lunedì 31 maggio 2010

IN PALESTINA E' STRAGE. SOLIDARIETA' E VICINANZA AGLI OPERATORI DI PACE VITTIME DI ISRAELE.

Gerusalemme, 31 maggio 2010. Reparti speciali israeliani hanno attaccato in acque internazionali una delle navi della flottiglia pacifista intenzionata a forzare il blocco navale su Gaza per portare aiuti umanitari. Il bilancio e' ancora incerto, una tv israeliana ha riferito di 19 pacifisti uccisi e e 26 feriti. Anche cinque incursori israeliani sono rimasti feriti. Israele sostiene che i militari hanno risposto al fuoco dei pacifisti e che sulle navi sono state trovate armi. Ma un filmato contrasta con questa spiegazione.

La Turchia, cui appartiene la ong che ha organizzato la missione, ha convocato l'ambasciatore israeliano, ha annullato tre esercitazioni militari congiunte con Israele e ha minacciato "conseguenze irreparabili". La Lega Araba in tutta fretta ha convocato per domani una riunione. Il suo segretario generale, Amr Mussa, ha definito l'assalto israeliano un "crimine" che mette a rischio il negoziato di pace. Il presidente palestinese, Abu Mazen, che ha decretato tre giorni di lutto nei territori palestinesi, ha parlato di "massacro".

Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon ha detto di essere "sconvolto". Il Libano, che questo mese presiede il Consiglio di Sicurezza, ha chiesto una riunione d'emergenza.

Il Vaticano ha espresso "grande preoccupazione e dolore". Ma e' tutto il mondo diplomatico in fibrillazione. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini ha deplorato "in modo assoluto l'uccisione di civili", ha sollecitato l'apertura di un'indagine e ha chiesto spiegazioni all'ambasciatore israeliano.

L'Ue ha sollecitato "un'inchiesta completa". Proteste sono arrivate anche dai governi di Grecia, Spagna, Svezia, Norvegia, Danimarca, Austria, Francia, Egitto, che hanno convocato gli ambasciatori israeliani accreditati. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy ha parlato di "uso sproporzionato della forza". Il suo ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha aggiunto che "nulla puo' giustificare una tale violenza".

La Gran Bretagna ha invitato alla calma, la Germania ha chiesto un'inchiesta "trasparente". Per ora la Casa Bianca si e' limintata a esprimere "profondo rammarico" per la perdita di vite umane, in attesa di conoscere le "circostanze dell'accaduto".

I media turchi hanno mostrato le immagini dell'assalto alla 'Mavi Marmara'. I pacifisti, in tutto 750 di 40 nazionalita', tra cui tre italiani, a bordo di quattro unita', sostengono che l'assalto e' scattato nonostante fosse stata esposta una bandiera bianca. L'operazione e' avvenuta 40 miglia dalla Striscia di Gaza, in acque internazionali.

AZIONE GIOVANI E CASAGGì ESPRIMONO LA LORO SOLIDARIETA' AGLI OPERATORI DI PACE UCCISI IN PALESTINA.

"Siamo sconcertati di fronte alla lettura delle agenzie che riportano quanto accaduto in queste ore in Palestina, laddove l'esercito israeliano ha aperto il fuoco su alcuni operatori di pace di una ONG turca intenzionata a forzare il blocco navale attorno alla striscia di Gaza per consegnare generi di primaria necessità alla popolazione palestinese.

Riteniamo questo fatto gravissimo, soprattutto alla luce di quel massacro che raccontano le cifre che in questi momenti rimbalzano dal medio oriente e ci sentiamo idealmente vicini e solidali a quei militanti che, sfidando un provvedimento unilaterale che nei fatti isola la striscia di Gaza dal resto del mondo, si sono trovati sotto il fuoco dei militari israeliani.

Nel ribadire la nostra posizione sul terribile conflitto israelo-palestinese, che è quella di garantire ai due popoli due stati indipendenti e rispettosi delle reciproche sovranità, condanniamo fermamente il comportamento odierno di Israele che, sparando su dei civili intenzionati a consegnare dei farmaci, ha compiuto un atto di inaudita ed inaccettabile violenza che rischia di compromettere tutti i piccoli passi compiuti nella direzione della pace".

Francesco Torselli - Consigliere Comunale
Alessandro Draghi - Consigliere Circoscrizionale
Marco Scatarzi - Responsabile Provinciale Azione Giovani - Casaggì

TORSELLI (PDL): "GUEST SYSTEM HA ORGANIZZATO LA MANIFESTAZIONE GRATIS? DOVE SONO FINITI I 100 MILA EURO DI CAMERA DI COMMERCIO?"

"Da un'attenta rilettura degli incartamenti che stanno dietro l'organizzazione dell'iniziativa denominata 'Firenze Gelato Festival' emerge un fatto quantomeno curioso: gli enti promotori e co-promotori, tra i quali il Comune di Firenze, hanno deciso all'unanimità di delegare l'intera organizzazione della manifestazione alla ditta privata Guest System s.r.l. in quanto, a loro dire, soggetto migliore per ricoprire queste mansioni. Oggi, ad una mia precisa domanda in Consiglio Comunale, mi è stato risposto che Guest System ha operato in maniera gratuita, rinunciando perfino, come si può notare, a mettere il proprio luogo tra gli sponsor dell'iniziativa. Nel corso della stessa domanda mi è stato anche risposto che l'evento in questione non ha prodotto costo alcuno per il Comune di Firenze e questo, stando a quanto riportato nei Provvedimenti Dirigenziali N° 4134, 4686, 4777 e 4799, non sembra corrispondere al vero". Così il Consigliere Comunale del PDL Francesco Torselli.

"L'amministrazione comunale - spiega Torselli - ha prodotto Provvedimenti Dirigenziali per autorizzare le spese necessarie ad alcune istallazioni e per il pagamento delle utenze necessarie allo svolgimento della manifestazione, quindi non è vero che la manifestazione non ha avuto costi per il Comune, inoltre dalla risposta avuta quest'oggi in aula si apprende di un finanziamento stanziato dalla Camera di Commercio di Firenze di 100 Mila Euro".

"A cosa sono serviti - si chiede il consigliere di centrodestra - questi fondi? E perchè non una parola è stata spesa per rispondere al mio quesito che chiedeva quali lavori ha eseguito Guest System nell'ambito dell'organizzazione del Festival?".

"Non essendo assolutamente soddisfatto della risposta avuta in aula - conclude Torselli - trasformerò immediatamente la domanda di attualità presentata in Interrogazione al fine di ottenere le necessarie delucidazioni sul ruolo di Guest System srl e sull'utilizzo dei 100 Mila Euro stanziati dalla Camera di Commercio per la realizzazione dell'evento che, come tutti i cittadini avranno notato, prevedeva comunque il pagamento del gelato consumato da parte dei cittadini".

Gaza, Israele spara alla nave di pacifisti: 19 morti e decine di feriti...


Gaza - "E' stato un massacro". Il presidente palestinese Abu Mazenaccusa duramente Israele per la morte di almeno diciannove persone uccise questa notte dalle forze di sicurezza che avevano intercettato almeno una delle sei imbarcazioni della flotta internazionale di attivisti pro palestinesi che si stava dirigendo verso Gaza. La televisione israeliana parla anche di 26 persone ferite. La Farnesina ha subito fatto sapere che non si sono italiani tra i morti. L’Unione Europea ha sollecitato un’inchiesta accurata sul sanguinoso attacco e ha esortato Israele a consentire il libero fluire degli aiuti umanitari verso la Striscia di Gaza.
La strage di pacifisti Almeno dieci attivisti che erano a bordo della flotta internazionale diretta a Gaza per portare aiuti umanitari hanno perso la vita oggi in seguito all’assalto di un commando israeliano, dice un portavoce dell’esercito israeliano mentre una tv israeliana ha riferito che il bilancio delle vittime è più alto. Ma secondo una fonte ufficiale dell’esercito dello stato ebraico citata dalla Tv satellitare al Arabiya, i morti sono invece 19. Il canale televisivo israeliano riferisce anche che la flotta di sei navi era guidata da un’imbarcazione con bandiera battente turca con 600 persone a bordo, che aveva sfidato il blocco imposto da Israele dirigendosi verso Gaza dalle acque internazionali a largo di Cipro. Un funzionario israeliano aveva precedentemente dichiarato che degli attivisti pro-Palestina si stavano dirigendo verso la striscia di Gaza su sei imbarcazioni, non rispettando gli ordini della marina israeliana di tornare indietro. Il funzionario, in condizione di anonimato, ha riferito che la marina israeliana aveva detto agli attivisti che la loro unica altra possibilità era di andare verso il porto israeliano di Ashdod per scaricare le circa 10mila tonnellate di aiuti, che Israle avrebbe poi trasferito a Gaza. 
L'Esercito israeliano: "Siamo stati attaccati" Le forze di sicurezza israeliane sarebbero state attaccate dalle persone a bordo della 'flottiglia di pace', dopo esser state intercettate, con armi da fuoco e coltelli, di qui la sanguinosa reazione. "Questa mattina - si legge nella ricostruzione dell'esercito - le forze navali dell’Idf hanno intercettato sei navi che tentavano di forzare il blocco della Striscia di Gaza. Questo è accaduto dopo numerosi avvertimenti da parte di Israele e della sua marina, lanciati prima dell’azione. L’esercito israeliano ha chiesto alle navi di cambiare rotta e dirigersi verso (il porto israeliano di) Ashdod, dove avrebbero potuto scaricare il proprio materiale di aiuto che sarebbe poi stato trasferito via terra (nella Striscia ndr) dopo ispezioni di sicurezza". "Durante l’intercettazione - prosegue il comunicato militare israeliano - i dimostranti a bordo hanno attaccato il personale navale dell’Idf con armi da fuoco e armi leggere, incluso coltelli e bastoni. Inoltre una delle armi usate era stata strappata a un soldato dell’Idf. I dimostranti avevano chiaramente praparato le proprie armi in anticipo per questo specifico scopo. Come risultato di questa attività violenta e pericolosa per la vita le forze navali hanno usato strumenti antisommossa, incluso armi da fuoco".
Tre italiani a bordo Sarebbero tre gli italiani a bordo delle navi della "Flottiglia Freedom" con aiuti umanitari per i palestinesi di Gaza, che sono state assaltate questa notte dalla marina israeliana. "Da quello che mi risulta solo tre italiani si trovano a bordo delle navi. Altri due sono stati fermati a Cipro e non sono stati fatti salire", ha detto Fernando Lattarullo, marito di una giornalista italiana imbarcata su una delle navi con i pacifisti internazionali, Secondo Lattarullo, "non una ma tutte le navi sono state attaccate". L’uomo ha perso i contatti con la moglie alle cinque di questa notte. "Dalle due non riusciamo più a raggiungerla al telefono satellitare", ha confermato spiegando che tutte le persone imbarcate "erano pacifisti che portavano aiuti, come medicinali e sedie a rotelle".
Il rammarico di Israele Un governo israeliano ha espresso il proprio "rammarico per tutte le vittime" dell'assalto della marina. "Le immagini non sono certo piacevoli. Posso solo esprimere rammarico per tutte le vittime" ha detto il ministro israeliano per il Commercio e l'Industria, Binyamin Ben-Eliezer, alla radio dell'esercito. Ma la censura israeliana ha vietato stamane la diffusione di notizie su morti e feriti nell' arrembaggio della flottiglia. Il ministero degli Esteri turco ha espresso la propria vibrata protesta all'ambasciatore israeliano in Turchia per il grave attacco - definito "inaccettabile" - condotto dalla marina israeliana contro la flottiglia di attivisti filo-palestinesi che portavano aiuti umanitari alla Striscia di Gaza.
La condanna dell'Onu Condanna anche da parte dell'Onu per l’assalto israeliano contro la flottiglia di navi filopalestinesi diretta a Gaza. L’alto commissario dell’Onu per i diritti umani Navi Pillay si è detta scioccata, mentre l’Ue ha chiesto a Israele di aprire un’inchiesta. Svezia e Spagna convocano gli ambasciatori. Gerusalemme e l’Italia parlano di provocazione premeditata. Il ministro degli esteri, Franco Frattini, ha "deplorato" oggi "in modo assoluto l’uccisione di civili" nell’assalto della marina militare israeliana alla flottiglia di Ong diretta a Gaza. "E' un fatto assolutamente grave", ha detto ai giornalisti alla Farnesina.
La Turchia ritira l'ambasciatore La Turchia ha richiamato oggi il proprio ambasciatore in Israele in seguito all’assalto della Marina israeliana contro un convoglio di sei navi con a bordo passeggeri e aiuti umanitari per la popolazione di Gaza. Nell’assalto sono mortianche alcuni turchi. Il ministero degli Esteri di Ankara, Gabby Levy, ha denunciato che Israele ha compiuto una inaccettabile violazione delle leggi internazionali, assaltando una nave turca di Freedom Flotilla.
Dure reazioni dal mondo arabo Hamas ha invocato "una intifada dinanzi alle ambasciate israeliane nel mondo" per protestare contro l'arrembaggio alla flottiglia di Ong in navigazione verso la Striscia di Gaza, sfociato in un bagno di sangue. A parlarne è stato Ahmad Yusef, uno degli esponenti della fazione islamico radicale palestinese a Gaza. Altri portavoce del movimento hanno definito l'accaduto "un crimine internazionale", invitando l'Onu e la comunità mondiale a reagire e ad avviare una inchiesta affinché "i colpevoli siano puniti". Dura anche la reazione del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad che ha parlato di operazione "disumana" che contribuirà a portare alla sua scomparsa.

domenica 30 maggio 2010

Belfast: continua lo sciopero della fame del prigioniero repubblicano



Liam Hannaway, 40 anni, repubblicano (cugino di Gerry Adams, presidente dello Sinn Féin), ha oltrepassato il 4o° giorno di sciopero della fame nel carcere di Maghaberry. Membro del gruppo Saor Uladh, formazione repubblicana che non ha accettato gli accordi di pace, sta scontando 10 anni di reclusione per possesso di munizioni e di un ordigno a Belfast nel settembre del 2004. Dovrebbe essere rilasciato nel 2012.
Le sue condizioni sono critiche, denunciano i repubblicani, che ricordano che uno degli scioperanti della fame del 1981 (quelli di Bobby Sands), Martin Hurson, morì dopo 46 giorni di protesta.
La fidanzata Allison ha potuto visitarlo una decina di giorni fa e già denunciava il deperimento fisico dell’uomo.
Hannaway, membro di Saor Uladh, un gruppo repubblicano nato negli Anni 50, è il nipote di uno dei fondatori di Provisional Ira.
I sostenitori di Hannaway hanno rilasciato un comunicato la settimana scorsa in cui raccontano che l’uomo, secondo lo staff della prigione, avrebbe ricevuto minacce di morte da altri repubblicani. Così, Hannaway sarebbe stato spostato, contro la sua volontà, in isolamento, in un’ala del carcere lontano dai repubblicani, nell’ Ssu (Special Supervision Unit), senza alcun contatto con l’esterno appunto.
La famiglia dell’uomo avrebbe invece appurato che i repubblicani di Roe House, un’ala della prigione, “lo attendevano a braccia aperte” e che non vi era alcun pericolo per lui.
La protesta di Hannaway, e il suo rifiuto del cibo, è nata proprio dopo essere stato separato dagli altri prigionieri repubblicani e messo in un blocco della prigione con detenuti lealisti. Inevitabilmente, erano nate tensioni e umiliazioni.
Ora, una lettera dello stesso Hannaway getta nello sconforto la famiglia. L’uomo avrebbe infatti scritto che in caso di coma o caduta in stato di incoscienza non accetterà terapie di rianimazione.
Carl Reilly, del Republican Network for Unity, che unisce più gruppi repubblicani, ha dichiarato: “Stiamo entrando in una fase critica. Liam, prima di iniziare lo sciopero della fame aveva avuto problemi alle coronarie”.
Un portavoce della prigione ha risposto che ogni prigioniero può rivolgersi all’apposito ufficio interno, da poco rimodernato e reso più efficiente e veloce, e se non soddisfatto si può rivolgere al difensore civico.
Lo stesso portavoce ha confermato di essere a conoscenza di minacce rivolte al prigioniero, la cui natura però non può essere svelata, e che la sicurezza del prigioniero viene prima di tutto.

Da sempre, i repubblicani denunciano le condizioni carcerarie a Maghaberry ma non solo: intimidazioni, risse e vessazioni sarebbero all’ordine del giorno.
Così 29 anni dopo la morte di Bobby Sands, la questione repubblicana e i diritti dei prigionieri politici tornano agli onori della cronaca. E ancora una volta c’è in gioco una vita.

Il Manuale della Vita Naturale


Il Manuale della Vita Naturale
Guida pratica all'autosufficienza
Autore: Alain Saury   
Prezzo: € 28,00
Una monumentale opera su due piani, distinti ma complementari.
Da una parte una guida pratica, dettagliata e ben illustrata per reimparare a vivere in armonia con la natura.
Dall’altra un poetico invito ad amare e rispettare tutto ciò che ci circonda e del quale facciamo parte.
Oggi che ci siamo troppo allontanati dai nostri bisogni essenziali, il manuale di Saury ci insegna come misurare il tempo, orientarci, riscaldarci, ripararci, trovare l’acqua, raccogliere le erbe selvatiche, coltivare, conservare il cibo, addomesticare, cacciare e pescare, costruire utensili e indumenti, curare e far nascere.
Intrecciando la saggezza antica e popolare con le essenziali conoscenze dell’uomo moderno, l’autore ci invita a riscoprire il piacere e il valore di una vita secondo natura.
Di fronte alle crisi energetiche, economiche e ambientali che stiamo attraversando, l’unico modo di guardare al futuro è volgere uno sguardo consapevole al nostro passato.
COSA POSSIAMO IMPARARE A FARE GRAZIE A QUESTO MANUALE?
  • preparare scorte di cibo conservato,
  • coltivare un orto,
  • trasformare gli alimenti,
  • raccogliere erbe spontanee commestibili,
  • orientarci nella natura,
  • accendere un fuoco,
  • costruirci un riparo o un'abitazione,
  • lavorare il metallo,
  • allevare animali,
  • fare rimboschimenti,
  • produrci i nostri abiti,
  • trovare l'acqua,
  • lavorare l'argilla
Sono solo alcune delle tematiche affrontate in questo libro con saggezza profonda e mai catastrofista.
UN MOVIMENTO CULTURALE CHE CRESCE SEMPRE DI PIÙ. ANCHE IN ITALIA
Il desiderio di un ritorno a una vita semplice e più vicina alla natura sta diventando un movimento culturale di grandi dimensioni proprio a fronte di una diffusione a livello globale del problema ambientale di questi anni ingenerato dal mutamento climatico dovuto all'effetto serra. Le preoccupazioni di tipo ecologico si sommano ovviamente anche alla necessità di mantenere vive conoscenze  che ci permetterebbero di sopravvivere in condizioni difficili come quelle che si potrebbero prefigurare di fronte alla riduzione della biodiversità o alla desertificazione dei suoli (climatica o agrochimica).
In questo senso Il Manuale della Vita Selvaggia può risultare di grande utilità per tutti, dato che fornisce un insieme di norme pratiche di carattere generale che possono essere utili per introdurre il lettore ai temi della sopravvivenza e dell'autosufficienza.

venerdì 28 maggio 2010

TORSELLI E ROSELLI (PDL): “IN S.CROCE ARRIVANO SABBIA E TRIBUNE… MA ANZICHE’ IL CALCIO STORICO QUEST’ANNO UN CONCORSO IPPICO".

Riuscirà l’amministrazione comunale a recuperare i 153.600 € spesi per istallare le tribune in Piazza Santa Croce, senza giocare il torneo di Calcio in Costume? 

“Come ogni anno in questo periodo, assisteremo all’arrivo della sabbia e delle tribune in Piazza Santa Croce, teatro storico del Calcio in Costume, una delle tradizioni più importanti della nostra città, ripristinata nel 1930 come rievocazione della storica partita disputata nel 1530 durante l’assedio di Firenze da parte dell’esercito di Carlo V. Ma quest’anno, all’ombra della statua di Dante non ci saranno i calcianti in livrea rappresentanti dei quattro storici quartieri della citta… Al posto di una delle principali tradizioni fiorentine, andrà in scena… Un concorso ippico!”. Questo è quanto dichiarato dai consiglieri comunali del PDL Francesco Torselli ed Emanuele Roselli, dopo la seduta di questa mattina della Commissione Sport del Comune, interamente dedicata al Calcio Storico. 

“Già nei giorni scorsi, dopo le defezioni dei calcianti Verdi e Rossi – spiegano Torselli e Roselli - avevamo anticipato che il Calcio Storico quest’anno non avrebbe avuto luogo, in virtù di un accordo non trovato tra amministrazione comunale e rappresentanti dei colori”. 

“L’attuale regolamento del Calcio Storico – proseguono i due consiglieri del PDL – sappiamo da tempo non godere dell’approvazione dei colori e, se davvero si fosse voluta salvaguardare questa tradizione fiorentina, invidiataci in mezzo mondo, avremmo dovuto avviare un percorso di confronto con largo anticipo rispetto alla data di inizio del torneo, cosa che invece, nonostante le nostre ripetute sollecitazioni, l’attuale governo della città non ha voluto intraprendere”. 

“La nomina dell’attuale Presidente del Calcio Storico – proseguono Torselli e Roselli – è arrivata soltanto a fine marzo ed ancora in Consiglio non sono arrivati gli atti per la nomina dei due vicepresidenti, troppo tardi se le intenzioni fossero davvero state quelle di attivare un percorso comune, tra amministrazione e colori, per la stesura di un regolamento davvero condiviso”. 

“E così – aggiungono ancora i due esponenti del centrodestra – quest’anno, al posto del Calcio Storico, Piazza Santa Croce sarà teatro di un Concorso Ippico, di alcune partite di Beach Volley e del concerto di Lucio Dalla e Francesco De Gregori”. 

“Alla luce di ciò – commentano Torselli e Roselli – emergono due dati preoccupanti: il primo riguarda l’abbandono di una tradizione che proprio quest’anno avrebbe compiuto il suo ottantesimo “compleanno”, il secondo riguarda invece i 153.600 € (DD 04669 del 25/05/2010) che difficilmente saranno recuperati dall’amministrazione attraverso i tre eventi in programma”. 

“Non c’è dubbio che stavolta le facce nuove a Palazzo Vecchio di Renzi – concludono i due consiglieri del PDL – siano riuscite a fare davvero qualcosa di differente dai propri predecessori: un concorso ippico al posto del Calcio Storico!” 

GIORGIA MELONI: LOTTA ALLA DROGA, LA TRASGRESSIONE E' NON FARSI...




Roma - Dito puntato contro "quei cattivi maestri che dal cinema, dalla televisione, dalla musica, bombardano incessantemente i giovani con messaggi fuorvianti". Ma non solo. Anche la sottocultura post-sessantottina, rea di aver propinato "un’assurda teoria secondo cui a fianco delle droghe che fanno male ci sarebbero quelle innocue". Il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, non fa sconti e si fa baluardo per la tolleranza zera all'abuso di stupefacenti e alcolici. "La scuola, la famiglia, la società - spiega il ministro - hanno colpe solo se, per indifferenza o disimpegno, abdicano al loro ruolo educativo nei confronti dei giovani". Da qui l'impegno per una campagna per sensibilizzare i giovani e combattere un fenomeno - quello dello sballo - che sta distruggendo troppe vite.
Ministro Meloni, senza volerlo demonizzare, il divertimento sta diventando sempre più sinonimo di "sballo" e "trasgressione". Perché?
"Penso che il problema di fondo sia la sottovalutazione dei rischi legati ai fenomeni degenerativi come l’uso di droghe e l’abuso di alcol, connessa all’idea che la trasgressione che porta all’eccesso sia un elemento di distinzione dagli altri, un modo per sentirsi migliori, più 'fighi', per spiccare dalla massa. Ad alimentare questa mentalità contribuisce sicuramente l’opera dannosissima di 'cattivi maestri' e modelli sbagliati che dal cinema, dalla televisione, dalla musica, bombardano incessantemente i giovani con messaggi fuorvianti. Ma non solo: se è vero che il divo del cinema o il cantante del momento che inneggino alla droga danno un pessimo esempio, altrettanto ha fatto il diffondersi della sottocultura post-sessantottina circa l’approccio con la dimensione degli stupefacenti, che propina un’assurda teoria secondo cui a fianco delle droghe che fanno male ci sarebbero quelle innocue, o addirittura 'di tendenza'. Bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno, e cioè che la vera trasgressione sta nel non 'farsi', che chi si lascia trascinare è tutt’altro che un modello da imitare, ma un perdente. Questa è vera rivoluzione: mettere davanti a tutto l’autonomia del pensiero libero, che è sempre più forte di ogni condizionamento, di ogni catena, di ogni bavaglio."

L'abuso di alcolici e un più facile accesso agli stupefacenti rendono le nuove generazioni sempre più a rischio. Problema sociale o educativo? 
"Entrambe le cose: perché se da un lato la maggiore facilità di accesso agli stupefacenti rappresenta un incremento del rischio, dall’altro è innegabile che davanti ad un giovane consapevole, informato e formato sui rischi connessi all’assunzione di droga o all’abuso di alcol non c’è lusinga o facilitazione che valga: se sa dire no, dirà no a chiunque e a qualunque condizione."

Quali sono i rischi maggiori connessi allo sballo?
"Sicuramente quelli connessi alla salute. Del potere distruttivo di droghe come eroina e cocaina la consapevolezza è ormai, per fortuna, pressoché universale. Molto diffusa anche la conoscenza dei rischi legati all’assunzione di ecstasy e droghe sintetiche, di cui anche la singola assunzione può risultare fatale o comunque provocare danni devastanti al fisico. Ma sono sempre più numerosi gli studi clinici e le indagini scientifiche che dimostrano al di là di ogni dubbio come anche le droghe cosiddette 'leggere' possano ingenerare pericolosi disturbi mentali e della personalità, contro i quali spesso le terapie riabilitative riescono a fare ben poco."

Cosa possono fare la società e la politica per combattere questa piaga? 
"E’ ormai un dato di fatto che la repressione, per quanto efficace, non basta da sola: occorre soprattutto un’articolata opera di prevenzione, incentrata soprattutto sulla diffusione di una corretta informazione, sulla sensibilizzazione dei giovani, e sull’accompagnamento di questi ad una seria e consapevole presa di coscienza dei rischi. E’ proprio questa la strada intrapresa dal ministero della Gioventù per affrontare, ad esempio, la questione di un errato approccio con l’alcol, che ogni anno miete migliaia di giovani vittime: penso all’Operazione Naso Rosso, pensata per esortare gestori di locali, buttafuori, barman e dj a scendere in campo per primi ogni sabato sera facendosi 'testimonial attivi' di buone pratiche, spiegando ai ragazzi i rischi correlati al mettersi al volante in preda ai fumi dell’alcol, o anche semplicemente un po’ su di giri."
La scuola ha colpe? Può fare qualcosa? 
"La scuola, la famiglia, la società hanno colpe solo se, per indifferenza o disimpegno, abdicano al loro ruolo educativo nei confronti dei giovani, e rinunciano al creare quei modelli positivi e sani che da sempre rappresentano l’unica alternativa forte alla subcultura dello sballo. E’ proprio da loro, dalla famiglia prima di tutti, che devono arrivare messaggi forti e chiari ai giovani su ciò che è giusto e ciò che non lo è." 

giovedì 27 maggio 2010

Teatro e Futurismo

DA: "AVGVSTO"

«Il Futurismo vuole trasformare il Teatro di Varietà in teatro dello stupore, del record e della fisicofollia»


(dal Manifesto del Teatro di Varietà)

L’abilità propagandistica e il desiderio di sollevare scalpore, spingono i futuristi ad intervenire anche in campo teatrale. In particolare Marinetti credeva che tutti fossero potenzialmente poeti o drammaturghi. Da questa idea cominciarono, in tutta Italia, a dilagare le celeberrime “serate futuriste”, inizialmente nelle piazze – coinvolgendo nelle rappresentazioni anche il pubblico – e successivamente nei teatri. Marinetti, Corra e Settimelli sono considerati gli iniziatori del teatro “sintetico” futurista: questo aggettivo deriva dal fatto che si trattava per lo più di piccoli “attimi sintetici”, le cui caratteristiche sono la concentrazione, la compenetrazione, la simultaneità e il dinamismo.

Non sempre il pubblico accettava la “forza d’urto” di quel teatro, e spesso rispondeva con ingiurie e con il lancio di ortaggi. Immancabilmente le serate futuriste si concludevano con provocazioni di ogni tipo e con risse furibonde, con tanto di sfide a duello. Spesso i nemici e avversari dei futuristi affittavano interi palchi, munendosi di ortaggi, e al momento opportuno facevano scattare la baraonda. A quel punto i futuristi avevano già vinto la loro battaglia pubblicitaria. L’eco del putiferio si estendeva, attraverso i giornali, in tutta l’Italia.

Osservando più tecnicamente il teatro futurista, si può osservare che – come i dadaisti e i surrealisti – neppure i futuristi italiani furono uomini di teatro nel senso professionale del termine, ma artisti, scrittori, poeti che consideravano il teatro non solo un ideale punto d’incontro, ma anche il migliore strumento di propaganda del loro ideale vitalistico, nazionalista e tecnocratico. Nonostante la mancanza di professionismo, furono coloro che al teatro concessero un’attenzione più continua e organica, soprattutto a livello teorico, in una serie di manifesti: il manifesto dei drammaturghi futuristi (1911), del teatro di varietà (1913), del teatro futurista sintetico (1915), della scenografia futurista (1915), del teatro della sorpresa (1921).

La contestazione del teatro «passatista e borghese» investe prima di tutto il teatro drammaturgico: a un dramma analitico, basato su una logica degli eventi di fatto impossibile e sulla credibilità astrattamente psicologica dei personaggi, i futuristi contrappongono il dramma sintetico, che coglie, in un’unica visione, momenti cronologicamente e spazialmente lontani, ma connessi fra loro da analogie e da contrapposizioni profonde. Non c’è bisogno di una premessa da sviluppare in una serie successiva di episodi pazientemente organizzati, ma basta l’intuizione del nucleo essenziale dei fenomeni. I personaggi non hanno contenuto psicologico, ma si risolvono totalmente nelle loro azioni, che possono anche esaurirsi in gesti molto semplici, di assoluto valore o non esserci affatto, lasciando l’azione affidata agli oggetti.

Le “sintesi futuriste”, opera soprattutto di Marinetti, furono anche rappresentate, non però dai futuristi stessi, ma da normali compagnie professioniste che non potevano avere né una specifica preparazione, né un particolare interesse ideologico. Il loro significato rimase perciò confinato nella dimensione letteraria.

Non esiste una sola concezione di teatro futurista: esso può essere infatti sia un teatro eccentrico o grottesco, sia dell’assurdo che sintetico. A differenza del teatro classico, il teatro di prosa per eccellenza, non sono fondamentali i dialoghi o comunque le scene parlate, bensì l’attenzione viene catturata dai suoni, dalle luci e dai movimenti corporei. Non è un caso che nel teatro futurista sia utilizzata molto spesso la danza, al fine di trasmettere al pubblico, attraverso i movimenti dei ballerini, un senso di moto, di velocità e dinamismo.

Al posto dei dialoghi vi sono didascalie lunghissime e molto dettagliate. Il teatro futurista è spesso un teatro muto e talvolta – in aggiunta – i personaggi sono incomprensibili nelle loro azioni, tanto che lo spettatore rimane stupito e con un senso di confusione. In più capita che il personaggio non sia un attore, bensì un oggetto. In scena si riesce a far diventare reale, normale e logico un comportamento completamente surreale, mentre le frasi, i gesti e le reazioni appartenenti al senso comune risultano banali e assurdi.Anche il grande Majakovskij si interessò molto al nuovo teatro futurista, ma intendendolo più in senso satirico, per prendere in giro la realtà e gli schemi del buon senso.

Sul piano scenografico Enrico Prampolini sviluppò tutte le premesse insite nel gusto dei futuristi per le macchine e la tecnologia, scegliendo una scena mobile e luminosa, nella quale l’attore umano sarebbe apparso banale e superato, ed era quindi auspicabile sostituirlo con marionette o addirittura con l’attore-gas «che estinguendosi, o procreandosi, propagherà un odore sgradevolissimo, emanerà un simbolo di identità alquanto equivoca», supremo sberleffo al mattatore del tipico teatro antico italiano.

Il manifesto più significativo è forse quello del teatro di varietà, definito il vero teatro confacente alla sensibilità e all’intelligenza dell’uomo moderno, poiché esalta il sesso di fronte al sentimento, l’azione e il rischio di fronte alla contemplazione, la trasformazione e il movimento muscolare di fronte alla staticità, ma soprattutto perché distrae lo spettatore dalla sua secolare condizione di voyeur passivo trascinandolo nella follia fisica dell’azione.

mercoledì 26 maggio 2010

TORSELLI (PDL): "FINALMENTE FINISCE L'ERA PECCHIOLI. IL NUOVO PRESIDE DIFENDA LA LIBERTA' DI ESPRESSIONE IN FACOLTA'".

"Con le elezioni di oggi per la carica di nuovo Preside della Facoltà di Lettere finisce finalmente l'era Pecchioli, un periodo in cui niente è stato fatto per tutelare il diritto di tutti gli studenti ad esprimere le proprie idee e le proprie convinzioni politiche all'interno della Facoltà. Ai due candidati in lista per la successione della Prof.sa Pecchioli voglio rivolgere fin da oggi un appello accorato: fate tornare Lettere una facoltà 'normale', dove chiunque abbia il diritto di esprimere le proprie idee e dove il confronto tra studenti si svolga entro i canoni della democrazia e del rispetto reciproco, cosa che poche volte è avvenuta durante la gestione Pecchioli". Questo quanto dichiarato dal Consigliere Comunale del PDL e Dirigente Nazionale della Giovane Italia, Francesco Torselli.


"Non esprimo alcuna preferenza tra i due candidati in lizza - spiega il consigliere del PDL - ma ad entrambi chiedo di riportare Lettere alla normalità evitando il ripetersi di tutti quegli episodi di violenza e di intolleranza che si sono verificati negli ultimi anni all'interno dei locali della Facoltà e che hanno visto coinvolti studenti di Azione Universitaria, il movimento degli studenti di centrodestra".

"Con la Prof.sa Pecchioli niente di personale - aggiunge Torselli - ma non posso dimenticare le decine di appelli rivolti da me, ma anche dall'assessore all'Università del Comune di Firenze, ad un incontro con il personale della facoltà per analizzare il susseguirsi di fatti gravi accaduti all'interno della Facoltà e che hanno visto coinvolti studenti di centrodestra, appelli tutti ignorati, snobbati e disattesi dalla stessa Preside".

"Al futuro Preside auguro un sentito 'in bocca al lupo' - conclude l'esponente del PDL a Palazzo Vecchio - per il lavoro che lo attenderà: far tornare Lettere ad essere una vera facoltà universitaria e non un bivacco di vagabondi e tossici, ma soprattutto un luogo di formazione e di confronto tra studenti ai quali devono essere riconosciuti pari doveri e pari diritti e dignità".

TORSELLI E ROSELLI (PDL): “SUI CIE IL PD SA DI PENSARLA DIVERSAMENTE DAL GOVERNO NAZIONALE, MA NON SA COME LA PENSA”.

“Da oggi ci sono due certezze: la prima è che il PD fiorentino ha un’idea dei Centri di Identificazione ed Espulsione differente da quella del governo nazionale, la seconda è che il PD fiorentino non ha alcuna idea su come vorrebbe un Centro di Identificazione ed Espulsione”. Così i consiglieri comunali del PDL, Francesco Torselli ed Emanuele Roselli.


“Alla luce dei gravissimi fatti accaduti nella notte di domenica scorsa che hanno visto il danneggiamento di alcuni mezzi della Misericordia di Rifredi, abbiamo presentato oggi una domanda di attualità che interrogava la maggioranza anche in merito alla posizione del Comune di Firenze sui CIE, - spiegano i due consiglieri di centrodestra - ma la risposta avuta è stata figlia della solita vaghezza alla quale ci ha abituato questa amministrazione sui temi caldi della città”.

“Ci è stato detto che il Comune siederà al tavolo regionale e discuterà dell’ipotesi CIE qualora questo dibattito fosse sollevato dalla Regione - raccontano Torselli e Roselli - ma su quale sia la posizione che questa amministrazione porterà al suddetto tavolo persiste uno strano silenzio in termine di contenuti”.

“L’unica cosa, stando a quanto riferitoci in aula, - proseguono i due esponenti del PDL a Palazzo Vecchio - è che nella loro idea andrebbe privilegiata l’integrazione, rispetto alle espulsioni; nessuno di noi sogna di creare gulag in città, ma le strutture per promuovere l’integrazione esistono già, i CIE devono fare altro, ovvero espellere coloro che pretendono di entrare sul nostro territorio nazionale senza averne i requisiti necessari e che, in virtù di questo, non avrebbero le possibilità di vivere nei limiti della legalità”.

“L’unica cosa che ci è stata detta - concludono Torselli e Roselli - è che l’attuale giunta comunale ha un’idea dei CIE profondamente differente da quella del governo nazionale: insomma, sanno di pensarla diversamente da Roma, ma non sanno come la pensano!”.

martedì 25 maggio 2010

Lo scrittore e il suo doppio. L’uomo Simenon

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Il prolifico Georges Simenon nel 1980 scrive Memorie intime, mille e passa pagine autobiografiche, escluse quelle in appendice al manoscritto, scritte dalla figlia suicida.


Lo stile del romanzo resta quello che a cui il suo vastissimo pubblico è abituato: discorsivo nella sua semplicità, asciutto e raffinato anche quando tratta di temi scabrosi.

Se la ferrea regola simenoniana di non giudicare emerge dai romanzi più duri, così come dai semplici gialli -in cui un goffo Maigret non si pronuncia mai e sembra quasi non pensare-, in questa autobiografia la regola è applicata alla lettera, con l’unica differenza che a mettersi in gioco è l’uomo Simenon e non il suo doppio, lo scrittore.

Lungo tutta la sua opera Simenon abbraccia una vera e propria filosofia di vita che non può essere detta né cinica né indifferente, ma irrevocabilmente fatalista.

Negli Stati Uniti, separandosi dalla moglie che gli ha dato il primo figlio, sposa Denyse Ouimet, donna che lo renderà padre per altre tre volte e che, nel tempo, rivelerà gravi disturbi mentali.

E’ per una sorta di pudore che Simenon, a volte, “mantiene le distanze”, senza intromettersi nei comportamenti e nelle scelte della sua stessa famiglia, anche quando sono sbagliate, se non addirittura dannose. Più spesso, però, è quel credo fatalista e fatale di lasciar vivere ad ogni costo che non gli consente d’intervenire in faccende di cui, non essendo lui il protagonista, non ha quasi il diritto di metter parola.

Tuttavia Simenon non è assente, anzi, sottolinea a più riprese che il suo primo mestiere è quello di padre; partecipa alla crescita dei figli attivamente, mostrando loro la bellezza del mondo per mezzo di piccole scoperte e di grandi viaggi, compie il possibile e tenta l’impossibile per soddisfare le esigenze dei suoi cari. Esigenze, però, che con l’andare degli anni si rivelano via via più pretenziose, specie nel caso della sua seconda moglie, che mina pericolosamente l’equilibrio della famiglia, più di tutti della figlia Marie-Jo.

La fine però non è rapida e di certo non è indolore: in quegli anni, per assistere la moglie, sempre più afflitta da gravi turbe psichiche, Simenon la privilegia di concessioni pazzesche, a discapito spesso dei figli, non dovutamente protetti dalla nocività della madre.

Più le cose in famiglia vanno precipitando e più lo scrittore la sommerge di ricchezza.

Il dialogo c’è, ma forse quello più importante, quello che può davvero aiutare -come il dire “sì, si deve, no, non si deve” a qualcuno di cui si è responsabile e che si ama- resta silenzioso.

Nessuna indagine sulla vita interiore di ciascuno e nessuna domanda atta a comprendere meglio un disagio nascosto. E’ meglio non ferire, non invadere, non infierire.

La libertà e l’assenza di giudizio prima di tutto. E le distanze s’infittiscono, mentre i suoi figli crescono apparentemente” liberi” e nella più completa bambagia.

Lui che ha in uggia tutto ciò che è in odore di benessere borghese, sguazza nel lusso più sfrenato, si circonda dei papaveri dell’alta società e concede tutto ciò che può essere acquistabile, pensando che questo possa donare anche un benessere mentale. E’ un modo di aver cura, forse.

Paradossalmente, in tutta la sua magnifica opera, l’autore ha sempre avuto come punto focale la ricerca dell’uomo per l’uomo, fiutando le sue tracce ovunque: dai salotti alto borghesi ai bar del porto, dalle ambasciate ai postriboli. E l’ha scovato ovunque, ma l’ha visto più vero nella miseria e nella sfortuna, nei fallimenti a cui -anche deliberatamente- si vota e nell’impotenza ad agire.

Come a dire che la sofferenza rende l’uomo più uomo, sebbene quella che Simenon predilige, evidentemente, non è una sofferenza di tipo morale: è più legata al contesto, a delle condizioni esterne, che possono essere definite volgarmente economiche e di sussistenza.
Lo scrittore e l’uomo in questo caso non coincidono: il primo cerca l’uomo così com’è e lo trova nelle balere, nelle strade mal frequentate, nei visi sfatti, crudi e in fondo bonari delle donne e degli uomini privi di un avvenire preciso, ai quali facilmente si affeziona. Svela pienamente la condizione umana nella decadenza perchè è lì che si manifesta l’autenticità dell’esistenza: nelle debolezze e nelle miserie, nel tran tran quotidiano così infelice e così reale che persino gli odori e gli umori della pelle si fanno più vivi…si sputa sangue e si trasuda umanità.

Il secondo, l’uomo Simenon, resta fedele alla sua ricerca, ma solo romanticamente dal momento in cui dà tutto ciò che, secondo il suo punto di vista, allontana l’uomo dall’uomo.

E questa sembra essere una contraddizione in termini e di fatto.

Se così stanno le cose, vuol dire che le condizioni esteriori e contingenti dettano e dirigono quelle interiori di un individuo, che sono quindi conseguenze passive e non cause protagoniste e durature?

Quando la figlia si suicida, Simenon dirà che così doveva essere, che questo era il suo destino portato a compimento.

Alla fine troverà una donna semplice, senza ambizioni, senza sovrastrutture, amante e materna insieme, guardiana fedele della sua sorte, buona o cattiva che sia.

Alla fine non potrà più scrivere: il dolore per la perdita della figlia e forse anche il rimpianto e il senso di colpa per non aver dato un indiviso sostegno morale lo scavalcano.

Di Fiorena Licitra

lunedì 24 maggio 2010

STASERA CINEFORUM A CASAGGì: "THE LISTENING"...



Eagles, gli alfieri della West Coast


DA: "ONDA ROCK"

Gli Eagles sono una delle formazioni più rappresentative di country rock statunitense degli anni '70. Il chitarrista Bernie Leadon (impegnato anche al banjo, mandolino e voce) (1947, Minneapolis, Stati Uniti), il chitarrista e cantante Glenn Frey (1948, Detroit), il bassista Randy Meisner (1946, Scottsbluff, Nebraska, Stati Uniti) e il batterista Don Henley (1947, Gilmer, Texas) lavorano per la prima volta insieme in occasione dell'incisione dell'album Silk Purse (1970) di Linda Ronstadt. I membri della formazione possono vantare un'esperienza musicale di tutto rispetto: Leadon proviene dagli Hearts & Flowers, dal gruppo Dillard-Clark e dai Flying Burrito Brothers; Meisner ha militato nel gruppo The Poor, poi nei Poco e nella Rick Nelson & The Stone Canyon Band; Frey ha suonato con John David Souther nella formazione Longbranch Pennywhistle; Henley ha militato nel gruppo texano Shiloh.


Il primo album Eagles (giugno 1972) è già un discreto successo, anche grazie al brano "Take It Easy" (scritto da Frey e Jackson Browne). Gli ingredienti del loro successo sono le gradevoli armonie vocali costruite su una miscela sonora di country e di rock molto adatti al pubblico radiofonico statunitense.

Il successivo album Desperado (aprile 1973) è giudicato il loro capolavoro. Oltre a un rock di facile assimilazione, spuntano elementi che richiamano il vecchio Far West, epoca assai cara al pubblico statunitense. La dolce ballata che dà il titolo all'album diventa uno dei cavalli di battaglia della band. Nel 1974 entra nel gruppo il chitarrista Don Felder (1947, Gainesville, Florida, Stati Uniti) proveniente dai Flow.

Nel marzo 1974 viene pubblicato il terzo album On The Border, in cui trovano spazio anche brani di altri artisti (tra cui un'ottima versione di "l'55", firmata da Tom Waits). La lenta ballata "The Best Of My Love" scala le classifiche di vendita, diventando il primo vero grande successo della band.

L'album One Of These Nights (giugno1975) è un successo strepitoso e, grazie ai singoli Take It To The Limit e One Of These Nights, impone la band nelle preferenze musicali dei giovani amanti del rock. Bernie Leadon viene sostituito da Joe Walsh (1947, Wichita, Stati Uniti), chitarrista della James Gang e dei Barnstorm nonché autore di alcuni album solisti.

L'entrata di Walsh orienta il suono degli Eagles verso atmosfere più rock, come testimonia l'album Hotel California (dicembre 1976): la chitarra governata da Walsh ha la possibilità di mettersi in evidenza in ogni traccia, a cominciare dalla celeberrima, struggente title track, che diventa presto uno dei massimi hit della band californiana. Il disco risulta essere (antologie escluse) il più venduto della band, un evidente premio all'avvenuto abbraccio con sonorità più marcatamente rock.

All'apice della popolarità gli Eagles rallentano la propria attività e solo nel settembre 1979, dopo che anche Randy Meisner abbandona il gruppo per poi essere sostituito da Timothy B. Schmit (1947, Sacramento, California), pubblicano The Long Run, album manifestamente commerciale e assai gettonato dalle stazioni radio in FM statunitensi grazie a brani aggressivi come "Heartache Tonight" e "The Long Run", e al celebre lento "I Can't Tell You Why". Dagli inizi degli anni '80 i singoli membri della formazione intraprendono o, nel caso di Walsh, proseguono una carriera solista. Particolarmente fortunata nel caso di Don Henley.

Nel 1994 Henley, Frey, Walsh, Felder e Schmit riformano gli Eagles per una tournée. Nel novembre dello stesso anno viene pubblicato Hell Freezes Over, nel quale trovano spazio quattro nuove canzoni (tra cui l'hit "Get Over It") e undici versioni live di vecchi cavalli di battaglia della band.

domenica 23 maggio 2010

Nel ricordo di Giovanni Falcone


"La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine"

23 Maggio 1992 - 23 Maggio 2010
L'Italia ricorda Giovanni Falcone

Meccanica celeste: la bellezza salverà il mondo


DA: "ARIANNA EDITRICE"

«Sono in Garfagnana, la terra dei miei cugini silvestri, la mia casa ancestrale». Se qualcuno avesse dubbi su cosa ancora aspettarsi, oggi, dalla letteratura italiana di narrazione, può tentare di leggere “Meccanica celeste”, il romanzo con cui Maurizio Maggiani torna in libreria dopo cinque anni, dall’epoca de “Il viaggiatore notturno”, premio Strega 2005. Tentare di leggere: perché non è detto che si riesca ad arrivare fino in fondo, fino alla fine della lettura. “Meccanica celeste” soffre di un morbo miracoloso e rarissimo: eccesso di bellezza. Ci si deve fermare spesso, frastornati.


Maggiani narra cantando, non stilizza, non chiacchiera: scolpisce, suona, dipinge. Che cosa? La sua terra d’elezione antica e ribelle, che accanto alla nativa Lunigiana risale l’Appennino aggirando la vertigine delle Apuane, gli abissi bianchi affacciati alla riviera. Dalla conquista romana all’occupazione nazista: la storia non è che una valle di profughi, di orfani migranti, di genti ferite ma libere e, a modo loro, felici. Senza più genitori è il narratore, così come il protagonista del romanzo. Orfana anche la sua donna, scampata alla strage della stazione di Bologna. Vivono al limitare del bosco, a contatto con l’umanità della contrada: uomini e donne che si ostinano a bere vino velenoso, portando ancora alla cintola il pennato, l’antico falcetto tramandato da generazioni, che un tempo era l’arma personale di ognuno.

Maggiani innesta gesti epici e memorabili sull’elegia inesauribile del paesaggio umano: il prete dinamitardo don Gigliante; la mitica madre, la Duse, eroica maestra camminatrice delle selve, cui si consacrò l’immortale Santarellina, all’ombra di forre selvagge dove appare e scompare l’Omo Nudo, scampato al lager e malato di nostalgia per gli anni ruggenti del Novecento, che rivivono nell’amicizia di un leggendario campione inglese di automobilismo e si spalancano sulle incognite del nuovo millennio: «La notte che ho messo incinta la mia donna – è l’incipit del romanzo – Barack Obama è stato eletto quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America».

Il concepimento e l’attesa, il presente e il futuro di un amore selvatico. Come quello della madre per il padre che il figlio non ha mai conosciuto: era un ragazzo brasiliano, soldato in Italia, venuto nel ’44 a liberare l’Europa. “Meccanica celeste” è una storia di storie, di uomini che volano come uccelli, dalle rupi, sognando il mare greco dell’Iliade. Uomini venuti da lontano, oppure nati e cresciuti tra le gole del Serchio, come i tecchiaioli, i funamboli delle cave: «Il tecchiaiolo è l’acrobata che si arrampica e striscia e si appende a sanare e pulire il sito della vena marmifera dopo che l’esplosione della mina ha lasciato detriti a sfasciume che potrebbero ammazzare la gente che dovrà lavorare al taglio». Estate e inverno, nudi e scalzi, «alzando polvere come tempesta, grandinando graniglia e sasso».

I tecchiaioli, che poi «si fracassano e muoiono». E le femmine, che salgono in pellegrinaggio a Orto di Donna, dove gli Apui lottarono per resistere alla conquista: «Quel posto è un luogo di verginità, un tabernacolo petroso di candida bellezza, innocente e aerea sul limite del crinale che butta la montagna di là, verso il mare», dalle parti della cava diciassette, «la fonte più limpida del marmor statuarius niveus». Una cava «già coltivata secoli prima che gli antichi invasori se la accaparrassero come cosa loro e sperperassero un capitale per presidiarla con tre centurie di truppe scelte antiguerriglia. E questo solo per garantire un paio di tonnellate di candore eterno per ciascuno dei loro cazzo di cesari».

Sono sempre le femmine a raggiungere Orto di Donna, «bercianti e scanzonate con quelle loro scarpette sempre così inadatte». Salgono dalla foce della Rifogliola fino alla Serenaia e «iniziano il cimento vero, valicando, a rischio di dirupare, le doline edificate dallo sfasciume glaciale», nell’ombra del bosco di cornioli «cresciuto sopra gli scogli di granito» e scivolando tra menhir «erti nella forra infrangibile di more e sambuchi» fino ad accedere al santuario naturale: «Quello che vedono è una conca di timo, carlina e aquilegia, un prato che si è colmato nelle ere con i grani di terra portati dalle correnti contrastanti ai piedi delle tre vette matrici dell’Apua mater: Pizzo d’Uccello, Grandilice, Pisanino. Montagne dentute come pescicani».

Se l’ultima stagione letteraria ha regalato ai lettori italiani il sorprendente Baricco di “Emmaus” e gioielli come “Il peso della farfalla” di Erri De Luca, due libri che raccontano con lingua rarefatta l’intensità dolente di comunità chiuse e struggenti, Maggiani si abbandona con pudore e devozione alla narrazione di un’intera stirpe, una nazione silvestre che coltiva castagneti come monumenti e si onora silenziosamente di essere al mondo: «Tutta questa vallata è piena di tempo ed è stata popolata di uomini che hanno tirato avanti diffidando del tempo, sospettando che ce ne fosse più di quanto non gli avessero venduto insieme ai calendari».

Perché la Garfagnana può essere il mondo, un mondo aspro e amico che ti adotta e a cui ci si arrende, nello splendore severo di memorie private e collettive, lungo stagioni senza tempo. Un mondo da cantare smisuratamente, alla maniera di Omero, fiutando il mistero della “meccanica celeste” nel silenzio indifeso delle sue notti: «Se anche passasse ora un’automobile, giù nella statale lungo il fiume, farebbe lo stesso rumore di sessant’anni fa, e non romperebbe questo silenzio, che è il suono in cui sono cresciuto. Come la nota che ancora propaga nell’universo il suono della creazione; si spegnerà quando si spegneranno le galassie e tutto il resto».

Di Giorgio Cattaneo

venerdì 21 maggio 2010

L'eruzione ammonitrice

DA: "ASSOCIAZIONE CULTURALE ZENIT"

Secondo la mitologia in tempi antichissimi, ancor prima che Roma nascesse, le popolazioni latine vennero terrorizzate dalla furia devastatrice di Caco, figlio di Vulcano. Questo mostro a tre teste spendeva le proprie giornate in furti e sputando fuoco a destra e a manca, salvo ritirarsi a sera nella propria residenza, una sordida grotta dell’Aventino. Le malefatte di Caco non sembravano a quei tempi conoscere ostacoli, senonchè il fato decise un giorno che a porre loro fine dovesse essere la virtus dell’eroe per eccellenza: Ercole. Quest’ultimo, di passaggio lungo le coste tiberine, venne fatto oggetto del furto nascosto di alcuni buoi della propria mandria da parte di Caco. Ercole si accorse del luogo in cui Caco alloggiava con la propria refurtiva, riconoscendo i muggiti delle bestie che provenivano dall’androne di una grotta all’Aventino. Egli dunque, deciso a riscattarsi dal torto subito, spostò l’enorme masso che fungeva da grata ed entrò nella spelonca, laddove uccise il ladro e liberò le popolazioni latine dal terrore che la presenza di Caco aveva provocato. In onore dell’eroe venne costruito dal re Evandro un tempio, tutt’oggi presente, vicino al Tevere, tra l’Aventino e il Palatino, nel cosiddetto Foro Boario. Attraverso la costruzione di un tempio venne dunque ascritto il mitico episodio nella storia, ad imperitura memoria permane l’azione risolutrice della divinità eroica. Tuttavia, mentre nel Lazio si temeva che i crimini di Caco potessero prima o poi prendere il sopravvento e devastare totalmente i villaggi sui quali il mostro si accaniva, verosimilmente, a pochi chilometri di distanza l’eco dei tristi eventi fu pressocchè nulla. Del resto, gli effetti delle scorribande all’insegna del fuoco e del furto di Caco non si propagarono oltre i confini dei villaggi che conobbero tali devastazioni sulla pelle dei propri abitanti. Il motivo è presto spiegato: i popoli in quei tempi antichissimi possedevano la padronanza ognuno dei propri destini, possedevano la propria specificità e, soprattutto, non v’era ancora traccia di quel farraginoso sistema universale che si fonda sulla tecnologia e che ha trasformato il nostro pianeta in un complicatissimo macchinario pieno di ingranaggi. Se uno di essi si inceppa, il sistema si fonde e noi, vittime designate poichè mai emancipati dalla sua dipendenza, ne subiamo le conseguenze, più o meno gravi a seconda della portata dell’evento. Abbiamo citato l’esempio del Lazio pre-romano, avvalendoci volutamente di un episodio mitologico per dare un maggior risalto alla differenza tra lo ieri remoto e l’oggi, ma in nostro conforto ci giunge un riscontro - inerente sempre al furore vulcanico - di un passato molto più recente, adatto a confrontarsi con quanto avvenuto il mese scorso in Europa, nella fattispecie nei suoi cieli. Per due volte nel diciannovesimo secolo, precisamente nel 1821 e nel 1823, il vulcano islandese Eyjafjallajökull fu protagonista di violente eruzioni che, oltre a regalare un disarmante ed inquietante spettacolo agli abitanti della lontana isola nordica, riempì i cieli di tutta Europa di cenere. La nube cinerea avvolse dapprima il Nord, propagandosi poi nei giorni a venire in tutto il continente. Che risonanza ebbe l’eruzione al di fuori dell’Islanda? Nessuna. Forse, soltanto diverso tempo dopo per mezzo del sentito dire, la notizia ebbe accesso agli orecchi di qualche cittadino europeo. Lo stesso vulcano il 20 marzo scorso, dunque a quasi due secoli di distanza, si è risvegliato, e lo ha fatto con le medesime prerogative: esplodendo con la violenza di allora. Stavolta però, a differenza di allora, la risonanza ha avuto ben più ampia eco: i media occidentali hanno dedicato all’evento, o meglio, agli effetti che l’evento ha provocato, gran parte delle loro attenzioni per diversi giorni. Le ceneri, propagatesi ovviamente, essendo la natura estranea ai mutamenti che l’uomo impone alle proprie opere artificiali, con eguali modalità ed in egual misura di quanto fecero nell’800, hanno bloccato per circa una settimana il traffico aereo, così paralizzando l’Europa e parte del resto del mondo. Ci rimarranno impresse in mente le immagini degli aeroporti improvvisamente trasformati in enormi accampamenti di gente disperata, passeggeri di aerei i cui voli venivano cancellati a causa dell’impossibilità di


muoversi tra i cieli invasi dalla cenere, finanche le incredibili traiettorie di viaggio - in treno o in auto blu - che politici ed altre alte cariche di turno si sono visti costretti a dover affrontare per raggiungere i luoghi dei loro improrogabili impegni. Enormi masse di uomini costretti ad accamparsi alla bene e meglio in ogni angolo d’Europa, o a stravolgere le proprie comode abitudini, a causa delle bizze infuocate di un imperioso e impassibile ghiacciaio islandese. Inoltre, enormi flussi di denaro, quotidianamente abituati a muoversi avidamente entro i confini del mondo liberista, finalmente bloccati. Quanto avvenuto in quella settimana di aprile ci dà la misura dello spaventoso grado di frenesia che fa da ministro alla vita di tutti i giorni dell’uomo moderno. Un sistema convulso, quotidiano protagonista dello spostamento di uomini, veloce ed ineffabile, che si regge sul precario equilibrio di tutti gli elementi della terra, non solo di quelli costruiti dall’uomo ma anche di quelli della natura. E’ bastato lo schiocco di quello che in una cartina geografica rappresenta solo un minuscolo braciere situato lassù, in uno strano anfratto isolano d’Europa che emerge da freddi mari, per sconvolgere il sistema e minarlo alle sue basi. E’ bastato un sbuffo di vulcano per mettere in ginocchio il turbo-capitalismo: la natura che umilia con gesto serafico ma perentorio la superbia umana. E’ bastato ciò per farci comprendere quanto precaria sia la conduzione della nostra vita, per farci comprendere l’estremo bisogno dei continui spostamenti, delle migrazioni; l’uomo, ramingo contemporaneo, fonda la propria ragion d’essere su questo delirio di movimenti, sul nomadismo estremizzato che lo fa turista, lo fa imprenditore, lo fa manager, lo fa pendolare, lo fa insomma costretto a spostarsi su vasta scala sino a fargli perdere un punto di partenza, finanche l’origine di se stesso. L’uomo ha voluto piegare il mondo a questo bisogno zingaro e isterico al tempo stesso che si è auto-imposto ed ha finito per perdere un centro, un riferimento. Tutto è votato al profitto, al continuo alimentare questa propensione al movimento impazzito a tal punto da non lasciar spazio alla contemplazione che il benchè minimo inceppamento possa causare danni irreparabili. Basti pensare al nostro caso: gli aeroporti vengono ideati per un traffico aereo di grosse proporzioni, implicando la presenza quotidiana di quantità straordinarie di uomini, ma non vengono studiate le eventualità che qualche calamità possa improvvisamente costringere alla sospensione del traffico aereo e, dunque, non si lavora su soluzioni d’emergenza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la trasformazione di questi modernissimi agglomerati di cemento in un qualcosa di molto simile ai campi profughi. L’uomo, ridotto a questa infinita condizione di mobilità, ha finito per trasformarsi da mangiatore di tempo a mangiatore di spazio: se in passato gli anni, i decenni, perfino i secoli passavano senza conoscere grandi mutamenti nella conduzione di vita dell’uomo, oggi il frenetico sviluppo tecnologico ci propone continui e assidui cambiamenti e l’ampio volume di traffico comporta una mole di spostamenti, anche da un capo all’altro del globo, oramai incontrollabile. Se nel passato tramandare valori era più facile, un gesto sacrosanto e del tutto naturale, che poteva avvenire senza che i cambiamenti lo impedissero proponendo nuove morali; oggi a repentaglio è messo lo stesso contatto fisico con la terra che custodisce le nostre radici, recise le quali non ci resta che questo vagare indegno e senza meta, in balia degli eventi e non più padroni del nostro avvenire. Se gli antichi riuscivano a stabilire un rapporto di armonia con la propria terra, a prevedere e dunque a prendere le contromisure rispetto ai cataclismi della natura (magari spiegando il tutto attraverso il mito, dal dio Vulcano a Caco, ma più semplicemente approcciandosi ad ogni creazione di Dio con spirito umano e non con empia autorità arrogante e distruttrice), oggi i nostri contemporanei fanno affidamento alle sole divinità che il loro animo corrotto conosce: gli ottusi concetti di progresso, che si basa sull’utilizzo imprescindibile di ermetici strumenti tecnologici, e di profitto, che non conosce altro intendimento che non sia il vil denaro. Dalle viscere della terra nella solitaria e antica isola d’Islanda un fremito ancestrale ha scosso le arroganti convinzioni dell’uomo moderno: un tripudio di fuoco e una nube di cenere sono il monito che dovremmo ascoltare con ridestata umiltà.