venerdì 31 dicembre 2010

UN 2011 ALL'ARREMBAGGIO!


Per un 2011 di arrembaggi, di assalti e di grandi grida!

Inizieremo tra pochi giorni con una riunione generale nella nuova Casaggì.

Proseguiremo col grande corteo in ricordo dei martiri delle foibe, il prossimo 5 febbraio, 
che quest'anno riserverà grandi sorprese.

Faremo meglio a Primavera, quando la nuova Casaggì sarà ultimata, dopo mesi e mesi di lavori e di sacrifici. Ci aspettano conferenze, manifestazioni, concerti, feste ed eventi.
 Il tutto in uno spazio grande e autonomo, costruito e mantenuto da noi, con una birreria artigianale, uno spazio musicale per suonare dal vivo, corsi di autodifesa, cene, punto web, biblioteca popolare, libreria e abbigliamento identitario, cinema con maxischermo, sportello sociale per aiuto del cittadino con caaf e consulenze legali gratuite, sede politica e militante della Giovane Italia e del Movimento Studentesco Nazionale.

COME PER ANDAR PIU' AVANTI ANCORA!


L’Europa è un morto che cammina

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di Marcello Veneziani

Per l’Unione europea il Natale non esiste, la Pasqua nemmeno, e se uccidono i cristiani in Nigeria e nelle Filippine, come è accaduto nel giorno di Natale, chi se ne frega, la cosa non ci riguarda. I cristiani saranno una setta del posto. Noi europei ci occupiamo di misurare le ba¬nane, mica di religioni, superstizioni, stragi e amenità varie. Noi siamo civili, lavoriamo in banca, mica pensiamo alle festività religiose. E poi in questi giorni la Commissione europea non lavora, è in vacanza natalizia, anche se non si sa ufficialmente la ragione di queste festività, sarà l’anniversario dell’euro o l’onomastico di Babbo Natale... 

Non sto vaneggiando per overdose di spumanti e panettoni. È stata diffusa in milioni di copie e in migliaia di scuole, in tutta Europa e forse anche nei Paesi islamici, l’agenda ufficiale dell’Europa, firmata della Commissione europea. Nel diario europeo, che mi è capitato di vedere, c’è traccia delle più estrose festività relative alle più minoritarie religioni, ma non c’è alcun riferimento alle festività antiche, canoniche e ufficiali della cristianità europea.
 
Non si sa perché festeggiamo Natale e le altre festività religiose, nulla è accennato sull’agenda che ricordi la Natività, la Resurrezione e tutto il resto, nulla che segni in rosso una santa festività. Ma quale Natale, Pasqua, Epifania, diceva Totò, a cui evidentemente si ispira l’Unione Europea. L’ha fatto notare, protestando, il ministro degli Esteri Frattini, ma in questi giorni l’Unione europea è chiusa per inventario merci (non esistendo il Santo Natale) e dunque la protesta affonda nel vuoto vacanziero di questa vuota Europa. 

A ragion veduta possiamo perciò accusare l’Unione europea di negazionismo. L’Unione europea è un’associazione vigliacca di smemorati banchieri fondata sul negazionismo. Nel giro di poche ore, l’Unione europea ha infatti negato le festività cristiane e dunque la sua tradizione principale ancora viva da cui proviene e nel cui nome ha un calendario e un sistema di festività. 

Ed ha pure negato ai Paesi dolorosamente usciti dal comunismo il diritto di considerare i loro milioni di vittime sullo stesso piano delle vittime del nazismo. Come sapete, la Commissione europea ha negato che si possano equiparare gli stermini comunisti a quelli nazisti e possa dunque scattare anche per loro il reato di negazionismo. Pur avendo commesso «atti orrendi », i regimi del gulag, secondo la Commissione europea, «non hanno preso di mira minoranze etniche». 

E che vuol dire, sterminare i borghesi o i contadini è meglio che sterminare gli appartenenti a una razza? Uccidere chi non la pensa come te è un crimine meno efferato che uccidere chi è di un’altra razza? Tra le fosse di Katyn, le foibe e le camere a gas di Dachau, qual è la differenza etica, giuridica ed umana? Tra chi nega gli stermini di popolazioni civili di Paesi invasi dal comunismo e chi nega gli stermini etnici, qual è la differenza? È ideologica, signori, puramente ideologica. 

Come ideologica è la negazione delle tradizioni cristiane più popolari. Non parliamo infatti del dogma trinitario o di altri quesiti teologici, qui parliamo di Natale e Pasqua, avete presente? Alla base dell’Europa c’è un negazionismo vigliacco e bugiardo, che non è solo quello di negare alcuni colossali orro¬ri per riconoscere e perseguirne degli altri; ma negare l’Europa stessa, la sua vita, il calendario che scandisce i suoi giorni, la sua realtà e la sua verità, la sua tradizione e la sua storia. 

Il negazionismo dell’Unione europea è ancora più grave del negazionismo elevato a reato: perché non nega solo alcuni orrori, ma nega anche in positivo la storia, la provenienza, la vita europea. Del suo passato l’Unione resetta tutto,difende solo la memoria della Shoah, e poi cancella millenni di civiltà cristiana, millenni di natali e pasque, orrori del comunismo e di altre tirannidi. Che schifo. 

Io non ho ancora capito a che serve l’Unione europea fuori dall’ambito economico. Non è un soggetto politico che esprime posizioni unitarie, non ha un governo passato dal consenso del popolo europeo, la sua stessa unione non fu voluta o almeno ratificata da un referendum costitutivo del popolo sovrano. Non è un soggetto culturale e civile perché non fa nulla per affermare, difendere o valorizzare l’identità europea, anzi fa di tutto per negarla. 

Non ha una sua carta costituzionale dove declina le sue ge¬neralità storiche, le sue affinità ideali, i suoi principi, le sue provenienze civili e religiose. Non ha una sua politica estera unitaria o una strategia internazionale, e non si occupa di stragi dei cristiani, semmai si agita solo se c’è una donna condannata a morte per aver ucciso il marito in Iran. 

Insomma, l’Europa non è mai nata e ha paura pure della sua ombra. Esiste solo un sistema monetario unico, un sistema di dazi e di regole, di banche e di finanziamenti. È un ente economico, un istituto per il commercio. Per questo l’Unione europea non esiste, abbiamo ancora la Cee, la Comunità economica europea. Anzi non sprechiamo la parola comunità per un consorzio economico, torniamo al Mec, Mercato europeo comune. L’Europa è un morto che cammina.

giovedì 30 dicembre 2010

SAS, TORSELLI (PdL): "SOLIDARIETÀ AGLI 11 LAVORATORI LICENZIATI. COSA HA FATTO IL SINDACO PER LORO? CHIACCHIERE e PROMESSE...

“Domani, mentre molti di noi stapperanno spumante e spareranno fuochi di artificio, per almeno 11 famiglie sarà un capodanno tristissimo. La mia solidarietà piena e la mia vicinanza umana va agli 11 lavoratori interinali di SaS che domani saranno licenziati dall'azienda di proprietà del Comune di Firenze e alle loro famiglie". Questo quanto dichiarato dal consigliere del PDL Francesco Torselli. 

"Certo - aggiunge Torselli - con la solidarietà non si mangia e capisco bene che delle nostre parole, oggi, a queste persone importi ben poco. Mi chiedo cosa abbia fatto il Sindaco Renzi, tecnicamente esponente primo della proprietà dell'azienda, per salvaguardare questi 11 posti di lavoro. Finora abbiamo sempre evitato la polemica politica, offrendoci sempre come interlocutori e come soggetti propositivi, senza giocare a falsi scaricabarile sul Sindaco o sulla Giunta. Adesso però che i giochi sembrano tristemente fatti dobbiamo dirlo: da parte del Sindaco tante parole, tante promesse, ma alla fine nessun fatto concreto". 

"Anzi - conclude Torselli - a dire il vero un 'lavoratore interinale' è stato 'salvato' dal Sindaco: il direttore generale Bartolini, nominato con contratto a termine per un anno si è visto prolungare il proprio incarico in società poco più di un mese fa. Evidentemente il Sindaco è rimasto soddisfatto della gestione aziendale di Bartolini, tra le cui decisioni va per forza annoverata anche quella di licenziare gli undici interinali per affidare i servizi, come il servizio carri attrezzi, a soggetti esterni. Congratulazioni, davvero... E se Palazzo Vecchio sta dalla parte del Direttore Generale e delle sue decisioni, io sto dalla parte degli undici lavoratori licenziati".

Solidarietà ai pastori sardi

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di Roberto Bevilacqua
In seguito a diverse manifestazioni tenutesi nei mesi scorsi in Sardegna, ma senza risultati concreti per le loro istanze, la mattina del 28 dicembre oltre duecento allevatori del Movimento Pastori Sardi (MPS) sono stati bloccati dalle Forze dell'Ordine nell'area portuale, appena sbarcati dal traghetto proveniente da Olbia. I pastori sardi intendevano raggiungere Roma per indire una conferenza stampa, forse davanti al Ministero delle Politiche Agricole, in modo da porre alla ribalta nazionale i problemi del settore e chiedere interventi urgenti in materia, non ultimo quello dei bassi prezzi del latte ricavato dall'ovinicoltura praticati nei confronti degli allevatori. Sono stati addirittura sequestrati i pullman per impedirgli di raggiungere la capitale. 
Strano che tanta rigidezza nel rispetto delle regole sia applicata nei confronti di lavoratori agricoli, padri e madri di famiglia che si adoperano tutti i giorni in un’attività dura e impegnativa tramandatagli nei secoli dai loro avi, al punto da demonizzarli per la sola ipotesi che potessero invadere e bloccare l'autostrada Roma-Civitavecchia o il Grande Raccordo Anulare. 
Qualche giorno prima di Natale innocui studenti hanno di fatto paralizzato il traffico della Capitale invadendo sul serio, anche se pacificamente, la tangenziale-est e l'autostrada per l'Aquila, senza che nulla fosse fatto per impedirlo, anche rammentando gli episodi di teppismo accaduti in pieno Centro Storico a corollario della manifestazione studentesca, non autorizzata, dello scorso 14 dicembre. 
Eppure è evidente che la libertà di ognuno di dire e fare ciò che vuole hanno un limite logico nelle libertà di qualunque altro cittadino, compresa quella di poter passeggiare o circolare senza costrizioni e in sicurezza. Insomma, questo è sempre il paese dei due pesi e delle due misure: ciò che sarebbe giusto manifestare è vietato per soli duecento, ma viene concesso di fare quello che gli pare all'arroganza e alla prepotenza di qualche migliaio di persone. 
Tutti siamo stati giovani e sappiamo come vanno queste cose; ma se a 50 anni e oltre si è costretti a scendere in piazza per rivendicare i propri diritti lo si fa a ragion veduta e con giudizio, senza scadere in inutili e dannose intemperanze: per questo non si può che esprimere piena solidarietà e vicinanza ai pastori sardi.

Querelano ma hanno ucciso la Destra (di Marcello Veneziani)





di Marcello Veneziani

Ho trovato divertente il finto scoop sul finto agguato al finto leader, il presidente GianFi­tzgerald Fini. Dopo la finta indignazione aspettiamo ora la finta rivendicazione del­­l’attentato, e magari il finto arresto, così com­pletiamo il circolo della finzione. Io però vor­rei tornare alla realtà per capire cosa c’è di vero e di vivo nella destra di oggi, dopo un anno terribile che l’ha de­capitata, lacerata e mozza­ta. Dico la destra, non il centrodestra nel suo com­plesso, non il Pdl berlusco­niano. Ne ricostruisco la storia per capire il presen­te.

C’era una volta una de­stra piccina ma compat­ta, che però riduceva la più ampia e più variegata destra al piccolo mondo missino, animato dalla nostalgia e da un ra­dicalismo politico, etico e ideologico tipico di chi vuol testimoniare un’idea e un’appar­tenenza, senza modificare la realtà. In quel tempo c’era una fiorente galassia di piccoli giornali, riviste, aree che si definivano di de­stra. Poi venne la mutazione necessaria e sa­lutare in un partito di destra più ampio e me­no retrospettivo, chiamato Alleanza nazio­nale. Un partito che non seppe darsi conte­nuti all’atto della svolta, ma compì un salto nel tempo e nel modo di pensare la politica. Il suo ruolo nell’ambito del centrodestra non fu mai egemone ma via via decrescente; fino a diventare quasi irrilevante sul piano politico, culturale e pratico. L’omologazio­ne di An andò di pari passo con l’insofferenza crescente del suo leader verso Berlusconi, fino a remare contro (ricorderete le elezio­ni del 2006).

Divenuto ormai un pallido clone di Forza Italia, incapa­ce di bilanciare il ruolo della Lega, avvertendo un’immi­nente emorragia di consen­si, An si sciolse come burro e confluì nel Pdl, metà soddi­sfatto e metà malvolentieri. Vinte le elezioni, incassati i dividendi e gli incarichi, a co­minciare dalla presidenza della Camera, avviò la mar­cia contro Berlusconi.

Resto dell’idea che sia stato un erro­re l’estate scorsa non acco­gliere la critica di Fini all’inesistenza del Pdl: primo per­ché era motivata, secondo perché poteva essere l’occa­sione per rifare il Pdl; terzo, perché trasferiva la tensione dal governo al partito, argi­nando la bufera. Ma la storia non si fa con i se, e Fini ormai da troppo tempo non soppor­tava Berlusconi, sperava nei giudici e nello sfascio. La sua operazione ha avuto un sostegno mediatico senza precedenti, branchi di lupi si sono raggruppati per attacca­re il governo: giornali, cortei, partiti, lobby, poteri. Però do­po la sconfitta del 14 dicem­bre i lupi si sono dispersi o sono rientrati nelle loro ta­ne. E i fuoriusciti finiani han­no dovuto rinunciare pure al racconto consolatorio che stavano dando vita a una destra nuova, autonoma e mo­derna, perché sono finiti co­me una costola di quel che re­sta della vecchia dc, sotto la leadership di Casini, al fianco di Rutelli, La Malfa e Lom­bardo (baciamo le mani).

Certo, la polverizzazione del­la destra è avvenuta di pari passo con la mortificazione della sinistra. E tutto questo è accaduto per un parados­so: il passaggio dal bipolari­smo al tentato bipartitismo ha prodotto la scomparsa della destra e della sinistra. Per la prima volta nessuna formazione politica in Parla­mento si definisce aperta­mente di destra o di sinistra. Veltroni liquidò la sinistra, facendo nascere il P d e azze­rando la sinistra. E Fini ha completato l’opera sull’al­tro versante, liquidando la destra in tre mosse: scioglie An, sfascia il Pdl e convoglia i residui del Fli nel terzo po­lo. Entrambi incolpano il ber­lusconismo del duplice omi­cidio, ma si tratta di due sui­cidi. Ora si pone un problema: fallito il Fli, cosa resta della destra in Italia? Vedo singo­li, a volte rispettabili, politici che provengono da quella storia e fanno il loro mestie­re. Vedo frammenti, piccole fondazioni che ricalcano gli ultimi scampoli delle vec­chie correnti di An, ma non c’è un soggetto che le coordi­ni, non un’area, non un gior­nale, una rivista, una fonda­zione, una cabina di regia che dentro il centrodestra co­stituisca il suo riferimento. Il nulla. Allora pongo alcune do­mande finali a i signori di de­stra, di vertice e di base, elet­tori inclusi. Vi sta bene così? Ritenete che la destra abbia ormai esaurito la sua missio­ne storica e politica e che al­tre debbano essere oggi le fonti della politica e, se pos­so permettermi di sapere, quali? Preferite riconoscervi dentro un gran contenitore e poi ciascuno coltiva private predilezioni e civetterie? Sie­te in attesa vigile sotto coper­ta e aspettate di riaffiorare quando finirà questo ciclo e allora giocoforza da qualche punto fermo bisognerà parti­re? Rispondete a vostra scel­ta a solo una di queste do­mande. Qualunque sia la ri­sposta sarà benvenuta, per­ché vorrà dire che nel frat­tempo non vi siete liquefatti o assiderati.

P.S. Per tornare a divertirci come all’inizio, ripenso al fin­to incontro del finto leader con una sedicente escort. La storia mi sembra finta per tante ragioni, ma per una so­pra tutte: mai Fini andrebbe con una donna di nome Ra­chele. Il suo antifascismo gli impedirebbe di imitare il creatore del Male Assoluto.

mercoledì 29 dicembre 2010

ANGELO PISTOLESI. PRESENTE!


Gli evangelisti dell’odio sociale


di Gabriele Marconi
Ricordare è importante perché non si ripetano più le aberrazioni del passato, come amano ripetere e ripetere ogni giorno? Bene, ma che valga per tutti, allora. Poi potremo perdonare, forse. Poi potremo andare avanti, sicuramente. Ma finché uno solo di questi evangelisti dell’odio continuerà a seminare veleno, noi saremo qui a denunciare la sua indegnità.
Quegli intellettuali sono gli stessi che oggi, di fronte alle continue aggressioni ai vari Pansa e Antolini - colpevoli di osservare il passato senza paraocchi - minimizzano, si girano dall’altra parte o, non di rado, “comprendono” la sacrosanta indignazione di chi vede la Verità infangata da volgari pennivendoli… Verità per loro non discutibile e pietrificata in un vangelo scritto col sangue.Quegli “intellettuali” che invocarono comprensione per gli assassini sono gli stessi che, davanti ai recenti attacchi violenti ai sindacalisti della Cisl, minimizzano, invocando invece l’unità sindacale, enfatizzando l’operato limpido della Cgil, “loro sì, sempre dalla parte dei lavoratori!”.
Ma nell’enfasi magnificante continuano a mistificare, dimenticando cose che viceversa noi, allora ragazzini di quattordici anni, ricordiamo molto bene… Noi non dimentichiamo le scene ignobili dei sindacalisti della Cisnal (vicina al Msi) linciati dai loro stessi colleghi e portati in piazza con cartelli oltraggiosi appesi al collo. Non lo dimentichiamo perché lo stesso accadeva nei corridoi delle nostre scuole… Come ad esempio nel 1987, quando finalmente vennero portati a processo gli assassini di Sergio Ramelli, un diciannovenne del Fronte della gioventù (l’organizzazione giovanile del Msi) colpito sotto casa nel 1975 da un commando di Avanguardia operaia a colpi di chiave inglese.
Allora l’intero apparato della “sinistra che conta” si mosse con articoli di giornale, trasmissioni televisive e appelli per denunciare il tentativo di stroncare la vita di professionisti stimati (tali erano nel frattempo diventati quelli che un tempo era stati giovani killer) e delle loro famiglie. E scrissero sui loro giornali e gridarono dalle loro ricche trasmissioni televisive disegnando gli amici di Ramelli, che insieme alla famiglia presenziavano al processo, come odiosi fascisti che non si fermavano davanti a nulla pur di ottenere la loro “vendetta”, confrontandoli con i pacifici e dignitosi amici degli imputati, che poco più in là manifestavano “dimostrando” che i mostri veri erano sempre e solo i fascisti.
Ci fu un giornalista, Michele Brambilla, che nel 1990 raccolse un florilegio di articoli usciti su quotidiani e settimanali degli anni Settanta e lo intitolò argutamente Eskimo in reazione. Il sottotitolo, “Quando le Brigate rosse erano sedicenti”, la dice lunga sul contenuto di quegli articoli (e di come quelle chiavi inglesi nel frattempo avessero lasciato il campo alle armi da fuoco). Riportare qui più di 200 pagine di bestialità sarebbe impossibile: cercate il volume in biblioteca, visto che al momento è fuori catalogo. Ma c’è un elenco che sintetizza al meglio il clima del tempo: è quello dei 50 firmatari di un appello a favore di Lotta continua contro il commissario Calabresi, accusato di essere l’assassino dell’anarchico Pinelli, dove si leggeva che «quando essi si impegnano “a combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento”, ci impegniamo con loro». Per carità di Patria e per un po’ di disgusto evitiamo di riportare il lungo elenco, ma è in buona parte gente che sta ancora saldamente ancorata alle poltrone nelle stanze dei bottoni dell’informazione, della cultura e dello spettacolo. “Padri nobili”, li chiamano…
Qualcuno ha cambiato barricata: per onesto ripensamento o per opportunismo? Non sta a noi giudicare. Ma la maggior parte continua a fare lingua in bocca con quei residuati bellici che ancora oggi, negli anni Dieci del Terzo millennio, intendono fare giustizia sommaria (per ora a colpi di sedia o di fumogeni) di chi “attenta alla democrazia” con posizioni eretiche rispetto alla loro santa ortodossia. Ma l’atmosfera plumbea che gravava sulle coscienze di quegli anni non dipendeva solo e soltanto dai proclami di quelli che, ad ogni buon conto, confermavano ogni giorno le loro convinzioni vivendole in prima fila e, non di rado, pagandone le conseguenze. La cortina di smog velenoso veniva alzata da fior di giornalisti alla Giorgio Bocca, intellettuali alla Umberto Eco, registi alla Bernardo Bertolucci e artisti alla Dario Fo (tanto per fare i primi nomi che vengono in mente), che dai loro pulpiti riscaldati diffondevano menzogne con la bava alla bocca, con una furia degna dei loro giovani allievi con l’eskimo e le chiavi inglesi. Moriva un ragazzo di sinistra? Sindacati in piazza, paginate sui quotidiani e indignazione ai massimi livelli: giustamente. Ne veniva ucciso uno di destra? Era una “faida interna tra fascisti” e, in fondo, “se l’era meritato”…
Questa la regola.Il secondo comunicato è ancora più esplicito, a cominciare dal titolo che ricalca uno slogan tristemente famoso negli anni di piombo: “Uccidere i fascisti non è reato”. Lo diffondono i Comitati Autonomi Operai nel giugno del 1974. Ecco cosa tra l’altro si legge a proposito della “volontà di giustizia e potere da parte del proletariato”: «Le centinaia di assalti alle sedi del Msi, della Cisnal, di Avanguardia nazionale, l’organizzazione dei pestaggi di noti caporioni a Napoli, a Milano, a Torino, a Firenze, a Roma, in ogni piccolo paese sono la testimonianza di questa volontà. A Roma, un corteo partito da San Giovanni ha ripulito le tre sedi del Msi del quartiere nero Appio Tuscolano e in molte altre situazioni si è fatto altrettanto». Lo stile è sui generis, ma somiglia in maniera agghiacciante al resoconto di un travet che a fine giornata registra il coscienzioso lavoro da presentare l’indomani al capoufficio.Illo tempore era una prassi consolidata e motivata, si racconta oggi, dalla paura che anche qua da noi si facesse come in Grecia e in Cile, con i militari a scorrazzare per la via facendo carne di porco della libertà. A conti fatti, però, a fare le spese della pratica ottusa e macellaia del cosiddetto “antifascismo militante” erano i ragazzini che nelle scuole e nelle borgate si azzardavano a mettere in discussione  il loro potere territoriale.
La prima cosa che ci troviamo in mano, aprendo la cartellina “Antifascismo militante”, sono due comunicati diffusi dai vertici del movimento extraparlamentare Autonomia operaia. Il primo è del 1973 e s’intitola appunto “L’antifascismo militante” e, in mezzo a proclami pallosissimi, troviamo un passaggio che illustra chiaramente qual era al tempo la prassi: «(…) le avanguardie rivoluzionarie hanno imparato che colpire, annientare i fascisti è un dovere preciso, un compito storico non delegabile né altrimenti risolvibile nella lotta per l’abbattimento dello Stato borghese. Cacciare i fascisti dalle fabbriche, dai quartieri, dalle scuole è un dato costante che l’autonomia operaia ha sempre collocato all’interno della propria pratica politica (…) L’antifascismo militante, l’iniziativa pratica contro i fascisti e le loro sedi sarà dunque sempre di più la risposta concreta all’antifascismo istituzionale e parolaio dei partiti di sinistra».Facciamo un po’ il lavoro di quelli che si chiamano “bravi studiosi” e andiamo a scartabellare negli archivi polverosi che raccolgono i documenti dei bei tempi andati. Se non ci riuscite, proviamo a farlo noi per voi…Ricordatevelo, cari “colleghi” giornalisti: ci fu, tanti anni fa, un signore di nome Walter Tobagi che non si uniformò alle vostre chiacchiere e pagò con la vita l’ardire di aver scritto che i brigatisti rossi erano rossi per davvero…
Se non ci riuscite, provate a ricordare com’era l’atmosfera che si viveva in Italia in quegli anni, che qualcuno si ostina ancora a definire “formidabili”.Sappiamo bene come andò a finire allora: tutti noi, chi più chi meno, ne portiamo ancora le cicatrici. L’Italia ne porta le cicatrici. Eppure, come in un gioco assurdo, ancora una volta gli errori del passato sembra che non abbiano insegnato nulla. Magistrati che continuano a “sbagliare”; giornalisti che infangano e soffiano sul fuoco della violenza; violenti di professione che continuano ad essere coperti e coccolati. E nessuno paga. Gli stessi residuati bellici contestano il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, lanciando un candelotto fumogeno che gli arriva addosso bruciandogli la giacca: che la responsabile sia figlia di un magistrato, e non un proletario senza lavoro, non colpisce e non indigna gli stessi giornalisti che consumano fiumi d’inchiostro per denunciare il degrado della politica che, a loro dire, sarebbe provocato da questo governo.
Non li colpisce e non l’indigna nemmeno il fatto che un ex magistrato del pool Mani Pulite, ora capo di un partito d’opposizione, giustifichi e appoggi la “sacrosanta” reazione dei manifestanti centrosociali, alla stregua dei tanti “intellettuali” che, appunto durante gli anni di piombo, appoggiava la violenza proletaria e, poco dopo, la lotta armata. A questo punto, il commento della maggioranza dei lettori sarà: “e no, adesso avete rotto! Basta, parlare degli anni Settanta!”. Ma purtroppo non stiamo tornando con la memoria a quel periodo: sono notizie di questi giorni… Lo so, sembra assurdo anche a noi, però è tristemente vero. Siamo nell’anno di grazia 2010 del Terzo millennio, XXI secolo, eppure ci sono ancora magistrati che ripropongono teoremi bocciati da numerosi processi che hanno assolto gli stessi imputati che adesso si vorrebbero condannare; e ci sono altri magistrati che, nel silenzio tombale e complice dei mass media, “sono costretti” ad archiviare inchieste che potrebbero finalmente portare alla verità su uno degli eccidi più orrendi degli anni di piombo; e ci sono alcuni residuati bellici che, in nome di un’ideologia prevaricatrice e criminale, si fanno giudice e boia impedendo la libera espressione (anche loro, sempre nel silenzio assordante dei mass media).
Terzo flash d’agenzia: l’autore di un libro sulla destra viene pestato da un commando dell’ultrasinistra.Secondo flash: l’inchiesta sui militanti di Potere operaio responsabili del rogo di Primavalle a Roma, nel quale morirono Stefano e Virgilio Mattei, figli del segretario della locale sezione Msi, viene archiviata con un nulla di fatto. Primo flash d’agenzia: i pm depositano la richiesta di 4 condanne all’ergastolo per i neofascisti imputati al processo per la strage di piazza della Loggia, a Brescia. Un quinto, Pino Rauti, viene assolto ma «per lui si parla di responsabilità morale».

martedì 28 dicembre 2010

GIOVANE ITALIA!

L'INTERVISTA: MUSSOLINI NELLA CITTA' FIORITA

di Giovanna Canzano

…“Studi e ricerche mi svelano un Mussolini assolutamente inedito. Non un traditore del socialismo massimalista o comunista, ma un suo continuo propugnatore, fino alla fine dei suoi giorni.
Come non ricordare infatti che l’Italia è stata nel ventennio la seconda nazione al mondo, quanto a nazionalizzazioni, e la prima in assoluto, molto più avanti rispetto all’Unione Sovietica, nelle misure legislative e strutture organizzative volte ad innalzare le competenze, capacità tecnico direzionali del proletariato, proprio in vista del suo affrancamento dal dominio borghese… (Giovanni Luigi Manco)

Incuriosita, tra i miei contatti su fb, dalla risposta, ironica, di un corrispondente alla domanda “quali libri preferisci?”, evasa con un altro interrogativo “Oltre ai miei?”, ho scoperto, scorrendo le sue pagine, una produzione letteraria, diversificata dai temi trattati e dalle sigle editoriali, molto distanti tra loro, dalle edizioni “Movimento Nonviolento” di Perugia a quella di Claudio Mutti “All’Insegna del Veltro”. Con quest’ultima ha pubblicato “La Città fiorita” con sottotitolo, “il divenire del socialismo in Mussolini”, un testo fondamentale nell’esegesi del dittatore italiano, la cui eco non smette di ripetersi nonostante gli anni trascorsi dalla prima edizione; ne fanno prova i molti siti internet che se ne occupano.
Parlo del professor Giovanni Luigi Manco, felice di aver potuto conoscere e farlo conoscere anche a voi con un’intervista.

Può parlarci di questo saggio? Come interpreta l’interesse che ha suscitato?
Giovanni Luigi Manco - Me ne sono occupato negli anni universitari, da militante dell’estrema sinistra. Volendo sapere di più su un personaggio che reputavo avversario di classe sono trovato invece ad affrontare un divario abissale tra la pubblicistica del dopoguerra e la documentazione storica..
Studi e ricerche mi svelano un Mussolini assolutamente inedito. Non un traditore del socialismo massimalista o comunista, ma un suo continuo propugnatore, fino alla fine dei suoi giorni. Come non ricordare infatti che l’Italia è stata nel ventennio la seconda nazione al mondo, quanto a nazionalizzazioni, e la prima in assoluto, molto più avanti rispetto all’Unione Sovietica, nelle misure legislative e strutture organizzative volte ad innalzare le competenze, capacità tecnico direzionali del proletariato, proprio in vista del suo affrancamento dal dominio borghese. E ho fatto questo in anticipo su ogni altro, tanto su Giogio Bocca, quanto su Renzo de Felice.

Con il suo ultimo lavoro, a carattere storico ideologico, in fase di stampa, si è occupato della Reggenza del Carnaro, può anticiparci qualcosa?
L’impresa dannunziana si inscrive interamente a sinistra. Di sinistra, anche estrema, sono i suoi protagonisti. D’Annunzio si professa anarchico e dopo il naufragio dell’impresa, in una delle rare uscite dal volontario esilio a Gargnano del Garda, si reca a Brescia per versare un generoso contributo a favore dell’Unione Sovietica. Fiume non è un episodio, ha segnato profondamente la storia italiana, con l’antifascismo militante degli Arditi del Popolo, con il fascismo che ne adotta i riti, le forme e i motti, con la resistenza seguita all’8 settembre, con la contestazione giovanile degli anni ‘70, le sue trasgressioni e il simbolico fiore nelle canne dei fucili.

Dalle sue pubblicazioni si evince una grande varietà di interessi: narrativa, poesia, storia, guide turistiche, esoterismo.
Neanche volendo riuscirei a cristallizarmi su una specifica dinamica. Uno dei miei lavori più interessanti riguarda l’esperienza di un mio prozio, sacerdote, precursore della teologia di liberazione, martirizzato dalla reazione borbonica.
E’ stato lei, ho saputo, a scoprire nel più famoso motto italiano, l’unico ad essere stato coniato su una moneta “meglio vivere un giorno da leone che cento ani da pecora” un aforismo illustrato di Siddharta. Ne parla nel suo ultimo saggio “Buddha – la via dei Padri?
Sì, il moto è la traduzione figurata di un aforisma compreso nella sezione ‘Migliaia del Dhammapada. Siddharta’, il massimo profeta indoeuropeo, è per me la speranza di rinascita dell’Occidente, di liberazione dal credo giudaico.”

Ma in tutta Europa si riconoscono proprio nel cristianesimo le nostre radici?
Lo so, ma questo sproposito può farmi solo ridere. Cosa sono per noi le poche pagine bibliche di fronte all’enorme, elevatissima produzione filosofica, letteraria, spirituale della cultura ellenico romana!
Il cristianesimo è un pregiudizio, quasi nessuno legge le quattro paginette evangeliche.
Freud, profondando nel subconscio europeo ha trovato i miti ellenici, non certo quelli ebraici.

Lei è pugliese ma vive vicino a Trieste, per ragioni di lavoro?
No, per libera scelta.
Ho cambiato area geografica, dall’estremo sud-est all’estremo nord-est, terre geograficamente distanti ma accomunate dallo stesso “marchio” d’origine, la comune derivazione dal popolo illirico.

lunedì 27 dicembre 2010

Rilocalizzare l’economia : un imperativo vitale!


La rottura effettiva con il totalitarismo della mondializzazione esige il ritorno a spazi limitati, autonomi, ampiamente autosufficienti, a misura d’uomo, all’interno dei quali delle comunità omogenee e solidali possano realizzarsi intorno alle loro identità carnali rigenerate.
Per far si’ che questo « ritorno al localismo» , cosi’ come viene appunto teorizzato dalla Nuova Destra (1), non resti una semplice utopia romantica con lo scopo di nutrire le conversazioni di fine serata di giovani cittadini un po’ ubriachi, bisogna prima di tutto stabilire alcuni punti imperiosi :
- la fine dell’onnipotenza cittadina e la rinuncia all’ideologia dei quartieri residenziali di periferia (che non é altro che l’estensione infinita di una non-città all’interno di una non-campagna che contribuisce a poco a poco a comporre un immenso no man’s land individualista-piccolo borghese) in favore di una vera riorganizzazione del territorio che implica il reinvestimento della ruralità(2).
- la denuncia dell’ideologia della crescita perpetua e dello spreco organizzato che necessitano una produzione sempre piu’ massiccia e sempre piu’ delocalizzata per minimizzarne i costi e aumentarne cosi’ l’attrattività, la quale va sostituita con la valorizzazione della frugalità e la scelta della semplicità.
- la riabilitazione dell’apprendimento delle arti, delle tecniche e dei mestieri, preferito al culto delirante di un settore terziario divinizzato e produttore di questo immenso proletariato « intellettuale»  che imputridisce nei blocchi di cemento dei nostri quartieri periferici.

Il compito é quindi immenso ma solo questo trittico sembra capace di permettere un evasione praticabile dal sistema liberale e finanziario globalizzato, nuova schiavitù moderna, permettendo infatti non una fumosa anche se seducente « uscita dall’economia» , ma una rifondazione di quest’ultima su dei principi di prossimità, di utilità collettiva e di misura. In una parola e per riprendere l’analisi aristotelica : estirparsi dalla crematistica (volontà d’accumulazione dei mezzi d’acquisizione in generale, e piu’ particolarmente la moneta, per loro stessi e non con lo scopo di un fine che non sia il piacere personale) per tornare a un’economia « naturale»  (gli scambi necessari all’approvvigionamento dell’oïkos, cioé della famiglia allargata al senso della comunità).

Non si tratta di negare l’economia ma di rimetterla al suo posto.
Per realizzare ciò’, che non é niente di meno che una rivoluzione di civiltà, un certo numero di prese di coscienza e di cambiamenti di comportamento, individuali e in seguito collettivi sono necessari, tanto modesti nella loro apparenza quanto immensi nelle loro conseguenze.
In particolare, ognuno di noi deve capire che tutti i suoi atti d’acquisto di beni e di servizi sono degli atti politici senza dubbio concretamente tanto importanti, se non di piu’, quanto il fatto di attaccare un manifesto o di assistere a una conferenza (una cosa non esclude l’altra, anzi…). In questo modo l’analisi sistematica delle origini dei prodotti consumati e la loro « discriminazione»  in funzione di quest’ultime permetterà a lungo termine una « pressione al locale»  suscettibile di rendere possibili un certo numero di « rilocalizzazioni» .
Perché bisogna tenere in mente che comprare una t-shirt fatta in Cina e stampata in Indonesia decorata da uno slogan vigorosamente rivoluzionario europeo o da un simbolo della Tradizione non é un atto realmente identitario ma semplicemente una partecipazione a una delle innumerevoli « nicchie tribali»  della consumazione mondializzata. Comprare frutta e verdura, uova e formaggio direttamente da agricoltori locali, scegliere un maglione prodotto in un atelier in Bretagna, privilegiare sistematicamente gli artigiani ai supermercati, rinunciare a una futilità tecnologica fabbricata dai bambini-schiavi del terzo mondo sono invece dei veri atti di resistenza identitaria. Meno « visibili» , forse, ma sicuramente piu’ utili(3).

Questa ottica é evidentemente incompatibile con la ricerca perpetua  del « prezzo piu’ basso» , quest’ideologia dell’accumulazione nevrotica del « discount» ; é al contrario una presa in considerazione permanente della « qualità» , dell’» etica»  e della « durabilità»  e non solo del « prezzo»  esposto, generalmente inversamente proporzionale al costo sociale e identitario. Una tale pratica necessita dei mezzi finanziari importanti? E’ in effetti un contro-argomento che viene spesso formulato ma che non resiste all’analisi.
Dal momento che sappiamo che il 30-35% del cibo comprato viene buttato senza essere consumato, risulta chiaro che una gestione più’ ragionata delle quantità acquistate compenserebbe ampiamente il sovrapprezzo dei prodotti alimentari locali, di stagione e di qualità(4).

In questo modo una tale volontà di « politicizzazione degli acquisti» , per funzionare, deve essere accompagnata dall’accettazione di una sobrietà ben integrata. « Meno ma meglio» , sempre e ancora.
Questo « attivismo della consumazione» , se é certamente indispensabile, non basta ovviamente a provocare una profonda rottura con la logica mondialista della produzione commerciale. Per riuscirci, l’azione politica statale diventa fondamentale. Quest’ultima potrebbe per esempio prendere forma attraverso una fiscalità progressiva seconda la vicinanza del produttore e del consumatore (« IVA locale» : più’ la produzione é vicina, più’ l’IVA é bassa. Proposta interessante suggerita dagli Identitaires durante il loro convegno di Orange). Potrebbe anche prendere forma attraverso una rigorosa politica di sanzioni, a livello europeo, nei confronti delle aziende che hanno ricorso alle delocalizzazioni (multe, chiusura dei mercati alla loro produzione, confisca degli averi…).

La possibile distruzione dei posti di lavoro provocata all’interno delle aziende di gadgets e delle varie multinazionali da una decrescita ragionata potrebbe essere compensata da un rinnovo dei servizi di prossimità (piccoli negozi, servizi a domicilio, insegnamento, soccorso e riparazioni, ateliers cooperativi che lavorano a partire da materie prime locali, valorizzazione del patrimonio…) e da un ricorso più’ massiccio alla mano d’opera nelle aziende agricole disindustrializzate. Negli Stati Uniti, per esempio, alcuni agricoltori produttivisti, confrontati ad una proliferazione di erbaccia diventata resistente a tutte le schifezze chimiche cosparse sui loro campi (tra le quali il veleno violento del round-up), sono stati costretti a smettere di usare i pesticidi e a ricorrere all’estrazione manuale, creando così’, senza farlo apposta, un circolo vizioso : creazione di posti lavoro che generano dei salari che a loro volta permettono di smaltire a livello locale la frutta e la verdura ad un costo di produzione più’ alto ma dalla qualità gustativa e sanitaria di gran lunga migliore.

Politicamente, socialmente, ecologicamente, la rilocalizzazione della nostra economia é una necessità assoluta. Sta a noi opporre all’uniformizzazione del mercato globale ciò’ che gli Antichi chiamavano il « genus lochi»  e ciò’ che Heidegger chiamava « Er-örterung» , cioè « l’assegnazione al luogo» .
« Cio’ che chiamiamo un luogo é ciò’ che riunisce in sé l’essenziale di una cosa»  precisava il filosofo tedesco.

Oggi é veramente arrivato il momento di tornarci.

(1) Rivista « Eléments» , numéro 100
(2) Il neo-ruralismo, come dice il suo nome, non é un’imitazione più’ o meno maldestra di un modello del passato ma una ricreazione, una nuova forma d’investimento dello spazio rurale. « Il ritorno alla vita da contadini»  é infatti semplicemente uno degli aspetti di questo processo e non l’unica via per riappropriarsi la terra. Le iniziative coraggiose di alcuni camerati neo-contadini sono degli esempi notevoli, che dimostrano la fattibilità delle rotture radicali. Nonostante ciò’, fare il contadino non conviene a tutti ed é proprio l’insieme dello spettro delle attività umane che bisogna spiegare nella sfera rurale, secondo il genio di ognuno.
(3) Alcuni siti permettono di approfondire il tema del’» acquisto locale»  :

(4) Quest’esempio può’ essere applicato a molti altri campi, per esempio quello dei vestiti, con i suoi armadi pieni di abiti mai messi, quello degli impianti hi-fi o televisivi inutili, appena comprati e già « superati»  dalle nuove versioni, quello dei viaggi lontani ma inutili perché ridotti al prefabbricato occidentalizzato dell’» agenzia viaggi»  e anche criminali perché partecipi della distruzione delle identità reali sotto l’azione del rullo compressore del turismo internazionale di massa.

domenica 26 dicembre 2010

OGGI COME IERI (e ne siamo fieri!)

È vero che Battisti era un fascista? Sì, ma immaginario

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«Ma è vero che sei fascista?». È la domanda che molti fan di Lucio Battisti avrebbero voluto rivolgergli. La risposta fu lui stesso a darla, nel 1974, al giornalista e produttore musicale Renato Marengo. «Ma è vero che sei fascista?», chiese il giornalista a bruciapelo, guardandolo negli occhi, durante un'intervista esclusiva. Si tratta dell'intervista rilasciata da Battisti nell'arco dei cinque giorni trascorsi da Marengo al "Mulino", poco prima dell'uscita dell'ellepì Anima latina. Ma è vero che sei fascista? Sembra essere questo il climax e il principale dubbio che, fin dall'inizio, arrovella il lettore del libro Lucio Battisti: la vera storia dell'intervista esclusiva scritto da Renato Marengo e appena uscito nelle librerie (Coniglio editore,pp. 174, € 14,50). La preziosa pubblicazione, tra l'altro, è corredata da un bel saggio di Gianfranco Salvatore, uno dei massimi studiosi di Lucio Battisti. 

Ma la domanda resta. «Diciamo che lo scopo principale è proprio quello di demistificare alcune situazioni false e anacronistiche di far musica per gli altri, permettendo ad ognuno di ascoltare secondo la propria sensibilità, predisposizione o volontà». Forse la risposta a quella domanda così cruciale non va cercata in una scelta elettorale o in una tessera di partito, ma la soluzione all'enigma sta in tutte le altre risposte di Battisti: quando parla di musica, di testi, di sonorità, di voce, di altro. Quel disco, dunque, per Lucio, rappresentava una svolta, un giro di boa, una rivolta anche allo stereotipo che avevano costruito intorno alla sua figura di artista e di cantante. Ma che cosa cambiava, per lui, con l'uscita di quel suo nuovo disco? 

Semplice: «Ho rinunciato alla mia posizione di "leader", ad essere "l'artista", la "voce" che dall'alto della sua fama o abilità o esperienza, dà, zittendo gli obbedienti e sommessi fruitori del disco o del concerto». È una visione di "rottura" rispetto al sistema discografico di quell'epoca, al suo stesso passato e, al contempo, è anche una denuncia di tutti gli ingranaggi distorti di un mondo musicale che stritola le libertà e costruisce falsi miti. «L'anima gli stava diventando latina - afferma Marengo - ed io ero lì con lui proprio mentre questo avveniva e la cosa mi stupiva e mi coinvolgeva». Del resto, già con questo sentimento di reciprocità, Battisti mostrava che «questo disco, al di là della sua concezione melodica, dei suoi effetti sonori, è in pratica il punto di passaggio definitivo tra il mio "ieri" e il "domani". È già un fatto musicale di cui sono soddisfatto, un fatto nuovo, ma è senza dubbio soprattutto un punto di rottura». Lucio Battisti, si sa, era una persona alquanto schiva e restia alla notorietà, alle interviste, alla pubblicità, alle strumentalizzazioni mediatiche e giornalistiche. Convincerlo a rilasciare un'intervista non era per niente facile. Alla fine, però, Renato Marengo trovò la chiave per entrare nel mondo di Lucio. Tanto è vero che, in quel frangente, tra i due, nacquero un'amicizia e una stima non scontate. Battisti si aprì e dichiarò a Marengo il suo punto di vista che, poi, lo porterà lontano dalle scene e dal clamore mediatico: «Un musicista, se la propria musica comunica ed emoziona realmente, non ha nulla da spiegare e null'altro da aggiungere a quello che si ascolta nei suoi lp». Per questa ragione, Renato Marengo ha deciso, proprio ora, di raccontare la storia di quella lunga e memorabile conversazione che venne pubblicata dal settimanale musicale Ciao 2001, il più seguito dai giovani negli anni Settanta. 

E così, il libro di Renato Marengo, Lucio Battisti: la vera storia dell'intervista esclusiva, diventa un viatico per trovare la risposta anche alla fatidica domanda: ma è vero che Battisti era fascista? La risposta si trova nel libro e per scoprirlo bisogna leggerlo. Tanto più che il volume si arricchisce di foto rare e d'epoca, delle dichiarazioni inedite dell'artista e dell'ausilio di coloro che furono testimoni di quel memorabile incontro: Claudio Pascoli, Alberto Radius, Toni Esposito, Dario Salvatori e Cesare Montalbetti. Insomma, alla fine del libro, quel che emerge dal profilo tracciato nel descrivere e raccontare le idee, il punto di vista e la musica di Lucio Battisti è la sua ricerca umana ed esistenziale, musicale e artistica. Quello che viene fuori dalle sue stesse risposte è il profilo di un uomo in cammino lungo un percorso di ricerca e di libertà. Era questo il suo connotato politico. Non a caso, Bruno Lauzi. qualche tempo prima di morire, affermò che Battisti era radicale e votava per Pannella, ne avevano parlato in varie occasioni. Ma questo particolare nel libro non c'è. Se si leggono bene le pagine di Marengo, invece, si scopre in Battisti il profilo di un "fascista immaginario". Forse è questa la risposta. 

venerdì 24 dicembre 2010

RISPOSTA A SAVERIO TOMMASI...


Saverio Tommasi, nel suo sito web, ci ha dedicato un articolo riprendendo il nostro recente manifesto, realizzato il 21 dicembre in occasione del solstizio d'inverno.

In esso compariva la frase "Pochi sguardi nobili vedran l'aurora". Questa frase, che peraltro calza a pennello con ciò che per noi rappresenta il solstizio d'inverno, è anche una parte dell'inno di Terza Posizione, movimento politico nato a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta e presto chiuso dalla repressione dello Stato all'indomani della strage di Bologna, con l'accusa di "banda armata".

Tommasi, che già altre volte aveva avuto a che fare con noi, dopo la realizzazione di un video nel quale ci annoverava tra le formazioni razziste attive in Toscana, si appella al buon senso. Dice che non si può cadere nel tranello dei cattivi maestri. 

Apprezziamo il consiglio, ma ci dispiace deluderlo. Le persone che egli cita (in special modo Gabriele Adinolfi e Peppe Dimitri) sono per noi dei punti di riferimento. Col primo collaboriamo, perchè oltre ad essere una persone meritevole e sempre disponibile, è anche una fucina di ottime idee ed il creatore di quello che reputiamo essere un vero laboratorio culturale: Il Centro Studi Polaris. Il secondo, purtroppo venuto a mancare qualche anno fa, lo reputiamo un Capo: uno dei pochi, veri, esempi che il nostro mondo abbia mai potuto vantare. Uomo dalla dignità e dalla forza uniche. A loro aggiungiamo volentieri Marcello De Angelis, che forse fu proprio il creatore dell'inno in questione, oggi parlamentare del Pdl e da sempre punto di riferimento per tutte le realtà identitarie, attraverso la musica e le pagine di Area, rivista da lui diretta. Se questi sono cattivi maestri, siamo fieri di abbeverarci alla loro sorgente.

Su Terza Posizione, della quale si riporta l'inno a memoria, sarebbe opportuno documentarsi. Leggere le sentenze vergognose, le successive assoluzioni e calarsi nello spirito di quegli anni. Leggere della gente ammazzata e suicidata nelle celle, delle diciottenni costrette a partorire tra le sbarre perchè accusate e rinchiuse senza motivo, dei tanti provvedimenti da caccia alle streghe che colpirono ragazzi nemmeno maggiorenni, costringendone molti all'esilio e alla latitanza. Lo scandalizzarsi per un richiamo alla "lotta armata", fatto da rivoluzionari che hanno dimostrato - Nanni De Angelis e Walter Spedicato su tutti - di essere tali, è quanto meno patetico. E' patetico per chi, poi, dialoga ogni giorno con personaggi e realtà che certe parole d'ordine, da sinistra, le utilizzano ancora e certamente fuori tempo massimo, senza mai aver dimostrato di esserne all'altezza. Che la paternale, forse, servirebbe a loro, ai loro scagnozzi e ai loro burattinai, assieme a quel minimo di dignità del quale ci si dovrebbe dotare prima di dar fiato alla bocca.

Noialtri non facciamo apologia della violenza politica. Dobbiamo rigettare i rancori? Benissimo, ma iniziamo col ricordare quei 21 ragazzi uccisi dalla violenza rossa e da quella dello Stato: sprangati, sparati, lanciati dai muretti, trucidati nelle celle, colpiti a sangue freddo da agenti mai condannati e da killer mai puniti. Iniziamo col rispolverarli dall'oblio. E facciamolo insieme, da Primavalle ad Acca Larentia. Non sarà facile, dal momento che a Firenze sono i partiti di maggioranza a rifiutarsi di intitolare, ai più giovani di loro come Sergio Ramelli, una strada. Perchè scandalizzarsi per una frase su un nostro manifesto e poi tollerare che dall'altra parte si incendino le sedi, si neghi il diritto di parola nelle scuole o nelle università, si mettano a ferro e fuoco le città e si minaccino quotidianamente le persone è pura ipocrisia. L'ipocrisia di chi si erige sul piedistallo del buon senso, recitando da consumato attore la parte del politicamente corretto e del benpensare senza che nessuno glielo abbia chiesto. Il nostro mondo ha messo una pietra sopra alla violenza politica; lo ha fatto da decenni e non intende tornare indietro. Si faccia altrettanto a sinistra, dove ancora oggi si vive con l'idea della caccia al fascista e, peggio ancora, la si mette in pratica. E questo, Saverio Tommasi, lo sa benissimo. 

"TRA MILLE VOLFACCIA C'E' CHI MARCIA ANCORA,
POCHI SGUARDI NOBILI VEDRAN L'AURORA".




GAZA: TORNANO LE BOMBE SULLA PALESTINA!

A sentire i nostri telegiornali si direbbe che in queste vacanze natalizie il vero problema sia l'ardua scelta tra il cotechino con le lenticchie e l'arista con le patate. Scelte dure, determinanti. Eppure a qualche kilometro da qui, in quella Gaza che già più volte ha ricevuto le bombe al fosforo come dono natalizio, si muore. Si muore sotto le bombe dell'esercito israeliano. Si muore nell'indifferenza, nel silenzio, nell'oblio. Si muore, ma si muore lottando. Un augurio ai palestinesi in lotta. Ora e sempre.


GAZA (PALESTINA) - Nuova serie di attacchi degli aerei israeliani sulle città palestinesi nella striscia di Gaza. Una serie di attacchi aerei, con bombe sganciate sulla popolazione civile palestinese, ha devastato la Striscia da nord a sud. Tra le località colpite Rafah, Khan Younis, Beit Lahia, Jabalya, alcune di queste colpite anche da più raid. A Rafah è stata colpita una fabbrica per l'imbottigliamento del latte dei contadini della zona, un grave danno per la popolazione infantile palestinese. 

Tutti i palazzi di governo della zona sono stati evacuati, ma gli attacchi continuano senza posa. Secondo quanto riferisce Vittorio Arrigoni, volontario che vive da anni tra i palestinesi, ci sono almeno 7 feriti gravi (ad uno hanno dovuto addirittura amputare una gamba), ma altre agenzie arabe parlano anche di morti. Strano in questo senso il silenzio di Al Jazeera, che non ne sta parlando. Questa mattina è stato anche bombardato il porto di Gaza City, anche se non c'è ancora un resoconto delle vittime.


Intanto il governo brasiliano ha deciso di concedere ai palestinesi il luogo dove costruire la loro ambasciata locale. Si tratta di un importante segnale, che abdrebbe ripetuto in altri Paesi.

giovedì 23 dicembre 2010

GIORGIA MELONI SCRIVE A NAPOLITANO: "INCONTRI GLI STUDENTI DEMOCRATICAMENTE ELETTI".

Il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni scrive a Giorgio Napolitano per chiedere che il presidente della Repubblica, dopo aver ricevuto la delegazione degli studenti in protesta, riceva anche i rappresentanti degli studenti democraticamente eletti nelle consultazioni universitarie nazionali.

“Caro Presidente – si legge nella lettera - vorrei esprimerLe il mio apprezzamento per la costante azione di ascolto che ha svolto nelle scorse settimane in relazione alle questioni legate al disegno di riforma del nostro ordinamento universitario. Ritengo sia stata particolarmente opportuna la Sua disponibilità a incontrare nella giornata di ieri una delegazione di studenti in protesta contro la riforma dell’università. L’iniziativa non è servita solamente a stemperare le tensioni che hanno accompagnato l’iter parlamentare del provvedimento, ma anche a fornire un importante e tangibile segno di dialogo tra le istituzioni e la società, tra la politica e le giovani generazioni”.

“Proprio perché convinta dell’importanza della comunicazione con i giovani e gli studenti – continua la lettera del ministro Meloni - ritengo che sarebbe opportuno completare l’attività di ascolto coinvolgendo anche le rappresentanze studentesche democraticamente elette nelle consultazioni universitarie nazionali. Il nostro ordinamento prevede infatti meccanismi e procedure che hanno esattamente l’obiettivo di garantire una trasparente e democratica rappresentanza degli studenti universitari, i cui organismi esponenziali hanno un preciso rilievo istituzionale”.

La Meloni evidenzia infatti “il rischio che un’attività parziale di ascolto, che si indirizzi unicamente nei confronti di chi assume posizioni più spiccate di contestazione e dà vita a forme di dura protesta, naturalmente del tutto legittime finché espresse in modi pacifici e rispettosi della legalità, offra una rappresentazione parziale e quindi distorta della complessiva realtà universitaria”.

Per il ministro della Gioventù infatti un’attività parziale di ascolto sarebbe da un lato un errore in sé e dall’altro “un pericoloso incentivo ad assumere posizioni più rumorose” al solo fine di ottenere maggiore visibilità. “Per queste ragioni – conclude la lettera - sottopongo alla Sua attenzione l’opportunità di incontrare gli eletti al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari per verificare dalla voce diretta di chi rappresenta l’intero mondo degli universitari le posizioni dei giovani sull’Università e selle relative strategie di riforma”.

MSN TI FA GLI AUGURI!

Gli auguri di Movimento Studentesco Nazionale

Natale ieri e oggi... cosa è cambiato?

"Riflettendo sul 'Natale oggi', mi sono affiorate alle mente immagini di parecchi Natali fa, quando ero un bimbo e alcuni miei amici indossavano pantaloni corti anche quel giorno". Cosa è cambiato dagli anni Cinquanta ad oggi? Come si viveva il Natale e come si vive oggi? Valerio Pignatta ci racconta in una 'fiaba' autobiografica il diverso modo di sentire e vivere le festività.


natale decrescita consumismo

Riflettendo sul “Natale oggi”, mi sono affiorate alle mente immagini di parecchi Natali fa, quando ero un bimbo e alcuni miei amici indossavano pantaloni corti anche quel giorno
Il periodo si presta. La fiaba impera sempre in questi giorni. E allora addentriamoci. Con l'attenzione al lieto fine...

Sono nato negli anni Cinquanta. Non molto tempo fa, tutto sommato, ma mi sembra un'era geologica dal punto di vista dell'umanità che abita il pianeta.
Riflettendo sul 'Natale oggi', mi sono affiorate alle mente immagini di parecchi Natali fa, quando ero un bimbo e alcuni miei amici indossavano pantaloni corti anche quel giorno.
Dopo un'attesa estenuante e carica di aspettative, era finalmente arrivata la mattina di Natale in cui alcuni giochi, dolciumi e frutta facevano il loro figurone sul tavolo della sala da pranzo.
Giochi attesi per mesi, scelti 'dal vero' con estrema gioia e non svogliatamente su di un catalogo o un sito Internet come accade oggi.
Sì, perché la fiaba ci narra che il confronto tra i due mondi, del passato e del presente, è veramente appassionante e commovente. E suscita tantissime considerazioni.
A quel tempo avevo tantissimi amici. Vivevo in un quartiere di case popolari e ogni famiglia aveva almeno tre o quattro figli. A volte anche sei o otto. Partite di calcio, palla prigioniera e ruba bandiera erano all'ordine del giorno. Gli amici si andavano a 'chiamare' a casa. E a volte ci si fermava lì ad aspettare che finissero di mangiare o di fare i compiti, partecipando a un pezzo della loro vita familiare prima di precipitarsi fuori a giocare.
Per strada non c'erano pericoli. Si poteva circolare liberamente da soli (a scuola, a comprare il pane, a trovare un amico). Le auto nel quartiere andavano a passo d'uomo per evitare la palla (si giocava in mezzo alla via e sui marciapiedi!) e non ti prendevano di mira come birilli da bowling. E la tv iniziava nel tardo pomeriggio. Se proprio non sapevi cosa fare.
I nostri genitori ci vedevano tornare la sera senza averci mai dovuto chiamare al cellulare che del resto... non esisteva. Potevano contare sul nostro senso di responsabilità e su quello dei ragazzi più grandi. E un adulto che ti dava una mano l'avresti sempre trovato. Non una mano sul sedere...
E poi arrivava Natale. Il mattino presto mio padre ed io ci vestivamo a festa. Si andava infatti di casa in casa ad augurare il buon Natale ai vicini, ai parenti e agli amici. Si stava da ognuno di loro una quindicina di minuti, a volte di più, ed essi ti offrivano da bere, dolciumi o anche una mancia o un regalino. Questa pratica di augurio era molto diffusa tra la gente e parecchi la ripetevano anche il primo dell'anno.
La città era addobbata a festa. La pubblicità era in crescita già allora. Ma lo sfarzo non era ancora vertiginoso e sprecone. Le strade e le case, alla mattina di Natale, erano silenziose, spesso innevate. Mi ricordo un senso di pace diffuso, di sacralità. Eppure i miei erano comunisti da più generazioni e non era certo il senso bigotto del sacro quello di cui ero indottrinato. Ma ricordo quest'aria di religiosità, anche nelle persone, nelle parole, nei discorsi.
Narra però la fiaba che la sacralità, da quei giorni, è lentamente scivolata nell'immaginario tecnologico. E da lì non è più riuscita, almeno sino ad ora, a risalire. L'adorazione del progresso tecnico ed economico ha frantumato il senso della collettività e dei suoi riti di rigenerazione dell'amore e del dono.
Oggi, bimbi annoiati di 9 o 10 anni non hanno più giocattoli nelle loro camerette, ma solo Playstation, Game Boy e cellulari sofisticatissimi. Impulsi elettronici anziché vibrazioni umane. Fredde, solitarie, asettiche piattaforme virtuali anziché reali e vocianti campi di gioco collettivi.
La tecnologia è ambigua. Come dice Neil Postman “non è sempre chiaro, almeno nei primi stadi dell'intrusione di una tecnologia in una cultura, chi ne trarrà il maggior vantaggio, e chi ci perderà di più” . Chi avrebbe immaginato che il ritratto della famiglia riunita sorridente davanti alla tv, utilizzato dalle pubblicità degli anni Cinquanta e Sessanta, si sarebbe trasformato nella desolante realtà attuale per cui ogni membro della stessa è nella sua camera davanti al suo programma preferito? Eppure la tv ha senz'altro avuto un ruolo non di poco conto (per certi versi purtroppo) nel costituire un'identità nazionale e una coscienza di appartenenza collettiva e di partecipazione democratica. Ma gli effetti di una tecnologia non sono mai palesemente tutti visibili sin dal suo apparire e possono essere devastanti.
La società che abbiamo oggi è caratterizzata dalla disgregazione atomistica della comunità. Gli individui sono rimasti isolati dalla maggior parte delle relazioni che danno senso all'esistenza. Alcuni sono divisi anche al loro interno in personalità multiple e disturbate, tant'è che il consumo di psicofarmaci è arrivato alle stelle, e riguarda, nelle società europee, qualcosa come il 25-30% della popolazione.
Se si dovesse concludere la fiaba con un suggerimento di lieto fine, direi che vanno ripensati i doni che in un Natale di inizio terzo millenniovanno proposti ad una nuova umanità, nella speranza che essa riacquisisca poi i valori che l'industrializzazione e la devastazione del 'progresso' hanno cancellato.
In questa visione, racconta la fiaba, che i regali più grandi che si possano fare a dei bimbi oggi sono molto particolari e a bassissimo costo: amici al posto di Playstation, corse al posto di divani, genitori al posto di baby-sitter elettroniche, libertà e consapevolezza al posto di catene telefoniche, senso di giustizia e condivisione al posto di egoismo e prevaricazione e infine e soprattutto no quando è no e sì quando è sì. Regali per amore e non per smaltire un'assenza che duole. Altrimenti un mondo pur ecologico e zeppo di pannelli solari non significherà gran che.