reggere il confronto con l’entusiasmo sfrenato, istintivo, irresistibile, follemente/meravigliosamente autoreferenziale, dell’adolescenza e della prima giovinezza.
Joe Strummer, che non era forse il più talentuoso dei quattro (come disse egli stesso, commentando i primissimi tentativi con Mick Jones e Paul Simonon, «Mick è l’unico che sa davvero suonare») ma che di certo era il più consapevole, lo riconobbe anni dopo. Come mai i Clash erano finiti nel momento del loro massimo successo? «Ho pensato un bel po’ a questa domanda e sono arrivato alla seguente conclusione: ho detto quello che avevo da dire. Ho avuto il mio periodo, ho sputato quello che avevo da sputare. Ecco tutto. È un processo che mi sembra completamente naturale. I Clash erano talmente del loro tempo, era un gruppo intimamente legato alla propria epoca. I Clash non avrebbero potuto esistere prima o dopo. Una volta passato il nostro tempo, era come ritrovarsi arenati su una spiaggia dopo che l’onda si era ritirata : sei sulla sabbia, svuotato, stremato, a secco. E il mare è lontano».
Ma quelle due sere no. L’onda non si era ancora spenta. Qualsiasi cosa stesse accadendo in profondità, la superficie restava mossa e attraente. Una festa per chi è forte a sua volta. Un allarme per i vigliacchi, e per chi sa navigare soltanto con la bonaccia.
I Clash avevano a disposizione solo una cinquantina di minuti, tra le otto e le nove meno dieci. Non ne sprecarono un istante. Attaccarono con London Calling («Londra chiama le città lontane. Ora che la guerra è dichiarata e la battaglia è in corso. Londra chiama il mondo sommerso. Fuori dal guscio, tutti voi ragazzi e ragazze») e non rallentarono più. Coi loro anfibi da militari, e i loro abiti da guerriglieri, martellarono la musica e le parole in una successione di raffiche degne dei migliori commando. Come se sparassero dappertutto, come se prendessero la mira a ogni singolo colpo.
Rendetegli onore adesso, se non l’avete fatto a suo tempo.
Di Federico Zamboni
Era l’ottobre del 1982 e i Clash tornavano negli Usa da trionfatori: i nuovi campioni del rock a muso duro, il salutare richiamo all’autenticità di cui gli occidentali, e specialmente gli statunitensi, hanno un continuo e disperato bisogno. Era l’ottobre del 1982 e i Clash suonarono allo Shea Stadium di New York, nel mezzo di una lunga, eccitante serata che si apriva con David Johansen, proseguiva con loro e si chiudeva con gli Who, orfani già da quattro anni del loro pazzo batterista Keith Moon e alle ultime tappe del tour d’addio, peraltro trionfale.
Era l’ottobre del 1982 e anche i Clash, senza saperlo, erano a un passo dalla separazione. Via Mick Jones. Via Topper Headon. La band spaccata a metà come una macchina che viene tagliata nel senso della lunghezza: due passeggeri di qua, due passeggeri di là. Due viaggiatori di qua, due viaggiatori di là. Joe Strummer che resta al volante e può ancora schiacciare sull’acceleratore, immaginando che alla prima officina riparerà tutto e proseguirà come prima. Joe Strummer che si illude.
Intanto, però, quelle due sere di autunno i Clash ci sono ancora. Uniti, anche se l’intesa va declinando e resiste bene solo sulla scena, come nei giorni migliori. Capaci di un’identificazione totale con la musica. Artefici e fruitori allo stesso tempo. Capaci, proprio per questa attitudine a generare energia e a farsene investire, di sentirsi tutt’uno col pubblico che li sta ad ascoltare. “Tra gli ospiti c’erano David Bowie e Andy Warhol - ricorda il celebre fotografo Bob Gruen, che firma sia le belle foto in bianco e nero sia le note di presentazione della “special edition” di questo Live At Shea Stadium, che è stato appena pubblicato e che restituisce per intero il set del secondo dei due show, quello del 13 ottobre -- ma i Clash non hanno mai dimenticato i loro sostenitori. Benché fossero lieti di incontrare le star che venivano a vederli, trovavano il tempo per accogliere i fan. Che erano i benvenuti nei camerini, dopo lo show. Allo Shea Stadium non si era mai sentito che gli spettatori entrassero nel backstage, ma i Clash insistettero. Ricordo di aver visto una fila di 50 persone che aspettavano di vederli, e hanno avuto la loro chance”.
Tenevano duro, i Clash. Nonostante il successo che stavano raccogliendo in tutto il mondo, e che all’inizio di quello stesso 1982 li aveva portati a suonare in Giappone e in Australia, non avevano nessuna intenzione di buttare alle ortiche le buone intenzioni delle origini per trasformarsi nelle solite rockstar capricciose e viziate. Per loro, comunque la vedessero gli altri, e comunque la raccontassero i media, il punk non era stato una moda passeggera. Tanto meno un trampolino di lancio, da utilizzare solo per scappare via dalla periferia londinese e avventarsi su ingaggi a cinque o sei zeri.
Il successo non era un punto di arrivo. Era il punto di partenza per arrivare un po’ più lontano, per raggiungere altre persone, per ampliare il raggio d’azione dei loro raid contro l’establishment. Contro chi abusa del potere e in difesa di chi viene abusato. A caccia di nemici da colpire e in cerca di amici da affratellare. Ma era anche un dubbio, il successo: quello di finire omologati ancora prima di rendersene conto, diventando l’ennesimo prodotto, magari inconsueto ma alla fine ininfluente, da vendere a un pubblico di giovani consumatori, magari rabbiosi ma alla fine impotenti.
«Più diventavamo grandi -- ha detto Mick Jones nella lunga intervista pubblicata da XL nel numero di ottobre -- più le cose andavano peggio. Eravamo uniti quando salivamo sul palco, ma appena scendevamo tutti andavano in direzioni diverse. Quando abbiamo iniziato volevamo fare tutti insieme, essere una cosa unica: alla fine non ci insultavamo, ma non ci rivolgevamo più la parola».
Stavano crescendo, i Clash. Stavano cambiando. Senza poterci fare un bel niente, come non ci può fare niente chiunque altro, stavano invecchiando. Anche se tre di loro avevano solo 27 anni, e solo Joe Strummer aveva varcato la soglia dei 30, la smisurata energia degli inizi andava esaurendo il suo abbrivio. La volontà (l’onestà) poteva anche indurli a mantenersi fedeli ai propri principi, ma nessuna determinazione, per quanto forte e limpida, può reggere il confronto con l’entusiasmo sfrenato, istintivo, irresistibile, follemente/meravigliosamente autoreferenziale, dell’adolescenza e della prima giovinezza.
Joe Strummer, che non era forse il più talentuoso dei quattro (come disse egli stesso, commentando i primissimi tentativi con Mick Jones e Paul Simonon, «Mick è l’unico che sa davvero suonare») ma che di certo era il più consapevole, lo riconobbe anni dopo. Come mai i Clash erano finiti nel momento del loro massimo successo? «Ho pensato un bel po’ a questa domanda e sono arrivato alla seguente conclusione: ho detto quello che avevo da dire. Ho avuto il mio periodo, ho sputato quello che avevo da sputare. Ecco tutto. È un processo che mi sembra completamente naturale. I Clash erano talmente del loro tempo, era un gruppo intimamente legato alla propria epoca. I Clash non avrebbero potuto esistere prima o dopo. Una volta passato il nostro tempo, era come ritrovarsi arenati su una spiaggia dopo che l’onda si era ritirata : sei sulla sabbia, svuotato, stremato, a secco. E il mare è lontano».
Ma quelle due sere no. L’onda non si era ancora spenta. Qualsiasi cosa stesse accadendo in profondità, la superficie restava mossa e attraente. Una festa per chi è forte a sua volta. Un allarme per i vigliacchi, e per chi sa navigare soltanto con la bonaccia.
I Clash avevano a disposizione solo una cinquantina di minuti, tra le otto e le nove meno dieci. Non ne sprecarono un istante. Attaccarono con London Calling («Londra chiama le città lontane. Ora che la guerra è dichiarata e la battaglia è in corso. Londra chiama il mondo sommerso. Fuori dal guscio, tutti voi ragazzi e ragazze») e non rallentarono più. Coi loro anfibi da militari, e i loro abiti da guerriglieri, martellarono la musica e le parole in una successione di raffiche degne dei migliori commando. Come se sparassero dappertutto, come se prendessero la mira a ogni singolo colpo.
Rendetegli onore adesso, se non l’avete fatto a suo tempo.
Di Federico Zamboni
lunedì 28 dicembre 2009
Roger Nimier, l’ussaro blu delle lettere francesi
DA: "EURO SYNERGIES"
Pochi mesi prima dell’incidente stradale del 28 settembre 1962, in cui perse tragicamente la vita, Roger Nimier, in una conversazione con François Billetdoux, disse di aver deciso di diventare scrittore per «esplorare il cuore femminile». Si trattava di una confessione sincera, un po’ spavalda, un po’ autoironica, ma anche di una mezza verità, di un elegante modo per schernirsi. L’affermazione, se da una parte serviva ad alimentare la fama di playboy impenitente, dall’altra gli era utile a dissimulare l’ardente impegno culturale che lo aveva spinto, giovanissimo, a scendere nell’arena delle lettere.
Nimier, parigino di Neuilly-sur-seine, «cattolico bretone», come amava presentarsi con una punta di vanità, discendente dell’antica casata dei conti de la Perrière, sentiva l’esigenza di dover recuperare il tempo perso, avvertiva come una imperdonabile colpa l’essere nato “soltanto” il 31 ottobre 1925, troppo tardi per essere vicino ai confrères collabos, ai vinti, agli ultras maudit, a coloro che in virtù della loro militanza nella collaborazione vennero poi sistematicamente emarginati dal mondo letterario. D’indole impetuosa, animato da un intransigente furore iconoclasta, Roger Nimier si gettò a capofitto nella vita, scegliendo di stare dalla parte sbagliata, quella che aveva appena perso, senza alcuna possibilità di rivincita, la sua battaglia. Di simpatie monarchiche, si era formato leggendo l’Action Française. Nel 1945, mentre la Francia era ancora in festa per la Liberazione, non ancora ventenne, corse ad arruolarsi nel 2° Reggimento Ussari e venne spedito di gran carriera negli Alti Pirenei. L’esilio durò meno di un anno, perché troppo forte era il richiamo della tenzone e, smobilitato, tornò a Parigi. L’unico agone praticabile rimaneva quello letterario, ben più vivace di quello ristagnante e compromissorio della politica. Al riguardo, Paul Morand non mancò mai di mettere in guardia il suo giovane amico: «Niente politica, perché tutto è perduto. Stattene tranquillo». Ma Nimier non era un tipo tranquillo, per lui «un uomo senza progetti è il nemico del genere umano».
A soli ventitré anni esordì presso Gallimard con il suo primo romanzo, Le spade, recentemente pubblicato in Italia, nella traduzione del curatore Massimo Raffaelli, grazie ad una piccola casa editrice padovana, Meridiano Zero. Il libro rappresentò un atto di sfida, una vera e propria dichiarazione di guerra ad un mondo culturale, quale quello francese del secondo dopoguerra, egemonizzato dalla sinistra, intento a tessere le lodi della Resistenza e ad esaltarne la superiorità etico-morale nel nome dell’incarnazione d’ideali indiscutibili. E non poteva esserci un’opera più aggressiva, sfrontata e controcorrente di Le spade, esatta antitesi del modello politicamente dominante di una letteratura ispirata dal dogma della responsabilità sociale dello scrittore. La storia, ambientata nella tumultuosa Parigi di quegli anni, è in buona parte autobiografica. La scrittura è asciutta e apparentemente trascurata, ma nello stesso tempo avvincente, ruvida nella sua sincerità, esplicita, veloce, cinematografica. Soprattutto è gettata sulla carta come una rapsodia, senza mediazioni stilistiche. E’ un lungo delirio nel quale il narratore non si preoccupa di analizzare gli avvenimenti che si susseguono, a coglierne qualche dettaglio, come se i fatti non dipendessero dalla sua stessa volontà e tutto fosse frutto di un copione già assegnato al protagonista, di una scelta già fatta. François Sanders si presenta nelle prime pagine come un ragazzino sensibile e annoiato, la cui attività principale consiste nell’annotare su un diario una minuziosa contabilità del suo onanismo. Vive un rapporto d’amore platonico, pur se progressivamente più sensuale, con la sorella Claude, che nella sottile e delicata ambiguità ricorda le vicende dei cugini René e Florence nel romanzo La ruota del tempo di Robert Brasillach (Edizioni Sette colori). Anche qui si avverte il timore del protagonista nei confronti di una maturità che sembra incombere come una minaccia, attirando su di sé la corruzione dell’ambiente esterno e determinando un fatale allontanamento dall’ideale di purezza insito nella gioventù e la fine della naturale complicità tra i due ragazzi. François inizialmente è attratto dalla Resistenza, ma rimane presto deluso dalla meschinità dei suoi compagni, che lo tradiscono e lui tradirà a sua volta. Il suo sguardo si rivolge altrove: «Nel ’44, Vichy mi rompe più che mai, ma i nazisti mi appassionano. Ho intuito la grandezza della catastrofe tedesca e gli ultimi sforzi del suo genio. Al confronto, i movimenti di resistenza mi parevano meritassero un semplice paragrafo nei manuali di storia. Vedevo in anticipo questo piccolo paragrafo, bianco e gelido, noto appena ai bravi allievi […] Non dubitavo della vittoria dei rossi. Loro portavano con sé la verità della storia – noi avremmo avuto la verità dei vinti, tanto più inebriante. In massa sentivo il nostro popolo rifluire verso i vincitori. E vedevo gli altri, i resistenti di giugno accoglierne le luride truppe a braccia aperte, adularle, adorarle». In una Parigi festante, «che scoppia di stupidità», uccide a caso tra la folla un ebreo, «solo per togliersi un capriccio», per eliminare quello che ritiene un «simbolo della nuova Francia, che mangerà a sazietà, lascerà cartacce sull’erba della domenica […] dunque, ho sparato su un simbolo […] Mi sono sottomesso all’ispirazione, ho sparato, ho sentito il dolce rinculo del calcio sulla spalla. Senza dubbio ho sussurrato: Uno di meno. Perché la buona educazione, che conta, dimostra che si può uccidere la gente senza essere comunque dei bruti». Passa tra le file della Milizia, insieme a «figli di papà in rotta con l’ideale, vecchi fascisti tubercolosi, bretoni amatori della Vandea e qualche pregiudicato – il sale della terra, come si dice». Sanders si trova più a suo agio con i duri. Forgia lui stesso un modo di chiamare Pétain, «vecchio culattone […] espressione che ha spopolato e di cui penso che la Milizia mi sia debitrice». La sua adesione al collaborazionismo è estetica, più che politica, è la sua personale reazione di fronte ad «un paese sprofondato nel disonore e con la vocazione al tradimento». «Più l’apocalisse si avvicinava alla Germania più essa diventava la mia patria […] la Germania, nel ’44, è stata il gran luogo di raduno dei desperados d’Europa. Tutta l’ebbrezza di una disfatta clamorosa e meritata si è presentata davanti a noi. I rossi non erano cattivi. Avevano l’innocenza pronta all’uso e tante altre cose. Noi li ammazzavamo e il buon Dio li accoglieva in paradiso. Mentre noialtri, il nostro Dio dei vinti ci offriva un altro piedistallo. Le notizie arrivavano dai quattro angoli del globo. Le disfatte si ammucchiavano davanti a noi per innalzarci, noi che mai avevamo goduto della vittoria».
Come scrive lo scrittore Eraldo Affinati nella prefazione all’edizione italiana, il collaborazionismo di Sanders-Nimier, che ne avrebbe segnato irrimediabilmente la vita come «un’indelebile cicatrice», consisteva soprattutto in una «faccenda di onore e giacche inamidate, fedeltà e sigarette, colpi sferrati a vuoto verso un nemico nascosto dove meno te l’aspetti». La scelta di arruolarsi era stata compiuta perché «non era facile avere vent’anni nel 1945». Affinati cita l’annotazione che Pierre Drieu La Rochelle aveva apposto sul suo diario: «ho collaborato per non essere altrove, nel gregge che trasudava odio e paura». Stato d’animo, più che motivazione razionale, che si adatta alla perfezione alla «rivolta solitaria» di Sanders, «giovane perduto» che «accarezza la Lüger nella tasca dei pantaloni», avuta da un ufficiale delle SS in cambio «di una boccetta di profumo». Se a Sanders non rimaneva altro che brandire la rivoltella, a Nimier non restava che impugnare la penna, anzi “la spada”. Nel romanzo scrive: «Ho sempre pensato che il mondo racchiuda un gran numero di spade segrete, e che ognuna sia puntata verso un petto […] e tutte quelle spade cercano in effetti un fodero di carne». Provocatorio ed irriverente com’era, dopo la pubblicazione del libro, indossò una piccola spilla a forma di spada e, per essere sicuro degli effetti delle sue insolenze, per irritare ancor di più i resistenti, lui, che era nato nel 1925 ed era ancora un giovane studente del liceo Pasteur negli anni dell’occupazione tedesca, pronunciava con noncuranza frasi come questa: «quando ero nelle Waffen SS…».
Quando lo scrittore Marcel Jouhandeau lesse il romanzo, raccontò che «fu come aver ricevuto uno schiaffo di gloria, di luce». Ed infatti Le spade riscosse un grande successo ed impose il giovane Nimier all’attenzione del mondo letterario parigino. Successo che si ripeté due anni dopo, con L’ussaro blu, romanzo che gli fece sfiorare la vittoria del prestigioso Prix Goncourt.
In pochi anni Nimier “sfoderò” un libro dietro l’altro, tra cui: Il grande di Spagna (1950, dedicato a Georges Bernanos), Perfido (1950), Bambini tristi (1951, tradotto da Alfredo Cattabiani venne pubblicato in Italia nel 1964 per le Edizioni dell’Albero), Storia di un amore (1953, l’edizione italiana, sempre a cura di Longanesi, è del 1962) e, dopo un lungo periodo di inattività («una specie di voto», disse a François Billetdoux), D’Artagnan innamorato ovvero cinque anni prima (l’omaggio a Dumas era ormai in tipografia quando Nimier morì tragicamente e l’opera uscì postuma, pochi mesi dopo la sua morte, mentre in Italia Longanesi la pubblicò nel 1964).
Nimier non si limitò ad esercitare il mestiere di narratore, come direttore editoriale di Gallimard si sentiva in dovere di lottare per riabilitare chi non c’era più, chi non era sopravvissuto, perché era morto o perché, per aver condiviso le sue stesse idee, era stato rimosso, esiliato in un limbo letterario.
Giuseppe Scaraffia, tra i pochi conoscitori italiani di Nimier, ha scritto che «indifferente all’ostracismo della sinistra, rintracciò la sua parentela dispersa dalle epurazioni letterarie». Pubblicò autori dimenticati, come Morand, lo stesso Jouhandeau e Céline, di cui divenne consigliere ed amico, sino ad essere tra i pochi intimi cui fu concesso di accompagnarne le esequie.
Nimier fu anche un brillante critico e polemista, dalle colonne de Opéra, La Table Ronde, La Parisienne e Arts, uno dei più prestigiosi settimanali culturali dell’epoca, e un convincente sceneggiatore cinematografico (firmò, tra l’altro, uno dei tre episodi del film I vinti di Michelangelo Antonioni e, insieme all’amico Louis Malle, Ascensore per il patibolo).
Ma soprattutto fu l’animatore e il capofila di un battaglione di scrittori-intellettuali (tra i quali Jacques Laurent, Michel Déon e Antoine Blondin) che si opponeva aspramente a chi spadroneggiava nel mondo culturale e nelle case editrici, di una vera e propria “fronda” che rifiutava il romanzo esistenzialista, il settarismo e il moralismo del detestato engagement culturale francese, dominato dalla ingombrante presenza di due maître a penser come Sartre e Camus. Fu Bernard Frank, giovane giornalista che in seguito diventerà un affermato opinionista al Nouvel Observateur, a definirli per la prima volta “gli ussari”, in un articolo, Hussard e grognard, pubblicato nel dicembre 1952 su Les Temps modernes, la rivista-partito di Sartre, non pensando di battezzare così una scuola letteraria. Il termine voleva esprimere la loro vivacità, la combattività e persino l’abbigliamento, austero, quasi militare, del leader carismatico del gruppo, Nimier. La loro scrittura disinvolta era tesa a demolire la pretenziosità e la pesantezza dei letterati impegnati. Nelle loro opere gli ussari esprimevano un dichiarato rifiuto del mito della Resistenza e della sua ideologia. Atteggiamento, questo, che gli valse la fama subito di “fascisti”. Didier Sénécal, nel suo Roger Nimier à la tete des hussards (Lire, mars 1999), spiega: «Per il capo incontrastato degli ussari l’obiettivo è semplice: scandalizzare i benpensanti di sinistra e le tre principali componenti di quella intellighentia: gli stalinisti, i sartriani e i lettori de Le Monde. Il suo impegno è quello di rimettere in sella i grandi epurati della liberazione. Gli innocenti, come Jean Giono o Marcel Aymé, ma anche i colpevoli, come Jouhandeau, Chardonne e Céline».
A 37 anni Nimier aveva già raccolto una ricca collezione di nemici. Del resto possedeva tutte le qualità per attirare l’invidia di colleghi ed avversari: era bello, centottantaquattro centimetri di fascino e di muscoli coltivati con la pratica del rugby e della boxe («sono attratto dal sudore e dal sangue, dalla gratuità della cosa. E potermi battere realmente mi sembra stupendo»), era borghese e voluttuosamente mondano, sempre impeccabilmente curato ed elegante, distaccato e ostentatamente cinico, come a segnare ogni volta un preciso quanto invalicabile confine tra lui e il mondo.
Amava girare a bordo delle sue luccicanti auto sportive, con la capote vezzosamente abbassata anche in pieno inverno e un bagaglio essenziale sempre a portata di mano: un pigiama, un rasoio e i volumi del Littré, il più raffinato dizionario di francese. Morand, che pure ne condivideva la passione per le auto di grandi cilindrata, gli ripeteva spesso: «Ti rimprovereranno la Jaguar per tutta la vita, il che è ottimo. Dimenticheranno perfino la tua bellezza e il tuo talento, ma la Jaguar mai».
E fu proprio la sua ultima fuoriserie a tradirlo, in una sera d’autunno. Nonostante l’approssimarsi dell’oscurità, uscendo da Parigi sulla sua Aston Martin DB4, lanciata «a plus de 150 à l’heure», si schiantò contro il parapetto di un ponte del raccordo ovest di Parigi. Nel necrologio che gli dedicò due giorni dopo il Journal du dimanche l’articolista si sentì in dovere di ricordare che lo scrittore «aveva avuto una Jaguar e una Delahaye» e di sottolineare come «le sue vetture erano i suoi giochi preferiti e ne scriveva lungamente nelle sue opere». Infine ricordò che «in uno dei suoi libri aveva già descritto un incidente d’auto mortale». Nel romanzo Bambini tristi, infatti, il suo alter ego, Olivier Malentraide, trova la morte in una circostanza singolarmente analoga: «Olivier spinse la macchina ai 130, passando semafori rossi, evitando al pelo i camion ed i ciclisti. Dopo aver corso per qualche minuto a quella velocità, trovò quel che era venuto a cercare in un grande cantiere dove avevano scavato delle buche profonde…». Accanto a Nimier morì la bellia scrittrice Suzy Durupt, 27 anni, che con lo pseudonimo di Sunsiaré de Larcòn aveva pubblicato con Gallimard, grazie a Nimier, il suo primo ed unico romanzo. «Ha sedotto la morte come le ha sedotte tutte» scrisse Morand.
Ed è con questa uscita di scena improvvisa e violenta che è terminata la corsa di uno de Gli Ultimi dandies (Sellerio 2002), famiglia nella quale l’autore del libro, Scaraffia, colloca a pieno titolo Nimier, racchiudendo in poche righe l’essenza della vicenda umana e artistica di Nimier: «il dandy cerca invano nel volto dei vinti un’eco delle virtù che ama: il distacco degli interessi, l’ebrezza di essere in minoranza, il gusto dell’azzardo e del gioco sempre più stretto con la morte». Sempre per rimanere alle definizioni, specialmente quando sono appropriate, come ha scritto Maurizio Serra ne L’esteta armato (Il Mulino 1991), Nimier era «l’ultimo erede degli esteti armati […] i condottieri del Bello e insieme dell’Azione […] l’aristocrazia sensuale e guerriera che nella civiltà europea degli anni Trenta teorizzò una rivolta contro la decadenza».
Con la sua prematura scomparsa, i “moschettieri”, gli ussari, si sono dispersi nel disimpegno. Nelle librerie francesi sono continuati ad arrivare, postumi, altri libri di Nimier, a testimonianza di una vitalità che non poteva essere contenuta in una vita così breve, anche se intensa.
Nel 1968, con la prefazione dell’amico Paul Morand, quasi a restituire un affettuoso favore e a saldare un debito di riconoscenza, viene pubblicato il romanzo che Nimier aveva scritto ventenne e che era stato rifiutato dalle case editrici, Lo straniero, e altre opere, come Il trattato d’indifferenza, un pamphlet filosofico che raccoglie otto riflessioni scritte negli anni Cinquanta da un cinico che era ben consapevole che «non c’è cinismo senza sentimento», pagine che ci piacerebbe poter leggere presto in italiano. Chi ha orecchie per intendere, chi per passione o mestiere fa l’editore, intenda.
di Roberto Alfatti Appetiti
Pochi mesi prima dell’incidente stradale del 28 settembre 1962, in cui perse tragicamente la vita, Roger Nimier, in una conversazione con François Billetdoux, disse di aver deciso di diventare scrittore per «esplorare il cuore femminile». Si trattava di una confessione sincera, un po’ spavalda, un po’ autoironica, ma anche di una mezza verità, di un elegante modo per schernirsi. L’affermazione, se da una parte serviva ad alimentare la fama di playboy impenitente, dall’altra gli era utile a dissimulare l’ardente impegno culturale che lo aveva spinto, giovanissimo, a scendere nell’arena delle lettere.
Nimier, parigino di Neuilly-sur-seine, «cattolico bretone», come amava presentarsi con una punta di vanità, discendente dell’antica casata dei conti de la Perrière, sentiva l’esigenza di dover recuperare il tempo perso, avvertiva come una imperdonabile colpa l’essere nato “soltanto” il 31 ottobre 1925, troppo tardi per essere vicino ai confrères collabos, ai vinti, agli ultras maudit, a coloro che in virtù della loro militanza nella collaborazione vennero poi sistematicamente emarginati dal mondo letterario. D’indole impetuosa, animato da un intransigente furore iconoclasta, Roger Nimier si gettò a capofitto nella vita, scegliendo di stare dalla parte sbagliata, quella che aveva appena perso, senza alcuna possibilità di rivincita, la sua battaglia. Di simpatie monarchiche, si era formato leggendo l’Action Française. Nel 1945, mentre la Francia era ancora in festa per la Liberazione, non ancora ventenne, corse ad arruolarsi nel 2° Reggimento Ussari e venne spedito di gran carriera negli Alti Pirenei. L’esilio durò meno di un anno, perché troppo forte era il richiamo della tenzone e, smobilitato, tornò a Parigi. L’unico agone praticabile rimaneva quello letterario, ben più vivace di quello ristagnante e compromissorio della politica. Al riguardo, Paul Morand non mancò mai di mettere in guardia il suo giovane amico: «Niente politica, perché tutto è perduto. Stattene tranquillo». Ma Nimier non era un tipo tranquillo, per lui «un uomo senza progetti è il nemico del genere umano».
A soli ventitré anni esordì presso Gallimard con il suo primo romanzo, Le spade, recentemente pubblicato in Italia, nella traduzione del curatore Massimo Raffaelli, grazie ad una piccola casa editrice padovana, Meridiano Zero. Il libro rappresentò un atto di sfida, una vera e propria dichiarazione di guerra ad un mondo culturale, quale quello francese del secondo dopoguerra, egemonizzato dalla sinistra, intento a tessere le lodi della Resistenza e ad esaltarne la superiorità etico-morale nel nome dell’incarnazione d’ideali indiscutibili. E non poteva esserci un’opera più aggressiva, sfrontata e controcorrente di Le spade, esatta antitesi del modello politicamente dominante di una letteratura ispirata dal dogma della responsabilità sociale dello scrittore. La storia, ambientata nella tumultuosa Parigi di quegli anni, è in buona parte autobiografica. La scrittura è asciutta e apparentemente trascurata, ma nello stesso tempo avvincente, ruvida nella sua sincerità, esplicita, veloce, cinematografica. Soprattutto è gettata sulla carta come una rapsodia, senza mediazioni stilistiche. E’ un lungo delirio nel quale il narratore non si preoccupa di analizzare gli avvenimenti che si susseguono, a coglierne qualche dettaglio, come se i fatti non dipendessero dalla sua stessa volontà e tutto fosse frutto di un copione già assegnato al protagonista, di una scelta già fatta. François Sanders si presenta nelle prime pagine come un ragazzino sensibile e annoiato, la cui attività principale consiste nell’annotare su un diario una minuziosa contabilità del suo onanismo. Vive un rapporto d’amore platonico, pur se progressivamente più sensuale, con la sorella Claude, che nella sottile e delicata ambiguità ricorda le vicende dei cugini René e Florence nel romanzo La ruota del tempo di Robert Brasillach (Edizioni Sette colori). Anche qui si avverte il timore del protagonista nei confronti di una maturità che sembra incombere come una minaccia, attirando su di sé la corruzione dell’ambiente esterno e determinando un fatale allontanamento dall’ideale di purezza insito nella gioventù e la fine della naturale complicità tra i due ragazzi. François inizialmente è attratto dalla Resistenza, ma rimane presto deluso dalla meschinità dei suoi compagni, che lo tradiscono e lui tradirà a sua volta. Il suo sguardo si rivolge altrove: «Nel ’44, Vichy mi rompe più che mai, ma i nazisti mi appassionano. Ho intuito la grandezza della catastrofe tedesca e gli ultimi sforzi del suo genio. Al confronto, i movimenti di resistenza mi parevano meritassero un semplice paragrafo nei manuali di storia. Vedevo in anticipo questo piccolo paragrafo, bianco e gelido, noto appena ai bravi allievi […] Non dubitavo della vittoria dei rossi. Loro portavano con sé la verità della storia – noi avremmo avuto la verità dei vinti, tanto più inebriante. In massa sentivo il nostro popolo rifluire verso i vincitori. E vedevo gli altri, i resistenti di giugno accoglierne le luride truppe a braccia aperte, adularle, adorarle». In una Parigi festante, «che scoppia di stupidità», uccide a caso tra la folla un ebreo, «solo per togliersi un capriccio», per eliminare quello che ritiene un «simbolo della nuova Francia, che mangerà a sazietà, lascerà cartacce sull’erba della domenica […] dunque, ho sparato su un simbolo […] Mi sono sottomesso all’ispirazione, ho sparato, ho sentito il dolce rinculo del calcio sulla spalla. Senza dubbio ho sussurrato: Uno di meno. Perché la buona educazione, che conta, dimostra che si può uccidere la gente senza essere comunque dei bruti». Passa tra le file della Milizia, insieme a «figli di papà in rotta con l’ideale, vecchi fascisti tubercolosi, bretoni amatori della Vandea e qualche pregiudicato – il sale della terra, come si dice». Sanders si trova più a suo agio con i duri. Forgia lui stesso un modo di chiamare Pétain, «vecchio culattone […] espressione che ha spopolato e di cui penso che la Milizia mi sia debitrice». La sua adesione al collaborazionismo è estetica, più che politica, è la sua personale reazione di fronte ad «un paese sprofondato nel disonore e con la vocazione al tradimento». «Più l’apocalisse si avvicinava alla Germania più essa diventava la mia patria […] la Germania, nel ’44, è stata il gran luogo di raduno dei desperados d’Europa. Tutta l’ebbrezza di una disfatta clamorosa e meritata si è presentata davanti a noi. I rossi non erano cattivi. Avevano l’innocenza pronta all’uso e tante altre cose. Noi li ammazzavamo e il buon Dio li accoglieva in paradiso. Mentre noialtri, il nostro Dio dei vinti ci offriva un altro piedistallo. Le notizie arrivavano dai quattro angoli del globo. Le disfatte si ammucchiavano davanti a noi per innalzarci, noi che mai avevamo goduto della vittoria».
Come scrive lo scrittore Eraldo Affinati nella prefazione all’edizione italiana, il collaborazionismo di Sanders-Nimier, che ne avrebbe segnato irrimediabilmente la vita come «un’indelebile cicatrice», consisteva soprattutto in una «faccenda di onore e giacche inamidate, fedeltà e sigarette, colpi sferrati a vuoto verso un nemico nascosto dove meno te l’aspetti». La scelta di arruolarsi era stata compiuta perché «non era facile avere vent’anni nel 1945». Affinati cita l’annotazione che Pierre Drieu La Rochelle aveva apposto sul suo diario: «ho collaborato per non essere altrove, nel gregge che trasudava odio e paura». Stato d’animo, più che motivazione razionale, che si adatta alla perfezione alla «rivolta solitaria» di Sanders, «giovane perduto» che «accarezza la Lüger nella tasca dei pantaloni», avuta da un ufficiale delle SS in cambio «di una boccetta di profumo». Se a Sanders non rimaneva altro che brandire la rivoltella, a Nimier non restava che impugnare la penna, anzi “la spada”. Nel romanzo scrive: «Ho sempre pensato che il mondo racchiuda un gran numero di spade segrete, e che ognuna sia puntata verso un petto […] e tutte quelle spade cercano in effetti un fodero di carne». Provocatorio ed irriverente com’era, dopo la pubblicazione del libro, indossò una piccola spilla a forma di spada e, per essere sicuro degli effetti delle sue insolenze, per irritare ancor di più i resistenti, lui, che era nato nel 1925 ed era ancora un giovane studente del liceo Pasteur negli anni dell’occupazione tedesca, pronunciava con noncuranza frasi come questa: «quando ero nelle Waffen SS…».
Quando lo scrittore Marcel Jouhandeau lesse il romanzo, raccontò che «fu come aver ricevuto uno schiaffo di gloria, di luce». Ed infatti Le spade riscosse un grande successo ed impose il giovane Nimier all’attenzione del mondo letterario parigino. Successo che si ripeté due anni dopo, con L’ussaro blu, romanzo che gli fece sfiorare la vittoria del prestigioso Prix Goncourt.
In pochi anni Nimier “sfoderò” un libro dietro l’altro, tra cui: Il grande di Spagna (1950, dedicato a Georges Bernanos), Perfido (1950), Bambini tristi (1951, tradotto da Alfredo Cattabiani venne pubblicato in Italia nel 1964 per le Edizioni dell’Albero), Storia di un amore (1953, l’edizione italiana, sempre a cura di Longanesi, è del 1962) e, dopo un lungo periodo di inattività («una specie di voto», disse a François Billetdoux), D’Artagnan innamorato ovvero cinque anni prima (l’omaggio a Dumas era ormai in tipografia quando Nimier morì tragicamente e l’opera uscì postuma, pochi mesi dopo la sua morte, mentre in Italia Longanesi la pubblicò nel 1964).
Nimier non si limitò ad esercitare il mestiere di narratore, come direttore editoriale di Gallimard si sentiva in dovere di lottare per riabilitare chi non c’era più, chi non era sopravvissuto, perché era morto o perché, per aver condiviso le sue stesse idee, era stato rimosso, esiliato in un limbo letterario.
Giuseppe Scaraffia, tra i pochi conoscitori italiani di Nimier, ha scritto che «indifferente all’ostracismo della sinistra, rintracciò la sua parentela dispersa dalle epurazioni letterarie». Pubblicò autori dimenticati, come Morand, lo stesso Jouhandeau e Céline, di cui divenne consigliere ed amico, sino ad essere tra i pochi intimi cui fu concesso di accompagnarne le esequie.
Nimier fu anche un brillante critico e polemista, dalle colonne de Opéra, La Table Ronde, La Parisienne e Arts, uno dei più prestigiosi settimanali culturali dell’epoca, e un convincente sceneggiatore cinematografico (firmò, tra l’altro, uno dei tre episodi del film I vinti di Michelangelo Antonioni e, insieme all’amico Louis Malle, Ascensore per il patibolo).
Ma soprattutto fu l’animatore e il capofila di un battaglione di scrittori-intellettuali (tra i quali Jacques Laurent, Michel Déon e Antoine Blondin) che si opponeva aspramente a chi spadroneggiava nel mondo culturale e nelle case editrici, di una vera e propria “fronda” che rifiutava il romanzo esistenzialista, il settarismo e il moralismo del detestato engagement culturale francese, dominato dalla ingombrante presenza di due maître a penser come Sartre e Camus. Fu Bernard Frank, giovane giornalista che in seguito diventerà un affermato opinionista al Nouvel Observateur, a definirli per la prima volta “gli ussari”, in un articolo, Hussard e grognard, pubblicato nel dicembre 1952 su Les Temps modernes, la rivista-partito di Sartre, non pensando di battezzare così una scuola letteraria. Il termine voleva esprimere la loro vivacità, la combattività e persino l’abbigliamento, austero, quasi militare, del leader carismatico del gruppo, Nimier. La loro scrittura disinvolta era tesa a demolire la pretenziosità e la pesantezza dei letterati impegnati. Nelle loro opere gli ussari esprimevano un dichiarato rifiuto del mito della Resistenza e della sua ideologia. Atteggiamento, questo, che gli valse la fama subito di “fascisti”. Didier Sénécal, nel suo Roger Nimier à la tete des hussards (Lire, mars 1999), spiega: «Per il capo incontrastato degli ussari l’obiettivo è semplice: scandalizzare i benpensanti di sinistra e le tre principali componenti di quella intellighentia: gli stalinisti, i sartriani e i lettori de Le Monde. Il suo impegno è quello di rimettere in sella i grandi epurati della liberazione. Gli innocenti, come Jean Giono o Marcel Aymé, ma anche i colpevoli, come Jouhandeau, Chardonne e Céline».
A 37 anni Nimier aveva già raccolto una ricca collezione di nemici. Del resto possedeva tutte le qualità per attirare l’invidia di colleghi ed avversari: era bello, centottantaquattro centimetri di fascino e di muscoli coltivati con la pratica del rugby e della boxe («sono attratto dal sudore e dal sangue, dalla gratuità della cosa. E potermi battere realmente mi sembra stupendo»), era borghese e voluttuosamente mondano, sempre impeccabilmente curato ed elegante, distaccato e ostentatamente cinico, come a segnare ogni volta un preciso quanto invalicabile confine tra lui e il mondo.
Amava girare a bordo delle sue luccicanti auto sportive, con la capote vezzosamente abbassata anche in pieno inverno e un bagaglio essenziale sempre a portata di mano: un pigiama, un rasoio e i volumi del Littré, il più raffinato dizionario di francese. Morand, che pure ne condivideva la passione per le auto di grandi cilindrata, gli ripeteva spesso: «Ti rimprovereranno la Jaguar per tutta la vita, il che è ottimo. Dimenticheranno perfino la tua bellezza e il tuo talento, ma la Jaguar mai».
E fu proprio la sua ultima fuoriserie a tradirlo, in una sera d’autunno. Nonostante l’approssimarsi dell’oscurità, uscendo da Parigi sulla sua Aston Martin DB4, lanciata «a plus de 150 à l’heure», si schiantò contro il parapetto di un ponte del raccordo ovest di Parigi. Nel necrologio che gli dedicò due giorni dopo il Journal du dimanche l’articolista si sentì in dovere di ricordare che lo scrittore «aveva avuto una Jaguar e una Delahaye» e di sottolineare come «le sue vetture erano i suoi giochi preferiti e ne scriveva lungamente nelle sue opere». Infine ricordò che «in uno dei suoi libri aveva già descritto un incidente d’auto mortale». Nel romanzo Bambini tristi, infatti, il suo alter ego, Olivier Malentraide, trova la morte in una circostanza singolarmente analoga: «Olivier spinse la macchina ai 130, passando semafori rossi, evitando al pelo i camion ed i ciclisti. Dopo aver corso per qualche minuto a quella velocità, trovò quel che era venuto a cercare in un grande cantiere dove avevano scavato delle buche profonde…». Accanto a Nimier morì la bellia scrittrice Suzy Durupt, 27 anni, che con lo pseudonimo di Sunsiaré de Larcòn aveva pubblicato con Gallimard, grazie a Nimier, il suo primo ed unico romanzo. «Ha sedotto la morte come le ha sedotte tutte» scrisse Morand.
Ed è con questa uscita di scena improvvisa e violenta che è terminata la corsa di uno de Gli Ultimi dandies (Sellerio 2002), famiglia nella quale l’autore del libro, Scaraffia, colloca a pieno titolo Nimier, racchiudendo in poche righe l’essenza della vicenda umana e artistica di Nimier: «il dandy cerca invano nel volto dei vinti un’eco delle virtù che ama: il distacco degli interessi, l’ebrezza di essere in minoranza, il gusto dell’azzardo e del gioco sempre più stretto con la morte». Sempre per rimanere alle definizioni, specialmente quando sono appropriate, come ha scritto Maurizio Serra ne L’esteta armato (Il Mulino 1991), Nimier era «l’ultimo erede degli esteti armati […] i condottieri del Bello e insieme dell’Azione […] l’aristocrazia sensuale e guerriera che nella civiltà europea degli anni Trenta teorizzò una rivolta contro la decadenza».
Con la sua prematura scomparsa, i “moschettieri”, gli ussari, si sono dispersi nel disimpegno. Nelle librerie francesi sono continuati ad arrivare, postumi, altri libri di Nimier, a testimonianza di una vitalità che non poteva essere contenuta in una vita così breve, anche se intensa.
Nel 1968, con la prefazione dell’amico Paul Morand, quasi a restituire un affettuoso favore e a saldare un debito di riconoscenza, viene pubblicato il romanzo che Nimier aveva scritto ventenne e che era stato rifiutato dalle case editrici, Lo straniero, e altre opere, come Il trattato d’indifferenza, un pamphlet filosofico che raccoglie otto riflessioni scritte negli anni Cinquanta da un cinico che era ben consapevole che «non c’è cinismo senza sentimento», pagine che ci piacerebbe poter leggere presto in italiano. Chi ha orecchie per intendere, chi per passione o mestiere fa l’editore, intenda.
di Roberto Alfatti Appetiti
domenica 27 dicembre 2009
Perón o Muerte. Socialismo Nacional
DA: "IL FONDO MAGAZINE"
Correva l’anno 1938, quando il giovane ufficiale di stato maggiore argentino, Juan Domingo Perón Sosa venne inviato in Italia per studiare tecniche e organizzazione del corpo degli alpini. Nel ’69, ormai sul viale del tramonto, il generale così rievocò la sua esperienza diretta con il fascismo italiano: « lì si stava facendo un esperimento. Era il primo socialismo nazionale che appariva nel mondo. Non voglio esaminare i mezzi di esecuzione che potevano essere difettosi. Ma l’ importante era questo: un mondo già diviso in imperialismi e un terzo dissidente che dice: No, né con gli uni né con gli altri, siamo socialisti, ma socialisti nazionali. Era una terza posizione tra il socialismo sovietico e il capitalismo yankee. » (1) Un concetto, questo, che influenzerà, in modo significativo, l’intero corpus politico ed economico del peronismo.
Non sarà, comunque, solo l’idea ad essere adottata ma perfino gli uomini del regime mussoliniano. Primo fra tutti Giuseppe Spinelli, l’ex operaio cremonese divenuto ministro del lavoro durante la Repubblica Sociale Italiana. Quella di Spinelli è una traiettoria politica ed esistenziale comune a tanti uomini che, in fuga dalle rovine dei fascismi europei, dopo la sconfitta militare, riusciranno a dare un senso e una continuità alla propria militanza, grazie a Peron e all’accoglienza riservata loro dai compatrioti d’oltre-oceano. In seguito all’ascesa di Perón alla Casa Rosada, Spinelli, in virtù della sua esperienza nel passato regime e della sua condizione d’immigrato, venne posto a capo del dipartimento dell’immigrazione della Marina Argentina e affiancato al Generale, come consigliere economico in materia di socializzazione e corporativismo, gli assi portanti della politica economica di Peron e del suo governo.
Nonostante l’assimilazione di temi e idee-forza, facilmente riconducibili al fascismo, il peronismo, come ha ricordato il sociologo Gino Germani, si distinse dal regime italiano, in termini di mobilitazione di classe: «La principale differenza del peronismo rispetto al fascismo italiano consistette, a nostro avviso, nella classe da cui furono tratte le masse mobilitate e nel tipo di mobilitazione. La mobilitazione in Argentina fu primaria e la classe mobilitata fu quella inferiore. » (2) Del resto, tale tendenza si riscontra anche nel tipo di politica economica del primo peronismo, una politica di tipo sindacalista ed autogestionaria che traeva la sua forza proprio dalla classe lavoratrice. Lo stesso Perón dichiarò più volte che la colonna vertebrale del giustizialismo era il movimento operaio: «così come la classe lavoratrice sta sostituendo i rappresentanti dell’individualismo capitalista all’interno del panorama politico, ugualmente, nel sistema economico, la classe lavoratrice sta sostituendo le imprese individuali con le cooperative. » (3)
In ragione di ciò, una delle critiche più frequenti mosse alla dottrina peronista, fu quella di ergersi dal capitalismo e camminare verso il comunismo. Una critica che, obiettivamente, non ha fondamento, se non in parte, in base a questioni ben specifiche. Sicuramente, l’obiettivo di Peron era l’edificazione di un socialismo che avesse forti connotazioni nazionali, un socialismo inviso sia al grande capitale statunitense, quanto al moloch marxista di stampo sovietico, tant’è che questo tentativo d’affrancamento, Peron lo pagò a caro prezzo e forse, a suo modo, lo stesso Generale, nel corso degli anni, tradì le idealità primigenie.
Di fatto, comunque, cinque anni prima della sua dipartita, in una celebre intervista rilasciata a Jean Thiriart per La Nation Europeen, Peron ebbe a dichiarare: « Il giustizialismo è una forma di socialismo, un socialismo nazionale, che risponde alle necessità e alle condizioni di vita dell’Argentina. È naturale che questo socialismo abbia entusiasmato le masse popolari e che in conseguenza di ciò si manifestino le rivendicazioni sociali. Esso ha creato un sistema sociale di fatto totalmente nuovo e totalmente differente dall’antico liberalismo «democratico» che ha dominato il paese e che si era posto, senza alcuna vergogna, al servizio dell’imperialismo yankee. » (4)
Che il favore di operai e contadini, nei confronti di Perón, fosse derivato anche dal fascino e dalla popolarità di Evita è indubbio, certo è, che dal ’46 al ‘55, l’Argentina fu protagonista di un reale cambiamento degli assetti socio-economici, una rivoluzione derivata in gran parte dall’opera di Perón e dalla sua concezione di socialismo nazionale. Ancora nel ’72, in un manifesto politico intitolato Tendenza nazionalpopolare del peronismo, si poteva leggere: « il socialismo nazionale è il progetto entro il quale il popolo argentino esercita un potere decisionale all’interno del governo, delle imprese e delle università (…). Socialismo nazionale significa la forza del parere della comunità, attraverso i consigli della produzione, dei servizi e l’istruzione. È la società sotto il controllo del lavoratore collettivo.(…) E’ l’alleanza tra università e imprese socializzate poste sotto il regime di autogestione. Il socialismo nazionale è, in breve, la piena partecipazione dei lavoratori. » (5) In due parole: democrazia diretta e socializzazione.
Come tutti i fascismi e quindi gli esperimenti terzo-posizionisti, anche il peronismo ebbe le sue correnti interne; una marcatamente sociale, quando non addirittura socialista e una più conservatrice. La più interessante, dal punto di vista storiografico, è sicuramente la prima che, in seguito al golpe e alla destituzione del Generale, darà vita a formazioni rivoluzionarie come Uturuncos, Erp, Far e Montoneros. Più recentemente, la neo-peronista Cristina Kirchner ha annunciato lo stanziamento di 180 pesos mensili per ogni figlio, sia di lavoratori che di disoccupati. «Le risorse dei lavoratori devono sostenere coloro che purtroppo non hanno lavoro» (6) – ha dichiarato la presidenza. E chissà che per questo provvedimento, la presidentessa non si sia ricordata delle politiche sociali del ventennio fascista. Forse, almeno in Argentina, ciò che fu l’idea sociale di Mussolini, in piccola parte, magari inconsapevolmente, continua a vivere.
di Romano Guatta Caldini
Correva l’anno 1938, quando il giovane ufficiale di stato maggiore argentino, Juan Domingo Perón Sosa venne inviato in Italia per studiare tecniche e organizzazione del corpo degli alpini. Nel ’69, ormai sul viale del tramonto, il generale così rievocò la sua esperienza diretta con il fascismo italiano: « lì si stava facendo un esperimento. Era il primo socialismo nazionale che appariva nel mondo. Non voglio esaminare i mezzi di esecuzione che potevano essere difettosi. Ma l’ importante era questo: un mondo già diviso in imperialismi e un terzo dissidente che dice: No, né con gli uni né con gli altri, siamo socialisti, ma socialisti nazionali. Era una terza posizione tra il socialismo sovietico e il capitalismo yankee. » (1) Un concetto, questo, che influenzerà, in modo significativo, l’intero corpus politico ed economico del peronismo.
Non sarà, comunque, solo l’idea ad essere adottata ma perfino gli uomini del regime mussoliniano. Primo fra tutti Giuseppe Spinelli, l’ex operaio cremonese divenuto ministro del lavoro durante la Repubblica Sociale Italiana. Quella di Spinelli è una traiettoria politica ed esistenziale comune a tanti uomini che, in fuga dalle rovine dei fascismi europei, dopo la sconfitta militare, riusciranno a dare un senso e una continuità alla propria militanza, grazie a Peron e all’accoglienza riservata loro dai compatrioti d’oltre-oceano. In seguito all’ascesa di Perón alla Casa Rosada, Spinelli, in virtù della sua esperienza nel passato regime e della sua condizione d’immigrato, venne posto a capo del dipartimento dell’immigrazione della Marina Argentina e affiancato al Generale, come consigliere economico in materia di socializzazione e corporativismo, gli assi portanti della politica economica di Peron e del suo governo.
Nonostante l’assimilazione di temi e idee-forza, facilmente riconducibili al fascismo, il peronismo, come ha ricordato il sociologo Gino Germani, si distinse dal regime italiano, in termini di mobilitazione di classe: «La principale differenza del peronismo rispetto al fascismo italiano consistette, a nostro avviso, nella classe da cui furono tratte le masse mobilitate e nel tipo di mobilitazione. La mobilitazione in Argentina fu primaria e la classe mobilitata fu quella inferiore. » (2) Del resto, tale tendenza si riscontra anche nel tipo di politica economica del primo peronismo, una politica di tipo sindacalista ed autogestionaria che traeva la sua forza proprio dalla classe lavoratrice. Lo stesso Perón dichiarò più volte che la colonna vertebrale del giustizialismo era il movimento operaio: «così come la classe lavoratrice sta sostituendo i rappresentanti dell’individualismo capitalista all’interno del panorama politico, ugualmente, nel sistema economico, la classe lavoratrice sta sostituendo le imprese individuali con le cooperative. » (3)
In ragione di ciò, una delle critiche più frequenti mosse alla dottrina peronista, fu quella di ergersi dal capitalismo e camminare verso il comunismo. Una critica che, obiettivamente, non ha fondamento, se non in parte, in base a questioni ben specifiche. Sicuramente, l’obiettivo di Peron era l’edificazione di un socialismo che avesse forti connotazioni nazionali, un socialismo inviso sia al grande capitale statunitense, quanto al moloch marxista di stampo sovietico, tant’è che questo tentativo d’affrancamento, Peron lo pagò a caro prezzo e forse, a suo modo, lo stesso Generale, nel corso degli anni, tradì le idealità primigenie.
Di fatto, comunque, cinque anni prima della sua dipartita, in una celebre intervista rilasciata a Jean Thiriart per La Nation Europeen, Peron ebbe a dichiarare: « Il giustizialismo è una forma di socialismo, un socialismo nazionale, che risponde alle necessità e alle condizioni di vita dell’Argentina. È naturale che questo socialismo abbia entusiasmato le masse popolari e che in conseguenza di ciò si manifestino le rivendicazioni sociali. Esso ha creato un sistema sociale di fatto totalmente nuovo e totalmente differente dall’antico liberalismo «democratico» che ha dominato il paese e che si era posto, senza alcuna vergogna, al servizio dell’imperialismo yankee. » (4)
Che il favore di operai e contadini, nei confronti di Perón, fosse derivato anche dal fascino e dalla popolarità di Evita è indubbio, certo è, che dal ’46 al ‘55, l’Argentina fu protagonista di un reale cambiamento degli assetti socio-economici, una rivoluzione derivata in gran parte dall’opera di Perón e dalla sua concezione di socialismo nazionale. Ancora nel ’72, in un manifesto politico intitolato Tendenza nazionalpopolare del peronismo, si poteva leggere: « il socialismo nazionale è il progetto entro il quale il popolo argentino esercita un potere decisionale all’interno del governo, delle imprese e delle università (…). Socialismo nazionale significa la forza del parere della comunità, attraverso i consigli della produzione, dei servizi e l’istruzione. È la società sotto il controllo del lavoratore collettivo.(…) E’ l’alleanza tra università e imprese socializzate poste sotto il regime di autogestione. Il socialismo nazionale è, in breve, la piena partecipazione dei lavoratori. » (5) In due parole: democrazia diretta e socializzazione.
Come tutti i fascismi e quindi gli esperimenti terzo-posizionisti, anche il peronismo ebbe le sue correnti interne; una marcatamente sociale, quando non addirittura socialista e una più conservatrice. La più interessante, dal punto di vista storiografico, è sicuramente la prima che, in seguito al golpe e alla destituzione del Generale, darà vita a formazioni rivoluzionarie come Uturuncos, Erp, Far e Montoneros. Più recentemente, la neo-peronista Cristina Kirchner ha annunciato lo stanziamento di 180 pesos mensili per ogni figlio, sia di lavoratori che di disoccupati. «Le risorse dei lavoratori devono sostenere coloro che purtroppo non hanno lavoro» (6) – ha dichiarato la presidenza. E chissà che per questo provvedimento, la presidentessa non si sia ricordata delle politiche sociali del ventennio fascista. Forse, almeno in Argentina, ciò che fu l’idea sociale di Mussolini, in piccola parte, magari inconsapevolmente, continua a vivere.
di Romano Guatta Caldini
sabato 26 dicembre 2009
Onore a Federico!
DA: "NO REPORTER"
Oltre otto secoli fa nasceva uno dei grandissimi
Il 26 dicembre 1194, ottocentoquindici anni fa, nasceva a Jesi Federico II di Svevia, figlio di Enrico VI, dunque nipote del Barbarossa, e di Costanza di Altavilla della genia normanna.
Si pose a crocevia tra il mondo nordico e quello mediterraneo, affrontò con polso e con moderazione, con piglio e duttilità, gli arabi dirimpettai e rivali. Sotto di lui fiorirono le arti, le scienze, la filosofia, la ricerca, l'architettura, l'alchimia, la spiritualità e il diritto; fu così magnifico egli e così fantastico il suo operato che Federico fu definito Stupor Mundi.
Produsse veri e propri travasi di bile nei vertici del partito guelfo, al punto che il papa Gregorio IX, corroso dall'invidia, giunse a scomunicarlo senza motivo per ben due volte e ciò benché Federico restituisse alla cristianità il Santo Sepolcro.
L'opera di Federico II cementò il Sacro Romano Impero e mise in serio pericolo gli usurpatori guelfi e i loro alleati naturali assieme ai quali i papalini combatterono l'Impero: i signorotti avidi, intrisi di particolarismo e i mercanti avari, mossi da individualismo.
Alla morte dello Stupor Mundi, il papato compì il suo quinto peccato mortale contro il Sacro.
Dopo la catagogia affermata da Ambrogio che aveva compiuto la cesura metafisica dell'Impero Romano utilizzando all'uopo vere e proprie affermazioni diaboliche e sataniche, avevamo registrato il peccato di orgoglio anti-regale di papa Gregorio VII che, con la complicità della sua manutengola Matilde, a Canossa aveva osato umiliare l'Imperatore, Enrico IV.
Contro il nonno di Federico II, Federico Barbarossa, il papa Alessandro III aveva guidato la lega dei signorotti animata da intenzioni centrifughe e dall'odio dell'Auctoritas.
Il quarto peccato mortale fu la scomunica dello Stupor Mundi.
Tutti questi abomini si spiegano agevolmente nella pretesa, da parte della casta sacerdotale, di eliminare la polarità regale e guerriera cui l'assialità la vuole subodinata, e non solo l'assialità posto che il Sacro Romano Impero istituito, pur ancora senza quest'appellativo, da Ottone I, esprimeva chiaramente le gerarchie e la centralità dell'Imperium e dell'Augusto.
La ribellione contro la Forma e contro l'Auctoritas – che nella tradizione biblica è luciferina – si può esprimere in due modi diversi. O negando la superiorità, cercando d'imporre al suo posto un'eguaglianza teorica o, peggio ancora, usurpando una funzione che non si può ontologicamente ricoprire, e pretendendo all'uopo di modificare così tutto il quadro al fine di adeguarlo alla propria in-potenza.
L'operato in tal direzione, in rigetto della virilità spirituale, è simbolicamente inteso come una spinta alla castrazione. E la storia ce ne ha dato conferma.
Il papato volle sostituirsi all'Imperium e fu mosso da spirito di castrazione e di anti-virilità: Si tratta di un lungo fil rouge, quasi ininterrotto, che ha avvelenato e persino dannato la storia europea giungendo a strumentalizzare, umiliare, mortificare, tradire le splendide affermazioni benedettine, francescane, bernardine, lo spirito di Cavalleria e il fervore mistico.
Ci furono, ovviamente, eccezioni: sparute ma eccelse, tra cui spiccano quelle di Silvestro II e Celestino V.
Solitamente però, corrosi dall'odio, dal rancore, dalla gelosia e dal desio di un'usurpazione impossibile, contro l'Impero si mossero gli eunuchi armati. Essi compirono così tra gli altri anche quei delitti spirituali e politici che abbiamo descritto.
A questi delitti contro il Cielo e l'Impero seguì poi, dopo il trionfo terreno e la successiva morte di Federico, la crudele e spietata caccia alla sua discendenza che fu perpetrata dall'intero partito guelfo che non esitò a far strage degli adolescenti di Svevia. Memorabili e struggenti versi ci sono rimasti in ricordo di Corradino; Dante esalta la figura di Manfredi che considera l'ultimo principe italiano in quella Commedia – poi detta Divina – in cui inchioda il papato alle sue responsabilità infere.
Ottenne così, il partito guelfo, di smembrare l'Ecumene centrato e trascendente per sostituirlo con una dittatuta totalizzante e opprimente ammantata sì di parole soavi ma impertinenti e sempre contrabbandata per qualcosa di superiore che mai fu. Una dittatura contro il Cielo (ma esercitata “in nome del cielo”) che poi ha generato quello che ha generato ossia – dalle sue stesse viscere – il protestantesimo, il calvinismo e il comunismo infine riuniti, tutti, con la loro matrice guelfa e con la loro antenata biblica, nel mondialismo in cui ognuno di questi banchetta sì, ma è e resta un commensale nano. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Noi preferiamo ignorare chi, rancoroso, rabbioso e geloso, è caduto dai trampoli su cui si era arrampicato mentre cercava di rimpicciolire il più grande e onorare invece l'Alto.
Onore a Federico!
di Gabriele Adinolfi
Oltre otto secoli fa nasceva uno dei grandissimi
Il 26 dicembre 1194, ottocentoquindici anni fa, nasceva a Jesi Federico II di Svevia, figlio di Enrico VI, dunque nipote del Barbarossa, e di Costanza di Altavilla della genia normanna.
Si pose a crocevia tra il mondo nordico e quello mediterraneo, affrontò con polso e con moderazione, con piglio e duttilità, gli arabi dirimpettai e rivali. Sotto di lui fiorirono le arti, le scienze, la filosofia, la ricerca, l'architettura, l'alchimia, la spiritualità e il diritto; fu così magnifico egli e così fantastico il suo operato che Federico fu definito Stupor Mundi.
Produsse veri e propri travasi di bile nei vertici del partito guelfo, al punto che il papa Gregorio IX, corroso dall'invidia, giunse a scomunicarlo senza motivo per ben due volte e ciò benché Federico restituisse alla cristianità il Santo Sepolcro.
L'opera di Federico II cementò il Sacro Romano Impero e mise in serio pericolo gli usurpatori guelfi e i loro alleati naturali assieme ai quali i papalini combatterono l'Impero: i signorotti avidi, intrisi di particolarismo e i mercanti avari, mossi da individualismo.
Alla morte dello Stupor Mundi, il papato compì il suo quinto peccato mortale contro il Sacro.
Dopo la catagogia affermata da Ambrogio che aveva compiuto la cesura metafisica dell'Impero Romano utilizzando all'uopo vere e proprie affermazioni diaboliche e sataniche, avevamo registrato il peccato di orgoglio anti-regale di papa Gregorio VII che, con la complicità della sua manutengola Matilde, a Canossa aveva osato umiliare l'Imperatore, Enrico IV.
Contro il nonno di Federico II, Federico Barbarossa, il papa Alessandro III aveva guidato la lega dei signorotti animata da intenzioni centrifughe e dall'odio dell'Auctoritas.
Il quarto peccato mortale fu la scomunica dello Stupor Mundi.
Tutti questi abomini si spiegano agevolmente nella pretesa, da parte della casta sacerdotale, di eliminare la polarità regale e guerriera cui l'assialità la vuole subodinata, e non solo l'assialità posto che il Sacro Romano Impero istituito, pur ancora senza quest'appellativo, da Ottone I, esprimeva chiaramente le gerarchie e la centralità dell'Imperium e dell'Augusto.
La ribellione contro la Forma e contro l'Auctoritas – che nella tradizione biblica è luciferina – si può esprimere in due modi diversi. O negando la superiorità, cercando d'imporre al suo posto un'eguaglianza teorica o, peggio ancora, usurpando una funzione che non si può ontologicamente ricoprire, e pretendendo all'uopo di modificare così tutto il quadro al fine di adeguarlo alla propria in-potenza.
L'operato in tal direzione, in rigetto della virilità spirituale, è simbolicamente inteso come una spinta alla castrazione. E la storia ce ne ha dato conferma.
Il papato volle sostituirsi all'Imperium e fu mosso da spirito di castrazione e di anti-virilità: Si tratta di un lungo fil rouge, quasi ininterrotto, che ha avvelenato e persino dannato la storia europea giungendo a strumentalizzare, umiliare, mortificare, tradire le splendide affermazioni benedettine, francescane, bernardine, lo spirito di Cavalleria e il fervore mistico.
Ci furono, ovviamente, eccezioni: sparute ma eccelse, tra cui spiccano quelle di Silvestro II e Celestino V.
Solitamente però, corrosi dall'odio, dal rancore, dalla gelosia e dal desio di un'usurpazione impossibile, contro l'Impero si mossero gli eunuchi armati. Essi compirono così tra gli altri anche quei delitti spirituali e politici che abbiamo descritto.
A questi delitti contro il Cielo e l'Impero seguì poi, dopo il trionfo terreno e la successiva morte di Federico, la crudele e spietata caccia alla sua discendenza che fu perpetrata dall'intero partito guelfo che non esitò a far strage degli adolescenti di Svevia. Memorabili e struggenti versi ci sono rimasti in ricordo di Corradino; Dante esalta la figura di Manfredi che considera l'ultimo principe italiano in quella Commedia – poi detta Divina – in cui inchioda il papato alle sue responsabilità infere.
Ottenne così, il partito guelfo, di smembrare l'Ecumene centrato e trascendente per sostituirlo con una dittatuta totalizzante e opprimente ammantata sì di parole soavi ma impertinenti e sempre contrabbandata per qualcosa di superiore che mai fu. Una dittatura contro il Cielo (ma esercitata “in nome del cielo”) che poi ha generato quello che ha generato ossia – dalle sue stesse viscere – il protestantesimo, il calvinismo e il comunismo infine riuniti, tutti, con la loro matrice guelfa e con la loro antenata biblica, nel mondialismo in cui ognuno di questi banchetta sì, ma è e resta un commensale nano. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Noi preferiamo ignorare chi, rancoroso, rabbioso e geloso, è caduto dai trampoli su cui si era arrampicato mentre cercava di rimpicciolire il più grande e onorare invece l'Alto.
Onore a Federico!
di Gabriele Adinolfi
Il tradimento della medicina
DA: "AZIONE TRADIZIONALE"
Uno dei due libri dell’autore che interverra’ alla conferenza di Sabato pomeriggio (ore 18) presso Raido.
Il tradimento della medicina, di Alberto Mondini
“All’inizio del ventesimo secolo il gruppo Rockfeller controllava già molte banche e la maggior parte del commercio di petrolio negli Stati Uniti e in molti altri paesi. Sulla base di questi trilioni di dollari di reddito questo gruppo d’investitori ha trovato una nuova area di mercato: il corpo umano (…) Attualmente il gruppo Rockfeller controlla più di duecento ditte farmaceutiche, è dietro alle più grandi e influenti istituzioni finanziarie del mondo (…) Il 50% della prima amministrazione Bush era formato da alti funzionari di ditte farmaceutiche. Donald Rumsfeld, ministro della guerra, è stato direttore di parecchie multinazionali farmaceutiche”. Ecco come, da poche frasi dell’Autore, si può capire il senso del libro Il tradimento della medicina scritto da Alberto R. Mondini, già autore di Kankropoli e stampato dall’Associazione per la Ricerca e la Prevenzione del Cancro.
Il libro spiega come e perché gli interessi gangsteristici dei padroni delle case farmaceutiche impediscono di debellare le malattie accettando di introdurre terapie efficaci che da un lato spazzerebbero via i farmaci più controproducenti che inutili che dominano i mercati, e dall’altro farebbero crollare il business della ricerca infinita.
Mondini ci ricorda che “Uno dei problemi primari affrontato dall’industria farmaceutica era la concorrenza dei prodotti naturali per la salute. Gli strateghi degli investimenti farmaceutici lo hanno capito ed hanno intrapreso una campagna globale per ostacolare che le informazioni salva-vita diventassero ampiamente disponibili alle persone del mondo intero”.
E l’Autore ci fa una carrellata sulle principali persecuzioni di medici con terapie efficaci da parte della casta farmaceutica.
D’altronde il pregiudizio scientifico in nome del quale i terapeuti alternativi sono chiamati ciarlatani è privo di senso e di dati a suffragio. Tanto che, come ci riporta documentatamente Mondini, ogni volta che si registra uno sciopero generale dei medici negli ospedali, puntualmente, le morti diminuiscono. Indizio evidente e probante di come molti farmaci siano in realtà il veleno vero e proprio.
Mondini ci propone una lunga serie di alternative terapeutiche, e soprattutto preventive e ben documentate.
“Gruppi criminali stanno condizionando l’intero pianeta ai loro voleri. Hanno poteri immensi. Posseggono le fonti d’energia, il commercio degli alimenti, delle armi, la medicina, i canali d’informazione ecc… Si sono arrogati il diritto di batter moneta, che hanno espropriato alle nazioni, e comandano gli stessi governi del pianeta con la corruzione e il ricatto. (…) Per poter vincere e guadagnarci la libertà di vivere in salute, abbiamo bisogno di un movimento popolare che sostenga la libertà di terapia oltre che la diffusione di queste scoperte”
E, soprattutto: “Se vogliamo buttare il materialismo oggi imperante nella spazzatura della storia, abbiamo bisogno di una filosofia nuova di zecca. Qualcosa che si colleghi alla tradizione del passato ma che abbia appreso la dura lezione del presente.”
Nell’era in cui “l’uomo è morto” Mondini dà alla critica del materialismo uno sguardo diverso, un po’ più profondo e preciso di quello degli ultimi messaggi pontificali “Questa specie di schizofrenia, questa scissione all’interno delle scienze moderne, la ritroviamo anche a livello più generale, nella contrapposizione tra aspirazioni umane, sentimenti, ideali, spiritualità, etica, filosofia, ecc…”
Dunque l’Autore si ricollega ad una concezione armonica e sapienziale che affonda le radici nei millenni e che è scevra dalla stupida e castrante contrapposizione spirito-materia che ha caratterizzato e caratterizza, da qualsiasi dei due lati, il dualismo nullificante.
Il libro va letto assolutamente perché è istruttivo e oltre ad offrirci elementi di conoscenza (tra cui l’appendice di Tullio Simoncini l’oncologo oggi perseguitato per via dei suoi successi che minacciano gli interessi farmaceutici) ci dà anche spunto per discussioni, aggiustamenti, correttivi, dibattiti più articolati.
Il libro va letto e le indicazioni politiche che contiene, a prescindere dal grado di condivisione da parte di ognuno delle singole tesi, vanno colte e seguite.
Non è solo una questione ideologica, ne va di mezzo la salute e, quindi, il bene primario che, come fa notare Mondini con un emblema suggestivo, è stato anch’esso sottomesso ad una logica aberrante impostasi con l’atomica su Hiroshima.
“Quel giorno quel fenomeno puramente fisico piegò la volontà di milioni di uomini”.
Di fatto da Hiroshima in poi viviamo nella magia nera del post/nucleare e nel dominio del Crimine Organizzato.
Abbiamo sempre la possibilità di eluderne il totalitarismo; e Mondini ci offre alcuni suggerimenti assai validi. Il resto spetta a noi.
Uno dei due libri dell’autore che interverra’ alla conferenza di Sabato pomeriggio (ore 18) presso Raido.
Il tradimento della medicina, di Alberto Mondini
“All’inizio del ventesimo secolo il gruppo Rockfeller controllava già molte banche e la maggior parte del commercio di petrolio negli Stati Uniti e in molti altri paesi. Sulla base di questi trilioni di dollari di reddito questo gruppo d’investitori ha trovato una nuova area di mercato: il corpo umano (…) Attualmente il gruppo Rockfeller controlla più di duecento ditte farmaceutiche, è dietro alle più grandi e influenti istituzioni finanziarie del mondo (…) Il 50% della prima amministrazione Bush era formato da alti funzionari di ditte farmaceutiche. Donald Rumsfeld, ministro della guerra, è stato direttore di parecchie multinazionali farmaceutiche”. Ecco come, da poche frasi dell’Autore, si può capire il senso del libro Il tradimento della medicina scritto da Alberto R. Mondini, già autore di Kankropoli e stampato dall’Associazione per la Ricerca e la Prevenzione del Cancro.
Il libro spiega come e perché gli interessi gangsteristici dei padroni delle case farmaceutiche impediscono di debellare le malattie accettando di introdurre terapie efficaci che da un lato spazzerebbero via i farmaci più controproducenti che inutili che dominano i mercati, e dall’altro farebbero crollare il business della ricerca infinita.
Mondini ci ricorda che “Uno dei problemi primari affrontato dall’industria farmaceutica era la concorrenza dei prodotti naturali per la salute. Gli strateghi degli investimenti farmaceutici lo hanno capito ed hanno intrapreso una campagna globale per ostacolare che le informazioni salva-vita diventassero ampiamente disponibili alle persone del mondo intero”.
E l’Autore ci fa una carrellata sulle principali persecuzioni di medici con terapie efficaci da parte della casta farmaceutica.
D’altronde il pregiudizio scientifico in nome del quale i terapeuti alternativi sono chiamati ciarlatani è privo di senso e di dati a suffragio. Tanto che, come ci riporta documentatamente Mondini, ogni volta che si registra uno sciopero generale dei medici negli ospedali, puntualmente, le morti diminuiscono. Indizio evidente e probante di come molti farmaci siano in realtà il veleno vero e proprio.
Mondini ci propone una lunga serie di alternative terapeutiche, e soprattutto preventive e ben documentate.
“Gruppi criminali stanno condizionando l’intero pianeta ai loro voleri. Hanno poteri immensi. Posseggono le fonti d’energia, il commercio degli alimenti, delle armi, la medicina, i canali d’informazione ecc… Si sono arrogati il diritto di batter moneta, che hanno espropriato alle nazioni, e comandano gli stessi governi del pianeta con la corruzione e il ricatto. (…) Per poter vincere e guadagnarci la libertà di vivere in salute, abbiamo bisogno di un movimento popolare che sostenga la libertà di terapia oltre che la diffusione di queste scoperte”
E, soprattutto: “Se vogliamo buttare il materialismo oggi imperante nella spazzatura della storia, abbiamo bisogno di una filosofia nuova di zecca. Qualcosa che si colleghi alla tradizione del passato ma che abbia appreso la dura lezione del presente.”
Nell’era in cui “l’uomo è morto” Mondini dà alla critica del materialismo uno sguardo diverso, un po’ più profondo e preciso di quello degli ultimi messaggi pontificali “Questa specie di schizofrenia, questa scissione all’interno delle scienze moderne, la ritroviamo anche a livello più generale, nella contrapposizione tra aspirazioni umane, sentimenti, ideali, spiritualità, etica, filosofia, ecc…”
Dunque l’Autore si ricollega ad una concezione armonica e sapienziale che affonda le radici nei millenni e che è scevra dalla stupida e castrante contrapposizione spirito-materia che ha caratterizzato e caratterizza, da qualsiasi dei due lati, il dualismo nullificante.
Il libro va letto assolutamente perché è istruttivo e oltre ad offrirci elementi di conoscenza (tra cui l’appendice di Tullio Simoncini l’oncologo oggi perseguitato per via dei suoi successi che minacciano gli interessi farmaceutici) ci dà anche spunto per discussioni, aggiustamenti, correttivi, dibattiti più articolati.
Il libro va letto e le indicazioni politiche che contiene, a prescindere dal grado di condivisione da parte di ognuno delle singole tesi, vanno colte e seguite.
Non è solo una questione ideologica, ne va di mezzo la salute e, quindi, il bene primario che, come fa notare Mondini con un emblema suggestivo, è stato anch’esso sottomesso ad una logica aberrante impostasi con l’atomica su Hiroshima.
“Quel giorno quel fenomeno puramente fisico piegò la volontà di milioni di uomini”.
Di fatto da Hiroshima in poi viviamo nella magia nera del post/nucleare e nel dominio del Crimine Organizzato.
Abbiamo sempre la possibilità di eluderne il totalitarismo; e Mondini ci offre alcuni suggerimenti assai validi. Il resto spetta a noi.
venerdì 25 dicembre 2009
giovedì 24 dicembre 2009
La regia della violenza
DA: "NOVOPRESS"
di Giuliano Castellino
Berlusconi il dittatore, il tiranno, il monarca assoluto da abbattere a qualsiasi costo. Parole di Antonio Di Pietro, e non soltanto sue. Il fronte dell’odio anti Cavaliere ha incassato il primo risultato. Tradita pochi giorni fa dal mafioso Graviano che non ha sganciato la prevista bomba atomica contro il Premier, la ben assortita compagnia democratica e costituzionale si è parzialmente rifatta grazie a Massimo Tartaglia, 42 anni da Cesano Boscone, provincia di Milano, il pazzo che domenica sera ha provato ad eseguire l’ordine di liberare il Paese dalla scomoda presenza del premier. È successo a Milano, piazza Duomo, alla fine del comizio di apertura della campagna elettorale per le Regionali. Tartaglia ha affrontato il premier scagliandogli in pieno volto un pesante oggetto. Il fatto che l’aggressore abbia problemi psichiatrici non attenua neppure di un millimetro la gravità dell’accaduto e le responsabilità politiche. Di matti è pieno il Paese, da sempre, ma mai a uno squinternato era venuto in mente di attentare alla vita di un primo ministro. Non è un caso che ciò sia successo proprio contro Berlusconi. È evidente che anche i mattacchioni leggono i giornali, guardano la televisione, si abbeverano alle tesi di La Repubblica, dei Santoro, dei Travaglio, dei Di Pietro. Ecco alcune perle degli ultimi giorni. Di Pietro: «Berlusconi non può fare come gli pare o rischia una azione violenta». Bersani, capo della sinistra: «Se il premier strappa, avrà reazione dura». Casini (annunciando una alleanza con Di Pietro): «Contro Berlusconi potrebbero esserci delle sorprese». Ieri sera sono stati tutti accontentati. Di Pietro, il più feroce di tutti, non ha fatto marcia indietro: Berlusconi se l’è cercata, è un provocatore, ha dichiarato. È in momenti come questi che l’ex Pm dà il meglio di sé. Come ai bei tempi di Tangentopoli lui gode a vedere la gente soffrire, in cella o in piazza è uguale. Per lui una vita vale meno di un falso in bilancio. Se uno scrivesse che rappresenta la feccia del Paese verrebbe querelato. Gli altri invece si sono affrettati a dichiarare solidarietà incondizionata. Su quella della sinistra stendiamo un pietoso velo, ma quanto vale la solidarietà di Casini che pur di abbattere, politicamente parlando, il Cavaliere è pronto a dare il suo sostegno elettorale a Di Pietro? Non sono domande retoriche. Più si dà copertura alla campagna di odio della sinistra, per mere questioni di potere personale, più anche le frange estreme si sentono protette politicamente. Perché in piazza Duomo a Milano non c’era soltanto il pazzo Tartaglia. Centinaia di ragazzotti, sventolando Il Fatto, quotidiano di Travaglio, che da tempo propone la tesi di Berlusconi capo della mafia, si sono infiltrati tra la folla del Popolo della libertà, urlando slogan contro il premier dittatore e mafioso. E vien da chiedersi come mai il questore e i servizi abbiano permesso tanto, dimostrandosi assolutamente incapaci di proteggere la libertà di espressione del partito di maggioranza oltre che la vita del primo ministro. No, la violenza contro Berlusconi non è stata un caso, una tragica fatalità. C’è una regia e una strategia che passa anche per giornali, segreterie politiche e trasmissioni televisive irresponsabili. Se la solidarietà di ieri sera ha un senso, Fini e Casini devono immediatamente togliere qualsiasi legittimazione politica al piano di una opposizione che sta diventando sempre più extraparlamentare. Come ai vecchi tempi, i cattivi maestri pontificano, cretini, delinquenti e pazzi, agiscono. Il tutto sotto l’ombrello della Costituzione sacra e intoccabile, di quella parte della magistratura politicizzata, di chi sostiene che la volontà popolare non conta e chi vince le elezioni, se è Berlusconi, non può governare. Cambiamola, questa Costituzione, facciamo subito le riforme. Per questo, signor Presidente, le auguriamo di tornare subito in pista, più in forma di prima. Ne abbiamo bisogno. Anche perché noi conosciamo bene, perché per decenni l’abbiamo subita, sia la violenza militante e di piazza, sia la sua legittimazione da salotto. Sappiamo bene che se per vent’anni molti “pazzi” od “estremisti” hanno potuto sparare sui giovani missini era perché qualcuno, detenendo il controllo dell’opinione pubblica, ne legittimava gli assassini e le stragi. Perché da troppi anni in Italia, ogni voce fuori dal coro liberal-comunista viene considerata una minaccia o, quando va bene, un’anomalia. Ma questi cari signori devono capire bene una cosa, libertà e democrazia non sono parole astratte, sono valori importanti, anzi essenziali, ma sono valori di POPOLO, quel popolo che ha votato centrodestra, e che, alla faccia loro, rappresenta la maggioranza dell’Italia, della nuova Italia, nata dalla voglia di cambiamento delle forze sane della nazione, che senza dimenticare le proprie radici, vuole un’Italia libera, democratica, popolare e sociale. Non più schiava delle ideologie e pronta ad essere nazione forte e fiera nel Mediterraneo, in Europa e nel mondo. Certo, Democrazia, popolo e libertà sono valori sconosciuti ai profeti della tecnocrazia, della lotta di classe e del mondo degli uguali, dove la Persona è un consumatore ed il destino dei popoli solo profitto e finanza. Avanti Popolo della Libertà, oggi più che mai siamo chiamati a difenderci dalla sovversione e da chi è convinto che il popolo non debba esiste, ma l’Italia un paese di sudditi, suddita di Londra e delle centrali finanziarie.
di Giuliano Castellino
Berlusconi il dittatore, il tiranno, il monarca assoluto da abbattere a qualsiasi costo. Parole di Antonio Di Pietro, e non soltanto sue. Il fronte dell’odio anti Cavaliere ha incassato il primo risultato. Tradita pochi giorni fa dal mafioso Graviano che non ha sganciato la prevista bomba atomica contro il Premier, la ben assortita compagnia democratica e costituzionale si è parzialmente rifatta grazie a Massimo Tartaglia, 42 anni da Cesano Boscone, provincia di Milano, il pazzo che domenica sera ha provato ad eseguire l’ordine di liberare il Paese dalla scomoda presenza del premier. È successo a Milano, piazza Duomo, alla fine del comizio di apertura della campagna elettorale per le Regionali. Tartaglia ha affrontato il premier scagliandogli in pieno volto un pesante oggetto. Il fatto che l’aggressore abbia problemi psichiatrici non attenua neppure di un millimetro la gravità dell’accaduto e le responsabilità politiche. Di matti è pieno il Paese, da sempre, ma mai a uno squinternato era venuto in mente di attentare alla vita di un primo ministro. Non è un caso che ciò sia successo proprio contro Berlusconi. È evidente che anche i mattacchioni leggono i giornali, guardano la televisione, si abbeverano alle tesi di La Repubblica, dei Santoro, dei Travaglio, dei Di Pietro. Ecco alcune perle degli ultimi giorni. Di Pietro: «Berlusconi non può fare come gli pare o rischia una azione violenta». Bersani, capo della sinistra: «Se il premier strappa, avrà reazione dura». Casini (annunciando una alleanza con Di Pietro): «Contro Berlusconi potrebbero esserci delle sorprese». Ieri sera sono stati tutti accontentati. Di Pietro, il più feroce di tutti, non ha fatto marcia indietro: Berlusconi se l’è cercata, è un provocatore, ha dichiarato. È in momenti come questi che l’ex Pm dà il meglio di sé. Come ai bei tempi di Tangentopoli lui gode a vedere la gente soffrire, in cella o in piazza è uguale. Per lui una vita vale meno di un falso in bilancio. Se uno scrivesse che rappresenta la feccia del Paese verrebbe querelato. Gli altri invece si sono affrettati a dichiarare solidarietà incondizionata. Su quella della sinistra stendiamo un pietoso velo, ma quanto vale la solidarietà di Casini che pur di abbattere, politicamente parlando, il Cavaliere è pronto a dare il suo sostegno elettorale a Di Pietro? Non sono domande retoriche. Più si dà copertura alla campagna di odio della sinistra, per mere questioni di potere personale, più anche le frange estreme si sentono protette politicamente. Perché in piazza Duomo a Milano non c’era soltanto il pazzo Tartaglia. Centinaia di ragazzotti, sventolando Il Fatto, quotidiano di Travaglio, che da tempo propone la tesi di Berlusconi capo della mafia, si sono infiltrati tra la folla del Popolo della libertà, urlando slogan contro il premier dittatore e mafioso. E vien da chiedersi come mai il questore e i servizi abbiano permesso tanto, dimostrandosi assolutamente incapaci di proteggere la libertà di espressione del partito di maggioranza oltre che la vita del primo ministro. No, la violenza contro Berlusconi non è stata un caso, una tragica fatalità. C’è una regia e una strategia che passa anche per giornali, segreterie politiche e trasmissioni televisive irresponsabili. Se la solidarietà di ieri sera ha un senso, Fini e Casini devono immediatamente togliere qualsiasi legittimazione politica al piano di una opposizione che sta diventando sempre più extraparlamentare. Come ai vecchi tempi, i cattivi maestri pontificano, cretini, delinquenti e pazzi, agiscono. Il tutto sotto l’ombrello della Costituzione sacra e intoccabile, di quella parte della magistratura politicizzata, di chi sostiene che la volontà popolare non conta e chi vince le elezioni, se è Berlusconi, non può governare. Cambiamola, questa Costituzione, facciamo subito le riforme. Per questo, signor Presidente, le auguriamo di tornare subito in pista, più in forma di prima. Ne abbiamo bisogno. Anche perché noi conosciamo bene, perché per decenni l’abbiamo subita, sia la violenza militante e di piazza, sia la sua legittimazione da salotto. Sappiamo bene che se per vent’anni molti “pazzi” od “estremisti” hanno potuto sparare sui giovani missini era perché qualcuno, detenendo il controllo dell’opinione pubblica, ne legittimava gli assassini e le stragi. Perché da troppi anni in Italia, ogni voce fuori dal coro liberal-comunista viene considerata una minaccia o, quando va bene, un’anomalia. Ma questi cari signori devono capire bene una cosa, libertà e democrazia non sono parole astratte, sono valori importanti, anzi essenziali, ma sono valori di POPOLO, quel popolo che ha votato centrodestra, e che, alla faccia loro, rappresenta la maggioranza dell’Italia, della nuova Italia, nata dalla voglia di cambiamento delle forze sane della nazione, che senza dimenticare le proprie radici, vuole un’Italia libera, democratica, popolare e sociale. Non più schiava delle ideologie e pronta ad essere nazione forte e fiera nel Mediterraneo, in Europa e nel mondo. Certo, Democrazia, popolo e libertà sono valori sconosciuti ai profeti della tecnocrazia, della lotta di classe e del mondo degli uguali, dove la Persona è un consumatore ed il destino dei popoli solo profitto e finanza. Avanti Popolo della Libertà, oggi più che mai siamo chiamati a difenderci dalla sovversione e da chi è convinto che il popolo non debba esiste, ma l’Italia un paese di sudditi, suddita di Londra e delle centrali finanziarie.
mercoledì 23 dicembre 2009
Manifesto per un'altra gioventù
DA: "NOVOPRESS INFO"
Siamo quella gioventù che ha deciso di fare una scelta : rimettersi in piedi e schierarsi in prima linea.
Siamo quella gioventù che sceglie le Termopili piuttosto che la flaccidità, la pigrizia e la rinuncia.
Siamo la gioventù dei campi d’estate, delle lunghe ascensioni in montagna, della arti marziali e dei colpi ben incassati. La gioventù dello sforzo, del sudore e del superamento dei propri limiti.
Siamo la gioventù della cultura alternativa e ben radicata. La gioventù dei gruppi rock con bombarde e cornamuse, della musica elettronica e industrial coi motivetti scanditi in latino e siamo al contempo la gioventù dei mosh e la gioventù delle farandole.
Siamo quella gioventù che rifiuta il suicidio come facile via di fuga, come futuro generazionale, come orizzonte della nostra civiltà.
Siamo quella gioventù che ritiene che la spiritualità e la fede siano al di sopra dei beni materiali. Quella gioventù che pone il sacrificarsi e l’offrirsi al di sopra della carriera o del successo personale e che preferisce la dimensione eroica della vita alla performenza economica.
Siamo quella gioventù che rifiuta tutte le droghe, leggere o pesanti, chimiche o naturali.
Noi vogliamo affrontare in piena coscienza le sfide che questa società ci propone e vogliamo guardare il nostro destino dritto negli occhi.
Noi siamo quella gioventù che sceglie la via della comunità ed è ben decisa a fare blocco per forgiare l’avvenire della nostra patria.
Noi siamo quella gioventù che vuole ridare lustro e dignità alla politica, che vuole intervenire in ogni campo con un’unica parola d’ordine: il futuro non si farà senza di noi.
Noi siamo l’altra gioventù. Siamo come te, diventa come noi !
martedì 22 dicembre 2009
La plutocrazia "egualitaria"
DA: "IL FONDO MAGAZINE"
La grande truffa della politica moderna consiste essenzialmente nel rappresentare con paludamenti democratici ed egualitari ciò che invece è, con ogni evidenza, un sistema dominato da un’associazione privata esclusivista, che considera la politica il terreno in cui si difendono i privilegi di casta. L’incredibile trucco funziona, poiché viene fatto in faccia a popoli ormai da molti decenni devitalizzati e progressivamente privati della facoltà di guardare negli occhi il potere e di spogliarlo dei suoi falsi rivestimenti di giustizia. La suddivisione planetaria tra una setta padronale e una moltitudine di chandala, mantenuti estranei ad ogni accesso al decisionismo, è l’ultima parola di ciò che viene definito genericamente col termine di “liberalismo”.
Alle origini della nostra civiltà, ad esempio in Grecia, l’uguaglianza come teorema a-priori dell’indifferenziato, semplicemente non esisteva. Esisteva qualcosa che era il suo contrario: il concetto di democrazia, del tutto opposto a quello di rappresentanza parlamentare di stampo anglosassone quale è prevalso in Occidente. Esso implicava l’idea di eguaglianza di stirpe tra simili, omogenei in cultura, origini, tradizioni, destino. La democrazia diretta, partecipativa ed acclamatoria, puntava non all’eguaglianza come utopia ideale astratta, quindi mai applicabile nella pratica, ma piuttosto alla concreta e reale isonomìa, cioè al mantenimento di quel reticolo di diritti e doveri reciproci che fondavano il legame sociale, la comunità. All’interno della quale, i cittadini si vedevano garantita un’eguale ripartizione di onori e oneri. L’isonomìa è la deposizione nel mezzo della comunità – simbolicamente rappresentato dall’agorà – di ogni individualità, che si deve estinguere nel passaggio alla partecipazione pubblica: si voleva rappresentare, allegoricamente e di fatto, la rinuncia da parte di ogni cittadino del proprio “particolare”, un liberarsi del fardello dell’interesse privato. Questo atto garantiva l’elevazione alla dimensione comunitaria, il luogo dove si celebrava la democrazia vera, il governo del popolo per il popolo.
Il mondo moderno non ha avuto pace fino a quando non ha abbattuto il diritto naturale organico, attraverso la distruzione della società tradizionale, basata sulla giustizia più che sull’eguaglianza. Questa veniva considerata solo in chiave di appartenenza relativa, nulla di così intoccabile e totemico come oggi: “giustizia” era la parola dell’ordine antico, che riassumeva l’idea di eguaglianza e quella distributiva, che anima la funzione dell’altruismo. Con i sogni in rosa di Rousseau e i deliri in rosso giacobino-bolscevichi, l’eguaglianza ha cessato di essere una realtà di associazione tra simili, presente in ogni elevata società umana, a Sparta come a Roma. Ed è divenuta una fanatica utopia politica, suddivisa nelle due moderne braccia della tenaglia egualitarista, la democratica e la liberale. La prima pacifista e universalista, la seconda competitiva e individualista. Oggi la filosofia politica non conosce altra posizione. Quella realistica, naturale, arcaica, è stata dimenticata. O meglio, viene tenuta ben nascosta alla vista.
Di fronte alle due concezioni illuministiche, una che considera gli uomini tutti uguali nelle possibilità e nei bisogni (marxismo), l’altra che riconosce parità di diritti al via, poi divaricati dalla lotta per la vita che stabilisce le diversità (liberalismo), noi ne rivendichiamo un’altra, quella eterna che considera uguale solo il simile e che, di conseguenza, garantisce la giustizia sulla base del principio della differenziazione.
L’imposizione prescrittiva dell’idea di uguaglianza veicola una violenza ideologica ben nota alla storia moderna: gli uomini devono essere tutti uguali. Le mostruose dittature che ne sono scaturite hanno dimostrato quanto incredibilmente assurda fosse questa nevrosi culturale…tuttora in ottima salute mass-mediatica, grazie al suo potente arsenale propagandistico.
Ma anche l’imposizione descrittiva di una eguaglianza di partenza che si risolve nella lotta belluina tra astuzie e capacità, come l’interpreta il mercantilismo liberista, è qualcosa che, da Pericle a Mazzini e oltre, sarebbe stato visto come un’ingiuriosa mancanza di sensibilità comunitaria, un brutale scatenamento dei più primitivi egoismi.
Si sono potuti trovare nei tempi recenti innumerevoli intellettuali che, da Bobbio a Dahrendorf, hanno divulgato la confusione lessicale tra eguaglianza, libertà e giustizia, agendo sugli assunti dell’indimostrato. Si è pestato con forza il pedale della dissoluzione dell’organicismo tradizionale, fomentando con ogni energia la teoria di una forzata espansione dei diritti civili e di un incatenamento crescente del potere statale, considerando l’avanzata della società privata e la disintegrazione della politica come un passaggio necessario per imporre non una società veramente democratica, ma egualitaria di nome e non di fatto. Risultato? I grandi livellatori ideologici hanno costruito un moloch di inattaccabile ingiustizia sociale. I fanatici dell’eguaglianza hanno eretto muraglie invalicabili tra l’oligarchia al potere e le masse abbandonate all’inganno.
Basti considerare la cultura. La massificazione indifferenziata ha aperto le porte all’ignoranza generale, colpendo a morte ogni possibilità di espressione del genio: oggi la cultura è defunta da un pezzo. In suo luogo, abbiamo la degradazione del sapere sancita dalle pallide vestali del più sterile e increativo criticismo. Nella società organica tradizionale non c’era l’egualitarismo, ma esisteva l’uguaglianza, quella espressa dalla giustizia. E la cultura popolare era alta cultura e, come ha scritto , «in Grecia l’Odissea e l’Iliade furono opere popolari, nel medio evo le cattedrali erano cosa del popolo e le canzoni popolari sprizzavano grazia e nobiltà». L’appiattimento generale costruito dal pregiudizio egualitario ha finito col portare al potere brandelli di plebe arricchita, decretando la fine di ogni idea di vera comunanza tra eguali, che in passato aveva espresso la millenaria pratica di capi legati al destino della comunità di popolo e di lavoro, dei cui valori di appartenenza erano il simbolo vivente e riconosciuto.
Di Luca Leonello Rimbotti
La grande truffa della politica moderna consiste essenzialmente nel rappresentare con paludamenti democratici ed egualitari ciò che invece è, con ogni evidenza, un sistema dominato da un’associazione privata esclusivista, che considera la politica il terreno in cui si difendono i privilegi di casta. L’incredibile trucco funziona, poiché viene fatto in faccia a popoli ormai da molti decenni devitalizzati e progressivamente privati della facoltà di guardare negli occhi il potere e di spogliarlo dei suoi falsi rivestimenti di giustizia. La suddivisione planetaria tra una setta padronale e una moltitudine di chandala, mantenuti estranei ad ogni accesso al decisionismo, è l’ultima parola di ciò che viene definito genericamente col termine di “liberalismo”.
Alle origini della nostra civiltà, ad esempio in Grecia, l’uguaglianza come teorema a-priori dell’indifferenziato, semplicemente non esisteva. Esisteva qualcosa che era il suo contrario: il concetto di democrazia, del tutto opposto a quello di rappresentanza parlamentare di stampo anglosassone quale è prevalso in Occidente. Esso implicava l’idea di eguaglianza di stirpe tra simili, omogenei in cultura, origini, tradizioni, destino. La democrazia diretta, partecipativa ed acclamatoria, puntava non all’eguaglianza come utopia ideale astratta, quindi mai applicabile nella pratica, ma piuttosto alla concreta e reale isonomìa, cioè al mantenimento di quel reticolo di diritti e doveri reciproci che fondavano il legame sociale, la comunità. All’interno della quale, i cittadini si vedevano garantita un’eguale ripartizione di onori e oneri. L’isonomìa è la deposizione nel mezzo della comunità – simbolicamente rappresentato dall’agorà – di ogni individualità, che si deve estinguere nel passaggio alla partecipazione pubblica: si voleva rappresentare, allegoricamente e di fatto, la rinuncia da parte di ogni cittadino del proprio “particolare”, un liberarsi del fardello dell’interesse privato. Questo atto garantiva l’elevazione alla dimensione comunitaria, il luogo dove si celebrava la democrazia vera, il governo del popolo per il popolo.
Il mondo moderno non ha avuto pace fino a quando non ha abbattuto il diritto naturale organico, attraverso la distruzione della società tradizionale, basata sulla giustizia più che sull’eguaglianza. Questa veniva considerata solo in chiave di appartenenza relativa, nulla di così intoccabile e totemico come oggi: “giustizia” era la parola dell’ordine antico, che riassumeva l’idea di eguaglianza e quella distributiva, che anima la funzione dell’altruismo. Con i sogni in rosa di Rousseau e i deliri in rosso giacobino-bolscevichi, l’eguaglianza ha cessato di essere una realtà di associazione tra simili, presente in ogni elevata società umana, a Sparta come a Roma. Ed è divenuta una fanatica utopia politica, suddivisa nelle due moderne braccia della tenaglia egualitarista, la democratica e la liberale. La prima pacifista e universalista, la seconda competitiva e individualista. Oggi la filosofia politica non conosce altra posizione. Quella realistica, naturale, arcaica, è stata dimenticata. O meglio, viene tenuta ben nascosta alla vista.
Di fronte alle due concezioni illuministiche, una che considera gli uomini tutti uguali nelle possibilità e nei bisogni (marxismo), l’altra che riconosce parità di diritti al via, poi divaricati dalla lotta per la vita che stabilisce le diversità (liberalismo), noi ne rivendichiamo un’altra, quella eterna che considera uguale solo il simile e che, di conseguenza, garantisce la giustizia sulla base del principio della differenziazione.
L’imposizione prescrittiva dell’idea di uguaglianza veicola una violenza ideologica ben nota alla storia moderna: gli uomini devono essere tutti uguali. Le mostruose dittature che ne sono scaturite hanno dimostrato quanto incredibilmente assurda fosse questa nevrosi culturale…tuttora in ottima salute mass-mediatica, grazie al suo potente arsenale propagandistico.
Ma anche l’imposizione descrittiva di una eguaglianza di partenza che si risolve nella lotta belluina tra astuzie e capacità, come l’interpreta il mercantilismo liberista, è qualcosa che, da Pericle a Mazzini e oltre, sarebbe stato visto come un’ingiuriosa mancanza di sensibilità comunitaria, un brutale scatenamento dei più primitivi egoismi.
Si sono potuti trovare nei tempi recenti innumerevoli intellettuali che, da Bobbio a Dahrendorf, hanno divulgato la confusione lessicale tra eguaglianza, libertà e giustizia, agendo sugli assunti dell’indimostrato. Si è pestato con forza il pedale della dissoluzione dell’organicismo tradizionale, fomentando con ogni energia la teoria di una forzata espansione dei diritti civili e di un incatenamento crescente del potere statale, considerando l’avanzata della società privata e la disintegrazione della politica come un passaggio necessario per imporre non una società veramente democratica, ma egualitaria di nome e non di fatto. Risultato? I grandi livellatori ideologici hanno costruito un moloch di inattaccabile ingiustizia sociale. I fanatici dell’eguaglianza hanno eretto muraglie invalicabili tra l’oligarchia al potere e le masse abbandonate all’inganno.
Basti considerare la cultura. La massificazione indifferenziata ha aperto le porte all’ignoranza generale, colpendo a morte ogni possibilità di espressione del genio: oggi la cultura è defunta da un pezzo. In suo luogo, abbiamo la degradazione del sapere sancita dalle pallide vestali del più sterile e increativo criticismo. Nella società organica tradizionale non c’era l’egualitarismo, ma esisteva l’uguaglianza, quella espressa dalla giustizia. E la cultura popolare era alta cultura e, come ha scritto , «in Grecia l’Odissea e l’Iliade furono opere popolari, nel medio evo le cattedrali erano cosa del popolo e le canzoni popolari sprizzavano grazia e nobiltà». L’appiattimento generale costruito dal pregiudizio egualitario ha finito col portare al potere brandelli di plebe arricchita, decretando la fine di ogni idea di vera comunanza tra eguali, che in passato aveva espresso la millenaria pratica di capi legati al destino della comunità di popolo e di lavoro, dei cui valori di appartenenza erano il simbolo vivente e riconosciuto.
Di Luca Leonello Rimbotti
lunedì 21 dicembre 2009
Evola racconta Codreanu
DA: "AZIONE TRADIZIONALE"
Brani tratti dall’articolo “Così diceva Codreanu” apparso sul quotidiano Roma il 12 dicembre 1958.
Fra le molte figure di dirigenti di movimenti nazionali da noi conosciute nei nostri viaggi in Europa, poche, per non dire nessuna, ci fecero un’impressione più viva di Cornelio Codreanu, il capo della “Guardia di Ferro” romena. Ricordiamo l’incontro con lui, nel marzo del 1938, nella “Casa Verde”, sede centrale che i legionari stessi si erano costruita con le proprie mani, a Bucarest.
Egli ci si fece incontro: un giovane di alta statura, aitante, con una espressione di nobiltà, di lealtà e di coraggio impressa nel volto dai tratti del puro tipo dacio-romano, ci si mescolava qualcosa di contemplativo, di ispirato. Fra noi due si stabilì subito una spontanea simpatia; in effetti, molte delle nostre idee concordavano, specie quanto all’esigenza di dare ai movimenti di rinnovamento nazionale una autentica base spirituale.
Il livello dell’organizzazione che Codreanu aveva creato e con la quale si proponeva di rinnovare la Romania, era notevolmente alto. Il movimento complessivo aveva un orientamento originale; si affiancava idealmente ai movimenti nazionali affermatisi in Italia e in Germania, ma con una propria, specifica fisionomia. In un colloquio, lo stesso Codreanu ci indicò questa direzione particolare, usando un’immagine. Egli disse: “L’essere umano è composto dal corpo, dall’energia vitale e dall’anima. Così anche ogni nazione, e un moto di rinnovamento, può far leva su uno o sull’altro di tali elementi e investire il resto partendo da esso. Ora il fascismo italiano mi sembra che parta dall’elemento corpo, cioè dall’elemento forma, riprendendo ideale romano dello Stato quale forza formatrice. Il nazionalsocialismo tedesco, col risalto dato a tutto ciò che è razza e sangue parte invece dall’elemento vita. Quanto alla Guardia di Ferro romena, essa per raggiungere lo stesso scopo vorrebbe agire partendo dall’elemento spirituale, dall’anima”.
Nel caso del movimento di Codreanu, quest’ultima espressione assumeva però un significato peculiare. Per Codreanu, più che di una lotta politica per la semplice conquista del potere, si trattava di creare un uomo nuovo. Egli riteneva che la sostanza del popolo romeno fosse così guasta, che senza un rinnovamento dall’interno, dal profondo, nulla di valido avrebbe potuto essere raggiunto. L’opera di formazione doveva realizzarsi a tutta prima in una minoranza, a che essa facesse poi da spina dorsale alla nazione.
L’orientamento spirituale, religioso, come controparte di quello militante, si palesava già nella designazione che la prima organizzazione aveva avuto: “Legione dell’Arcangelo Michele”. Quando questa divenne la Guardia di Ferro, vi si mantennero tratti di una specie di ascetismo guerriero, analoghi a quelli di alcuni antichi ordini cavallereschi. Così per gli appartenenti ad uno speciale corpo che si fregiava dei nomi di Moza e Marin (due capi della Guardia caduti nella guerra di Spagna) vigeva la clausola del celibato: nessuna cura mondana e familiare doveva diminuire, in loro, la capacità di consacrarsi assolutamente alla causa. Ci si doveva anche astenere dal frequentare balli e cinematografi, si doveva evitare ogni sfoggio di ricchezza e di lusso. Doveva essere amata una certa tenuta spartana di vita. In più, era contemplata la pratica del digiuno, due volte alla settimana. Codreanu era il primo a sottoporvisi.
Particolare importanza veniva poi attribuita alla preghiera intesa come una vocazione. “La preghiera è un elemento decisivo – diceva Codreanu. Vince chi sa attrarre dall’etere, dai cieli, le forz e misteriose del mondo invisibile e assicurarsene il concorso”. Per lui fra tali forze vi erano le anime degli antenati e dei morti. E nei “nidi” (così venivano chiamati i centri della Guardia) ogni riunione s’iniziava e si terminava con una preghiera invocativa rivolta a coloro che lungo i secoli erano caduti per la difesa della patria e della fede e che si riteneva essere rimasti invisibilmente uniti alla stirpe.
[...] Si sa della tragedia della Guardia di Ferro e della fine di Codreanu. [...] Alla fine Codreanu fu arrestato e processato [...] “si tagliò corto” e si ricorse all’assasinio mascherato.
Brani tratti dall’articolo “Così diceva Codreanu” apparso sul quotidiano Roma il 12 dicembre 1958.
Fra le molte figure di dirigenti di movimenti nazionali da noi conosciute nei nostri viaggi in Europa, poche, per non dire nessuna, ci fecero un’impressione più viva di Cornelio Codreanu, il capo della “Guardia di Ferro” romena. Ricordiamo l’incontro con lui, nel marzo del 1938, nella “Casa Verde”, sede centrale che i legionari stessi si erano costruita con le proprie mani, a Bucarest.
Egli ci si fece incontro: un giovane di alta statura, aitante, con una espressione di nobiltà, di lealtà e di coraggio impressa nel volto dai tratti del puro tipo dacio-romano, ci si mescolava qualcosa di contemplativo, di ispirato. Fra noi due si stabilì subito una spontanea simpatia; in effetti, molte delle nostre idee concordavano, specie quanto all’esigenza di dare ai movimenti di rinnovamento nazionale una autentica base spirituale.
Il livello dell’organizzazione che Codreanu aveva creato e con la quale si proponeva di rinnovare la Romania, era notevolmente alto. Il movimento complessivo aveva un orientamento originale; si affiancava idealmente ai movimenti nazionali affermatisi in Italia e in Germania, ma con una propria, specifica fisionomia. In un colloquio, lo stesso Codreanu ci indicò questa direzione particolare, usando un’immagine. Egli disse: “L’essere umano è composto dal corpo, dall’energia vitale e dall’anima. Così anche ogni nazione, e un moto di rinnovamento, può far leva su uno o sull’altro di tali elementi e investire il resto partendo da esso. Ora il fascismo italiano mi sembra che parta dall’elemento corpo, cioè dall’elemento forma, riprendendo ideale romano dello Stato quale forza formatrice. Il nazionalsocialismo tedesco, col risalto dato a tutto ciò che è razza e sangue parte invece dall’elemento vita. Quanto alla Guardia di Ferro romena, essa per raggiungere lo stesso scopo vorrebbe agire partendo dall’elemento spirituale, dall’anima”.
Nel caso del movimento di Codreanu, quest’ultima espressione assumeva però un significato peculiare. Per Codreanu, più che di una lotta politica per la semplice conquista del potere, si trattava di creare un uomo nuovo. Egli riteneva che la sostanza del popolo romeno fosse così guasta, che senza un rinnovamento dall’interno, dal profondo, nulla di valido avrebbe potuto essere raggiunto. L’opera di formazione doveva realizzarsi a tutta prima in una minoranza, a che essa facesse poi da spina dorsale alla nazione.
L’orientamento spirituale, religioso, come controparte di quello militante, si palesava già nella designazione che la prima organizzazione aveva avuto: “Legione dell’Arcangelo Michele”. Quando questa divenne la Guardia di Ferro, vi si mantennero tratti di una specie di ascetismo guerriero, analoghi a quelli di alcuni antichi ordini cavallereschi. Così per gli appartenenti ad uno speciale corpo che si fregiava dei nomi di Moza e Marin (due capi della Guardia caduti nella guerra di Spagna) vigeva la clausola del celibato: nessuna cura mondana e familiare doveva diminuire, in loro, la capacità di consacrarsi assolutamente alla causa. Ci si doveva anche astenere dal frequentare balli e cinematografi, si doveva evitare ogni sfoggio di ricchezza e di lusso. Doveva essere amata una certa tenuta spartana di vita. In più, era contemplata la pratica del digiuno, due volte alla settimana. Codreanu era il primo a sottoporvisi.
Particolare importanza veniva poi attribuita alla preghiera intesa come una vocazione. “La preghiera è un elemento decisivo – diceva Codreanu. Vince chi sa attrarre dall’etere, dai cieli, le forz e misteriose del mondo invisibile e assicurarsene il concorso”. Per lui fra tali forze vi erano le anime degli antenati e dei morti. E nei “nidi” (così venivano chiamati i centri della Guardia) ogni riunione s’iniziava e si terminava con una preghiera invocativa rivolta a coloro che lungo i secoli erano caduti per la difesa della patria e della fede e che si riteneva essere rimasti invisibilmente uniti alla stirpe.
[...] Si sa della tragedia della Guardia di Ferro e della fine di Codreanu. [...] Alla fine Codreanu fu arrestato e processato [...] “si tagliò corto” e si ricorse all’assasinio mascherato.
domenica 20 dicembre 2009
Socializzazione. Unica via
DA: "IL FONDO MAGAZINE"
Nel dominio delle scelte economiche che lo Stato – il vero Stato – ha il diritto e il dovere di compiere, così come in tutte le scelte indotte che consistono nelle sue ricadute sociali e territoriali (fisco, tributi, politiche abitative, partecipazione del settore economico alla determinazione della politica nazionale) è necessario escludere ogni sorta di frazionismo.
L’opzione “riformista”, al pari delle manovre di solidarietà (che spesso si configurano come una vera e propria elemosina concessa al popolo in nome del mantenimento della c.d. “pace sociale”[1]), si inseriscono storicamente nel filone dei sistemi politici capitalisti nei termini di assenza di soluzioni ai problemi che inevitabilmente, a causa della loro stessa natura, vengono a crearsi all’interno delle società rette dai sistemi capitalisti stessi e di quelle a loro vincolate da rapporti vetero o neo-coloniali. In tale settore si inseriscono i “bonus”, i provvedimenti di sostegno al reddito, le misure a favore degli incapienti; ma anche la tassazione dei redditi elevati, le concessioni e le agevolazioni sociali (case popolari, asili nido, etc.), se non estrapolate dal contesto politico liberista, si configurano come fumo negli occhi utile solo a offuscare le responsabilità e le colpe che ricadono sulla gestione predatoria della cosa pubblica, sul sistema liberale capitalista di mercato.
Le stesse teorie economiche alternative volte, nelle intenzioni, alla ricerca di soluzioni basate sull’equità e sulla giustizia, improntate sulla collettivizzazione, sul dirigismo d’apparato e sul protezionismo, sono state storicamente condannate proprio in quanto manifestatesi nei termini di “capitalismo di Stato” e si sono auto-distrutte configurandosi in apparati burocratici e antipopolari che sono stati espressione delle loro stesse teorizzazioni socioeconomiche. Sono quindi state condannate dalla storia politica ed economica, ma soprattutto sono state risucchiate dal vuoto pneumatico in cui consisteva il loro fondamento dottrinario, quello cioè che delineava – ricalcando lo schema adottato dall’economia di mercato – la tragica figura dell’homo oeconomicus, l’uomo concepito come tubo digerente. Di questi uomini, di questi esofagi antropomorfi, avrebbero voluto – nella loro critica al sistema capitalista – appianare e uniformare universalmente il diametro. Ma lo schema, la visione del mondo, restavano gli stessi.
L’unica risposta sensata alla crisi del capitalismo[2] e alla sterilità delle dottrine che, dall’Ottobre bolscevico in poi, hanno nominalmente tentato di contrastarlo, risiede nella socializzazione. Essa ha la sua forza proprio nell’essere istanza totalitaria, nel comprendere quindi la totalità degli aspetti socio-politici – e non solo economici – della vita dell’uomo all’interno delle strutture sociali e produttive in cui è inserito, che dovranno di conseguenza (e totalitariamente) essere ricondotte allo Stato.
La socializzazione, unica economia possibile, unica forma in cui può inverarsi la sostanza dell’amministrazione della cosa pubblica relativamente alla gestione dei beni materiali e dell’influenza che il patrimonio spirituale, intellettivo e scientifico di una comunità su questi può esercitare, ha trovato il proprio fondamento in tutte le organizzazioni comunitarie, sociali e nazionali che – fuori da ogni metafora – definiamo “tradizionali”.
Dalla dottrina distributista cristiana all’ordinamento socioeconomico feudale, dal più genuino sindacalismo e anarchismo rivoluzionario europeo fino alle migliori espressioni delle rivoluzioni nazionali, sociali e fasciste del secolo scorso, si è sviluppata quindi una secolare dottrina economica che prevedeva la rottura del vincolo individualista che ha legato l’uomo alla merce rendendolo – negli ordinamenti liberal-capitalisti – oggetto dello sfruttamento senza il quale non sarebbe possibile la tesaurizzazione e l’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi[3], ovvero – negli ordinamenti burocratico-marxisti – oggetto della mercificazione e della riduzione a mero indice produttivo del proprio lavoro e della propria vita.
La dottrina economica della socializzazione non può e non deve essere disgiunta dall’istanza nazionale; socializzazione e nazionalizzazione devono marciare su binari paralleli, binari che porteranno, senza equivoci di sorta, l’uomo alla riappropriazione dei destini delle propria comunità attraverso l’identificazione lavoro-nazione. Fuori da questo schema ogni cosa perderebbe di senso: senza il patrocinio dello Stato, in cui la Nazione ha il proprio compimento materiale e spirituale, è impossibile imprimere una simile politica economica (se non in una fase rivoluzionaria). Socializzare le imprese e la produzione, rendendone i lavoratori ‘proprietari’, significa e comporta nazionalizzarle: se la socializzazione è un movimento che parte dal basso percorrendo la direttrice lavoratore-impresa, la nazionalizzazione ne è il completamento verso l’alto, lungo la direttrice impresa-Stato. Ed è dalla congiunzione di queste due direttrici che necessariamente prende forma una prassi politica che non può che definirsi socialista nazionale.
La dottrina economica della socializzazione non può e non deve altresì essere disgiunta dalla proprietà popolare della moneta. L’economia socializzata sta alla predazione capitalista come la moneta di popolo sta al signoraggio. L’azione usuraia delle banche sarebbe infatti insormontabile ostacolo alla delineazione dello schema sopra citato: la nazionalizzazione socialista del lavoro creerebbe un circolo virtuoso che relegherebbe la struttura bancaria a sottostare alle direttive dello Stato in quanto gestore delle sfera monetaria dell’economia. E’ uno degli aspetti più rilevanti della natura totalitaria della vera economia che, oltre a non prevedere una entità superiore allo Stato nella determinazione delle scelte inerenti la propria amministrazione, prevede un equo concetto di fiscalità non imposta sul reddito da lavoro che troverà compensazione – ai fini del reperimento dei fondi necessari alla spesa pubblica – nell’assorbimento del debito pubblico causato dal signoraggio delle banche.
Volutamente ricusiamo, nel definire la socializzazione nazionale, l’espressione “terza via”, che presume l’esistenza di altre due, o che a molti addirittura trasmetterebbe un significato di compromesso. Essa è infatti “unica via” o, come si è già detto, unica economia possibile. Profondamente differenziata dalle isterie del capitalismo e del conseguente sfruttamento di uomini e popoli. Profondamente differenziata dal marxismo burocratico, economicistico e mercificante. Un’unica via, più umana, più alta.
Di Fabrizio Fiorini
Nel dominio delle scelte economiche che lo Stato – il vero Stato – ha il diritto e il dovere di compiere, così come in tutte le scelte indotte che consistono nelle sue ricadute sociali e territoriali (fisco, tributi, politiche abitative, partecipazione del settore economico alla determinazione della politica nazionale) è necessario escludere ogni sorta di frazionismo.
L’opzione “riformista”, al pari delle manovre di solidarietà (che spesso si configurano come una vera e propria elemosina concessa al popolo in nome del mantenimento della c.d. “pace sociale”[1]), si inseriscono storicamente nel filone dei sistemi politici capitalisti nei termini di assenza di soluzioni ai problemi che inevitabilmente, a causa della loro stessa natura, vengono a crearsi all’interno delle società rette dai sistemi capitalisti stessi e di quelle a loro vincolate da rapporti vetero o neo-coloniali. In tale settore si inseriscono i “bonus”, i provvedimenti di sostegno al reddito, le misure a favore degli incapienti; ma anche la tassazione dei redditi elevati, le concessioni e le agevolazioni sociali (case popolari, asili nido, etc.), se non estrapolate dal contesto politico liberista, si configurano come fumo negli occhi utile solo a offuscare le responsabilità e le colpe che ricadono sulla gestione predatoria della cosa pubblica, sul sistema liberale capitalista di mercato.
Le stesse teorie economiche alternative volte, nelle intenzioni, alla ricerca di soluzioni basate sull’equità e sulla giustizia, improntate sulla collettivizzazione, sul dirigismo d’apparato e sul protezionismo, sono state storicamente condannate proprio in quanto manifestatesi nei termini di “capitalismo di Stato” e si sono auto-distrutte configurandosi in apparati burocratici e antipopolari che sono stati espressione delle loro stesse teorizzazioni socioeconomiche. Sono quindi state condannate dalla storia politica ed economica, ma soprattutto sono state risucchiate dal vuoto pneumatico in cui consisteva il loro fondamento dottrinario, quello cioè che delineava – ricalcando lo schema adottato dall’economia di mercato – la tragica figura dell’homo oeconomicus, l’uomo concepito come tubo digerente. Di questi uomini, di questi esofagi antropomorfi, avrebbero voluto – nella loro critica al sistema capitalista – appianare e uniformare universalmente il diametro. Ma lo schema, la visione del mondo, restavano gli stessi.
L’unica risposta sensata alla crisi del capitalismo[2] e alla sterilità delle dottrine che, dall’Ottobre bolscevico in poi, hanno nominalmente tentato di contrastarlo, risiede nella socializzazione. Essa ha la sua forza proprio nell’essere istanza totalitaria, nel comprendere quindi la totalità degli aspetti socio-politici – e non solo economici – della vita dell’uomo all’interno delle strutture sociali e produttive in cui è inserito, che dovranno di conseguenza (e totalitariamente) essere ricondotte allo Stato.
La socializzazione, unica economia possibile, unica forma in cui può inverarsi la sostanza dell’amministrazione della cosa pubblica relativamente alla gestione dei beni materiali e dell’influenza che il patrimonio spirituale, intellettivo e scientifico di una comunità su questi può esercitare, ha trovato il proprio fondamento in tutte le organizzazioni comunitarie, sociali e nazionali che – fuori da ogni metafora – definiamo “tradizionali”.
Dalla dottrina distributista cristiana all’ordinamento socioeconomico feudale, dal più genuino sindacalismo e anarchismo rivoluzionario europeo fino alle migliori espressioni delle rivoluzioni nazionali, sociali e fasciste del secolo scorso, si è sviluppata quindi una secolare dottrina economica che prevedeva la rottura del vincolo individualista che ha legato l’uomo alla merce rendendolo – negli ordinamenti liberal-capitalisti – oggetto dello sfruttamento senza il quale non sarebbe possibile la tesaurizzazione e l’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi[3], ovvero – negli ordinamenti burocratico-marxisti – oggetto della mercificazione e della riduzione a mero indice produttivo del proprio lavoro e della propria vita.
La dottrina economica della socializzazione non può e non deve essere disgiunta dall’istanza nazionale; socializzazione e nazionalizzazione devono marciare su binari paralleli, binari che porteranno, senza equivoci di sorta, l’uomo alla riappropriazione dei destini delle propria comunità attraverso l’identificazione lavoro-nazione. Fuori da questo schema ogni cosa perderebbe di senso: senza il patrocinio dello Stato, in cui la Nazione ha il proprio compimento materiale e spirituale, è impossibile imprimere una simile politica economica (se non in una fase rivoluzionaria). Socializzare le imprese e la produzione, rendendone i lavoratori ‘proprietari’, significa e comporta nazionalizzarle: se la socializzazione è un movimento che parte dal basso percorrendo la direttrice lavoratore-impresa, la nazionalizzazione ne è il completamento verso l’alto, lungo la direttrice impresa-Stato. Ed è dalla congiunzione di queste due direttrici che necessariamente prende forma una prassi politica che non può che definirsi socialista nazionale.
La dottrina economica della socializzazione non può e non deve altresì essere disgiunta dalla proprietà popolare della moneta. L’economia socializzata sta alla predazione capitalista come la moneta di popolo sta al signoraggio. L’azione usuraia delle banche sarebbe infatti insormontabile ostacolo alla delineazione dello schema sopra citato: la nazionalizzazione socialista del lavoro creerebbe un circolo virtuoso che relegherebbe la struttura bancaria a sottostare alle direttive dello Stato in quanto gestore delle sfera monetaria dell’economia. E’ uno degli aspetti più rilevanti della natura totalitaria della vera economia che, oltre a non prevedere una entità superiore allo Stato nella determinazione delle scelte inerenti la propria amministrazione, prevede un equo concetto di fiscalità non imposta sul reddito da lavoro che troverà compensazione – ai fini del reperimento dei fondi necessari alla spesa pubblica – nell’assorbimento del debito pubblico causato dal signoraggio delle banche.
Volutamente ricusiamo, nel definire la socializzazione nazionale, l’espressione “terza via”, che presume l’esistenza di altre due, o che a molti addirittura trasmetterebbe un significato di compromesso. Essa è infatti “unica via” o, come si è già detto, unica economia possibile. Profondamente differenziata dalle isterie del capitalismo e del conseguente sfruttamento di uomini e popoli. Profondamente differenziata dal marxismo burocratico, economicistico e mercificante. Un’unica via, più umana, più alta.
Di Fabrizio Fiorini
sabato 19 dicembre 2009
Torselli e Locchi (Pdl): “Basta concessioni a chi fa atti di vandalismo”
I due esponenti del Pdl: “Anarchici ed estremisti di sinistra sono i veri padroni della nostra città” .
"Non riusciamo a capire i motivi per i quali ad anarchici ed estremisti di sinistra, nella nostra città, tutto sia concesso. Atti di vandalismo travestiti da manifestazioni politiche, cortei non autorizzati, occupazioni abusive... Sono loro, evidentemente, i veri padroni di questa città". Così i consiglieri comunali del PdL Francesco Torselli e Alberto Locchi commentano la manifestazione anarchica di ieri che ha danneggiato le vetrine di alcuni negozi del centro e recapitato agli stessi pacchi contenenti sostanze puzzolenti.
"Anche ieri, in pieno giorno - spiegano i due esponenti del centrodestra - ad un gruppo di sedicenti anarchici e cani sciolti, è stato permesso di seminare il panico in Via Tornabuoni, recapitando pacchi contenenti sostanze maleodoranti ai negozianti della zona e danneggiando le vetrine degli stessi negozi con manifesti e striscioni attaccati con della colla".
"A poco serve sapere - proseguono i due consiglieri comunali - che undici militanti anarchici sono stati fermati, il fatto è che a queste persone è permesso tutto, mentre a noi, che ricordiamo essere parte del partito al governo della nazione, per poter svolgere una manifestazione sono necessarie autorizzazioni e permessi di ogni sorta e genere".
"Senza considerare - proseguono Locchi e Torselli - che quando noi organizziamo qualcosa e puntualmente arriva una contromanifestazione non autorizzata di questi signori, dobbiamo essere noi a scendere a patti e magari modificare le nostre intenzioni per rispetto della legalità e dell'ordine pubblico". "Con questo - concludono i due consiglieri del PdL - non vogliamo assolutamente invocare alcun tipo di censura, convinti come siamo del diritto di ciascuno di manifestare la propria idea; invochiamo però lo stesso metro di misura per tutti e soprattutto che venga fatto un netto discrimine tra manifestazioni politiche e atti vandalici ‘travestiti’ da esse".
Torselli e Locchi presentano poi l'iniziativa promossa dai giovani del PdL per la giornata di sabato prossimo e intitolata "Natale di Solidarietà" che si svolgerà a Casaggì dalle ore 18. "Criticare il senso puramente commerciale assunto ormai dal Natale - concludono i due esponenti del Pdl - è una cosa che facciamo anche noi e che ha assolutamente senso, ma mentre noi lo facciamo raccogliendo beni di primaria necessità per gli italiani senza tetto, qualcun'altro lo fa danneggiando vetrine e recapitando pacchi puzzolenti ai negozi del centro; come se il danno venisse fatto a Bulgari piuttosto che a Burberry: chi è danneggiato sono in realtà i commessi e le commesse dei negozi, lavoratori come quelli che questi signori dicono di rappresentare, i quali sono stati costretti a ripulire le vetrine imbrattate dalla bravata di questi delinquenti".
"Non riusciamo a capire i motivi per i quali ad anarchici ed estremisti di sinistra, nella nostra città, tutto sia concesso. Atti di vandalismo travestiti da manifestazioni politiche, cortei non autorizzati, occupazioni abusive... Sono loro, evidentemente, i veri padroni di questa città". Così i consiglieri comunali del PdL Francesco Torselli e Alberto Locchi commentano la manifestazione anarchica di ieri che ha danneggiato le vetrine di alcuni negozi del centro e recapitato agli stessi pacchi contenenti sostanze puzzolenti.
"Anche ieri, in pieno giorno - spiegano i due esponenti del centrodestra - ad un gruppo di sedicenti anarchici e cani sciolti, è stato permesso di seminare il panico in Via Tornabuoni, recapitando pacchi contenenti sostanze maleodoranti ai negozianti della zona e danneggiando le vetrine degli stessi negozi con manifesti e striscioni attaccati con della colla".
"A poco serve sapere - proseguono i due consiglieri comunali - che undici militanti anarchici sono stati fermati, il fatto è che a queste persone è permesso tutto, mentre a noi, che ricordiamo essere parte del partito al governo della nazione, per poter svolgere una manifestazione sono necessarie autorizzazioni e permessi di ogni sorta e genere".
"Senza considerare - proseguono Locchi e Torselli - che quando noi organizziamo qualcosa e puntualmente arriva una contromanifestazione non autorizzata di questi signori, dobbiamo essere noi a scendere a patti e magari modificare le nostre intenzioni per rispetto della legalità e dell'ordine pubblico". "Con questo - concludono i due consiglieri del PdL - non vogliamo assolutamente invocare alcun tipo di censura, convinti come siamo del diritto di ciascuno di manifestare la propria idea; invochiamo però lo stesso metro di misura per tutti e soprattutto che venga fatto un netto discrimine tra manifestazioni politiche e atti vandalici ‘travestiti’ da esse".
Torselli e Locchi presentano poi l'iniziativa promossa dai giovani del PdL per la giornata di sabato prossimo e intitolata "Natale di Solidarietà" che si svolgerà a Casaggì dalle ore 18. "Criticare il senso puramente commerciale assunto ormai dal Natale - concludono i due esponenti del Pdl - è una cosa che facciamo anche noi e che ha assolutamente senso, ma mentre noi lo facciamo raccogliendo beni di primaria necessità per gli italiani senza tetto, qualcun'altro lo fa danneggiando vetrine e recapitando pacchi puzzolenti ai negozi del centro; come se il danno venisse fatto a Bulgari piuttosto che a Burberry: chi è danneggiato sono in realtà i commessi e le commesse dei negozi, lavoratori come quelli che questi signori dicono di rappresentare, i quali sono stati costretti a ripulire le vetrine imbrattate dalla bravata di questi delinquenti".
Incendio Novoli, Torselli e Cellai (Pdl): “Questi sono gli effetti delle politiche razziste della sinistra”
“Gli esponenti della sinistra vadano a spiegare ai somali che oggi protestano le proprie responsabilità per quanto avvenuto”.
"L'incendio all'ex-scuola Caterina de' Medici di Novoli che ha messo in serio pericolo le vite dei circa 200 occupanti extracomunitari e che ha definitivamente distrutto la palazzina è frutto di quel razzismo che la sinistra maschera da anni da solidarietà e assistenzialismo". Questo quanto dichiarato dai consiglieri del PdL Francesco Torselli e Jacopo Cellai.
"Quando diciamo che il fenomeno dell'immigrazione deve essere controllato e regolamentato - spiegano Torselli e Cellai - veniamo accusati di essere razzisti e di non essere solidali coi bisogni e le necessità dei tanti disperati che fuggono da situazioni di emergenza in cerca di fortuna nel nostro paese".
"Alla luce di un fatto grave come quello accaduto ieri in Viale Guidoni, all'angolo con Via Barsanti, mi chiedo - proseguono i consiglieri di centrodestra - chi siano i razzisti: noi che chiediamo regole e certezze affinché nel nostro pese entrino soltanto coloro ai quali possano essere garantiti i più elementari diritti umani quali, ad esempio, una sistemazione dignitosa ed un lavoro regolare che non costringa chi si ritrova senza tetto e senza cibo ad andare ad infoltire le fila della criminalità organizzata, oppure questa sinistra che, in nome di una falsa solidarietà e di un ipocrita buonismo, vorrebbe le frontiere aperte a chiunque, salvo poi relegare gli extracomunitari in situazioni drammatiche e ghettizzanti come quelle degli edifici occupati abusivamente".
"Oggi razzista - spiegano ancora Torselli e Cellai - non è chi chiede di regolamentare gli accessi nel nostro paese al fine di garantire a chi arriva i mezzi necessari alla sopravvivenza dignitosa, ma chi predica solidarietà ed aperture a 360 gradi sapendo poi che chi arriverà nel nostro paese non avrà mai una casa, un lavoro e quindi una vita dignitosa".
"Episodi come quello accaduto ieri a Novoli – proseguono i due consiglieri - mi fanno definitivamente convincere di quanto razzista sia la politica di quella sinistra che predica uguaglianza e solidarietà globale: costringere degli esseri umani a vivere ammassati dentro strutture precarie, in situazione di totale insicurezza, col rischio, per fortuna ieri solo sfiorato, che una scintilla possa provocare una strage di uomini, donne e bambini è un vero e proprio crimine, altro che pretendere leggi che regolano i flussi migratori".
Torselli e Cellai sottolineano poi i riflessi dell’accaduto, con la protesta dei cittadini somali a Porta al Prato. "Nella giornata in cui Firenze riceve la visita del Presidente della Repubblica, un gruppo di somali ospite fino a ieri sera della struttura andata a fuoco, sta bloccando il traffico in zona Porta al Prato per richiedere una nuova sistemazione. Attendiamo con ansia che gli esponenti della sinistra fiorentina vadano a risolvere questa situazione, magari spiegando ai manifestanti il vero volto delle loro politiche assistenzialiste” commentano Torselli e Cellai.
"Purtroppo temiamo - concludono i due esponenti del Popolo della Libertà - che i vertici della sinistra cittadina preferiscano ignorare questa situazione drammatica e mostrare il volto della ‘Firenze degli arazzi e dei Palazzi’ al Presidente Napolitano, dimenticandosi colpevolmente che queste situazioni di dramma umano per gli extracomunitari sono in realtà figlie delle loro politiche razziste travestite da solidali".
"L'incendio all'ex-scuola Caterina de' Medici di Novoli che ha messo in serio pericolo le vite dei circa 200 occupanti extracomunitari e che ha definitivamente distrutto la palazzina è frutto di quel razzismo che la sinistra maschera da anni da solidarietà e assistenzialismo". Questo quanto dichiarato dai consiglieri del PdL Francesco Torselli e Jacopo Cellai.
"Quando diciamo che il fenomeno dell'immigrazione deve essere controllato e regolamentato - spiegano Torselli e Cellai - veniamo accusati di essere razzisti e di non essere solidali coi bisogni e le necessità dei tanti disperati che fuggono da situazioni di emergenza in cerca di fortuna nel nostro paese".
"Alla luce di un fatto grave come quello accaduto ieri in Viale Guidoni, all'angolo con Via Barsanti, mi chiedo - proseguono i consiglieri di centrodestra - chi siano i razzisti: noi che chiediamo regole e certezze affinché nel nostro pese entrino soltanto coloro ai quali possano essere garantiti i più elementari diritti umani quali, ad esempio, una sistemazione dignitosa ed un lavoro regolare che non costringa chi si ritrova senza tetto e senza cibo ad andare ad infoltire le fila della criminalità organizzata, oppure questa sinistra che, in nome di una falsa solidarietà e di un ipocrita buonismo, vorrebbe le frontiere aperte a chiunque, salvo poi relegare gli extracomunitari in situazioni drammatiche e ghettizzanti come quelle degli edifici occupati abusivamente".
"Oggi razzista - spiegano ancora Torselli e Cellai - non è chi chiede di regolamentare gli accessi nel nostro paese al fine di garantire a chi arriva i mezzi necessari alla sopravvivenza dignitosa, ma chi predica solidarietà ed aperture a 360 gradi sapendo poi che chi arriverà nel nostro paese non avrà mai una casa, un lavoro e quindi una vita dignitosa".
"Episodi come quello accaduto ieri a Novoli – proseguono i due consiglieri - mi fanno definitivamente convincere di quanto razzista sia la politica di quella sinistra che predica uguaglianza e solidarietà globale: costringere degli esseri umani a vivere ammassati dentro strutture precarie, in situazione di totale insicurezza, col rischio, per fortuna ieri solo sfiorato, che una scintilla possa provocare una strage di uomini, donne e bambini è un vero e proprio crimine, altro che pretendere leggi che regolano i flussi migratori".
Torselli e Cellai sottolineano poi i riflessi dell’accaduto, con la protesta dei cittadini somali a Porta al Prato. "Nella giornata in cui Firenze riceve la visita del Presidente della Repubblica, un gruppo di somali ospite fino a ieri sera della struttura andata a fuoco, sta bloccando il traffico in zona Porta al Prato per richiedere una nuova sistemazione. Attendiamo con ansia che gli esponenti della sinistra fiorentina vadano a risolvere questa situazione, magari spiegando ai manifestanti il vero volto delle loro politiche assistenzialiste” commentano Torselli e Cellai.
"Purtroppo temiamo - concludono i due esponenti del Popolo della Libertà - che i vertici della sinistra cittadina preferiscano ignorare questa situazione drammatica e mostrare il volto della ‘Firenze degli arazzi e dei Palazzi’ al Presidente Napolitano, dimenticandosi colpevolmente che queste situazioni di dramma umano per gli extracomunitari sono in realtà figlie delle loro politiche razziste travestite da solidali".
Torselli e Draghi (Pdl): “Negata una targa che ricordi il filosofo Giovanni Gentile”
I due esponenti del centrodestra: “Raccapriccianti dichiarazioni di esponenti del Pd che definiscono giusto ammazzare il professore 75enne, accademico d’Italia”.
Nella seduta di ieri del Consiglio di Quartiere 2 la maggioranza ha bocciato una mozione presentata dal gruppo consiliare del Popolo della Libertà che impegnava l'amministrazione comunale ad affiggere una targa in ricordo del filosofo Giovanni Gentile sul luogo in cui, il 15 aprile 1944, venne assassinato da un commando partigiano dei Gap. E’ quanto rendono noto Francesco Torselli, consigliere comunale del Pdl e Alessandro Draghi, consigliere PdL al Consiglio di Quartiere 2.
"Nonostante avessimo proposto una targa riportante una frase assolutamente priva di riferimenti politici e per giunta già approvata dalla commissione toponomastica del Comune di Firenze nella scorsa legislatura - spiegano Torselli e Draghi - la mozione è stata bocciata dall'attuale maggioranza".
"Siamo sconcertati - proseguono i due esponenti del PdL - dalle motivazioni addotte per respingere la nostra richiesta, qualcuno ha detto di non sentirsi pronto, da cittadino, a veder ricordato un personaggio come Gentile, qualcun'altro ha addirittura scambiato il famoso filosofo accademico d'Italia con un precursore del Nazismo tedesco, qualcun'altro ancora ha visto nel 75enne professore un responsabile delle torture effettuate dal maggiore Carità a Villa Triste".
"Ancora più sconcertante però - continuano i due esponenti del centrodestra - è stata la dichiarazione del capogruppo del PD il quale, senza mezzi termini ha dichiarato che anche lui avrebbe ammazzato Giovanni Gentile".
"Giovanni Gentile è stato senza dubbio un uomo che, a 75anni, dopo la sua eminentissima carriera ha aderito, in via del tutto ideale, all'ultimo fascismo dopo l'otto di settembre, ma questo non può cancellare quanto fatto per la cultura, la ricerca e l'istruzione nel nostro paese - spiegano ancora Torselli e Draghi -: è allucinante che dopo 60 anni Firenze si dica ancora non pronta a ricordare un personaggio simile".
"Se dovessimo cancellare tutte le personalità che in vita loro - dichiarano i due consiglieri del PdL - hanno avuto simpatie o adesioni al fascismo, l'Italia dovrebbe privarsi anche di uomini del calibro di Gabriele d'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Giorgio Pirandello, Ezra Pound e altri".
"Non siamo assolutamente intenzionati - concludono Torselli e Draghi - ad arrenderci qui, continueremo la nostra battaglia finché Firenze non renderà un doveroso omaggio alla memoria di Gentile e fino a quando le amministrazioni locali non sapranno scindere la storia dalla politica".
Nella seduta di ieri del Consiglio di Quartiere 2 la maggioranza ha bocciato una mozione presentata dal gruppo consiliare del Popolo della Libertà che impegnava l'amministrazione comunale ad affiggere una targa in ricordo del filosofo Giovanni Gentile sul luogo in cui, il 15 aprile 1944, venne assassinato da un commando partigiano dei Gap. E’ quanto rendono noto Francesco Torselli, consigliere comunale del Pdl e Alessandro Draghi, consigliere PdL al Consiglio di Quartiere 2.
"Nonostante avessimo proposto una targa riportante una frase assolutamente priva di riferimenti politici e per giunta già approvata dalla commissione toponomastica del Comune di Firenze nella scorsa legislatura - spiegano Torselli e Draghi - la mozione è stata bocciata dall'attuale maggioranza".
"Siamo sconcertati - proseguono i due esponenti del PdL - dalle motivazioni addotte per respingere la nostra richiesta, qualcuno ha detto di non sentirsi pronto, da cittadino, a veder ricordato un personaggio come Gentile, qualcun'altro ha addirittura scambiato il famoso filosofo accademico d'Italia con un precursore del Nazismo tedesco, qualcun'altro ancora ha visto nel 75enne professore un responsabile delle torture effettuate dal maggiore Carità a Villa Triste".
"Ancora più sconcertante però - continuano i due esponenti del centrodestra - è stata la dichiarazione del capogruppo del PD il quale, senza mezzi termini ha dichiarato che anche lui avrebbe ammazzato Giovanni Gentile".
"Giovanni Gentile è stato senza dubbio un uomo che, a 75anni, dopo la sua eminentissima carriera ha aderito, in via del tutto ideale, all'ultimo fascismo dopo l'otto di settembre, ma questo non può cancellare quanto fatto per la cultura, la ricerca e l'istruzione nel nostro paese - spiegano ancora Torselli e Draghi -: è allucinante che dopo 60 anni Firenze si dica ancora non pronta a ricordare un personaggio simile".
"Se dovessimo cancellare tutte le personalità che in vita loro - dichiarano i due consiglieri del PdL - hanno avuto simpatie o adesioni al fascismo, l'Italia dovrebbe privarsi anche di uomini del calibro di Gabriele d'Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti, Giorgio Pirandello, Ezra Pound e altri".
"Non siamo assolutamente intenzionati - concludono Torselli e Draghi - ad arrenderci qui, continueremo la nostra battaglia finché Firenze non renderà un doveroso omaggio alla memoria di Gentile e fino a quando le amministrazioni locali non sapranno scindere la storia dalla politica".
Mister Giarrettiera
DA: "NO REPORTER"
La notizia è stata battuta esattamente in questi termini:
WASHINGTON - Il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, ha ricevuto dalla Harvard Kennedy School e dalla Nieman Foundation for Journalism at Harvard un encomio per il ruolo svolto dal quotidiano "in un momento di grave pericolo per la libertà di stampa in Italia'' si legge nella motivazione.
E la sua lettura suscita più di una perplessità fra chi si trova da alcuni mesi di fronte ad una delle peggiori stagioni del giornalismo italiano. Un giornalismo che spudoratamente e senza l’ausilio di alcun senso della misura ha sdoganato gossip e voyeurismo, trasportandoli dai rotocalchi in cui risiedevano abitualmente fin sulle prime pagine dei grandi quotidiani, al solo scopo di usarli come “armi non convenzionali” nell’arena dello scontro politico.
Ezio Mauro ed il giornale da lui diretto sono stati sicuramente i più grandi artefici (anche se non i soli) di questa nuova stagione di giornalismo “avvelenato”, all’interno della quale le paparazzate e le storie di escort e transessuali, riguardanti la vita privata degli uomini politici, hanno sostituito le critiche e gli attacchi che normalmente venivano portate entrando nel merito dell’attività politica degli stessi. Con la conseguenza di svilire ulteriormente il già non eccelso livello dell’informazione italiana, importando un modello “anglosassone” completamente avulso dal contesto del nostro paese. Una stagione che dopo i tanto veementi quanto infruttuosi attacchi nei confronti di Berlusconi, ha proprio in questi giorni prodotto la prima vittima illustre, sotto forma del presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, letteralmente “cancellato” dalla scena politica, non a causa del suo assai discutibile operato nell’amministrare la cosa pubblica, bensì in virtù di una torbida storia privata, condita da rapporti extraconiugali con transessuali, ricatti e visite in auto blu ai consessi carnali.
Se l’encomio assegnato ad Ezio Mauro non può stupirci più di tanto, alla luce dell’abnegazione con cui ha lavorato e lavora nel tentativo di appiattire il giornalismo italiano sul modello di quello statunitense, a stupire sono invece le motivazioni addotte per giustificare l’encomio stesso e la natura del ruolo (giudicato meritevole) svolto da Repubblica nell’ambito di quello che gli statunitensi definiscono “un momento di grave pericolo per la liberta' di stampa in Italia”.
Se infatti è difficile credere che un qualcosa mai esistito salvo rare eccezioni, come la libertà di stampa in Italia, possa risultare oggi in grave pericolo, resta ancora più difficile identificare nell’operato di Ezio Mauro, imperniato su gossip e voyeurismo, un’azione salvifica volta a recuperare la perduta libertà. Basta infatti sfogliare anche distrattamente le pagine di Repubblica, per rendersi conto che all’interno del giornale, per quanto la si cerchi, non vi è taccia alcuna di un pur minimo anelito di libertà.
Lo stesso discorso vale naturalmente anche per gli altri quotidiani italiani, i cui direttori non sono però ancora stati insigniti di alcuna onorificenza da parte dei mecenati statunitensi. Coraggio, non vi avvilite, qualche intervista in più ad escort e transessuali, qualche scoop piccante concernente la vita sessuale di un politico che conta, magari una lista di domande da pubblicare ogni giorno per qualche mese e vedrete che prima o poi arriverà anche il vostro turno.
Di Marco Cedolin
La notizia è stata battuta esattamente in questi termini:
WASHINGTON - Il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, ha ricevuto dalla Harvard Kennedy School e dalla Nieman Foundation for Journalism at Harvard un encomio per il ruolo svolto dal quotidiano "in un momento di grave pericolo per la libertà di stampa in Italia'' si legge nella motivazione.
E la sua lettura suscita più di una perplessità fra chi si trova da alcuni mesi di fronte ad una delle peggiori stagioni del giornalismo italiano. Un giornalismo che spudoratamente e senza l’ausilio di alcun senso della misura ha sdoganato gossip e voyeurismo, trasportandoli dai rotocalchi in cui risiedevano abitualmente fin sulle prime pagine dei grandi quotidiani, al solo scopo di usarli come “armi non convenzionali” nell’arena dello scontro politico.
Ezio Mauro ed il giornale da lui diretto sono stati sicuramente i più grandi artefici (anche se non i soli) di questa nuova stagione di giornalismo “avvelenato”, all’interno della quale le paparazzate e le storie di escort e transessuali, riguardanti la vita privata degli uomini politici, hanno sostituito le critiche e gli attacchi che normalmente venivano portate entrando nel merito dell’attività politica degli stessi. Con la conseguenza di svilire ulteriormente il già non eccelso livello dell’informazione italiana, importando un modello “anglosassone” completamente avulso dal contesto del nostro paese. Una stagione che dopo i tanto veementi quanto infruttuosi attacchi nei confronti di Berlusconi, ha proprio in questi giorni prodotto la prima vittima illustre, sotto forma del presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, letteralmente “cancellato” dalla scena politica, non a causa del suo assai discutibile operato nell’amministrare la cosa pubblica, bensì in virtù di una torbida storia privata, condita da rapporti extraconiugali con transessuali, ricatti e visite in auto blu ai consessi carnali.
Se l’encomio assegnato ad Ezio Mauro non può stupirci più di tanto, alla luce dell’abnegazione con cui ha lavorato e lavora nel tentativo di appiattire il giornalismo italiano sul modello di quello statunitense, a stupire sono invece le motivazioni addotte per giustificare l’encomio stesso e la natura del ruolo (giudicato meritevole) svolto da Repubblica nell’ambito di quello che gli statunitensi definiscono “un momento di grave pericolo per la liberta' di stampa in Italia”.
Se infatti è difficile credere che un qualcosa mai esistito salvo rare eccezioni, come la libertà di stampa in Italia, possa risultare oggi in grave pericolo, resta ancora più difficile identificare nell’operato di Ezio Mauro, imperniato su gossip e voyeurismo, un’azione salvifica volta a recuperare la perduta libertà. Basta infatti sfogliare anche distrattamente le pagine di Repubblica, per rendersi conto che all’interno del giornale, per quanto la si cerchi, non vi è taccia alcuna di un pur minimo anelito di libertà.
Lo stesso discorso vale naturalmente anche per gli altri quotidiani italiani, i cui direttori non sono però ancora stati insigniti di alcuna onorificenza da parte dei mecenati statunitensi. Coraggio, non vi avvilite, qualche intervista in più ad escort e transessuali, qualche scoop piccante concernente la vita sessuale di un politico che conta, magari una lista di domande da pubblicare ogni giorno per qualche mese e vedrete che prima o poi arriverà anche il vostro turno.
Di Marco Cedolin
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