
di Elena Colombari (Rinascita)
Queste due frasi, assolutamente dirompenti, appartengono a Lorenzo Bini Smaghi (foto), membro del board della Banca centrale europea, e sono state pronunciate in un convegno a Firenze, davanti a una platea di varie personalità che comprendeva anche Marchionne. Il banchiere centrale, naturalmente, non si è fermato qui. Ha avanzato, infatti, il solito monito: “Il debito pubblico pesa sulla crescita dell’Italia e rischia di rallentarla nel prossimo decennio. A causa del debito e dei suoi problemi strutturali, la crescita del prodotto interno lordo italiano rischia di ristagnare”, ha detto Bini Smaghi. “Dovremo lavorare molto più di altri paesi per superare il debito e i problemi strutturali”. Era inevitabile che nella società della comunicazione globale le dichiarazioni del banchiere centrale facessero il giro del mondo e soprattutto attraversassero l’oceano per essere riprese da media americani come il San Francisco Chronicle o il New York Times che ha sostenuto: “L’Italia ha di fronte una crescita debole a causa del pesante debito e del ritardo competitivo. Bini Smaghi”, secondo il quotidiano Usa, “dipinge un quadro cupo delle prospettive attuali e future dell’Italia: la recessione e la crisi finanziaria hanno riportato l’Italia indietro di dieci anni in termini di produttività e reddito”.
È vero il debito pubblico sale e fa da zavorra allo sviluppo. Non è una novità: gli interessi sugli interessi da pagare proprio alle banche usuraie sono il volano di uno strangolamento perpetuo della nostra economia. E c’è anche un’altra considerazione da fare. Tra i paesi le cui banche centrali investono sul debito del nostro Paese ci sono la Cina, i paesi del Vicino Oriente e anche di “uno stato dell’Africa subsahariana”, oltre a Stati Uniti e Germania. Già, proprio la Cina. L’ex Impero Celeste ha dichiarato di essere pronta ad acquistare titoli della Grecia e magari anche dell’altro grande malato europeo: l’Irlanda. Dopo aver fatto incetta del debito americano i cinesi cominciano ad allungare le mani anche sul vecchio continente. I paesi dell’America latina comprano da tempo aziende in Usa, non è che la Cina si è messa in testa di comprarsi mezza Europa? Comunque il paese più a buon mercato cominciano a essere proprio gli Stati Uniti. Il dollaro è sempre più debole, ma la sua debolezza odora lontano un miglio di svalutazione competitiva molto cara alla memoria degli imprenditori italiani. La discesa del biglietto verde, infatti, secondo gli analisti “non è giustificata da fattori macro, anzi è iniziata nel momento in cui sono stati fugati i dubbi di un double dip dell’economia Usa”. Il dollaro debole, tra l’altro, fa aumentare il prezzo del petrolio e quello delle materie prime, mettendo in difficoltà paesi come l’Italia importatori netti. È un gioco, quello americano, che va avanti da tempo e giova molto poco ai Paesi europei. Va invece fortissimo l’oro, che tocca nuovi massimi praticamente ogni settimana. Le banche hanno riaperto i caveau per conservare i lingotti acquistati nelle ultime settimane. Indovinate chi ha recentemente raddoppiato le proprie riserve d’oro? La Cina, naturalmente.
Altra manovra in atto è l’acquisto di titoli di stato da parte di banche centrali straniere. La Cina sta attualmente comprando buona parte dei titoli di Stato (debito pubblico) dei Paesi europei, quindi sta pagando lei ai signori banchieri il denaro che essi stampano e immettono nel mercato.
Riepiloghiamo quanto sottolineato ormai da un ventennio.
1) La Banca centrale europea (di proprietà di privati) stampa al costo di 0,3 una banconota immessa al valore di 100.
2) La immette sul mercato (bancario) affittandola allo Stato.
3) Lo Stato la immette nel mercato interno nazionale a debito dei cittadini (in quanto non sua).
4) I cittadini devono, con il loro lavoro, ripagare il valore nominale della banconota (100) e inoltre il 2,5% allo Stato che li rende alla Bce. (La Banca centrale così incassa per l’emissione di una banconota di 100 euro 102,2 euro, detratte le spese della stampa).
5) I cittadini, il popolo, sono costretti ad indebitarsi per pagare quegli interessi in più (inizialmente il 2,2 per cento), lo Stato è quindi costretto a emettere titoli (bot, cct, etc.) e contrae un debito per ripagare i banchieri della Bce.
6) Il debito per interessi aumenta di anno in anno e vengono aumentate le tasse ai cittadini che, se insufficienti, costringono a contrarre nuovi prestiti internazionali per pagare i soli interessi.
7) A questo punto intervengono altri enti – il caso in esame è la Cina – che compra i titoli nazionali e paga il debito con la Bce.
In ultima analisi il popolo italiano col proprio lavoro paga i banchieri tipografi che altro non fanno che stampare moneta e si trova pure a rimanere sotto lo scacco altrui – cinese o americano o quello che sia – in quanto allo scadere dei titoli di Stato chi li possiede (mercati valutari internazionali, grande finanza o uno Stato come la Cina) può chiederne la riscossione mandano in fallimento lo Stato nazionale italiano.
Risultato: il lavoro italiano ingrassa i banchieri, la Cina o il fondo x controlla la produzione italiana e guadagna sul lavoro dei cittadini-lavoratori.
Questo è quanto. A meno che il Paese “strangolando” non decida di interrompere i suoi collegamenti con la Banca centrale, si tolga dall’euro, nazionalizzi la Banca centrale e, come ha fatto in questi dieci anni l’Argentina, dichiari la moratoria e il ricalcolo del debito contratto dalla nazione. Riprendendo un virtuoso sviluppo fuori dagli artigli dell’usura internazionale.