
Sulla vicenda dell'accordo di Mirafiori, interviene la comunità giovanile Casaggì.
«Alla luce di quello che è successo nei giorni scorsi a Mirafiori, riteniamo opportuno svolgere alcune considerazioni in merito all'accordo Fiat-sindacati e più in generale al mondo del lavoro».
«Il 23 dicembre 2010 l’Associazione Capi e Quadri Fiat ha sottoscritto un nuovo accordo con i maggiori rappresentanti sindacali CISL, UIL e UGL (unica non firmataria la FIOM-CGIL) sul futuro dello stabilimento di Mirafiori. Il nuovo accordo aziendale deroga in peius al contratto collettivo nazionale e, per salavarne la legittimità, viene stabilito che la Joint Venture Fiat-Chrysler non aderirà al sistema confindustriale, applicando un contratto specifico di primo livello. Il nuovo contratto tra le altre cose prevede: il ricorso a 120 ore di lavoro straordinario obbligatorio pro capite senza preventivo accordo sindacale; le pause ridotte da 40 a 30 minuti; l’abolizione di alcune voci retributive; diverse limitazioni nel riconoscimento e nella retribuzione delle assenze per malattia; l’esclusione dei sindacati non firmatari dalle rappresentanze sindacali aziendali. Queste modifiche comportano, come è evidente, un notevole peggioramento delle condizioni di lavoro, giustificate da un adeguamento “necessario” all'attuale crisi economica».
«Se è vero che F.i.a.t è l’acronimo di Fabbrica Italiana Automobili Torino, è vero anche che, oggi, di italiano non vi è che la parola. Soprattutto alla luce dell’esito del referendum, del 13 e 14 gennaio scorsi, dove un 54% di Sì ha vinto su un 46% di No, dando il definitivo via libera all’accordo elaborato dall'amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, e sottoscritto dai sindacati. Ci chiediamo quanto “italiana” possa essere considerata la società automobilistica di Torino. Italiana nel senso di appartenenza a quella “civiltà” giuridica e sociale che portò nel 1923 a fissare in 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali il tetto massimo di esigibilità del lavoro e nel 1927 alla introduzione del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro con efficacia erga omnes attraverso la Carta del Lavoro. Segni di civiltà cancellati dal tempo e dall’erosione capitalistica di un sistema sempre più basato sullo sfruttamento per massimizzare i profitti. Un peggioramento delle condizioni dei lavoratori cui ultimamente si aggiunge la minaccia padronale della chiusura delle fabbriche. Quando un amministratore delegato sottopone l’accordo al ricatto del trasferimento degli investimenti in altri paesi dimostra uno scarso sentimento nazionale, dimenticandosi di quanto fossero italiani i contributi statali quali gli incentivi auto. Si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite. La morale del mito del libero mercato è sempre una: tutti imprenditori con i soldi dello Stato».
«Non condividiamo la scelta della Fiat di uscire dalla Confindustria per sfuggire ai vincoli del Contratto Collettivo Nazionale: concentrare le trattative ad un livello esclusivamente aziendale ha lo scopo di indebolire il peso contrattuale dei lavoratori, che solo ad un livello nazionale può mantenere una forza adeguata. Consideriamo quantomeno “ipocrita” il referendum, per il fatto che è stato impedito ai lavoratori di esprimersi in piena libertà. Del resto, a pochi giorni dalla consultazione, Marchionne aveva dichiarato che, in caso di vittoria del No, lo stabilimento avrebbe chiuso. E allora, la scelta dei lavoratori non poteva che essere una, considerate le conseguenze di un voto contrario: votare Sì significava continuare a lavorare; votare No, di fatto, significava tagliarsi le mani. Una risicata maggioranza, che si è imposta sotto la spinta degli impiegati, penalizzati in misura inferiore rispetto agli operai (tra i quali il No aveva pareggiato il Sì), ha scelto di non tagliarsi le mani. Peraltro, le divisioni sindacali hanno spezzato il fronte unito dei lavoratori che solo poteva opporsi alle decisioni univoche di Marchionne e del gruppo Fiat. Del resto, l’allineamento di quasi tutti i sindacati è la conferma della loro rinuncia a costruire una reale alternativa al sistema liberistico.
Si avverte poi l’assenza di una politica che sia in grado di guidare il mondo del lavoro verso la stella polare degli “interessi nazionali”. Il problema dell’attuale crisi industriale va certamente legato anche alla dimensione mondiale della crisi economica. La concorrenza in un contesto non più locale ma globale porta, per la teoria dei vasi comunicanti, a livellare le realtà lavorative: così, per restare “competitivi”, si tagliano i costi del lavoro ( ad esempio, salari, tutele sugli infortuni e sulla previdenza, etc.) e si aumenta l’orario lavorativo, al fine di mantenere livelli di produzione sempre alti. Se gli investimenti imprenditoriali scavalcano i confini nazionali per imporre condizioni di lavoro al ribasso, allora urge una politica sovranazionale che rialzi e riporti a un livello di giustizia sociale i contratti di lavoro. Se il “Capitale” diventa unico dominus dell’economia lo stato deve elevare argini di difesa a favore del “Lavoro”, rafforzare quelli esistenti (il contratto collettivo nazionale di lavoro) e ritornare a forme di “concertazione” più incisive rispetto all’attuale “dialogo sociale”».
«Soluzioni alternative all’attuale sistema economico e industriale sono state elaborate, proposte e in parte sperimentate nella storia. La “socializzazione” delle imprese comporta la co-proprietà e la cogestione nelle aziende di lavoratori e imprenditori. La co-proprietà ha la finalità di riportare la proprietà privata ad una funzione “sociale”, al servizio della comunità, impedendole di assolutizzarsi in interessi individualistici ed elimina il ricatto del trasferimento dell’azienda. La co-gestione eleva il lavoratore da semplice “lavoratore subordinato” a creatore e responsabile del proprio futuro. Infine, la partecipazione agli utili consegna ai lavoratori il “valore” del proprio lavoro e soppianta una volta per tutte il conflitto di classe, perché spezza il meccanismo del lavoro merce-salario. Senza contare che la responsabilizzazione sociale e giuridica accresce il sentimento di unità e comunità di destino oltre che di “Lavoro”. Più difficile immaginare, nell’attuale sistema, un’altra soluzione che, comunque, a nostro avviso, mantiene la sua validità. La nazionalizzazione delle imprese di interesse strategico, infatti, consentirebbe agli Stati di soddisfare i “bisogni vitali” del proprio popolo contro gli attacchi della “finanza mondiale”. Solo dopo, quando ogni Stato sarà pienamente sovrano, si potranno coordinare le diverse politiche economiche statali in vista di un contributo realmente costruttivo. Queste soluzioni devono essere accompagnate da una visione spirituale del Lavoro: lo spirito che forgia la materia e le da forma. Non sotto l’idolo del “lavoro straordinario”, che fa guadagnare in soldi ma perdere in salute, si deve dirigere l’economia. È necessario ritornare all’idea di un’economia come strumento e non come fine. Non ci appartiene il modello capitalista dell’etica protestante, dello sviluppo sfrenato, della concorrenza al ribasso, dell’uomo schiavo del lavoro. Per arrivare a tutto questo occorre un cambiamento di pensiero e di vita, un cambiamento da “Uomini” degni di quella “Civiltà” da cui discendiamo».