Si parla spesso nel nostro ambiente di rivoluzione, se ne parla continuamente, senza definire bene cosa sia questa “rivoluzione”. Sembra che questo sia un termine così, aleatorio, ectoplasmico, che riemerga fuori ogniqualvolta ci sia un buco, dottrinario o programmatico, da colmare, oppure quando vi sia un semplice bisogno di infiammare le folle accorse per un qualsiasi evento. Applausi, bracci tesi, cori e brindisi, senza capire di cosa si stia parlando.Per quanto riguarda la rivoluzione bisogna mettersi bene in testa due cose:
1 – la rivoluzione si può fare; 2 – la rivoluzione oggi non è scendere in piazza con le armi e cambiare le cose: non può più essere così, ogni tempo ha la sua rivoluzione, questo non è il tempo per questa rivoluzione; le condizioni non lo permettono (oltretutto basta col mito utopistico e romantico delle rivoluzioni “dal basso”); né la rivoluzione si farà da sola a forza di volantini e manifesti, che senza un forte radicamento umano e comunitario dietro, sono fini a loro stessi.Assunti questi due presupposti identifichiamo, in generale, come si struttura la rivoluzione a cui siamo chiamati. Come ogni vera battaglia, l’unica vera Rivoluzione, come ogni azione, si svolge su due piani: uno verticale e l’altro orizzontale; quello del nostro Io più profondo, il Sé, e quello più esterno, quello del mondo materiale che ci circonda.
Come nel mondo empirico, allo stesso modo nella dimensione spirituale vige un’inesorabile legge dell’”azione/reazione” per cui, ancor più che nel mondo materiale, ogni azione non potrà mai avere un carattere neutro, ma comporterà inevitabile il nostro ascendere o discendere lungo questo asse verticale a seconda di come compiamo qualsiasi gesto della nostra giornata.Sul piano orizzontale è possibile cambiare le cose, non importa se domani, tra dieci, cinquanta o cento anni, l’importante è avere fede e sapere che a prescindere dai risultati, a prescindere dal fatto che noi potremo o meno vedere il cambiamento, siamo chiamati a combattere.
Questo punto è importantissimo: compiere ciò che deve essere fatto con la più energica consapevolezza di chi non potrebbe fare altrimenti. E’ necessario non farsi mordere dal veleno dell’Io, non farsi prendere dallo scoramento dato dall’attaccamento ai risultati: questa è la prima causa del fallimento e se ci facessimo trovare sguarniti in quella postazione perderemmo ancor prima di scendere in campo.
È necessario anzitutto uscire dal getto sociale, politico e culturale che il nostro ambiente si è, in maniera molto miope, creato attorno e di cui tutt’oggi ne subiamo le conseguenze: noi non dobbiamo essere fuori dalla società, noi dobbiamo essere nella società senza appartenervi; dobbiamo essere in grado di muoverci in essa con più dinamicità e fluidità possibile. Dobbiamo abbandonare quelle maschere di cera che sono gli stereotipi e i modelli creati ad arte dal nemico per rinchiuderci da soli, a nostra insaputa, in una prigione senza sbarre: è troppo comodo lo stereotipo del “fascista troglodita e disadattato” che sa solo menare le mani in cui ancora oggi molti si riconoscono. Noi dobbiamo aggregare gente intorno a noi, non farla fuggire.
Noi dobbiamo essere si pronti allo scontro fisico, perché dobbiamo essere pronti a tutto, non perché facciamo di questo la ragione della nostra vita, come tante bestie vittime della frenesia isterica e delle frustrazioni della modernità. Noi dobbiamo essere uomini integrali, rivolti allo Spirito, alla cultura, allo scontro se serve, ma anche alla mondanità e al divertimento: nulla è escluso, purchè si mantenga nel suo giusto ambito.Noi dobbiamo essere testimoni dell’Idea che vogliamo portare avanti, fuori da ogni steccato, fuori da ogni ghetto, ma nella società, per coloro che possono capire ma che ancora non lo sanno, per tutti coloro che non possono capire e mai capiranno, semplicemente perché è a questo che siamo chiamati. Dobbiamo accendere la nostra fiaccola per accendere tante altre fiaccole che nelle tenebre stanno cercando una sorgente di luce: noi dovremo essere questa sorgente. Per essere testimoni dobbiamo essere esempi impeccabili, portatori di uno stile impeccabile che si traduce in un continuo sacrificare il proprio io per ciò che deve essere fatto, il più distaccati possibile da ciò che si deve compiere. Non bisogna sentirsi arrivati ma mettersi costantemente in discussione: ogni volta che ci si sente più importanti del dovuto automaticamente si cade.
Bisogna accostarsi con semplicità alle persone che ci stanno attorno ed essere costantemente pronti al confronto senza mai peccare di superbia, dato che non ne abbiamo alcun diritto. Ricordarsi che siamo dei privilegiati: noi abbiamo gli strumenti per vincere le menzogne della modernità ma tutto ciò non deve essere un vanto, anzi, ci dà una responsabilità ancor maggiore: tramandarli (questo è il senso della Tradizione) più che possiamo alle persone riteniamo degne di tale onere, dando anche a loro l’inesauribile possibilità del nostro privilegio.
Questo non deve tradursi in umido “volemose bene”: la scelta tradizionale è Universale, nel senso più originale del termine: dare ad ognuno ciò che questi è in grado di ricevere, è rivolta a tutti entro le loro differenti possibilità. Questo è il sunto di una scelta schiettamente aristocratica, allo stesso modo avversa all’universalismo (degenerazione dell’Universalità) democratico e alle sterili forme prive di princìpi difese dai conservatori: la Tradizione è Principio formativo dinamico perché universale, non imprigionato in modelli fossilizzatisi nella storia. Ciò che però è fondamentale affinché tutto ciò abbia forza propulsiva è la nostra battaglia di tutti i giorni sia affrontata con Amore, con la “A” maiuscola, ossia dedizione e sacrificio massimi, agire senza aspettarsi nulla in cambio, consacrando tutti i nostri sforzi a ciò che anima la nostra lotta, essendo pronti a morire per il nostro ideale superiore.
L’Amore da una solarità tale da doverci distogliere da ogni forma di odio, in particolare quello per il nemico, perché ricordiamoci che il nemico è solo un’opportunità in più per metterci alla prova e come tale va onorato.Uscire dal ghetto di cui si parlava è finalizzato ad un’altra opportunità: quella di poter riuscire ad entrare nelle “elites” della società in cui viviamo, il che non deve voler dire scendere a compromessi, bensì poter direzionare i maggiori settori della società nella direzione delle nostre idee; pensiamo solo a quel che potrebbe ad esempio un giudice della corte costituzionale o i membri di una élite medica o scientifica che abbiano come riferimento la nostra visione del mondo all’interno dei loro rispettivi ambiti.
La diffidenza dagli apparati della cultura, del diritto e della ricerca non devono esimerci dal poterli magari un giorno controllare: noi combattiamo la cultura ufficiale perché si basa su dei princìpi contrari ai nostri, anzi, su dei “non-princìpi”, sugli “anti-princìpi”, per questo dobbiamo cercare di dare noi i Princìpi alla cultura.Uno stato tradizionale non è tale perché garantisce agli uomini il benessere o la ricchezza. Se l’obbiettivo della nostra Rivoluzione fossero il benessere e la ricchezza, se ci fermassimo solamente a semplici istanze di natura sociale saremmo solo dei “cripto-comunisti”, delle persone confuse, e il nostro orizzonte non si scosterebbe troppo da quello quanto mai raggiungibile e piatto della borghesia. Saremmo solo dei borghesi.
Uno stato è tradizionale in quanto garantisce a chi ne fa parte gli strumenti per una vera e propria ascesi, per un superamento di sé stessi a seconda delle proprie possibilità. Un vero stato concede ad ogni individuo che vi dimora la possibilità di partecipare ad un Ordine superiore, rendendo ogni azione un rito. Lo stato tradizionale è niente più che uno strumento finalizzato a distruggere l’io degli uomini per esaltarne il Sé; al contrario uno stato borghese, che sia liberale o socialista, ho come unico obbiettivo la conservazione bovina dell’io. Questa è la verticalità della Rivoluzione, anzi la Rivoluzione, con la “R” maiuscola, stessa.
Come in uno stato tradizionale ogni cosa è strumento così la nostra battaglia di tutti i giorni condotta verso i nemici esterni, la Piccola Guerra Santa, è lo strumento fondamentale per affrontare la nostra vera battaglia, quella contro noi stessi, le nostre passioni, i nostri sentimentalismi, le nostre tare, il nostro istinto di conservazione, il nostro io: la Grande Guerra Santa. Questa è la vera Rivoluzione, quella dentro di noi. Non possiamo affrontare un nemico se prima non siamo pronti ad affrontare noi stessi. Vincere noi stessi è la vera rivoluzione. Tutti gli sforzi che si conducono per compiere la rivoluzione sul piano orizzontale, se compiuti con la giusta propensione, quella del sacrificio, dell’Amore, dell’onore, dell’impersonalità, per divenire testimoni ed esempi, inevitabilmente si riflettono sull’asse verticale della nostra esistenza. L’importante è non bramare il risultato: quelli che sono i colpi inferti al nostro io si trasformerebbero automaticamente nel suo nutrimento; questo è il grade e subdolo inganno della nostra parte più oscura. Fondamentale è il distacco: compiere ciò che si deve a prescindere dal guadagno o dalla perdita, dal beneficio o dal dolore.
Questa è l’autentica Rivoluzione, la più grande, importante e difficile. Se la nostra piccola rivoluzione verrà combattuta al meglio, con la più pura propensione, anche nel caso in cui la perdessimo, quella più grande, interiore, quella della nostra anima, sarà compiuta.