La rottura effettiva con il totalitarismo della mondializzazione esige il ritorno a spazi limitati, autonomi, ampiamente autosufficienti, a misura d’uomo, all’interno dei quali delle comunità omogenee e solidali possano realizzarsi intorno alle loro identità carnali rigenerate.
Per far si’ che questo « ritorno al localismo» , cosi’ come viene appunto teorizzato dalla Nuova Destra (1), non resti una semplice utopia romantica con lo scopo di nutrire le conversazioni di fine serata di giovani cittadini un po’ ubriachi, bisogna prima di tutto stabilire alcuni punti imperiosi :
- la fine dell’onnipotenza cittadina e la rinuncia all’ideologia dei quartieri residenziali di periferia (che non é altro che l’estensione infinita di una non-città all’interno di una non-campagna che contribuisce a poco a poco a comporre un immenso no man’s land individualista-piccolo borghese) in favore di una vera riorganizzazione del territorio che implica il reinvestimento della ruralità(2).
- la denuncia dell’ideologia della crescita perpetua e dello spreco organizzato che necessitano una produzione sempre piu’ massiccia e sempre piu’ delocalizzata per minimizzarne i costi e aumentarne cosi’ l’attrattività, la quale va sostituita con la valorizzazione della frugalità e la scelta della semplicità.
- la riabilitazione dell’apprendimento delle arti, delle tecniche e dei mestieri, preferito al culto delirante di un settore terziario divinizzato e produttore di questo immenso proletariato « intellettuale» che imputridisce nei blocchi di cemento dei nostri quartieri periferici.
Il compito é quindi immenso ma solo questo trittico sembra capace di permettere un evasione praticabile dal sistema liberale e finanziario globalizzato, nuova schiavitù moderna, permettendo infatti non una fumosa anche se seducente « uscita dall’economia» , ma una rifondazione di quest’ultima su dei principi di prossimità, di utilità collettiva e di misura. In una parola e per riprendere l’analisi aristotelica : estirparsi dalla crematistica (volontà d’accumulazione dei mezzi d’acquisizione in generale, e piu’ particolarmente la moneta, per loro stessi e non con lo scopo di un fine che non sia il piacere personale) per tornare a un’economia « naturale» (gli scambi necessari all’approvvigionamento dell’oïkos, cioé della famiglia allargata al senso della comunità).
Non si tratta di negare l’economia ma di rimetterla al suo posto.
Per realizzare ciò’, che non é niente di meno che una rivoluzione di civiltà, un certo numero di prese di coscienza e di cambiamenti di comportamento, individuali e in seguito collettivi sono necessari, tanto modesti nella loro apparenza quanto immensi nelle loro conseguenze.
In particolare, ognuno di noi deve capire che tutti i suoi atti d’acquisto di beni e di servizi sono degli atti politici senza dubbio concretamente tanto importanti, se non di piu’, quanto il fatto di attaccare un manifesto o di assistere a una conferenza (una cosa non esclude l’altra, anzi…). In questo modo l’analisi sistematica delle origini dei prodotti consumati e la loro « discriminazione» in funzione di quest’ultime permetterà a lungo termine una « pressione al locale» suscettibile di rendere possibili un certo numero di « rilocalizzazioni» .
Perché bisogna tenere in mente che comprare una t-shirt fatta in Cina e stampata in Indonesia decorata da uno slogan vigorosamente rivoluzionario europeo o da un simbolo della Tradizione non é un atto realmente identitario ma semplicemente una partecipazione a una delle innumerevoli « nicchie tribali» della consumazione mondializzata. Comprare frutta e verdura, uova e formaggio direttamente da agricoltori locali, scegliere un maglione prodotto in un atelier in Bretagna, privilegiare sistematicamente gli artigiani ai supermercati, rinunciare a una futilità tecnologica fabbricata dai bambini-schiavi del terzo mondo sono invece dei veri atti di resistenza identitaria. Meno « visibili» , forse, ma sicuramente piu’ utili(3).
Questa ottica é evidentemente incompatibile con la ricerca perpetua del « prezzo piu’ basso» , quest’ideologia dell’accumulazione nevrotica del « discount» ; é al contrario una presa in considerazione permanente della « qualità» , dell’» etica» e della « durabilità» e non solo del « prezzo» esposto, generalmente inversamente proporzionale al costo sociale e identitario. Una tale pratica necessita dei mezzi finanziari importanti? E’ in effetti un contro-argomento che viene spesso formulato ma che non resiste all’analisi.
Dal momento che sappiamo che il 30-35% del cibo comprato viene buttato senza essere consumato, risulta chiaro che una gestione più’ ragionata delle quantità acquistate compenserebbe ampiamente il sovrapprezzo dei prodotti alimentari locali, di stagione e di qualità(4).
In questo modo una tale volontà di « politicizzazione degli acquisti» , per funzionare, deve essere accompagnata dall’accettazione di una sobrietà ben integrata. « Meno ma meglio» , sempre e ancora.
Questo « attivismo della consumazione» , se é certamente indispensabile, non basta ovviamente a provocare una profonda rottura con la logica mondialista della produzione commerciale. Per riuscirci, l’azione politica statale diventa fondamentale. Quest’ultima potrebbe per esempio prendere forma attraverso una fiscalità progressiva seconda la vicinanza del produttore e del consumatore (« IVA locale» : più’ la produzione é vicina, più’ l’IVA é bassa. Proposta interessante suggerita dagli Identitaires durante il loro convegno di Orange). Potrebbe anche prendere forma attraverso una rigorosa politica di sanzioni, a livello europeo, nei confronti delle aziende che hanno ricorso alle delocalizzazioni (multe, chiusura dei mercati alla loro produzione, confisca degli averi…).
La possibile distruzione dei posti di lavoro provocata all’interno delle aziende di gadgets e delle varie multinazionali da una decrescita ragionata potrebbe essere compensata da un rinnovo dei servizi di prossimità (piccoli negozi, servizi a domicilio, insegnamento, soccorso e riparazioni, ateliers cooperativi che lavorano a partire da materie prime locali, valorizzazione del patrimonio…) e da un ricorso più’ massiccio alla mano d’opera nelle aziende agricole disindustrializzate. Negli Stati Uniti, per esempio, alcuni agricoltori produttivisti, confrontati ad una proliferazione di erbaccia diventata resistente a tutte le schifezze chimiche cosparse sui loro campi (tra le quali il veleno violento del round-up), sono stati costretti a smettere di usare i pesticidi e a ricorrere all’estrazione manuale, creando così’, senza farlo apposta, un circolo vizioso : creazione di posti lavoro che generano dei salari che a loro volta permettono di smaltire a livello locale la frutta e la verdura ad un costo di produzione più’ alto ma dalla qualità gustativa e sanitaria di gran lunga migliore.
Politicamente, socialmente, ecologicamente, la rilocalizzazione della nostra economia é una necessità assoluta. Sta a noi opporre all’uniformizzazione del mercato globale ciò’ che gli Antichi chiamavano il « genus lochi» e ciò’ che Heidegger chiamava « Er-örterung» , cioè « l’assegnazione al luogo» .
« Cio’ che chiamiamo un luogo é ciò’ che riunisce in sé l’essenziale di una cosa» precisava il filosofo tedesco.
Oggi é veramente arrivato il momento di tornarci.
(1) Rivista « Eléments» , numéro 100
(2) Il neo-ruralismo, come dice il suo nome, non é un’imitazione più’ o meno maldestra di un modello del passato ma una ricreazione, una nuova forma d’investimento dello spazio rurale. « Il ritorno alla vita da contadini» é infatti semplicemente uno degli aspetti di questo processo e non l’unica via per riappropriarsi la terra. Le iniziative coraggiose di alcuni camerati neo-contadini sono degli esempi notevoli, che dimostrano la fattibilità delle rotture radicali. Nonostante ciò’, fare il contadino non conviene a tutti ed é proprio l’insieme dello spettro delle attività umane che bisogna spiegare nella sfera rurale, secondo il genio di ognuno.
(3) Alcuni siti permettono di approfondire il tema del’» acquisto locale» :
(4) Quest’esempio può’ essere applicato a molti altri campi, per esempio quello dei vestiti, con i suoi armadi pieni di abiti mai messi, quello degli impianti hi-fi o televisivi inutili, appena comprati e già « superati» dalle nuove versioni, quello dei viaggi lontani ma inutili perché ridotti al prefabbricato occidentalizzato dell’» agenzia viaggi» e anche criminali perché partecipi della distruzione delle identità reali sotto l’azione del rullo compressore del turismo internazionale di massa.