domenica 28 febbraio 2010

In ricordo di Mikis Mantaks, una lettera aperta di Umberto Croppi, assessore alla cultura del Comune di Roma, al direttore de "Il Riformista"

"Sono quello che stava con Mantakas quando uccidere i fascisti non era reato Altro che opposti estremismi: dopo il ’72 era stato deciso di far fuori il Msi dalla vita politica

Caro direttore, il mio nome è spesso associato (nella rete, sui testi) a quello di Mikis Mantakas, lo studente greco ucciso durante il processo per il rogo di Primavalle. Quella mattina lo portai io all'appuntamento con il suo assassino e io stesso, poche ore prima, fui oggetto di alcuni colpi andati a vuoto, nei pressi del tribunale di Roma. Ero a quei tempi dirigente del Fuan e del Fronte della gioventù, divenni in quell'anno membro del consiglio di facoltà di giurisprudenza e consigliere comunale. Ho poi seguito un cursus honorum che mi ha portato fino ai vertici del Msi, da cui sono uscito nel '91 seguendo altri percorsi politici. Ho abbandonato ogni impegno diretto in politica una decina di anni fa. All'epoca ho vissuto nell'epicentro dell'uragano che scosse l'Italia.

I Mattei li ospitammo, dopo la tragedia, nel paese in cui abitavo, dove rimasero per anni, quasi clandestini, perseguitati dal terrore. Ho frequentato molti dei protagonisti e delle vittime di quegli anni violenti, ho fatto il glob-trotter per l'Italia, ho sentito sul collo il fiato della persecuzione dell'isolamento, sono stato pestato a sangue il giorno delle prime elezioni universitarie solo perché, matricola, ero andato a votare.
Sono stato tra i primi a cercare il dialogo con i nostri supposti avversari, già alla fine degli anni '70, promotore con altri di iniziative (come gli ormai famosi Campi Hobbit) che servirono a svelenire il clima, dei primi tentativi di dialogo (il dibattito Tarchi-Cacciari) che sollevarono ondate di polemica, perché ancora nell'82 con “i fascisti” non si doveva nemmeno parlare. Insieme a Beppe Niccolai e Giano Accame sottoscrissi il primo comunicato di solidarietà per Adriano Sofri, all'indomani della sua incriminazione. Mi sono sempre adoperato (per quel che mi è concesso) per la chiusura definitiva di quella stagione e per la soluzione politica di un fenomeno che fu vasto, se non, addirittura generalizzato.

Oggi sono amico di molti di quelli che trenta anni fa mi volevano morto. Se ne parla liberamente, non si fa la conta a chi era più buono o più cattivo, chi c'era e ha l'onestà di ricordare senza mediazioni propagandistiche sa bene cosa è successo.

Eppure non riesco a ritrovarmi nella rappresentazione che sta emergendo dal dibattito scaturito a partire dalle novità legate alla strage di Primavalle, che tende costantemente a riprodurre lo schema allora imposto: gli opposti estremismi.

Sembra infatti, dalle dichiarazioni e le analisi di questi giorni, che ci fossero due bande di facinorosi che si facevano la guerra, con magari qualche complicità di ambienti politici e intellettuali ad essi contigui, e un'Italia moderata che stava a guardare sbigottita. Non andò così. Tutto iniziò quando, a cavallo delle elezioni del '72, la Dc cominciò a temere una possibile concorrenza a destra da parte del Msi. Fu dal maggior partito di governo che partì l'anatema: con la formula dell'“arco costituzionale” (De Mita) si intese escludere, dopo quasi trent'anni di pacifica convivenza, un partito dalla vita politica e la comunità umana che ad esso faceva riferimento dalla vita civile. Seguirono, a stretto giro, le direttive tipo «coi fascisti non si parla» (Berlinguer) che furono raccolte e applicate da tutti (tutti!) a tutti i livelli, dalle assemblee scolastiche ai consessi elettorali ai dibattiti televisivi. Poi la campagna di raccolta firme per lo scioglimento dell'Msi, fatta dal Pci non dai gruppi extraparlamentari.

Il passo successivo fu semplice, «uccidere i fascisti non è reato», «il sangue fascista fa bene alla vista», «se vedi un punto nero spara a vista …» eccetera eccetera. E mentre gli apparati politico-mediatico-giudiziari provvedevano al sostegno delle difese e delle posizioni innocentiste, sui muri fiorivano i «10-100-1000 Primavalle», «i covi dei fascisti si chiudono col fuoco».

Non voglio nemmeno più ripetere quello che infinite volte ci siamo detti: la violenza c'era, c'è stato anche a destra chi ne ha coltivato il culto, ci sono stati episodi di ferocia e di criminalità. Ma questo non basta a dar conto del fenomeno che storicamente si è determinato tra il '73 e il '77 (quello che è successo dopo ne è un derivato). L'intera società politica italiana aveva decretato l'espulsione di una sola parte dal suo contesto. Gli omicidi erano solo un corollario legittimo di quel decreto. La presunzione di incolpevolezza, lo stupore di chi si vedeva processato per aver commesso un atto “di giustizia” erano paradossalmente sinceri.

Mantakas fu giustiziato con un colpo di revolver alla testa, non durante uno “scontro”, ma perché ai missini non doveva nemmeno essere concesso di assistere al processo agli autori del rogo di Primavalle.

Non si trattava di conflitti, Mazzola e Giralucci furono le prime vittime delle Br, uccisi a sangue freddo nella federazione del Msi di Padova, Ramelli e Pedenovi a Milano furono uccisi in agguati sotto casa, Zicchieri fuori una sezione del Msi al Prenestino. E qui interrompo il lungo necrologio.

A me non è venuto mai nemmeno in mente, nemmeno per vendetta, di uccidere un mio avversario, ma arrivo a capire cosa può essere successo nella testa di un mio coetaneo che voleva uccidere me. Era il contesto che lo legittimava. Lo motivava, in un certo senso lo armava. Sono i miei amici di ora che mi confermano di aver provveduto alla compilazione degli schedari in cui finivano le informazioni sui miei spostamenti, le mie foto “segnaletiche”, a nessuno di noi è mai venuto in mente di schedare, di seguire un nostro avversario. Ma posso capire le emozioni derivate che spingevano un ventenne a considerarsi parte di un esercito che si sentiva alla vigilia della propria rivoluzione di ottobre.

A creare l'acqua in cui quei rivoluzionari credevano di muoversi come pesci (in realtà era un acquario ben sorvegliato da chi li - ci - lasciava fare per utilizzarci tutti al momento giusto) non erano tanto i capetti invasati. Nemmeno gli intellettuali blasonati che li accoglievano nei loro salotti. Erano i moderati che non si limitavano a tollerarne le gesta ma li incoraggiavano, gli fornivano l'alibi morale ancor prima che politico. Io entrai nel consiglio di facoltà ancora matricola e con ancora un occhio bendato e le costole fasciate, scortato da 100 poliziotti, e dovetti subire l'ordine del giorno, con cui si chiedeva la mia espulsione dal consesso in cui ero stato eletto in quanto (cito testualmente) «complice degli stupratori del Circeo». Il documento era firmato e illustrato da un'illustre professore comunista (oggi uno dei più stimati e pacati intellettuali italiani) ma veniva votato dai cattolici, dai moderati: ci fu una sola astensione, quella del professor Ferri, nemmeno un voto contrario. Il giorno dell'omicidio Calabresi andai col mio parroco a far visita ad un contadino democristiano, insieme a suo figlio, delegato giovanile della Dc: stavano festeggiando. Quando a Milano venne ucciso il consigliere provinciale del Msi Enrico Pedenovi, il mio sindaco (sindaco di un monocolore democristiano) fece stampare un manifesto di condanna, poi ne comprese l'“inattualità” ed evitò di affiggerlo.
Quando furono istituiti a Milano i primi consigli di quartiere, i ragazzi del Msi che furono chiamati a prendervi parte dovettero affrontare un vero e proprio sistematico massacro, con prognosi anche di 90 giorni e non ci fu un solo Consiglio in cui non fu chiesta, con ordine del giorno, la loro espulsione. Io per quindici anni ho fatto il consigliere comunale senza, una sola volta poter instaurare un dialogo, senza far parte di una commissione, senza neanche fare lo scrutatore. Ho dovuto abbandonare l'Università di Roma perché, come a molti altri, mi era semplicemente impedito di varcarne i cancelli. A un povero cristo, colpevole solo di assomigliarmi, aprirono la faccia dalla bocca fino all'orecchio.

Ancora nell'82, quando Cacciari decise scandalosamente di parlare con un intellettuale che era stato di destra, Marco Tarchi, ci fu una corale levata di scudi dell'intelighentia italiana, rileggetevi la rassegna stampa dell'epoca, il filosofo veneziano fu ricoperto di improperi soprattutto dai suoi amici, in prima fila quelli che oggi stanno in Forza Italia. Con i fascisti non si parla! Punto e basta.

Insomma è ora di chiuderla definitivamente quella stagione e non serve nemmeno andare a ricercare le responsabilità individuali, siamo tutti altre persone rispetto ad allora, e alcuni di noi l'outing l'hanno fatto completo, senza riserve e in tempi non sospetti. Se si vuole, però, ricostruire il quadro storico degli eventi bisogna farlo secondo verità: in quell'inzio degli anni '70 non ci fu guerra per bande, non ci furono opposti estremismi, ci fu il tentativo dichiarato, argomentato e praticato di cancellare dalla faccia della terra una comunità politica.

Sette-otto anni fa viaggiai in treno da Firenze con Adriano Sofri, andavamo entrambi a Roma ad assistere ad un dibattito sugli anni di piombo in una libreria. Il pubblico era costituito prevalentemente da giovanissimi autonomi. Adriano era già andato via quando uno di quei ragazzi affermò: «Ramelli era uno che di professione faceva il picchiatore fascista e quindi è giusto che abbia fatto la fine che ha fatto». Tra i presenti fu soltanto Giampiero Mughini a reagire e fu costretto ad andarsene sotto le ingiurie dei giovanotti. Gli altri relatori tentarono una benevola conciliazione. Forse una onesta ricostruzione di quanto successe aiuterebbe anche non far rinascere queste tossine, di sinistra o di destra, poco importa."

18 Febbraio 2005

MIKIS MANTAKAS: PRSENTE!

28 Febbraio 1975 - 28 Febbraio 2010
In ricordo di Mikis Mantakas

Il rock è stanco

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Il rock n’roll è destinato ad andare in pensione? Molti scatterebbero immediatamente in piedi a rispondere un sonoro no e ancora no, eppure aprendo le riviste specializzate e facendo un giro nei negozi di dischi la scena non è delle più rassicuranti.

Mick Jagger e Keith Richards sono del ’43, hanno quindi 66 anni, David Bowie è del 1947, Lemmy, cantante dei Motorhead, è del 1945, Angus McKinnon Young, chitarrista degli AC/DC è del 1955, Vasco Rossi è del ’52, Johnny Ramone, chitarra dei Ramones e uno dei fondatori del punk, nacque nel 1948 e se fosse vivo avrebbe passato da un po’ i sessanta. Questi sono solo alcuni dei capisaldi del rock n’roll mondiale, ma la lista potrebbe continuare e la media generale dell’età delle rock star si aggirerebbe intorno ai cinquant’anni suonati.


(Vasco Rossi, Il mondo che vorrei, 2008)

Se pensiamo che Robert Plant (1948) e Jimmy Page (1944) incisero i primi due album dei Led Zeppelin nel 1969, a vent’anni da poco passati, e Ozzy Osbourne (1948) cantò sul primo album dei Black Sabbath nel 1970; il confronto con l’oggi è inevitabilmente sconfortante. Se pensiamo che anche i componenti di due colossi del metal come Megadeth e Slayer si avviano a spengere le cinquanta candeline, la mancanza di giovani leve si fa sempre più evidente.

Oggi il mercato editoriale specializzato nostrano vede fiorire alcune riviste dedicate proprio al rock e al metal del passato (“Classix” e “Classix Metal”), ma anche mensili rock di stretta attualità non fanno che proporre articoli su band seminali del passato. “Rolling stone” parla dei Ramones, rimpiangendoli con un ritardo di almeno dieci anni; “Rock Hard” e “Metal Hammer” riesumano i redivivi KISS, gli Hawkwind e gli insuperabili Slayer; “Rumore” intervista gli Shrinebuilder, gruppo nuovo formato però da veterani del rock psichedelico e i Darkthrone, relativamente giovani, ma negli ultimi album completamente dediti a un suono anni ’80.

È quindi evidente che la salute del rock classico è senza dubbio buona. I vecchi hanno ancora molto da dire e hanno ancora cartucce da sparare. Il fatto che ancora oggi si senta il bisogno di risalire alle radici, riscoprire i classici, è però il segno di una musica stanca, incapace di proporre nuovi stimoli e di tornare a esprimere un modo di essere non conformista. Mancano intuizioni geniali.

All’epoca i Rolling Stones registrarono “Brown Sugar”, un testo che parlava di eroina, stupri e sesso di gruppo che non mancò di fare scalpore. Oggi bisogna accontentarsi di Marylin Manson. Un tipetto certo originale ed eccentrico, che però non ha inventato nulla di nuovo; ha soltanto solleticato per qualche anno i pruriti censori di qualche mamma preoccupata, per poi finire col recitare ad hoc la parte della rock star annoiata: “questa è la nuova merda”, canta oggi.

Nato negli anni ’50 in America, da un misto di influenze musicali blues, jazz, folk e country, il rock n’roll è stato per decenni la musica della rivolta e della ribellione, della volontà di prendere in mano la propria vita liberamente e senza limiti. In questo senso, Jack Kerouac fu un autore rock. Elvis Presley e Jerry Lee Lewis (1935) all’epoca sembrarono posseduti dal demonio, degli assatanati che suonavano la musica del diavolo. Ecco il punto: il rock n’roll è sempre stata considerata la musica dei reietti, dei “cattivi”. Poi il mercato musicale è riuscito a normalizzare anche queste sonorità. MTV ha conquistato gran parte del mondo del rock e del metal, ammorbidendolo e rendendolo ampiamente fruibile: la censura è sempre stata un segno distintivo da indossare con orgoglio. Ben pochi gruppi rock oggi possono vantare il classico “Parental advisory” sulla copertina, come una decorazione in grado di aggiungere mistero e autenticità.

Gli Agnostic Front, storico gruppo hardcore della scena newyorkese, lo hanno capito benissimo: quando finisci su MTV significa che non sei più “pericoloso”, significa che sei stato assorbito dall’industria musicale e, checché se ne dica, fai parte del music business. Rock star pigre e imbolsite, annoiate e impegnate a ripetersi ad oltranza: uno spettacolo sconfortante.

Nei negozi è tornato il vinile, spuntano ristampe e raccolte di gruppi storici, ma dai giovani viene ben poco, non un gruppo che emerga con prepotenza, che riesca a rompere la cappa di conformismo che è calata da qualche tempo anche nel mondo del rock e del metal. Ci sono i grandiosi Mastodon, ma il loro stile è forse troppo elaborato e tecnico per potersi imporre sulla lunga distanza. Ci sono i Gossip, un gruppetto che ricicla soluzioni sonore già proposte da altri. Ci sono i Prodigy, innovativi e intelligenti, ma forse troppo commerciali.

In generale c’è un ritorno alle radici, al suono autentico del rock anni ’70 e ’80. Allora il rock era ancora avvolto da un alone di mistero che trasmetteva una sensazione di trasgressione e ribellione ad ogni nota. Capace di muovere le energie profonde negli ascoltatori, il rock fu la colonna sonora di molti giovani in rivolta contro il loro tempo. Il diluvio elettrico si è però sgonfiato, e riandare al passato glorioso, alle “origini della stirpe” è oggi una necessità per chi voglia andare un po’ oltre, per chi voglia prendere lo slancio.

Il rock n’roll era una missione, un mondo a parte che minacciava il conformismo imperante con la forza dei suoi suoni e delle sue parole schiette e dirette. Non denaro e compromessi commerciali, ma autenticità stradaiola e creatività istintuale. C’è bisogno di un Nietzsche del rock.

Di Francesco Boco

sabato 27 febbraio 2010

…della libertà, della società e della rivoluzione


DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Un manifesto politico, artistico o letterario che sia è sempre una pro-vocazione


DELLA LIBERTA’

Noi vogliamo cercare la piena giustizia economica e sociale attraverso la libertà.

Per l’uomo, essere libero significa essere riconosciuto e trattato come tale da un altro uomo, da tutti gli uomini che lo circondano.

La libertà è il prodotto di un lavoro sociale.
DELLA SOCIETA’

La società deve organizzarsi in modo che ogni individuo, uomo o donna, possa trovare, nell’arco della sua vita, le possibilità e i mezzi per sviluppare le sue diverse e specifiche facoltà personali.

La società, considerata nel senso più largo del termine, ovvero: il popolo, i lavoratori, non producono soltanto la potenza e la vita, essi producono anche gli elementi di tutto il pensiero; e un pensiero che non è estratto dal suo seno e che non è la fedele rappresentazione degli istinti popolari è un pensiero nato morto.

Qualsiasi organizzazione sociale concepita da teorie idealistiche deve essere rifiutata: sarà il popolo, così come si concepisce attraverso la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni, nelle sue necessità quotidiane e nelle sue aspirazioni coscienti o inconsce a trarre da se stesso tutti gli elementi della sua futura organizzazione sociale.

L’idealismo è il despota del pensiero. Chi non accetta la libertà come suo unico principio creativo sarà inevitabilmente votato alla schiavitù. Il nostro ideale di società è nel grembo del popolo stesso.

Per questo, il nostro compito non sarà quello di rivelatori o di creatori, di protettori o di precettori ma semplicemente quello di ostetrici del pensiero partorito dalla vita stessa del popolo.

DELLA RIVOLUZIONE

La rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva come possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo.

La rivoluzione sorgerà attraverso l’organizzazione del lavoro e della proprietà comune da parte di associazioni di produttori e dalla formazione delle comunità popolari.

Nostro compito è promuovere la nascita della rivoluzione diffondendo le idee che siano in corrispondenza con l’istinto del popolo, ovvero: essere intermediari tra l’idea rivoluzionaria e l’istinto del popolo.

La vittoria del popolo non potrà essere conquistata che per mezzo della rivoluzione sociale.

Questa rivoluzione presenterà, all’inizio e necessariamente, le sembianze di un movimento distruttivo, ovvero: quello in cui liquiderà definitivamente tutto ciò che legalizza e regolamenta lo sfruttamento del lavoro popolare a profitto del monopolio capitalistico finanziario.

Ma la passione per la distruzione è anche una passione creativa. Questa seconda fase consisterà nell’organizzare la grande libertà umana che, distrutte tutte le catene dogmatiche, metafisiche, politiche e giuridiche, da cui tutto il mondo è oggi oppresso, restituirà a tutti, comunità e individui, la piena autonomia dei loro movimenti e del loro sviluppo.

È ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile

Di Miro Renzaglia

venerdì 26 febbraio 2010

CIAO ENZO. CASAGGì NON TI DIMENTICA.

La nostra Comunità umana e politica apprende con rammarico della morte di Enzo Fragalà, già Deputato di Alleanza Nazionale, dopo una vile aggressione subita sotto il proprio ufficio palermitano. Di Fragalà vogliamo ricordare non solo la storia di attivismo e di militanza, che dal 1946 arriva dritta fino a noi, ma anche la semplicità e la chiarezza con la quale, nel giugno del 2005, venne a Casaggì a tenere una bellissima conferenza sulla strage di Primavalle e sulla morte dei fratelli Mattei. Nessuno avrebbe mai pensato che solo cinque più tardi sarebbe mancato con modi così brutali ed efferati. I mandanti del suo omicidio sono ascrivibili, pare, alle cosche mafiose che, da avvocato affermato, combatteva quotidianamente. Casaggì non lo dimentica.

Riportiamo, affinchè tutti possano attingere dalle notizie di cronaca, l'articolo di Repubblica in merito all'accaduto...


E' morto Enzo Fragalà
l'avvocato aggredito a Palermo

Fini: "Auspico che gli spietati assassini vengano assicurati alla giustizia". Bersani: "Piena luce sull'assassinio"
Alfano: "Scompare un un grande avvocato, un raffinato giurista e un uomo politico onesto"


E' morto Enzo Fragalà l'avvocato aggredito a Palermo
Il luogo dell'aggressione
PALERMO - L'avvocato Enzo Fragalà, massacrato a bastonate martedì sera davanti al suo studio, vicino al tribunale di Palermo, è morto, dopo essere rimasto tre giorni in coma, nell'ospedale Civico di Palermo. Lo confermano i carabinieri. Fragalà, ex deputato di An e consigliere comunale del Pdl, è stato aggredito davanti il suo studio martedì sera da un giovane col casco scuro che impugnava un pesante bastone di legno. 

"Un gesto vile e bestiale", lo ha definito il presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Palermo, Enrico Sanseverino. L'Ordine degli avvocati ha annunciato la volontà di costituirsi parte civile contro gli aggressori. Mentre il sindaco di Palermo Diego Cammarata si è detto "profondamente addolorato ed indignato: la morte di Enzo Fragalà ci lascia colpiti ed esterrefatti e lascia un segno indelebile in tutti noi". 'Auspico vivamente -ha scritto invece il presidente della Camera Gianfranco Fini nel telegramma inviato alla famiglia di Fragalà - che gli spietati responsabili del suo vile assassinio siano quanto prima assicurati alla giustizia". "Con Enzo Fragalà scompare, per mano criminale, un grande avvocato, un raffinato giurista e un uomo politico bravo, appassionato e onesto", ha sottolineato il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Mentre il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha espresso il cordoglio per la morte di Fragalà, augurandosi che "venga fatta al più presto piena luce sul suo assassinio".

Il figlio dell'avvocato Fragalà, Massimiliano, ha appreso della morte del padre quando era appena giunto negli uffici della Procura della Repubblica per essere sentito dai pm Nino Di Matteo e Carlo Lenzi, che conducono l'inchiesta. Massimiliano Fragalà ha subito lasciato il palazzo di giustizia per raggiungere la madre e la sorella all'ospedale Civico, dove il padre si è spento nel reparto della II Rianimazione. I magistrati hanno disposto l'autopsia. 


Al brutale agguato - l'assassino ha usato una mazza di legno - hanno assistito tre testimoni. Solo l'intervento di uno di loro ha messo in fuga il killer che si è accanito sulla vittima con una ferocia inaudita. Il professionista, 61 anni, in seguito all'aggressione aveva subito gravi lesioni cerebrali. I medici della II Rianiminazione dell'ospedale Civico avevano da subito descritto un quadro clinico estremamente grave e ancora nell'ultimo bollettino, alle 11 di questa mattina, avevano parlato di prognosi "strettamente riservata". Il presidente del Senato Renato Schifani aveva annunciato che avrebbe fatto visita all'avvocato questa sera in ospedale: ha reso invece omaggio alla salma.

Gli inquirenti sospettano che la mafia possa essere mandante dell'aggressione: di recente, Fragalà aveva assistito cinque professionisti che avevano scelto di confessare il loro ruolo di prestanome e di complici di boss del calibro di Nino Rotolo, Sandro Capizzi e Giuseppe Scaduto. Questi professionisti non sono mai diventati collaboratori di giustizia, ma le loro ammissioni hanno messo ulteriormente nei guai i capimafia. Ma non si escludono neanche altre piste.

MOVIMENTISMO: LA BRAMBILLA PUO' COPIARE...


Riportiamo l'articolo uscito oggi sul Secolo e riportante le attività di Casaggì. Un bel servizio, che divulghiamo volentieri...




Movimentismo: la Brambilla può copiare...
SECOLO D'ITALIA
Isabella BacciÈ online il sito dei "Promotori della libertà", la nuova organizzazione aggregativa di Michela Brambilla che farà capo direttamente a Silvio Berlusconi per «recuperare lo spirito originario» della sua avventura politica. Un po' pretoriani un po' pasdaran, accolti dall'ala dei fedelissimi con entusiasmo («Berlusconi ribalta il Pdl», titolava ieri il Giornale) i Promotori dovrebbero costituire lo zoccolo duro della militanza berlusconiana, l'"esercito del bene" che con «la sua azione sul territorio dovrà fare in modo che il Pdl diventi un grande, grande, grande partito». Per adesso l'armata della Brambilla è virtuale, così come lo furono in passato i suoi Circoli della Libertà, che spaccarono Forza Italia e «sul territorio» si videro pochino. Ma è indubbio che nel Popolo della libertà la questione dell'impegno "di base" esista e, finora, sia stata affrontata troppo sommariamente all'interno, tantoché proliferano in tutte le grandi città forme associative spontanee, vicine al centrodestra ma non inquadrate nel partito e spesso critiche verso i suoi dirigenti, che producono centinaia di "eventi" ogni giorno e coinvolgono migliaia di quelli che una volta sarebbero stati chiamati militanti e adesso non si sa più come definire, visto che in molti casi non hanno in tasca nessuna tessera.

«Ragazzi e adulti si avvicinano a noi perché abbiamo uno spirito movimentista e una grande libertà culturale, che nei partiti organizzati non c'è»: Giuliano Castellino, con Gens Romana, a Roma guida una rete con una decina di sedi e almeno trecento frequentatori "fissi". Il suo gruppo è un po' in competizione con la realtà di CasaPound, più antica e strutturata a livello nazionale, più lontana dal Pdl ma comunque impegnata, in questa fase, nella campagna elettorale per Renata Polverini: un migliaio di aderenti "in carne e ossa" (non on line), quattromila simpatizzanti portati all'ultimo concerto ad Area 19, trentamila voti nelle scuole romane con il Blocco Studentesco. Tutta gente che ama la politica, vuole fare politica e non ne trova abbastanza nei partiti organizzati.

Ma non c'è solo Roma. A Firenze, nella vecchia sede della federazione di An, sta crescendo la realtà di Casaggì, una sorta di centro sociale di destra che produce attività quotidiane di ogni genere: dai concerti di band emergenti alle feste studentesche, dai laboratori artistici agli incontri nella pizzeria autogestita, dalle aule studio per gli universitari alla biblioteca popolare, dalle conferenze alle manifestazioni di piazza.
Marco Scatarzi, responsabile della struttura, spiega: «Rispondiamo alla domanda di aggregazione giovanile, di discussione, di azione politica in senso lato. La qualità dell'impegno di chi frequenta è simile a quella della vecchia militanza, ma le modalità sono molto diverse. Gestiamo un bar interno con cucina, uno spazio adibito a palestra, un punto vendita di vestiario e materiale musicale, uno spazio web, una videoteca aggiornata e anche l'archivio storico nazionale del Fronte della Gioventù, molto consultato e ricco». A Casaggì si fanno cineforum, corsi di autodifesa, attività gratuite aperte alla gente del quartiere come lo "sportello sos" per l'emergenza abitativa e l'aiuto solidale. C'è un gruppo ambientalista e uno di volontariato sociale, ragazzi che danno ripetizioni gratuite, corsi di informatica, di pittura e di chitarra. Tutto autogestito e autofinanziato.

E la politica, dov'è? «Dappertutto, forse più qui che nelle classiche strutture di partito», risponde Francesco Torselli consigliere comunale di Firenze del Pdl e fondatore del centro sociale. Oltre a lui il gruppo esprime tre consiglieri circoscrizionali a Firenze, due consiglieri comunali a Sesto Fiorentino, uno a Scandicci, uno a Impruneta e uno a San Piero a Sieve, oltreché tre dei quattro eletti della destra negli organi universitari di Firenze. «Guardiamo con interesse - spiega Torselli - all'elaborazione di Gianfranco Fini, che rappresenta una destra moderna e all'avanguardia, capace confrontarsi alla pari con tutte le forze politiche. Di lui ci piace soprattutto lo sguardo rivolto al futuro, perché tutti noi dovremmo pensare al futuro del Popolo della libertà. Non possiamo accettare la logica del "dopo Berlusconi il niente". Il presidente Berlusconi ha avuto il grandissimo merito di guidare il paese attraverso un quindicennio tra i più difficoltosi degli ultimo cinquant'anni, ma i partiti devono essere in grado di rinnovarsi e di sopravvivere agli uomini».

Nata il 18 ottobre 2006, Casaggì sta "espandendosi" a Prato, in Versilia, a Siena e ad Arezzo. «Da una sede di Azione Giovani - spiega Luca Perdetti, responsabile della struttura della Versilia - abbiamo creato uno spazio aggregativi per i giovani. Attraverso l'autofinanziamento nella nostra sede abbiamo creato una sala giochi, un negozio di magliette, sale studio con archivio storico. Organizziamo manifestazioni e concerti. I rapporti con il Pdl sono ottimi e stiamo ampliando la nostra collaborazione anche con le realtà presenti sul nostro territorio come la Versiliana e la Fondazione Pucciniana».
Insomma, senza tanti squilli di tromba il "movimentismo" della destra sul territorio si sta già organizzando da un pezzo, in rapporto dialettico con la struttura ufficiale del partito ma con un ruolo crescente nelle dinamiche interne. In particolare in questa fase di campagna regionale, "i ragazzi", serbatoio indispensabile per tenere aperti i gazebo e i comitati elettorali, per riempire le piazze e sorvegliare i seggi, si trovano lì. Non saranno "l'esercito del bene" come i Promotori della Brambilla, ma esistono in carne e ossa. Sono reperibili e mobilitabili. E costituiscono, spesso, l'unico polmone dell'iniziativa politico-culturale nelle città. A Catania i cento ragazzi dello spazio libero Cervantes, una scuola abbandonata e occupata al Cibali, il quartiere dello stadio, organizzano presentazioni di libri e dibattiti sui diritti civili, suonano, gestiscono una palestra attrezzatissima e una libreria popolare. Sulle magliette che stampano per autofinanziamento si legge "Nessun limite eccetto il cielo" e il loro logo è un Don Chisciotte stilizzato. La parola chiave è movimentismo. Il sentimento di base è la delusione per l'offerta dei partiti tradizionali. «Il progetto Cervantes - spiega il fondatore Gaetano Fatuzzo, 27 anni - nasce da un gruppo di amici provenienti da esperienze nel centrodestra, sotto diverse sigle e bandiere. Tutti scontenti dell'approccio burocratico alla politica, tutti in cerca di una dimensione progettuale più ampia, non limitata agli obbiettivi elettorali». In più, a Catania, c'era il tema della riqualificazione di una città bellissima e abbandonata, l'idea di impegnarsi contro il degrado, l'incuria, la fatiscenza. «La scuola che abbiamo occupato era abbandonata da anni, un falansterio. L'abbiamo ristrutturata, immaginando un'oasi di cultura, solidarietà, libertà. Il prossimo 9 aprile festeggeremo il primo anno di attività, con un bilancio assolutamente positivo: siamo diventati una delle realtà giovanili più importanti in città». E i rapporti con il Pdl? Ottimi, giura Fatuzzo. Anche perché gli obbiettivi sono decisamente diversi «e anche loro hanno capito che non siamo in competizione». Ma perché il partito non riesce a "tenere in casa" questo desiderio di impegno? Perché a Roma, a Firenze, a Catania (ma anche in tante altre città) sfonda il modello del "centro sociale"? «Purtroppo - risponde Fatuzzo - il fulcro dell'attività dei partiti sono le elezioni, ogni attività è legata alla dimensione elettorale. E questo non può bastare a chi crede alla politica come strumento di trasformazione del reale, come progetto, al limite come sogno. Il che non significa che noi combattiamo contro i mulini a vento. In campagna elettorale talvolta abbiamo i nostri candidati, talvolta sosteniamo i candidati della Giovane Italia. Ma facciamo anche altro. Anzi, soprattutto altro».
Ascoltando Fatuzzo, Torselli, Castellino e gli altri si capisce che il movimentismo sul territorio è una categoria già ampiamente esplorata dalla destra, magari in modo poco visibile sui grandi media e in tv ma tutt'altro che "virtuale". Chissà che la Brambilla non possa trovare ispirazione...

giovedì 25 febbraio 2010

Il film di Verdone e Rosarno: due ritratti del degrado italiano

DA: "IL GIORNALE"

La famiglia italiana è oggi davvero quello schifo descritto da Carlo Verdone nel suo ultimo film? Temo proprio di sì. Quella di Verdone, naturalmente, è una caricatura, e dunque concentra in un nucleo familiare vizi e brutture che si spalmano in modo più diffuso e contraddittorio su famiglie che hanno anche lati sani e ammirevoli, se non addirittura eroici. Però la situazione familiare e sociale è davvero vicina a quel punto-schifo. E rispetto al passato, non si tratta più nemmeno di un conflitto tra una gioventù nichilista e debosciata e le vecchie generazioni che resistono ancor in piedi, seppur tra pregiudizi e ipocrisie, al disfarsi della famiglia; no, qui siamo, e lo descrive bene Verdone, al degrado di tre generazioni, quella dei padri anziani, quella dei figli di mezza età e quella dei nipoti in crisi depressiva. Più contorno di spacciatori, puttane venute dal terzo mondo, mariuoli e marpioni. Tutto osservato con gli occhi di un prete missionario e ormai dubbioso della sua fede, tornato a Roma dove la miseria morale e spirituale gli fa rimpiangere la miseria nera africana.


Non capisco la polemica sul film di Verdone, tra chi - come Messori - esorta a nutrire più fede e più speranza e Verdone stesso che si professa cattolico e si giustifica dicendo che il suo film pecca semmai proprio di ottimismo nel suo lieto fine. No, il film non ha un lieto fine, ma finisce con una grottesca caricatura di una famiglia unita. Ma se la situazione è quella, non cerchiamo per favore conclusioni confortanti: la realtà è disperante, non rifugiamoci nelle belle speranze. Non è una disputa teologica, è la rappresentazione comica e veritiera della realtà; non un film nichilista, come si è scritto, ma un film sul nichilismo. Quel nichilismo che fino a cent’anni fa era intuizione tragica di filosofi e di spiriti profetici e oggi è vita comune, paesaggio di massa, versione domestica e orizzonte di epoca.

Ho visto il film di Verdone, poi ho visto in tv gli scontri di Rosarno e il tetto posto dal ministro Gelmini agli stranieri in classe. Mi è parso di vedere lo stesso film, o se preferite la stessa notizia. Tra realtà e fiction non c’è soluzione di continuità. La famiglia italiana si è sfasciata, non fa più figli e non dà più braccia lavoro; al suo posto cresce una popolazione avventizia e clandestina che occupa gli spazi disertati dagli italiani. Dal marciapiede alle campagne, dalle aule alle chiese, a volte in forma di moschee. Come le tre prostitute africane di Verdone. Come gli extracomunitari di Rosarno. Come i bambini stranieri che vanamente la Gelmini vuole regolamentare. Una società cinica e cattiva. Brutta, sì brutta. Come il nonno tutto viagra e parrucca rossa di Verdone, come il fratello cinico e sniffatore, come la nipote emo, tossica e depressa. Certo, l’immigrazione clandestina va arginata e scoraggiata, le prostitute di colore e soprattutto i loro papponi vanno cacciati, i bambini stranieri non vanno ammassati ma spalmati in classi e scuole diverse. Ma il punto debole è la famiglia italiana. Che non c’è, non produce modelli e valori di vita, consuma ma non educa, non figlia e non fornisce faticatori. Non argina il male ma lo alleva, o si arrende: esce a mani alzate da casa, quando non lo fa entrare in casa. Sulla famiglia sventola bandiera bianca. È quel buco nero al centro della nostra società che produce mostri. Domestici e remoti, familiari e stranieri. So che non ci può essere nessun rimedio teologico e pastorale che possa bastare, ma nemmeno politico o poliziesco. Perché l’ondata colpisce a ogni livello e i dispositivi di difesa - biologici, civici e culturali - sono ormai saltati. Hai voglia ad aumentare i controlli di sicurezza, a inveire contro gli immigrati, a collocare il Malessere fuori di noi, nel Tartaro. Qui il malessere è soprattutto dentro le case, dentro le nostre vite, dentro di noi. E allora le reazioni possono essere di quattro tipi: la prima, sterile, è quella di rimpiangere il tempo andato e vedere il bene solo nel passato che più non ritorna. La seconda è quella di accettare la visione catastrofica fino ad augurarsi di arrivare per cinismo, anoressia e denatalità al definitivo tramonto, vivendo la propria vita come ultima corsa prima del diluvio. La terza è quella di non considerare la situazione catastrofica ma semplicemente diversa, e adeguarsi a vivere bene in questo modo, sostenendo che ogni epoca abbia le sue forme e le sue cadute, i suoi vantaggi e le sue perdite. La quarta è cercare una via d’uscita, un superamento, dunque, non un ritorno indietro o un’accettazione supina o perfino divertita della realtà. Senza preclusioni ideologiche e pur consapevoli che la situazione ci sovrasta, ora salvando il salvabile, ora accogliendo e plasmando nuove opportunità e nuove forme di convivenza, ora cercando di ripristinare altre forme che ritenevamo sepolte nel passato. Insomma scommettendo sulla possibilità di rifondare la vita comunitaria senza stereotipi progressisti o reazionari. Quest’ultima soluzione è la più necessaria e la più proibitiva, la più vera e la più velleitaria al tempo stesso. La più faticosa e creativa. Vorrei dire la più umana, ma anche la più divina. Capire che nulla è definitivo sulla terra, nemmeno la dissoluzione; capire che ci può essere un futuro diverso non solo dal passato ma anche dal presente. Niente speranze né rassicuranti bugie, solo tentativi di soluzione partendo dalla realtà. Di più non so offrire, di meglio non riesco a dire.
 
Di Marcello Veneziani

mercoledì 24 febbraio 2010

Santoro replica. Povero Travaglio…

DA: "ARIANNA EDITRICE"

Nell’articolo pubblicato lunedì scorso dal Fondo sullo scontro Travaglio-Santoro [vedi di seguito a questo], avevo sbagliato su due valutazioni. Ero convinta che Santoro sarebbe stato molto più morbido nel rispondere a Travaglio e avevo sottovalutato la piccolezza del giornalista del Fatto. Sì, certo, avevo scritto che non accettando le polemiche nei suoi riguardi si era dimostrato incapace di vivere sulla sua pelle le stesse pressioni e critiche a cui lui sottopone i suoi avversarsi, ma non avevo pensato che arrivasse a dimostrarsi piccolo così.


Alla lettera di Travaglio pubblicata sabato sul Fatto, in cui il giornalista si diceva offeso perché Santoro non lo aveva difeso dagli attacchi di Nicola Porro del Giornale, il conduttore di Annozero ha risposto, come promesso, questa mattina sullo stesso quotidiano. Ma non ha tentato di conciliare. Ha bensì detto: «Se lasci non sarebbe una catastrofe irreparabile». Di più. Ha messo in discussione la santità presunta e pretesa del giornalista e principale animatore del Fatto. Leggete qui. «Hai saputo – scrive Santoro – schivare e anche incassare molti colpi bassi ma questa volta è bastata una banalissima insinuazione di Porro (e non un’aggressione squadristica) per farti perdere il lume della ragione. Hai frequentato un sottufficiale dell’Antimafia prima che venisse condannato per favoreggiamento. Scusa, qual è il problema morale?». Poi il colpo finale: «Se la televisione è perfino peggiorata non è solo colpa di Berlusconi e dei suoi trombettieri ma di chi avrebbe dovuto contrastarlo e anche di quelli che scelgono di battersi pensando di essere gli unici a farlo con coerenza».

Il riferimento alla presunzione dell’ex amico è evidente. Così come è evidente la presa di distanza da un comportamento che potremmo definire infantile se dietro non ci fosse un vero e proprio sistema politico-giornalistico. Cioè la convinzione, finora assoluta, che al cosiddetto nemico si può dire tutto impunemente, mentre per se stessi si pretendono prove e atteggiamento garantista.

Davanti alla durezza della replica di Santoro, del resto pari alla durezza della richiesta, ci saremmo aspettate un Travaglio all’altezza del ruolo prescelto di martire. Invece ha subito fatto marcia indietro. E ha risposto: resto. Anzi, per la precisione, ha scritto: «Non lascio Annozero. La darei vinta a quei personaggi e al loro padrone». Insomma davanti alla possibilità di perdere soldi e pubblico, ha fatto subito marcia indietro, rimettendosi in carreggiata. Non senza, però, rinunciare all’arte che conosce meglio, quella dell’insulto. Come altro definire il modo in cui definisce «quei personaggi e il loro padrone»? Il riferimento è appunto a Porro e anche a Maurizio Belpietro direttore di Libero. Il padrone è chiaramente Berlusconi. Un’accusa per un giornalista infamante. La peggiore insinuazione che si possa fare. E allora, ancora una volta ci chiediamo: dove sono le prove? Non basta dire che il Giornale è di proprietà della famiglia Berlusconi per poter dire che un giornalista prende i soldi da qualcun altro a mo’ di servo. E’ una diffamazione da querela. Ma soprattutto, lo ripetiamo, è un modo di fare giornalismo che non fa bene a nessuno. Men che mai a chi pensa che Berlusconi vada sì battuto, ma su un altro piano e nel rispetto delle regole e delle libertà.

Di Angela Azzarro

TORSELLI (PdL): “DIMISSIONI FAVORISCONO L’OPERATO DELLA MAGISTRATURA, MA AVVALORANO LA TESI SUL CONFLITTO D’INTERESSE”.

“Apprendo dalla stampa delle dimissioni da tutti gli incarichi dell’Ing. Vincenzo Di Nardo, decisione che reputo matura e soprattutto utile all’operato della magistratura. Al tempo stesso però devo rilevare che una simile decisione lascia presagire una non totale chiarezza sui precedenti incarichi, sia nel pubblico che nel privato, ricoperti fino ad oggi dallo stesso Di Nardo. A tal proposito avevo presentato, nei giorni scorsi, un’interrogazione per conoscere il parere dell’attuale amministrazione comunale su un’ipotesi di conflitto di interesse riguardante proprio Di Nardo”. Così Francesco Torselli, consigliere comunale del PdL.


“Le ultime indagini della magistratura, sia per quanto concerne l’urbanistica fiorentina e toscana, che per quanto riguarda casi nazionali – prosegue l’esponente del Popolo della Libertà – stanno sollevando un polverone mediatico che rischia di allontanare ulteriormente la gente dalla politica”.

“E’ necessario – conclude Torselli – offrire alla gente l’immagine più pulita della politica e decisioni, come quella di Di Nardo, vanno nella direzione giusta: fare un passo indietro, se necessario, per non ostacolare in nessun modo le indagini della magistratura”.

TORSELLI (PdL): “DESTRA SOLIDALE SOLO CON GLI ITALIANI, SINISTRA NEPPURE CON QUELLI…”

“E’ stato diffuso in questi giorni l’ennesimo video del sedicente attore-militante Saverio Tommasi che, documentando lo sgombero del campo rom dell’Osmatek, coglie l’occasione per criticare le iniziative dell’ultimo Natale organizzate da Azione Giovani e Casaggì”. Così il Consigliere Comunale del PdL, Francesco Torselli.


“Nel video in questione – prosegue l’esponente del centrodestra – il Tommasi critica l’iniziativa di Azione Giovani e Casaggì denominata “Natale di Solidarietà” poiché la raccolta di fondi e di generi di primaria necessità fu destinata ai soli italiani senza casa, accusando la destra di favorire gli italiani rispetto a ROM e clandestini”.

“La destra – conclude Torselli – non ha mai fatto mistero di essere solidale prima coi nostri connazionali che con i ROM ed i clandestini, la differenza è che la destra è solidale nei fatti, la sinistra, ed il buon Tommasi ne è testimone, esaurisce la sua funzione solidale in un paio di video diffusi su YouTube”.

martedì 23 febbraio 2010

Non originali, ma originari: “Le radici spirituali dell’Europa. Romanità ed Ellenicità”


«La Storia è la metafora del Mito». Il breve saggio di Giandomenico Casalino, che riproduce un suo intervento ad una conferenza del 2006, è intriso di questo concetto fondamentale. Parole – e lo stesso Casalino se ne stupisce – di Andrea Carandini, celebre archeologo di formazione marxista. Questa premessa risulta indispensabile al vero e proprio tema della discussione, ossia le radici spirituali dell’Europa; «l’idiota modernista dice che il MITO È UNA METAFORA DELLA STORIA, cioè – secondo lui – il Fatto è l’unica cosa concreta e reale; il mito è la chiacchiera che metaforizza il fatto. Ma ignora – perché è cieco e non vede – che il fatto è tale ed esiste in quanto incarna l’Idea, come dice Hegel».


Casalino ci parla quindi della Romanità non già in senso storico e scientifico, bensì in senso strettamente spirituale e meta-storico, giacché «Roma non nasce, ma si manifesta alla Storia». Sono dunque presi in esame quei princìpi, quei valori – in una parola – quella Weltanschauung (Visione o Idea del mondo) che ha caratterizzato la civiltà romana, la quale seppe poi trasmetterla ai popoli soggetti (poi romanizzati e poi romani) e tramandarla – da qui “Tradizione” – ai posteri. Dice Casalino, infatti, che «il mistero di Roma è il mistero della nostra tradizione», e NOI ne siamo gli eredi «perché l’erede è spirituale, poi può esserlo patrimonialmente, ma prima di tutto deve ereditare moralmente: haeres nel diritto romano è colui che eredita lo ius gentis e lo ius imaginis, quindi il patrimonio cioè la tradizione del padre». Qui l’autore pone l’accento sull’etimologia del termine patrimonium, che viene da pater (padre) e -monium che accenna ad agente, ad azione: prima di essere un’eredità materiale, essa è dunque spirituale, poiché è richiesta l’azione da parte dell’erede; come diceva Goethe «ciò che hai ereditato dai padri conquistalo per possederlo».

Viene poi tracciata la differenza tra la Grecia e Roma. La Grecità è dunque «la scienza della contemplazione, è l’epistéme filosofico; quello greco è il discorso del “DATO COME VOLUTO” […] Il greco, trovandosi davanti l’universo, il cosmos, lo considera VOLUTO, cioè lo accetta poiché esso è divino». Dunque l’uomo greco contempla la perfezione della natura, ne carpisce la bellezza, e si armonizza ad essa; la filosofia ellenica appare dunque come la ricerca della comprensione di questo cosmos meraviglioso che gli dèi hanno creato, e l’arte scultorea ed architettonica greca ne riprodurrebbe l’armonia. In definitiva, la Grecità è l’Ascesi della Contemplazione.

La Romanità, al contrario, segue il discorso del VOLUTO COME DATO; secondo la formula di Carandini «Roma è l’atto costitutivo dell’Occidente». Quindi Roma, se “costituisce”, crea ex nihilo, è l’Ascesi dell’Azione. E l’áskesis, che è esercizio e salita, è sacrificio e abnegazione, «l’ascesi è eroica […] Il romano pertanto non vede un cosmos già ordinato, bello, che lui accetta. Il romano crea l’ordine dal nulla con “l’atto costitutivo”, pensa la natura in termini giuridici; nella sua cultura la legge è la natura ordinata in cosmos che è la res publica. […] Come il romano realizza l’ordine? Mediante l’azione che è sacra perché guarda verso l’Alto, verso il Sacro. E qual è l’azione sacra per eccellenza? Il Rito!». Quindi per Roma il cosmos è non già la natura, bensì lo Stato, la Res Publica, al di fuori del cosmos-res publica è il caos dei barbari; ma – secondo la celeberrima equazione ciceroniana – Res Publica è Res Populi, è il popolo ordinato secondo la legge, che è sacra, quindi il popolo è sacro (non a caso, i Tribuni della Plebe sono rivestiti della sacrosanctitas, ossia sono intoccabili in quanto sacri).

«Allora come con l’azione, con il rito si realizza l’Ordine? Prima del rito e prima di realizzare l’ordine cosa c’è? C’è la guerra, la via eroico-guerriera, la triade Iuppiter, Mars, Quirinus», ossia dalla città in pace (Quirino), attraverso la guerra (Marte), si giunge alla pace basata sulla giustizia (Giove), la costituzione della sacra res publica, l’Idea, il pactum, cioè la legge.

È con la legge, infatti, che Roma ha unificato il mondo: Roma è una civitas augescens, ossia una civiltà che si accresce, che accoglie gli altri popoli nel suo ordinamento civile basato sulla giustizia, e accomuna i loro destini al proprio, realizzandone la sintesi: è «la polarità tra l’Unità e la Molteplicità, che è il mistero risolto della Grecità e della Romanità». Per questo motivo l’ecumene romana e romanizzata è vissuta, nel suo essere storico, un millennio: poiché non ha violentato le altre genti, ma le ha accolte, ne ha fatto un solo popolo che è sacro e retto dalla giustizia della legge: «Roma cosa ha fatto? Ha realizzato la sintesi dell’inconciliabile […] cioè la sovranità del popolo con il sacro, il diritto con il sacro, lo ius imperii con la fede nella libertas, valore aristocratico indoeuropeo».

Ora ci sarà più facile capire come e perché Aurelio Simmaco, senatore della migliore nobiltà romana, rètore, filosofo e giurista, nel IV secolo d.C., poteva chiamare il poeta gallo Ausonio «maestro di latinitas e di romanitas»; e come e perché il generale e patrizio di origini vandale Stilicone poteva dire «fatevi da parte! Perché il nostro impero, anzi il mio impero, la mia civiltà, il mio mondo lo difendo io!».

E allora non ci stupiremo più se, negli anni bui dell’autunno dell’impero, il poeta gallo-romano Rutilio Namaziano scrive nel suo saluto a Roma, come a voler lasciare un imperituro messaggio di una civiltà che tramonta, Urbem fecisti quod prius orbis erat: «Hai reso città ciò che prima si chiamava mondo».

lunedì 22 febbraio 2010

CASAGGì CINEFORUM: "SICKO"

Ogni lunedì alle 21.30 in via Maruffi, 3

Intervista ad Alain De Benoist



1) Dr. De Benoist, le riflessioni di alcuni ambienti ecologisti, in specie quelli che si richiamano alla cosiddetta “ecologia profonda”, sembrano mettere in crisi l’ideologia del progresso. Secondo Lei quali potrebbero e/o dovrebbero essere gli sviluppi di simili riflessioni?


L’ideologia del progresso poggia su tre fondamenti principali: una concezione lineare del tempo, un’interpretazione ottimistica di un avvenire largamente modellato dalla tecnoscienza, una intrinseca valorizzazione della novità in quanto tale. Fino dalle sue origini, più di un secolo fa, il pensiero ecologista ha rimesso in discussione queste tre credenze. Parallelamente alle osservazioni scientifiche dalle quali ha avuto origine (realizzazione del fatto che gli esseri viventi sono indissociabili dai loro ecosistemi, scoperta dei sistemi naturali di relazioni complesse, delle comunità biotiche, dei fenomeni materiali e energetici della biosfera, etc.), esso ha generato o riunito delle critiche più propriamente filosofiche: critica della tecnica, critica dell’ideologia dello sviluppo e del progresso. L’ideologia del progresso concepisce l’avvenire come una accumulazione di istanti necessariamente sempre migliori. Tutto il pensiero ecologista che abbia un minimo di serietà, si oppone a una simile asserzione. Ciò è particolarmente vero per quella che va sotto il nome di “ecologia profonda”, corrente di pensiero rappresentata oggi da autori come Arne Naess, George Sessions, Bill Devall, Warwick Fox, Alan Drengson o Robyn Eckersley. Questa corrente di pensiero ha come caratteristica comune l’aver sviluppato la nozione di “valore intrinseco” della natura. Trovo che tale nozione sia particolarmente interessante ma che sia anche piuttosto ambigua – come del resto il termine stesso “natura”, che assume una risonanza assai diversa secondo che lo si opponga alla cultura al “sovranaturale”, all’artificiale, etc. Parlare di valore intrinseco della natura implica in effetti di determinare quale sia l’origine di tale valore, quale ne sia la natura - se c’è un valore della natura, ci dovrà essere anche una natura di questo valore – e infine di sapere se le ragioni di “preservare la natura” possano essere verosimilmente considerate indipendentemente da tutti gli interessi o punti di vista propri degli esseri umani. Gradirei soffermarmi qualche istante su questo punto. Alcuni rappresentanti dell’ecologia profonda hanno la tendenza a definire ciò che è “naturale” come tutto ciò che non è stato toccato dalla mano dell’uomo. La natura si comprende come “natura selvaggia” (wilderness), come una sorta di territorio inviolato l’”autenticità” del quale non è stato alterato dall’intervento umano. “Preservare la natura” significa allora sottrarla all’uomo. Percepito come inquinatore, “parassita” dell’ambiente naturale, l’uomo si trova d’un tratto diviso dalla natura. Egli diviene così la sola specie che non appartiene (e in base alle sue proprie caratteristiche non può appartenere) alla natura. Ci troviamo dunque in una prospettiva dualista la quale, paradossalmente, ripropone il peggior cartesianismo. Descartes e l’ideologia della “wilderness” sostengono che l’uomo e la natura non hanno niente in comune. Ne traggono soltanto conclusioni opposte: il primo [è convinto n.d.t.] che l’uomo possa legittimamente assurgere a “maestro e possessore” della natura, la seconda invece che la natura debba essere sottomessa all’uomo. Quest’ultimo si vede così condannato alla passività, se non addirittura al disprezzo di sé. C’è in tutto questo la traccia di una teoria misantropica che mi pare inaccettabile.

La maggioranza dei teorici dell’ecologia profonda pongono tuttavia il problema in modo diverso.Contrariamente ai seguaci della “wilderness”, essi riflettono a partire dall’appartenenza dell’uomo alla natura e dalla sua unità o identità con la natura stessa. Essi sottolineano l’importanza dei legami che esistono tra uomo e natura, la loro interdipendenza, la loro “commonality”. La preoccupazione ecologista si fonde allora col senso del cosmo (di “tutto ciò che esiste”, dell’Essere), una certa empatia con tutte le forme di vita, una coscienza dell’appartenenza di tutti gli esseri viventi al mondo naturale, etc. Un simile approccio, eminentemente monistico, mi sembra assai preferibile rispetto al precedente. Anch’essa ha tuttavia i suoi inconvenienti. Non introducendo alcun elemento di differenziazione all’interno del mondo vivente, ossia nel cosmo, essa tende in effetti a cancellare tutte le specificità umane per riversarsi sia in un organicismo mistico o un panteismo naif, sia in una nuova forma di universalismo astratto. Ciò conduce a evidenti aporie. Se l’uomo fa un tutt’uno con la natura come si può pensare che egli possa metterla in pericolo? E’ un pò la stessa obiezione che può essere mossa al darwinismo sociale: se l’uomo è veramente sottomesso alle “leggi naturali”, com’è possibile che possa violarle? E se egli invece non ne è sottomesso, qual’è la natura dell’obbligo che gli è fatto di sottomettervisi? Quando Arne Naess dice che l’uomo non può essere compreso in maniera isolata, al di fuori della sua appartenenza alla biosfera, ha ragione, ma resta nel vago. Il semplice fatto che l’uomo sia in grado di porsi il problema della sue responsabilità nei confronti della natura dimostra che egli occupa un posto particolare nel mondo vivente. Nessun’altra specie è in grado di porsi un tale problema. L’uomo se lo pone non tanto perché egli è il solo a mettere in pericolo la natura, quanto perché è il solo a cogliere le remote conseguenze delle proprie azioni grazie a una coscienza riflessa che costituisce in lui una “seconda natura” e la fonte della sua cultura sociale. Se lo pone poiché il suo comportamento in materia non è determinato in anticipo: in questo ambito come negli altri, l’uomo è condannato a fare delle scelte. I problemi ecologici provengono del resto essi stessi dal fatto che noi non siamo “degli animali come gli altri”, dato che l’uomo è il solo in grado di modificare tutti gli ambienti naturali ( e ormai persino a modificare se stesso). Denunciare l’”antropocentrismo”, e con esso l’idea che la natura non sia altro se non una risorsa interamente destinata all’utilitario desiderio umano, è dunque certamente necessario, ma ignorare le modalità specifiche della presenza umana nel mondo ci fa cadere nell’eccesso opposto. Lo stesso equivoco vale per l’ “antispecificità”. Il necessario rispetto del mondo vivente non implica il mettere sullo stesso piano o attribuire la stessa importanza alla vita di un uomo, a quella di un cane, di una mosca o di un microbo. Ciò non implica che non si debba riconoscere un “eguale diritto all’esistenza di tutte le specie”, e ancor meno [mettere in discussione n.d.t.] il loro “eguale valore”. Affermare che l’uomo è il solo essere che abbia un valore nel mondo è un errore, dire che tutti i viventi hanno necessariamente lo stesso valore è anche questo un errore. Non può esservi diritto, di equità nei rapporti, se non là dove vi siano soggetti di diritto, vale a dire soggetti capaci di far valere i propri diritti. L’idea inversa dipende da una concezione puramente giuridica del mondo. Essa non ha alcun senso relativamente alle definizioni classiche di diritto, come [non ce l’ha in relazione n.d.t.] alle possibili consuetudini giuridiche. D’altra parte non bisogna scordare che la natura non è un concetto statico ma una realtà dinamica. La vita si evolve, quali che siano le cause e le modalità di tale evoluzione. La natura è egualmente complessa: è la crescita della complessità che aumenta la stabilità del vivente e le sue possibilità di adattamento in rapporto alle discontinuità che la minacciano. Infine l’evoluzione è “orientata” ( ma non predeterminata): ciascun essere vivente possiede un télos che gli è proprio. Riconoscere ciò equivale a riconoscere anche che le diverse specie non occupano la stessa posizione nell’ambito di questo insieme dinamico, e che alcune tra queste, a cominciare dall’uomo, possono presentare delle notevoli specificità le quali sono altrettante “ qualità emergenti” intervenute nel corso dell’evoluzione.

Il cartesianesimo suppone che l’uomo sia totalmente indipendente dalla natura. L’ideologia della “wilderness” afferma che la natura deve essere resa totalmente indipendente dall’uomo. L’ecocentrismo ritiene che l’uomo debba essere interamente reintegrato nella natura. L’atteggiamento migliore mi pare essere il rifiutare l’idea di una rottura ontologica tra l’umanità e il resto dei viventi, riconoscendo tuttavia le differenze e la relativa autonomia dei componenti della natura. Si tratta di opporre in qualche modo a tutte le forme di dualismo un monismo pluralista, differenziato, fondato sulla dialettica dell’uno e del molteplice e richiamando un’etica del dialogo e della complementarietà. Mi pare che il pensiero di Heidegger ci indirizzi su questa via, nella misura in cui esso porta a riconoscere allo stesso tempo il primato del dato naturale e la sua alterità. La “natura” non è né la stessa cosa che l’uomo né qualcosa che si oppone all’uomo. Essa è, si potrebbe dire, l’Altro dall’uomo - questo Altro che partecipa della definizione dell’uomo senza riassumerlo interamente.

2) Secondo Lei i movimenti verdi presenti in Europa svolgono un efficace politica di contrapposizione al modello liberale e all’affermarsi del pensiero unico?

Gli aderenti ai movimenti verdi provengono in generale da due ambienti assai differenti. Alcuni sono vecchi militanti dell’estrema sinistra che hanno trovato nell’ecologia un modo per superare le loro delusioni, altri sono piuttosto degli “associativi” (movimentisti), impegnati da molto tempo in attività di difesa dell’ambiente, di protezione delle specie animali, etc. Sotto l’influenza dei primi molti dei partiti verdi si sono posizionati a sinistra, divenendo così gli alleati dei partiti socialisti o socialdemocratici europei. Io penso che questo sia un grave errore. L’ecologismo trascende necessariamente le categorie di destra e sinistra nella misura in cui – e questa è la sua caratteristica politica più interessante – esso è allo stesso tempo intrinsecamente conservatore e profondamente rivoluzionario: intrinsecamente conservatore poiché intende prima di tutto preservare il patrimonio naturale, profondamente rivoluzionario in quanto l’ecologismo implica un completo cambiamento di paradigma in rapporto al modello di civilizzazione dominante. In quanto forza politica il movimento ecologista dovrebbe, a mio avviso, posizionarsi al di fuori dello scacchiere istituzionale e del giuoco dei partiti. Esso dovrebbe inoltre prendere atto del fatto che nell’attuale sistema, i partiti politici costituiscono un ambito particolarmente poco propizio allo sviluppo e alla messa in opera delle idee. I Verdi avrebbero al contrario tutto l’interesse a ricercare modi per intervenire alla base, nella vita quotidiana della gente, rianimando la dimensione pubblica della vita sociale, dedicandosi a ricomporre il legame sociale sotto l’aspetto della vita locale e del principio di sussidiarietà.
3) Dr. De Benoist, le categorie politiche di destra e sinistra paiono appiattite sull’unico modello di democrazia liberale. Secondo Lei quali potrebbero essere i principi di una democrazia “ecologica” che tenga conto e anzi metta in primo piano il rapporto uomo-natura?
Questa questione si lega un po’ alla precedente. Tuttavia il legame tra democrazia e ecologia non è scontato. La democrazia è il metodo di esercizio del politico che meglio permette la partecipazione di tutti agli affari pubblici. Più precisamente, essa è il regime che postula in tale partecipazione la maniera migliore per l’uomo, che agisce in quanto cittadino, di acquisire e di fare uso della propria libertà. In questo la democrazia partecipativa si oppone direttamente alla democrazia liberale, la quale non ha che una concezione “sottrattiva” della libertà: per i liberali, la libertà corrisponde a ciò che è sottratto alla vita pubblica, a ciò che sfugge all’”influenza” del politico. Essa si confonde così con la sfera privata, che è anche quella degli scambi economici “liberi” da ogni intervento esterno. Per estensione, la “mano invisibile” del mercato è intesa come il paradigma di tutti i fatti sociali. Solo una democrazia partecipativa facendo chiaramente primeggiare il politico e il sociale sull’economico può tener conto degli imperativi ecologici. Prima di tutto perché le persone sono evidentemente sensibili all’ambiente nel quale vivono, e del quale essi tengono conto nel momento in cui hanno la capacità di decidere loro stessi ciò che li riguarda. Inoltre per il motivo che l’ambiente si situa al di fuori della sfera degli scambi mercantili. La natura è estranea all’economia nel senso che non è strutturata secondo le leggi del mercato. Di più, tutti i modelli economici oggi esistenti si sviluppano in un tempo meccanico e reversibile. Ignorano dunque la non-reversibilità delle trasformazioni dell’energia e della materia. Queste due linee spiegano come la crescita economica porti necessariamente al saccheggio e alla distruzione planetaria della natura. Dominare il mondo per conformarlo ai nostri desideri e ai nostri bisogni è stato l’obiettivo di tutta la modernità, da Adam Smith a Karl Marx. Questo programma di artificializzazione della natura, già presente in Descartes, è stato chiaramente enunciato dal cancelliere Bacone nella sua Nuova Atlantide: “Arretrare i confini dell’impero umano allo scopo di realizzare tutte le cose possibili”. La modernità ha assegnato come fine all’agire umano la negazione di ciò che gli è donato, vale a dire di ciò che avviene naturalmente nell’esistenza. Il fattore naturale, in una tale prospettiva, è votato al controllo da parte della tecnica, alla manipolazione e alla strumentalizzazione. L’economia, da parte sua, non si sviluppa che sotto il profilo della razionalità contabile, dell’efficacia e del profitto. Soltanto dei cittadini responsabili possono frenare la folle fuga in avanti che risulta dallo scatenarsi della tecnoscienza e dell’economia, inducendo dappertutto la devastazione degli ambienti naturali di vita.

4) L’attuale crisi internazionale, oltre a colpire i popoli nelle loro specificità ed autonomia, sembra mettere in discussione, oggi più che mai, la sopravvivenza stessa del pianeta. Da dove occorre ripartire per combattere una simile deriva?

E’ verso un riorientamento generale degli spiriti che occorre tentare di procedere se si vogliono creare le condizioni per un nuovo inizio. Gli allarmi relativi all’esaurimento delle risorse naturali o energetiche, al sovrasfruttamento delle falde freatiche, alla riduzione della biodiversità, etc. sono già una buona cosa e di fatti hanno un’eco sempre più grande. Ma le cause profonde di tutte queste conseguenze della crisi ecologica restano spesso mal percepite. Sono tali cause che occorre mettere in luce. Tuttavia, la critica dei limiti materiali della crescita economica trova anch’essa i suoi limiti con l’emergere di una economia “immateriale”, che dà un nuovo slancio alla sfera mercantile senza trascinare in modo intrinseco il degrado entropico della materia o dell’energia. Bisogna mostrare come questa economia immateriale (rivoluzione informatica, aumento dei servizi a detrimento della produzione industriale “pesante”) continui a mobilitare un immaginario economico che è esso stesso all’origine del degrado degli ambienti naturali di vita. Quanto alla biodiversità, di cui oggi si dibatte molto (il termine non è apparso che nel 1986), è importante far comprendere bene che essa deve esercitarsi a tutti i livelli : ecosistemi, specie, culture, geni. La differenza tra i geni di due individui di una stessa specie rappresenta già una variazione biologica importante. L’esistenza di culture e popoli differenziati è essa stessa indissociabile dal futuro dell’umanità, semplicemente perché non c’è appartenenza immediata all’umanità: tutti gli esseri umani, dal momento che sono animali sociali, non appartengono all’umanità se non in modo mediato, prima di tutto attraverso la loro appartenenza ad una cultura o a una determinata società. La conservazione della biodiversità implica quindi un’idea della differenza e dell’alterità.

5) Oggi va molto di moda, anche in certi ambienti cosiddetti ambientalisti, il concetto di “sviluppo sostenibile”. Lei cosa pensa a questo proposito?

Il celebre rapporto Brundtland ha definito lo “sviluppo durevole” (o “sostenibile”) come “lo sviluppo che risponde ai bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Tale definizione ha ricevuto il sostegno dell’ONU, della Commissione Europea e della stessa Banca Mondiale. E’ nello stesso spirito che al summit della Terra di Rio, nel 1992, che si è lodato il ricorso a “tecniche ecologicamente razionali”, nelle quali alcuni non esitano a vedere l’abbozzo di un’”altra globalizzazione”. Lo “sviluppo durevole” è diventato così il cavallo di battaglia dei sostenitori della “ecologia industriale” o del “capitalismo verde”, vale a dire di coloro che si dichiarano per la “riconciliazione” della preoccupazione ecologista con l’industria o il mercato. Concretamente, la teoria dello “sviluppo durevole” tenta di includere l’ambiente nella razionalità economica, tenendo conto di dati quali l’esaurimento delle risorse e le forme di inquinamento risultanti dalle attività industriali. Sul primo punto, il metodo preso in considerazione si basa sulla regola della compensazione enunciata nel 1977 da Harwick : si tratta di assicurare l’equità tra le generazioni attuali e quelle future facendo in modo che le rendite prelevate mano a mano che le risorse si esauriscono – che sono uguali alla differenza tra il costo marginale di tali risorse e il prezzo del mercato – vengano reinvestite per produrre un capitale di sostituzione o “capitale naturale” così distrutto. Lo sviluppo sarebbe tanto più “durevole” di quanto sarebbe più forte “la sostituibilità” del capitale riproducibile rispetto alle risorse naturali consumate. Ma questa teoria è fortemente criticabile. Il patrimonio naturale e il capitale artificiale non sono infatti sostituibili. Considerare il primo come un “capitale” non è che un artificio linguistico, poiché il valore delle risorse naturali è inestimabile in termini economici; se esse sono una condizione per la sopravvivenza umana, il loro “prezzo” non può essere che infinito. Quanto alle forme di inquinamento, considerate in questo caso come delle “esteriorizzazioni negative”, la loro messa in conto da parte dei partigiani dello “sviluppo durevole” non porta che all’emissione del “diritto a inquinare”, sottomesso a tariffe con prezzi fittizi, e che sono essi stessi fondati su supposizioni (dato che è impossibile prevedere in anticipo il costo totale di un inquinamento futuro). Si crea così un mercato del diritto a inquinare con l’unico risultato che l’inquinamento diventa privilegio di aziende tanto ricche da pagare tale diritto. Dato che queste imprese sono anche quelle che inquinano di più, il beneficio è insignificante. Tutt’al più tali misure non possono che ritardare le scadenze. La loro moltiplicazione rinforza inoltre l’autorità delle burocrazie nazionali o internazionali e il controllo tecnocratico. La teoria dello “sviluppo durevole” mira a correggere lo sviluppo classico, ma si guarda bene dal considerarlo per quello che è, vale a dire come la causa profonda della crisi ecologica che noi conosciamo. Essa è infine particolarmente ingannevole là dove lascia credere che sia possibile rimediare a questa crisi senza rimettere in discussione la logica mercantile, l’immaginario economico, il sistema monetario e l’espansione illimitata della Forma-Capitale. Come ha ben dimostrato Serge Latouche, la teoria dello sviluppo è sempre stata il proseguimento della colonizzazione con altri mezzi. Essa implica che tutte le società adottino lo stesso modello di produzione-consumo e intraprendano la medesima strada della civiltà occidentale dominante. Sottoprodotto dell’ideologia del progresso e discorso di accompagnamento dell’espansione economica mondiale, essa porta a trasformare il rapporto dell’uomo con la natura, così come tra gli uomini stessi, in quasi-mercanzie. Lo “sviluppo durevole” non rimette in questione nessuno dei principi di base di questa dottrina. Si tratta comunque di cercare di trarre profitto dalle risorse naturali e umane, e di ridurre il debito dell’uomo verso la natura a dispositivi tecnici che permettono la trasformazione dell’ambiente in quasi-mercanzia. Si può certamente ridurre lo spreco o il volume dell’inquinamento, ma non si possono far coesistere durevolmente la protezione dell’ambiente con la ricerca ossessiva di un reddito sempre accresciuto e di un profitto sempre più elevato. Queste due logiche sono contraddittorie. Lontano dall’essere un rimedio alla globalizzazzione lo sviluppo economico è all’origine di tutti i mali che essa comporta. Non si uscirà mai da questo sistema trasformandolo per renderlo più accettabile, ma cambiandone il paradigma per mettere fine alla colonizzazione della terra da parte della forma-capitale, l’antropologia liberale e la civilizzazione del profitto.

Di Alessandro Bedini

TORSELLI E ALESSANDRI (PdL): "GRAVISSIMO SE LA NON RIAPERTURA DEL FORTE FOSSE COLPA DEL COMUNE".

"Se quanto riportato oggi da "Il Giornale della Toscana" in merito al mancato dissequestro del Forte Belvedere corrispondesse alla verità, l'atteggiamento del Sindaco Renzi e dell'amministrazione comunale sarebbe inspiegabile ed al tempo stesso di una gravità assoluta". Così i consiglieri del PdL Francesco Torselli e Stefano Alessandri.


"Il degrado e l'abbandono stanno rovinando uno dei gioielli architettonici di questa città ed uno dei più importanti centri di aggregazione giovanile estiva, - fanno sapere i due esponenti del centrodestra - se la colpa della mancata riapertura fosse del Sindaco Renzi sarebbe un vero e proprio oltraggio al patrimonio di Firenze".

"Il Forte Belvedere - continuano Torselli e Alessandri - appartiene ai Fiorentini e deve essere restituito al più presto alla città, ovviamente dopo un'accurata messa in sicurezza della struttura".

"Abbiamo presentato una domanda di attualità che sarà discussa nel consiglio comunale di Lunedì prossimo - spiegano i due consiglieri comunali del PdL - per sapere di chi è la colpa di questo ritardo, ma anche un'interrogazione per acquisire i progetti relativi alla messa in sicurezza della struttura; non saremo infatti disposti ad accettare una riapertura senza un adeguato piano di sicurezza, poichè eventi tragici come quello accaduto alla povera Veronica non devono mai più succedere".

"Lo stato di abbandono in cui versa oggi il Forte Belvedere - concludono Torselli e Alessandri - ci fa inoltre pensare che prima della riapertura serviranno diversi lavori e diversi soldi... Se la colpa di questo ritardo fosse davvero del Comune, come giustificherà Renzi la spesa di ulteriori soldi dei fiorentini?"

TORSELLI (PdL): "RENZI USA FACEBOOK PER SMENTIRE L'ASSESSORE SCALETTI. A QUANDO ANCHE I CONSIGLI COMUNALI SUL SOCIAL NETWORK?"

"Sono passati poco più di tre mesi da quando l'Assessore all'ambiente del Comune di Firenze, Cristina Scaletti, criticava i blocchi del traffico come soluzione anti-inquinamento definendoli banali spot propagandistici. Oggi apprendiamo da FaceBook che il 28 prossimo Firenze aderirà al blocco del traffico promosso dalle città del nord per decisione dello stesso Sindaco Matteo Renzi". Così Francesco Torselli, consigliere comunale del PdL e membro della commissione Mobilità e Ambiente.


"Per l'ennesima volta - spiega il consigliere del PdL - Renzi smentisce pubblicamente un suo assessore, ma questa non è più una notizia a Firenze, semmai è singolare il sistema usato dal Sindaco per comunicare le proprie decisioni, ovvero quello di aver sostituito nei fatti lo storico e prestigioso Salone de' Dugento, con le asettiche pagine di FaceBook".

"Siamo tornati ai tempi di Domenici e dell'Assessore Del Lungo - prosegue Torselli - ai tempi dei provvedimenti inutili e demagogici che non servono a niente. A cosa serve una giornata senza auto quando poi, ogni giorno, siamo di fronte ad una città paralizzata da migliaia di veicoli incolonnati a seguito dei continui sconvolgimenti della viabilità cittadina? L'unica differenza tra Domenici/Del Lungo e Renzi è che i primi annunciavano le loro decisioni in aula, Renzi lo fa su FaceBook".

"In attesa di capire - conclude Torselli - cosa pensi oggi l'Assessore Scaletti di quei sindaci che ricorrono a provvedimenti-spot sull'inquinamento, ai quali si è appena aggiunto il Sindaco di Firenze, premuniamoci tutti di collegamenti internet ad alta velocità perchè presto, il Consiglio Comunale, traslocherà da Palazzo Vecchio alla chat di FaceBook".

domenica 21 febbraio 2010

Come per i tibetani, la luce bianca ha "salutato" Pio Filippani Ronconi


«Gli dèi di Roma si sono rifugiati in India», amava ripetere Pio Filippani Ronconi. Nessuno può darne conferma, ma una cosa è certa: qualunque dovesse essere ora il suo “rifugio” ultraterreno, il grande orientalista e storico delle religioni, padrone di quasi ogni lingua parlata su questo vecchio mondo, sarà perfettamente a suo agio. Del resto, il prossimo 10 marzo avrebbe compiuto novanta anni, spesi senza risparmiarsi, combattendo e, nello stesso tempo, studiando. Letteralmente. Sin dalla seconda guerra mondiale: «In Africa orientale ero uscito in missione per misurare la posizione delle batterie inglesi – ebbe a raccontare in un'intervista – e mi immersi con così tanto piacere nei calcoli riportati sulla pagina scritta che dimenticai di trovarmi a pochi metri dai nemici e mi misi a camminare senza precauzioni». Da quel tiro al bersaglio uscì indenne, ma da allora non ha mai perso il vizio, o forse il gusto, di mostrare il petto ai suoi nemici. I quali, a loro volta, non sono rimasti a guardare. Quando, nel 2000, Armando Torno, da poco responsabile delle pagine culturali del Corriere della Sera, lo chiama a collaborare, la protesta scatenata da un fantomatico lettore farà sì che la sua firma, per quanto indubitabilmente autorevole, scompaia all’istante dal quotidiano di via Solferino.


Malgrado la prestigiosa carriera universitaria, al fianco di accademici del calibro del maestro Giuseppe Tucci, o di Henry Corbin, del quale fu anche allievo, le decine di libri pubblicati e le esperienze acquisite direttamente sul campo, rimaneva imperdonabile quel proposito giovanile, velleitario quanto spontaneo: «Lavare l’onta del tradimento». Difendere l’onore della sua terra, della terra dei suoi padri: «Il 9 novembre mi resi conto che quello che avevo fatto fino ad allora non era altro che lo sfogo di un giovane studioso, quello che avevo ancora da fare era qualcosa di molto più vicino all’ideale di uomo». Sì, perché Filippani Ronconi, già volontario degli arditi, dopo l’8 settembre del ’43 si schierò dalla parte “sbagliata”, forse illudendosi in un nuovo Cid Campeador le cui gesta coraggiose ne avevano infiammato l’adolescenza di italiano in Spagna (nato a Madrid e vissuto in Catalogna). «Sentivo di dovermi comportare come un caballero», ha raccontato, certamente non per giustificarsi. Forte rimaneva in lui il ricordo del dramma della madre dagli «occhi verdi e spirito celtico»: fucilata dai repubblicani durante la guerra civile spagnola. L’insegnamento e soprattutto l’esempio fornito dal padre: «Siccome siamo signori, dobbiamo combattere e soprattutto dobbiamo essere di esempio per gli altri» gli ripeteva quel «Tex Willer con la laurea in ingegneria». Uomo dalla grande personalità, dopo aver venduto i beni di famiglia (aristocratica, discendenza diretta di patrizi romani e conti del sacro romano impero) per andare in Patagonia, tornò in Italia per partecipare alla prima guerra mondiale. Perdendo tutto, compresi gli animali che portava a cavallo dall’Atlantico al Pacifico, ma trasmettendo al figlio l’ideale di una patria spirituale che, a suo modo, Filippani Ronconi ha sempre continuato a coltivare, rafforzato nelle sue convinzioni dalle letture giovanili sul mito di Roma e dall’incontro prima con le opere e poi con Julius Evola in persona. «A quindici anni – ha raccontato – trovai in una bancarella L’uomo come potenza di Julius Evola. Lui mi presentava un quadro per superare la miseria del sopravvivere quotidiano, mi apriva una concreta esperienza di ordine metafisico più che religioso, io potevo realizzare quello che la tradizione indoeuropea mi proponeva». Uomo d’azione e di pensiero. Se è il padre a insegnargli i primi rudimenti della boxe, sport praticato successivamente con l'indimenticabile Enzo Fiermonte, vero e proprio mito del pugilato romano, in età matura Filippani Ronconi non rinuncia al confronto con sé stesso, sia che si tratti di misurarsi con le più diverse arti marziali – tanto da fregiarsi, a 82 anni suonati, di una cintura nera di Aikido – che di, almeno finché ha potuto, scalare una montagna, passare le proprie domeniche tra escursioni e corsi di alpinismo. «La montagna è maestra – spiegava – e chi sale con te deve essere tuo fratello, perché la sfida alla natura è senza mezze misure o infingimenti. Se sbagli, paghi». Per condividere questa esperienza, diede vita all’Urri – acronimo di Unione rinnovamento ragazzi d’Italia ma anche termine vedico che indica il Dio che sopravvive al tramonto degli dèi – in cui si praticavano anche la speleologia, l’archeologia e la meditazione. Una specie di “società degli scudi” sul modello di quella di Yukio Mishima, sostennero alcuni, magari perché qualcuno di quei ragazzi era anche paracadutista e malgrado Filippani Ronconi tenesse tale associazione ben lontana dalla politica. Colpevole, forse, di non aver avuto – come lo scrittore giapponese – il buon gusto di suicidarsi. Contribuendo così ad alimentare le innumerevoli leggende “nere” che circolano sul suo conto e che hanno fatto sì che alcuni episodi – come la partecipazione al convegno sulla “guerra rivoluzionaria” organizzato nel ’65 dall’Istituto Pollio o il suo impiego all’ufficio radiodiffusione per l’estero della presidenza del Consiglio (da alcuni pistaroli in mala fede interpretabile tout court come attività di “spionaggio”) – lasciassero sullo sfondo l’importanza del suo straordinario contributo di studioso. La curiosità intellettuale “contratta” da bambino che risparmia sulle merendine per comprarsi una malridotta grammatica araba – la prima lingua che impara, grazie al nonno materno che aveva lavorato presso il governo militare italiano a Massaua, è proprio l’arabo – e mai davvero saziata: dalla laurea in indologia con lode, nel marzo 1949, con una tesi su “Le Molteplici condizioni di coscienza nel sistema Vedanta”, agli studi di letteratura persiana ed araba, sufismo e storia dell’Iran antico all’università di Teheran. Dalle ricerche sulle sette gnostiche in India e Tibet, nonché sui movimenti mistici ed eterodossi nell’Islam orientale, agli studi sulla fenomenologia religiosa dello Yoga e dello Sciamanesimo, argomenti sui quali non ha mancato di pubblicare documentati testi. Per il suo eroismo nella difesa del fronte a Nettuno, ricevette la Croce di Ferro. Ma finita la guerra si interessò di antroposofia e di antiche religioni, riuscendo a "comprendere" l'essenza del biddhismo tibetano, che del sufismo musulmano e del cristianesimo orientale.

Non meno importanti gli studi condotti da solo, al di fuori da ogni percorso universitario: dall’antico norvegese all’aramaico, dal tibetano al greco, dalla dialettologia iranica allo svedese. Il tutto arricchito da viaggi. Adattandosi, grazie alla sconfinata conoscenza delle lingue, almeno una quarantina, a qualsiasi mestiere: alcuni probabilmente solo immaginari, come quello che lo vede parte attiva nei servizi di intelligence dell’America Latina, altri – riferiti da lui stesso – di segretario di un ministro sudamericano e doppiatore cinematografico. Tanto che la sua stessa vita, alla fine, sembra piuttosto un film in cui il dramma sentimentale, la spy story, l’avventura esotica e persino la commedia sembrano essersi date appuntamento. Oggi le sue esequie alle ore 11 nella Chiesa russo-ortodossa romana di via del Lago Terrione, 77 (zona Gregorio VII). E ieri, come vuole il Libro tibetano dei morti, è stato salutato dalla luce "bianca e non abbagliante" della neve.

Di Roberto Alfatti Appetit

sabato 20 febbraio 2010

"Fight Club" 150 anni prima: la Scapigliatura


DA: "AVGVSTO MOVIMENTO"

Irriverenti, anticonformisti, dissacranti.

Amano l’arte nelle sue più variegate espressioni, scrutano il mondo da lontano con un ghigno che trasmette amarezza e disillusione per i repentini cambiamenti sociali e non, avvenuti in un periodo così breve da non riuscire a starne al passo. È giunta l’unità d’Italia, è in atto quell’insieme di iniziative economiche private e statali che prende il nome di rivoluzione industriale con tutte le sue conseguenze. L’uomo vive un’alienazione profonda dalla vita e dal lavoro, è sempre più schiavo delle macchine, del denaro e del mercantilismo. Sono questi i nuovi padroni. Sono questi i nuovi princìpi cui guardare. La borghesia è ormai la classe sociale che più governa i ritmi sociali, l’organizzazione del nuovo stato e lo scheletro economico non solo italiano ma mondiale.

Il Risorgimento è un vecchio ricordo, un sogno non ancora terminato ma derubato da una monarchia impopolare e retrograda. L’artista è messo al bando, ghettizzato dal ruolo pedagogico e sociale che aveva avuto fino ad allora; è deriso, umiliato, è come un albatros che “esiliato sulla terra, fra scherni, camminare non può per le sue ali di gigante”. “Albatros” di Baudelaire è sicuramente una poesia-manifesto della frustrazione angosciosa che prova l’artista europeo della seconda metà dell’800. Sarà grande l’influenza dei poeti “maledetti” su un gruppo di amici milanesi che danno vita ad un movimento non codificato in scritti teorici ma coeso da un comune sentire di ripulsione e ribellione verso i princìpi del meccanicismo e del progresso che il mondo borghese sta trasformando in religione rivelata.

Nell’arte come nella vita, questi anomali personaggi fanno loro il mito di un’esistenza irregolare e dissipata come rifiuto radicale delle convenzioni correnti e delle norme morali. Sono gli Scapigliati. Alcolisti incalliti, musicisti, poeti, pittori, combattenti, giornalisti e politici: questo il volto rivoluzionario del nuovo genio artista. Cantano il bene e il male, il bello e l’orrendo, declamano virtù e vizi, raccontano sogni e realtà. È l’incertezza la protagonista della lacerazione interiore, l’angoscia pesa come un macigno sui loro indomiti spiriti. È palpabile un senso di smarrimento che porta al mistero o alla paura di non poter più raggiungere l’ideale, il mondo del fantastico. Allora si ergono a raccontare i fatti reali consunti di amarezza e di pietosa comprensione per chi non capisce, per esempio, cosa sia la ferrovia “… E tornando al miserrimo tetto,/ scorderan per quel dì la canzone,/ e nei sogni la strana visione/ tornerà nuovi enigmi a fischiar…”. Occhio attento, dunque, quello di Emilio Praga (in foto) che in “La strada ferrata” si pone da osservatore del mondo contadino, raccontando quali cambiamenti i treni abbiano portato, vagheggiando ironicamente alla celebrazione della fisica applicata anziché del canto della Bellezza! Questo è il trillo della delusione di un uomo in miseria distrutto dall’alcool suo compagno di viaggio; un antico Jack Kerouac, un anarchico integrale, insofferente alla morale, alla religione e alla retorica; sarà lui il primo a cantare la “morte di Dio” ossia di tutte quelle costruzioni razionali e formali che così come nella poesia anche nella storia del mondo hanno messo le catene all’uomo ormai incapace di travalicare i limiti dell’esistenza per assurgere alla vera conoscenza.

In “Preludio” tuona: “…Casto poeta che l’Italia adora,/ Vegliardo in sante visioni assorto,/ tu puoi morir!... degli antecristi è l’ora!/ Cristo è rimorto!/// O nemico lettor, canto la Noia, l’eredità del dubbio e dell’ignoto,/ il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia,/ il tuo cielo, e il tuo loto…” e ancora “… canto l’amore dei sette peccati…”. È dunque Praga l’anticipatore del pensiero di Nietzsche che in “Così parlò Zarathustra” annuncerà la morte di Dio per la nascita dello übermensch pronto a farsi carico del peso dell’umanità tutta. In questo pezzo si nota una profonda critica al “casto poeta”, Alessandro Manzoni, ritenuto vecchio, passatista, troppo religioso e incapace di saper leggere gli avvenimenti. La critica al Manzoni, padre letterario della rivincita nazionale contro l’oppressore straniero e che ebbe la grandezza di innalzarsi su un promontorio ideale ad osservare gli stravolgimenti e le innovazioni apportate da Napoleone in Europa, è una costante in tutti gli Scapigliati nonostante ci fosse quel comune sentire di attaccamento alla Patria.

Ecco dunque un'altra peculiarità della Scapigliatura, la lotta per la Patria.

Cletto Arrighi (pseudonimo di Carlo Righetti), a cui si deve la paternità del termine “Scapigliatura”, partecipò alle Cinque Giornate di Milano nel 1848 e si arruolò come volontario alla II guerra d’indipendenza nel 1859. Vita disordinata la sua, sempre pronto a menar le mani per strada, in osteria o a seguir con entusiasmo le vicende nazionali. Acuto giornalista e attento analizzatore ci dà un grosso aiuto per capire il movimento: “Questa casta o classe – che sarà meglio detto – vero pandemonio del secolo; personificazione della follia che sta fuori dai manicomii; serbatoio del disordine, dell’imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti; - io l’ho chiamata appunto la Scapigliatura”, che però “…nell’ordine dell’universo attrae fra di loro le cose consimili.” A leggere la sua storia di poeta-combattente e romanziere impegnato ci sembra di vedere un eroe dei romanzi di D’annunzio in giovane età ancora combattuto tra una visione decadente completa e la rinascita di quello spirito latino dal quale si temprerà un nuovo ordine universale che sarà narrato nel suo capolavoro “Le vergini delle rocce”. Cletto Arrighi è dunque più simile a Giorgio Aurispa, protagonista de “Il trionfo della morte” che non a Claudio Cantelmo eroe de “Le vergini delle rocce”, in quanto nella tragicità comune della fine della vita di entrambi si nota la volontà di vivere autenticamente alla ricerca di valori profondi, non superficiali anche al costo di indagare nell’ombra.

Altri grandi esponenti furono scapigliati: i fratelli Boito, Giovanni Camerana e Igino Tarchetti tutti fantastici interpreti di quell’indagine nel macabro e ricerca del bello in una vita condotta sempre al limite avversa a qualsiasi moralismo. È questo atteggiamento disincantato che Arrigo Boito (in foto) immortala in “Dualismo” altra poesia manifesto affermando: “Son luce ed ombra; angelica/ farfalla o verme immondo,/ sono un caduto cherubo/ dannato a errar sul mondo,/ o un demone che sale,/ affaticando l’ale,/ verso un lontan ciel…”. Appare chiara la condizione spirituale di chiusura verso l’esterno e sconvolgimento personale.

Boito come Praga, Faccio e soprattutto Arrighi fu uomo comunque impegnato, non emarginato, bensì disprezzatore delle evoluzioni in atto, mai passatista e mai ricercatore di una vita tranquilla e bucolica; seguendo il vento della passione patriottica con Garibaldi nel 1866 nella III guerra d’indipendenza, viene eletto al senato italiano nel 1912 su posizioni anarchico-radicali.

La Scapigliatura rappresenta il fenomeno italico a un comune sentire europeo di crisi spirituale e di allontanamento dalla padronanza di se stessi di un uomo conquistato sempre più dal materialismo a cui contrapporgli un costante combattimento interiore che a volte sfocia nell’esoterismo. Sembrano tematiche alla “Fight Club” di Palanhiuk, solo che nascono quasi un secolo e mezzo prima rimanendo sconosciute ai più.

Di Francesco Polacchi