
di Marcello De Angelis
Ci vuole una buona memoria per sopravvivere alla marea dell’informazione. Leggere i quotidiani, guardare i tg e, ormai, seguire in tempo reale gli eventi grazie ad agenzie e siti web, sfianca. Si ha l’impressione di saper tutto ciò che è accaduto oggi, ma non si è in grado di valutare gli eventi perché è sempre tutto nuovo, unico, sensazionale.
Certo, c’è di peggio. Ci sono le interpretazioni di finti storici che, solitamente sbagliando nomi, date e riferimenti malamente raccattati su Wikipedia, sfornano interpretazioni sballate o semplicemente così banali da risultare non vere.
Purtroppo il sottoscritto ha memoria - una memoria che per trent’anni ha cercato di accantonare - e ricorda invece nomi, date, ragioni e torti, cause, meccanismi e scuse. E vedendo accadere quello che è accaduto nelle strade di Roma e ciò che è accaduto dopo, sa, ahimé, a cosa sta assistendo.
D’accordo, non è il ritorno degli Anni di piombo. I tempi sono diversi e così il numero dei partecipanti - che comunque è un dato determinante. I sassi sono sassi, le bastonate anche. E i pacchi bomba alle ambasciate sono un po’ più preoccupanti.
Quello che è veramente inquietante, però, e che sfugge a chi è senza cicatrici, sono stati i commenti, gli atteggiamenti non solo della stampa ma anche di personaggi istituzionali che, per chi ci è passato, sono le vere avvisaglie che qualcosa di tragico può tornare a succedere. Parliamo fuori dai denti. Dopo le devastazioni di Roma del 14 dicembre, gli esponenti blasonati della sinistra hanno tirato fuori tutto il repertorio anni Settanta delle “veline rosse”.
Prima la Finocchiaro che dice che gli scontri sono stati provocati da agenti infiltrati. Tutti i mezzi d’informazione fanno rimbalzare foto di un tizio camuffato con manette e manganello e la affiancano - lo ha fatto persino uno speciale del Tg2 - alla foto di un poliziotto in borghese immortalato con pistola in pugno durante gli scontri in cui perse la vita Giorgiana Masi. Si scopre dopo che il “probabile agente infiltrato” è un minorenne figlio di un ex di Autonomia operaia. Resta nella memoria dello spettatore e del lettore, che memoria non ha, la certezza che Giorgiana Masi venne uccisa da un agente in borghese: dato mai accertato e quindi falso.
Attenzione, la teoria degli agenti provocatori non è originale o frutto della creatività della Finocchiaro, è una regola canonica della controinformazione militante (per chi abbia studiato) e non serve tanto a dire che gli scontri l’hanno fatti poliziotti travestiti, ma che qualsiasi conseguenza tragica degli scontri è da addebitare non ai dimostranti che - al peggio - sono stati vittime di una provocazione che li ha trascinati o alla quale hanno risposto.
Fallita questa versione c’è n’è sempre pronta un’altra, anch’essa canonica e già sperimentata: le violenze sono state fatte da fascisti. Per accreditare anche questa mistificazione non si recede dinanzi alla falsificazione di documenti. Un coscienzioso fotografo prende il filmato in cui un dimostrante abbatte con una cascata un ragazzino e fa un fermo immagine immortalando un terzo dimostrante che, un istante dopo l’aggressione, tende il braccio. Si tratta, secondo tutti i media, di un “saluto romano”, prova che gli aggressori sono fascisti.
L’aggressore è invece un pizzaiolo militante dei centri sociali, che confessa di aver quasi ucciso il quindicenne perché aveva tirato un mandarino alla polizia. Il pizzettaro, dunque, faceva parte di una sorta di servizio d’ordine che impediva con la violenza fisica azioni non programmate. I quotidiani ci tengono a chiarire che si trattava di pizzaiolo “precario”, che ha partecipato alla manifestazione pur non essendo toccato dalla riforma Gelmini perché preoccupato per il dilagare del precariato in Italia… Il ragazzo che dietro di lui leva il braccio inveisce in realtà contro altri ragazzi e subito dopo - se si fa scorrere il filmato - abbassa il braccio agitando una mano. Domanda: il fotografo che ha “frisato” l’immagine per creare l’artefatto saluto romano e quindi un’informazione falsa diffusa dai media, chi è? Perché lo ha fatto? La sua falsificazione non è un reato?
Falliti i primi due tentativi di depistaggio, la regola della “velina rossa” mette in moto la campagna di “giustificazionismo” morale e sociale. Santoro - ex dirigente maoista - sa come procedere. Nel suo spazio privato all’interno del servizio pubblico fa sfilare - in studio e in collegamento - ragazzi che hanno una parlata a metà tra quella di un attore e quella di un professionista della politica (si direbbero appunto attori travestiti da militanti dei primi anni Settanta) che coralmente spiegano - a noi che non abbiamo gli strumenti per comprendere - che è ovvio che ci siano state violenze, perché nessuno ha voluto dare ascolto ai contestatori.
Quindi: io non sono d’accordo che il Parlamento voti una legge e se tu non mi dai ascolto è ovvio che io sfondo le vetrine. Questa versione è stata purtroppo corroborata dalle curiose analisi sociologiche dell’attuale capo della Polizia Antonio Manganelli e dell’ex prefetto di Roma Achille Serra (ora esponente Udc) e - il che è veramente scandaloso - dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Manganelli ha detto che la polizia non deve supplire alle carenze della politica che non dà risposte ai disagi sociali, Serra ha detto a Sky che se non si dialoga con questa gente poi ci si deve aspettare un innalzamento della violenza, Napolitano ha accolto una delegazione di sedicenti studenti è gli ha promesso grande attenzione per le loro preoccupazioni, legittimandoli.
Non credo che ci sia il rischio di un ritorno alla lotta armata, ma non è un caso che dopo pochi giorni dagli scontri di Roma ci sia stata una nuova serie di attentati esplosivi.
Nessuno, curiosamente, informa il pubblico che attentati e violenze, al contrario di come vengono di volta in volta presentati, non accadono all’improvviso e occasionalmente ma si sono susseguiti ininterrotti dalla fine degli anni Ottanta e provengono sempre dagli stessi ambienti, di cui si conoscono esponenti, sedi e sigle.
Fra il terrorismo degli anni Settanta e i gruppi odierni non c’è continuità di struttura, ma c’è un’assoluta continuità di cultura e, soprattutto, le connivenze e le contiguità istituzionali da allora non sono mai venute meno e non sono state intaccate. Nei primi anni Settanta, le Br poterono crescere e svilupparsi con giornalisti e magistrati che le definivano “sedicenti” e stornavano qualsiasi indagine verso infiltrati e fascisti travestiti. Oggi, quegli stessi giornalisti e magistrati hanno fatto carriera.