lunedì 31 gennaio 2011

SEL: LA SINISTRA DEL NUOVO E LE VECCHIE MENZOGNE...

Sinistra Ecologia e Libertà dovrebbe essere la sinistra del nuovo. Vendola, i nuovi temi, il movimentismo, i diritti e la tutela della libertà di tutti. Il comunicato che postiamo non merita postille, perchè si commenta da solo.

dal sito di SEL FIRENZE


Sinistra Ecologia e Libertà ritiene che la manifestazione indetta da Casaggì per il 5 febbraio 2011 sia un'altra provocazione di un gruppo di neofascisti che utilizza le foibe, drammatico segno di un progetto di pulizia etnica su cui si è ormai da anni fatta chiarezza, per sventolare le bandiere del revisionismo storico, del neonazismo, del revanscismo della peggiore destra razzista.

Già nell'aprile scorso tutta la Firenze democratica e antifascista si mobilitò contro il congresso del partito della “Nuova Destra Sociale” cui avrebbero dovuto partecipare, sotto l'egida dell'aquila e delle adunate naziste, Stefano Delle Chiaie e altri nostalgici, e riuscì a farli a rinunciare.

Esprimiamo anche oggi il rifiuto di ogni forma di fascismo e la necessità di vigilare sul rispetto della Costituzione e del suo fondamento democratico ed egualitario ed esplicitamente antifascista e antirazzista: usare la memoria delle foibe e degli italiani uccisi dal regime comunista jugoslavo per rafforzare la già dilagante sottocultura revisionista è un bieco intento di Casaggì, come di altri gruppi della destra estrema che trovano ospitalità nella destra di governo. Ci appelliamo a tutti i cittadini, come già sta facendo meritoriamente l'ANPI, perché manifestino il proprio sdegno e ci impegniamo sia a tener viva la memoria storica senza confusioni ed impropri confronti utili solo a generare ignoranza, sia a rilanciare la cultura costituzionale calpestata dalla destra di governo.

Il Coordinamento Provinciale Firenze di Sinistra Ecologia Libertà

IMBRATTATA LA TARGA IN LARGO MARTIRI DELLE FOIBE. SARA' SOSTITUITA.

Dal Comune apprendiamo:

Sarà sostituita quanto prima la targa di Largo Martiri delle Foibe, nella zona della Fortezza a Firenze, danneggiata da ignoti nelle scorse ore. L'amministrazione, appresa la notizia dell’atto vandalico, ha già dato disposizioni perché i tecnici valutino il danno e provvedano al più presto alla riparazione. 

Come al solito, nel buio della notte, le iene si muovono indisturbate. Sono i soliti quattro gatti, ormai ridotti a poca cosa, che vivono aspettando di danneggiare le nostre sedi e di impedire le nostre iniziative. I soliti quattro scemi, ma davvero quattro, che il giorno - quando la luce del sole impedisce loro di potersi nascondere - scrivono milioni di articoli sul nostro conto, tutti esilaranti. Una vita tra il buio della notte e lo schermo del pc: nuovi paladini di un antifascismo militante che, più che altro, dovrebbe essere ben indagato dalla psichiatria avanzata. Ci vuole compassione. 

La nostra identità nel mondo senza centro (di Zigmund Bauman)

di Zigmund Bauman

Invece di un progresso che vede crescere insieme sicurezza e libertà, abbiamo un movimento a pendolo che sacrifica uno dei due valori e previlegia l´altro. Che lo si voglia ammettere o no, e che la cosa piaccia o incuta timore, gli esseri umani sparsi tra le oltre duecento "unità sovrane", note come "Stati", sono in grado di vivere, da qualche tempo, senza un centro; anche se l´assenza di un centro globale ben definito, onnipotente, incontestato e di indiscutibile autorità costituisce, per i potenti e gli arroganti, una costante tentazione a riempire, o almeno a tentare di riempire, quel vuoto. La "centralità" del "centro" si è disgregata e il legame tra sfere di autorità prima strettamente connesse e coordinate è stato (forse irreparabilmente) spezzato. I condensati locali di poteri e influenze a livello economico, militare, intellettuale o artistico non coincidono più (se mai hanno coinciso). Le mappe del mondo in cui le entità politiche sono contrassegnate da colori che indicano la loro importanza e quota relativa in termini – rispettivamente – di industria globale, commercio, investimenti, potenza militare, conquiste scientifiche o creazione artistica, non sono più sovrapponibili. E perché tali mappe siano utilizzabili per un qualsiasi arco temporale, i colori dovranno essere facilmente cancellabili, e applicati con parsimonia, visto che l´attuale gerarchia dei territori, ordinati per capacità di influenza e impatto, non offre alcuna garanzia di durata. E così, nel nostro disperato tentativo di cogliere la dinamica degli affari planetari, la vecchia abitudine, dura a morire, di mettere a punto un´immagine mentale dell´equilibrio di potere globale ricorrendo a strumenti concettuali come centro e periferia, gerarchia, superiorità e inferiorità, appare sempre più un handicap anziché, come in passato, una risorsa; i fari di un tempo sono diventati paraocchi. (...) 

La "formazione delle identità", o più correttamente la loro "riformazione", diviene un compito che dura per tutta la vita, senza arrivare mai a conclusione; in nessun momento dell´esistenza l´identità può dirsi "finale". C´è sempre da svolgere un lavoro di riaggiustamento, poiché le condizioni di vita, il ventaglio delle opportunità e la natura delle minacce cambiano in continuazione. Questa "non finitezza" innata, l´irrimediabile inconclusività del compito di autoidentificazione, è causa di forte tensione e ansia. Un´ansia contro cui non esiste un rimedio istantaneo. 

In ogni caso, non vi sono cure radicali, poiché gli sforzi di "formazione dell´identità" oscillano precariamente, com´è naturale, tra due valori umani parimenti centrali: la libertà e la sicurezza. Tali valori, altrettanto indispensabili per una vita umana decente, risultano difficili da conciliare, e l´equilibrio perfetto tra essi resta ancora da trovare. La libertà, dopo tutto, tende ad accompagnarsi all´insicurezza, mentre la sicurezza tende ad accompagnarsi alle limitazioni alla libertà. E se siamo insofferenti sia verso l´insicurezza sia verso la non-libertà, difficilmente saremo soddisfatti da qualsivoglia combinazione di libertà e sicurezza. Così, invece di un "progresso lineare" verso una maggiore libertà e una maggiore sicurezza, finora si è potuto osservare un movimento a pendolo, che molto probabilmente continuerà negli anni a venire: prima uno spostamento massiccio e deciso verso uno dei due valori, poi l´allontanamento in direzione dell´altro. Oggi, a quanto pare, in molti (forse la maggior parte) dei paesi del mondo, l´insofferenza rispetto all´insicurezza prevale sulla paura della mancanza di libertà (anche se nessuno può dire quanto a lungo durerà tale tendenza). (...) Lo smembramento e la disabilitazione dei centri tradizionali, sopraindividuali, saldamente strutturati e fortemente strutturanti, sembra correre in parallelo con la centralità emergente dell´Io reso orfano. 

Nel vuoto lasciato da autorità politiche in ritirata o sempre più evanescenti, oggi è l´Io che si sforza o è costretto ad assumere la funzione di centro della Lebenswelt (l´interpretazione privatizzata/ individualizzata/ soggettivizzata dell´universo). È l´"Io" che riconfigura il resto del mondo come propria periferia, assegnando, definendo e attribuendo una rilevanza differenziata alle sue parti a seconda dei propri bisogni, desideri, ambizioni e apprensioni. Il compito di tenere insieme la società (qualunque cosa la nozione di "società" possa significare in condizioni di modernità liquida) viene "sussidiarizzato", "subappaltato" o ricade semplicemente nell´ambito della life politics individuale. Ed è lasciato sempre più all´iniziativa degli Io che "si mettono" in rete e "vengono messi" in rete e alle loro azioni e operazioni di connessione/ disconnessione.

domenica 30 gennaio 2011

Irlanda del Nord: dal Bloody Sunday ai giorni nostri, in lotta per la libertà

E’ il 30 gennaio del 1972 quando a Derry, in Irlanda del Nord, durante una manifestazione civile promossa dal Nothern Ireland Civil Rights Association, i soldati britannici uccidono quattordici civili inermi, cinque dei quali colpiti alle spalle. Le urla, il terrore e gli spari esplosi vigliaccamente dal primo battaglione del reggimento di paracadutisti di sua maestà furono gli infelici protagonisti di quella giornata. La situazione nella parte dell’Irlanda occupata era tragica, molti giovani irlandesi erano detenuti nelle prigioni con pochissima possibilità di essere rinviati a giudizio o di essere rilasciati grazie ad una nuova norma varata dal Governo di Londra che permetteva l’arresto preventivo per un tempo non definito a chiunque fosse solo minimamente sospettato di essere un militante nazionalista repubblicano. I manifestanti, armati di “pericolosissimi” fazzoletti bianchi, sventolati in segno di pace, furono ripetutamente colpiti da fucili ad alta capacità, calibro 7,62. L’immagine di padre Edward Daly che soccorre una delle vittime sventolando un fazzoletto bianco è forse lo scatto più significativo di quella fredda domenica invernale. Ogni anno, a Derry, la data del 30 gennaio viene ricordata con una tradizionale marcia commemorativa che ripercorre lo stesso tragitto intrapreso dai manifestanti nel 1972, alla quale oltre a migliaia di patrioti irlandesi, partecipano delegazioni da vari paesi europei e mondiali. 

Molto probabilmente, la marcia di commemorazione di quest’anno, che partirà regolarmente da Creggan per arrivare a Bogside, potrebbe essere l’ultima. Dopo la Relazione di Lord Saville e la conseguente ammissione di colpevolezza da parte britannica, alcuni familiari delle vittime hanno proposto di celebrare una festa più che una commemorazione. Altri, invece, sottolineano che la continuazione della marcia di commemorazione sia importante per i diritti civili e i diritti umani di tutti i popoli che lottano per la propria indipendenza. Dopo trentotto anni, il 15 giugno del 2010, il Rapporto di Lord Saville, voluto da Tony Blair nel 1998, ha reso pubblica la verità e ha dato ai familiari delle vittime uno spiraglio di giustizia. Nelle 5000 pagine della relazione Saville viene dimostrato, infatti, che il massacro del Bloody Sunday fu assolutamente ingiustificato e che nessuna delle persone uccise dai soldati della Compagnia di Supporto era armata con un’arma da fuoco o una bomba di qualsiasi tipo. Inoltre, viene sottolineato che nessuno stava minacciando di provocare la morte o lesioni gravi ai soldati e in nessun caso è stato dato alcun avviso prima di aprire il fuoco. Questa indagine che ha avuto un costo di circa 200 milioni di sterline e che è durata dodici anni, è seguita alla prima inchiesta del Widgery Tribunal, dove i militari e l’autorità vennero largamente prosciolti da ogni colpa, compreso l’ex capo di gabinetto di Tony Blair, Jonathan Powell, distorcendo la realtà e nascondendo le tragiche responsabilità del paese di sua maestà. Gli avvenimenti del 30 gennaio del 1972 costrinsero inoltre molti giovani irlandesi ad una scelta tanto drammatica quanto inevitabile: rispondere con le armi, come i loro padri prima di loro, a chi, con le armi, negava loro la libertà e cercava lo sradicamento dell’identità del loro Popolo. 

Ancora oggi, nonostante una pacificazione di facciata e una informazione lobotomizzata dei mass-media di massa, in Irlanda c’è ancora chi brandisce con orgoglio il vessillo della propria identità, in fede a quello che da sempre fu il motto dell’I.R.A, “tiochfaidh àr là” – in gaelico, il nostro giorno verrà -. Tuonano forti le recenti dichiarazioni della Real I.R.A. fatte in esclusiva al Sunday Tribune all’alba del nuovo anno con le quali si annuncia una espansione delle operazioni volte a colpire le istituzioni e il personale militare britannico. Nel ricordo delle vittime del Bloody Sunday e nell’avvicinarsi al trentennale della scomparsa di Bobby Sands, modello non destinato ai più, non ci resta che prendere esempio dal popolo irlandese, quello vero, quello puro, quello ribelle, che con una tenacia d’altri tempi ancora lotta per la propria terra, per la propria gente e per la propria autodeterminazione; quello che non si è scordato di chi, con il sangue, ha lottato per vedere l’isola verde una e unita e senza padroni stranieri. Gli stessi stranieri che tutt’oggi sono esportatori di democrazia alla ruota dei loro degni cugini d’oltreoceano.

sabato 29 gennaio 2011

FIRENZE: L'ESTREMA SINISTRA LANCIA IL CONTRO-CORTEO E NEGA IL RICORDO DELLE FOIBE

LA SINISTRA ANTAGONISTA LANCIA IL CONTRO-CORTEO E NEGA IL RICORDO DEI MARTIRI DELLE FOIBE. COME OGNI ANNO FIRENZE NON POTRA’ COSTRUIRE UNA MEMORIA CONDIVISA E TRASVERSALE, MA DOVRA’ CONVIVERE CON IL NEGAZIONISMO E L’ARROGANZA DI CHI VORREBBE CANCELLARE CON OGNI MEZZO POSSIBILE UNA SANGUINOSA PAGINA DI STORIA



“Ci risiamo. Come ogni anno il corteo cittadino in ricordo dei martiri delle foibe, promosso dalla  Giovane Italia, da Casaggì e da Studenti per le Libertà e aperto a tutta la cittadinanza e i movimenti, ha innescato una evitabile spirale di tensione. I centri sociali e la sinistra radicale, infatti, hanno indetto il consueto “contro-corteo”, per protestare contro il “revisionismo storico, il governo Berlusconi e il Fascismo”, così dichiarano Marco Scatarzi e Andrea Badò, rispettivamente Presidente e Coordinatore cittadino della Giovane Italia, il movimento giovanile del PdL che ha promosso l’iniziativa”.

“Il comunicato diramato dagli antagonisti – dichiara Scatarzi -  è un delirio di follia e un’arrampicata sugli specchi di pessima fattura. Ci accusano di strumentalizzare il martirio degli infoibati e l’esilio e poi scendono in piazza contro il governo Berlusconi, parlano di diritti e negano la memoria di martiri senza colpa,  puntano il dito contro una ricorrenza riconosciuta a tutti i livelli e dipingono il Ministro Meloni come un nemico degli studenti, parlano di Riforma Gelmini, e blaterano di appalti e di mazzette, tirano in ballo la situazione degli operai della Fiat e parlano di scuole e università. Insomma, pur di scendere in piazza hanno tirato in ballo tutto e il contrario di tutto, hanno strumentalizzato ogni argomento possibile e hanno fatto un minestrone senza senso”.

“Noi saremo in piazza – prosegue Badò – col tricolore e senza simboli di partito, a testimonianza del fatto che il nostro obiettivo è quello di creare una memoria condivisa e trasversale che possa rendere giustizia ai nostri martiri dopo sessant’anni di silenzio. E’ assurdo che chi ricorda questa pagina di storia debba essere tacciato di essere un revisionista e forse ha ragione Pansa quando afferma che la storia è scritta dai vincitori a discapito dei vinti. Un paese non può essere realmente libero finchè non si è liberato di quelle macchie che lo hanno infangato.”

“Ci aspettiamo – proseguono Scatarzi e Badò – una condanna e una presa di distanza da parte di tutte le istituzioni, aldilà delle differenze politiche e partitiche, perché certi argomenti non sono assolutamente accettabili e risultano offensivi. Ci chiediamo anche se il corteo che partirà alle 15,30 da Piazza San Marco sia autorizzato e se l’obiettivo dello stesso non sia l’arrivo in Largo Martiri delle Foibe e il conseguente disturbo della nostra iniziativa, che proprio lì si concluderà.

“Il nostro corteo – concludono Scatarzi e Badò- che ormai da anni cresce e si fa sempre più partecipato, è un momento di condivisione e di ricordo che si svolge nella massima tranquillità e che mette insieme, sotto il tricolore, cittadini e membri delle istituzioni che hanno a cuore un eccidio troppo a lungo dimenticato. La nostra iniziativa, che quest’anno vede la partecipazione di un Ministro e di molte personalità politiche, è un esempio di trasversalità e di mobilitazione che per esistere non ha bisogno di seminare odio e di rinvigorire rancori sopiti. Noi anteponiamo la coscienza di popolo all’odio di parte, alla prevaricazione e alle accuse. Il 5 febbraio saremo in piazza, coi nostri tricolori come ogni anno, fieri della nostra appartenenza e convinti della nostra azione. E, come ogni anno, nessuna intimidazione andrà a segno e nessuna minaccia avrà il potere di fermare una marcia libera e responsabile, nata per ricordare dei morti che qualcuno vuole continuare ad uccidere negando loro il diritto di entrare a far parte della storia di questo paese”. 

Che cosa significa essere di Destra (di Adriano Romualdi)

di Adriano Romualdi

Con queste affermazioni che, come tutte le affermazioni veritiere, scandalizzeranno più d’uno, crediamo di aver posto il dito sulla piaga. Che cosa dovrebbe propriamente significare «esser di Destra»?
Esser di Destra significa, in primo luogo, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, siano essi il liberalismo, o la democrazia o il socialismo.

Esser di Destra significa, in secondo luogo, vedere la natura decadente dei miti razionalistici, progressistici, materialistici che preparano l’avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose.
Esser di Destra significa in terzo luogo concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto «a ciascuno il suo» non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa.
Infine, esser di Destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e — in nome di questa spiritualità e dei suoi valori — accettare la lotta contro la decadenza dell’Europa.

Arno Breker, Die Partei
È interessante vedere in che misura questa coscienza di destra sia affiorata nel pensiero europeo contemporaneo. Esiste una tradizione antidemocratica che corre per tutto il secolo XIX e che — nelle formulazioni del primo decennio del XX — prepara da vicino il fascismo. La si può far cominciare con le Reflections on the revolution in France in cui Burke, per primo, smascherava la tragica farsa giacobina e ammoniva che «nessun paese può sopravvivere a lungo senza un corpo aristocratico d’una specie o d’un’altra».
In seguito, questa pubblicistica cercò di sostenere la Restaurazione con gli scritti dei romantici tedeschi e dei reazionari francesi. Si pensi agli aforismi di Novalis, col loro reazionarismo scintillante di novità e di rivoluzione («Burke hat ein revolutionäres Buch gegen die Revolution geschrieben»), alle suggestive e profetiche anticipazioni: «Ein grosses Fehler unserer Staaten ist, dass man den Staat zu wenig sieht… Liessen sich nicht Abzeichen und Uniformen durchaus einführen?». Si pensi ad un Adam Müller, alla sua polemica contro l’atomismo liberale di Adam Smith, la contrapposizione di una economia nazionale all’economia liberale. Ad un Gentz, consigliere di Metternich e segretario del Congresso di Vienna, ad un Gorres, a un Baader, allo stesso Schelling. Accanto a loro sta un Federico Schlegel con i suoi molteplici interessi, la rivistaEuropa, manifesto del reazionarismo europeo, l’esaltazione del Medioevo, i primi studi sulleorigini indoeuropee, la polemica coi liberali italiani sul patriottismo di Dante, patriota dell’«Impero» e non piccolo-nazionalista.
Si pensi a un De Maistre, questo maestro della controrivoluzione che esaltava il boia comesimbolo dell’ordine virile e positivo, al visconte De Bonald, a Chateaubriand, grande scrittore e politico reazionario, al radicalismo di un Donoso Cortes: «Vedo giungere il tempo delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane». Peraltro, la critica puramente reazionaria aveva dei limiti ben evidenti nella chiusura a quelle forze nazionali e borghesi che ambivano a fondare una nuova solidarietà di là dalle negazioni illuministiche. Arndt, Jahn, Fichte, ma anche l’Hegel de La filosofia del diritto appartengono all’orizzonte controrivoluzionario per la concezione nazional-solidaristica dello Stato, anche se non ne condividono il dogmatismo legittimistico. La chiusura alle forze nazionali (anche là dove, come in Germania, si trovano su posizioni antiliberali) è il limite della politica della Santa Alleanza. Crollato il sistema di Metternich, per la miopìa della concezione di fondo (combattere la rivoluzione con la polizia, e restaurando una legalità settecentesca) la controrivoluzione si divide in due rami: l’uno si attarda su posizioni meramente legittimistiche, confessionali, destinate ad esser travolte, l’altro cerca nuove vie e una nuova logica.
Carlyle polemizza contro lo spirito dei tempi, l’utilitarismo manchesteriano («non è che la città di Manchester sia divenuta più ricca, è che sono diventato più ricchi alcuni degli individui meno simpatici della città di Manchester»), l’umanitarismo di Giuseppe Mazzini («cosa sono tutte queste sciocchezze color di rosa?»). Egli cerca negli Eroi la chiave della storia e vede nella democrazia un’eclissi temporanea dello spirito eroico.
Gobineau pubblica nel 1853 il memorabile Essai sur l’inegalité des races humaìnes fondando l’idea di aristocrazia sui suoi fondamenti razziali. L’opera di Gobineau troverà una continuazione negli scritti dei tedeschi Clauss,Günther, Rosenberg, del francese Vacher de Lapouge, dell’inglese H. S. Chamberlain. Attraverso di essa il concetto di «stirpe», fondamentale per il nazionalismo, viene strappato all’arbitrarietà dei diversi miti nazionali e ricondotto all’ideale nordico-indoeuropeo come misura oggettiva dell’ideale europeo.
Alla fine del secolo, la punta avanzata della Destra è nella polemica di Federico Nietzsche contro la civilizzazione democratica. Nietzsche, ancor più di Carlyle e Gobineau, è il creatore di una Destra modernamente « fascista », cui ha donato un linguaggio scintillante di negazioni rivoluzionarie. Nietzschiano è lo scherno dell’avversario, la prontezza dell’attacco, la rivoluzionaria temerità («was fall, das soll man auch stossen»). La parola di Nietzsche sarà raccolta in Italia da Mussolini e d’Annunzio, in Germania daJünger e Spengler, in Spagna da Ortega y Gasset.
Intanto, anche all’interno del nazionalismo si è operato un «cambiamento di segno». Già nelle formulazioni dei romantici tedeschi la nazione non era più la massa disarticolata, la giacobinanation, ma la società standisch, coi suoi corpi sociali, le sue tradizioni, la sua nobiltà. Una società — insegnava Federico Schlegel — è tanto più nazionale quanto più legata ai suoi costumi, al suo sangue, alle sue classi dirigenti, che ne rappresentano la continuità nella storia.
Alla fine del secolo, una rielaborazione del nazionalismo nello spirito del conservatorismo è compiuta. Maurras e Barrés in Francia, Oriani e Corradini in Italia, i pangermanisti e il «movimento giovanile» in Germania, Kipling e Rhodes in Inghilterra, han conferito all’idea nazionale una impronta tradizionalistica e autoritaria. Il nuovo nazionalismo è essenzialmente un elemento dell’ordine.
* * *
(Brani tratti da Idee per una cultura di Destra).

venerdì 28 gennaio 2011

Perché non esiste una cultura di Destra (di Adriano Romualdi)

Uno dei motivi che più ricorrono sulla nostra stampa e nelle conversazioni del nostro ambiente è la condanna del massiccio allineamento a sinistra della cultura italiana. Questa condanna viene formulata in tono un po’ addolorato, un po’ sorpreso, quasi fosse innaturale che la cultura si trovi ormai schierata da quella parte mentre a destra si incontra un vuoto quasi completo. Di solito si cerca di rendersi ragione di questo stato di cose con spiegazioni a buon mercato, quel tipo di spiegazioni che servono a tranquillizzare sé stessi e permettono di restare alla superficie delle cose. Si dice – ad esempio – che la cultura è a sinistra perché là si trova la maggior quantità di danaro, di case editrici, di mezzi di propaganda. Si dice anche che basterebbe che il vento cambiasse perché molti “impegnati a sinistra” rivedessero il loroengagément.
Massimo Fini, Sudditi. Manifesto contro la democraziaIn tutto questo c’è del vero. Una cultura, o meglio, la base di lancio di cui una cultura ha bisogno, è anche organizzazione, danaro, propaganda. È indubbio che lo schiacciante predominio delle edizioni d’indirizzo marxista, del cinema socialcomunista, invita all’engagément anche molti che – in clima diverso – sarebbero rimasti neutrali. Ma ciò non deve farci dimenticare la vera causa del predominio dell’egemonia ideologica della Sinistra. Esso risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista. Questa visione del mondo e della vita può assumere sfumature diverse, può diventare radicalismo e comunismo, neoilluminismo e scientismo a sfondo psicoanalizzante, marxismo militante e cristianesimo positivo d’estrazione “sociale”. Ma sempre ci si trova di fronte ad una visione unitaria dell’uomo, dei fini della storia e della società. Da questa comune concezione trae origine una massiccia produzione saggistica, storica, letteraria che può essere meschina e scadente, ma ha una sua logica, una sua intima coerenza. Questa logica, questa coerenza esercitano un fascino sempre crescente sulle persone colte. Non è un mistero per nessuno il fatto che un gran numero di docenti medii ed universitari è comunistizzato, e che la comunistizzazione del corpo insegnante dilaga con impressionante rapidità. E, tra i giovani che hanno l’abitudine di leggere, gli orientamenti di sinistra guadagnano terreno a vista d’occhio.
Oswald Spengler, Il tramonto dell'OccidenteDalla parte della Destra nulla di questo. Ci si aggira in un’atmosfera deprimente fatta di conservatorismo spicciolo e di perbenismo borghese. Si leggono articoli in cui si chiede che la cultura tenga maggior conto dei “valori patriottici”, della “morale” il tutto in una pittoresca confusione delle idee e dei linguaggi. A sinistra si sa bene quel che si vuole. Sia che si parli della nazionalizzazione dell’energia elettrica o dell’urbanistica, della storia d’Italia o della psicoanalisi, sempre si lavora a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita. A destra si brancola nell’incertezza, nell’imprecisione ideologica. Si è “patriottico-risorgimentali” e si ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel Risorgimento con l’idea unitaria. Oppure si è per un “liberalismo nazionale” e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l’ordine europeo. O, ancora, si parla di “Stato nazionale del lavoro” e si dimentica che una repubblica italiana fondata sul lavoro l’abbiamo già – purtroppo – e che ridurre in questi termini la nostra alternativa significa soltanto abbassarsi al rango di socialdemocratici di complemento. Forse gli uomini colti non sono meno numerosi a destra che a sinistra. Se si considera che la maggior parte dell’elettorato di destra è borghese, se ne deve dedurre che vi abbondano quelli che han fatto gli studi superiori e dovrebbero aver contratto una certa “abitudine a leggere”. Ma, mentre l’uomo di sinistra ha anche degli elementi di cultura di sinistra, e orecchia Marx, Freud, Salvemini, l’uomo di destra difficilmente possiede una coscienza culturale di destra. Egli non sospetta l’importanza di un Nietzsche nella critica della civiltà, non ha mai letto un romanzo di Jünger o di Drieu La Rochelle, ignora il Tramonto dell’occidente né dubita che la rivoluzione francese sia stata una grande pagina nella storia del progresso umano. Fin che si rimane nella cultura egli è un bravo liberale, magari un po’ nazionalista e patriota. È solo quando incomincia a parlare di politica che si differenzia: trova che Mussolini era un brav’uomo e non voleva la guerra, e che i films di Pasolini sono “sporchi”. Basta poco ad accorgersi che se a destra non c’è una cultura ciò accade perché manca una vera idea della Destra, una visione del mondo qualitativa, aristocratica, agonistica, antidemocratica; una visione coerente al di sopra di certi interessi, di certe nostalgie e di certe oleografie politiche.
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Brano tratto da Una cultura per l’Europa, Edizioni Settimo Sigillo.

giovedì 27 gennaio 2011

TORSELLI E TOTARO (PDL): "OSPITI AL CPA DUE EX-TERRORISTI E LOCANDINE CHE INCITANO ALLA LOTTA ARMATA: SINDACO E GIUNTA CONDANNINO SIMILI MANIFESTAZIONI"


TORSELLI E TOTARO (PDL): "OSPITI AL CPA DUE EX-TERRORISTI E LOCANDINE CHE INCITANO ALLA LOTTA ARMATA: SINDACO E GIUNTA CONDANNINO SIMILI MANIFESTAZIONI"

QUESTI SIGNORI SONO GLI STESSI CHE IL 5 FEBBRAIO INNEGGERANNO A TITO ED ALLE FOIBE MENTRE NOI RICORDEREMO I MARTIRI ITALIANI.



"Ad ognuno il suo. C'è chi il prossimo 5 febbraio sarà in piazza, senza simboli di partito, ma soltanto con bandiere tricolori, per ricordare gli oltre 30.000 italiani che furono massacrati dal Maresciallo Tito ed i suoi gendarmi, tra i quali anche militanti comunisti italiani, nelle terre d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia e chi invece, sabato prossimo ospiterà due ex-terroristi dei NAP per ricordare gli anni della 'ribellione, rivolta e lotta armata', ovvero chi tra il 1974 ed il 1977 compiva rapine, sequestri di persona e sparatorie in nome di una utopica rivoluzione comunista". Questo il commento del Senatore del PDL, Achille Totaro e del Consigliere Comunale, Francesco Torselli.

"Restiamo fortemente perplessi nel vedere - spiegano i due esponenti del PDL - una locandina che annuncia la presentazione di un libro al cospetto di due ex-terroristi dei NaP e che, in calce, inneggia alla 'lotta armata' con tanto di pistola e chiazza di sangue; tanto più che tale evento, seppur organizzato da un centro sociale, sedicente autogestito, si svolgerà in uno stabile di proprietà comunale".

"Questi signori - concludono il Sen. Totaro ed il consigliere comunale Torselli - sono gli stessi che il prossimo 5 febbraio saranno in piazza per inneggiare al Maresciallo Tito ed agli 'infoibatori di italiani' contestando, come ogni anno, il nostro pacifico e silenzioso corteo. Su questo non vogliamo esprimere un giudizio, saranno i cittadini di Firenze a farlo; ma al Sindaco ed all'amministrazione comunale chiediamo comunque una presa di posizione su certe iniziative e certi richiami ad anni ed a pagine di storia alle quali anche la nostra città ha versato il suo contributo di sangue".

TORSELLI (PDL): "QUANTA TRISTEZZA LE SCRITTE 'W TITO' IN VIA GIOBERTI...

TORSELLI (PDL): "QUANTA TRISTEZZA LE SCRITTE 'W TITO' IN VIA GIOBERTI... PERCHE' FIRENZE DEVE ESSERE TEATRO DI SIMILI NEFANDEZZE?"

CON LO STESSO SPRAY, POCO PIU' IN LA, SCRITTE CONTRO MARCHIONNE FIRMATE CON LA STELLA A CINQUE PUNTE E MANIFESTI CHE PROMUOVONO IL CORTEO SINDACALE DI DOMANI MATTINA.

"Sinceramente, ad oltre 70 anni di distanza dalle pagine più tristi della storia del confine orientale del nostro paese, in concomitanza con il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia, mentre da tante parti, sia di destra che di sinistra, si sta lavorando ad un processo di condivisione comune di tutta la memoria storica del nostro paese, proprio in concomitanza con la 'Giornata della Memoria' ed a pochi giorni dal 'Giorno del Ricordo', sono di una tristezza unica e fanno veramente riflettere certe scritte comparse nella notte in Via Gioberti che inneggiano al Maresciallo Tito ed agli 'infoibatori' di italiani". Questo il commento del consigliere comunale del PdL, Francesco Torselli.

"Vogliamo sperare - prosegue l'esponente di centrodestra - che tali nefandezze siano opera di qualche adolescente ignorante che spera, in questa maniera, di riuscire nell'intento di stupire e provocare, non rendendosi conto in realtà di quali tragedie e di quali crimini si sia in realtà macchiato il soggetto in questione".

"Piuttosto - conclude Torselli - fa preoccupare il fatto che apochi passi e con lo stesso spray, nella medesima via, siano comparse anche scritte minatorie contro Marchionne firmate con la stella a cinque punte, simbolo delle Brigate Rosse ed alcuni manifesti che invitano a partecipare al corteo sindacale di domani mattina. Ci auguriamo che le sigle sindacali che aderiscono allo sciopero vogliano immediatamente dissociarsi da queste infami scritte murali e che soprattutto vigilino su quella che riteniamo essere l'unica vera preoccupazione, ovvero che quelle frange di estremisti che inneggiano a Tito ed alle BR non si infiltrino tra chi manifesta per una causa che, può non trovarci concordi, ma che come tutte le manifestazioni di pensiero rispettiamo pienamente".

Spengler, profeta del XXI secolo

di FRANCO CARDINI
Oggi quasi nessuno cita più il saggio di Samuel P. Hun­tington, Lo scontro delle ci­viltà, che oltre una decina di anni fa fece scalpore con la sua teoria del ‘necessario’ scontro fra civiltà, che qualcuno prese per un libro ‘pro­fetico’ quando fummo costretti, l’11 settembre del 2001, ad assiste­re al tragico ed epocale crollo delle Torri gemelle. Non fu notato con sufficiente energia, in quei giorni, che il best seller di Huntington se­guiva, aggiungendogli quel bel po’ di condimento neoconservatore che allora andava di moda, una traccia illustre ma ‘negata’ e per certi versi perfino ‘maledetta’, che evidentemente lo studioso ameri­cano si augurava che noialtri vecchi europei avessimo dimenticato quel tanto che bastava per non accor­gersi del suo semi-plagio concet­tuale.
Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente
Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente
Ma il pesante ‘saggio a tesi’ di Hun­tington, se poteva somigliare al suo vecchio e venerabile modello per la sua storicamente poco difendibile presentazione delle diverse civiltà destinate a scontrarsi nel mondo contemporaneo, nulla possedeva del fascino barocco e romantico del suo splendido e terribile modello: il Der Untergang des Abendlandes (Il tramonto dell’Occidente) di O­swald Spengler. Mentre Spengler a­veva trattato con disperata lucidità, una novantina d’anni or sono, di quello che gli appariva come il tra­monto della sua civiltà, Huntington non si era nemmeno accorto, nel suo libro per molti versi apologeti­co del suo Occidente, quello matu­rato appunto tra le guerre mondia­li e incentrato sugli Stati Uniti d’A­merica, di star scrivendo l’epitaffio del ‘secolo americano’. Spengler aveva composto una solenne mar­cia funebre d’una civiltà che ormai gli appariva morente; Huntington aveva redatto l’elogio trionfale d’una civiltà sul serio al tramonto senza nemmeno supporre di starne componendo l’estre­mo elogio. In effetti,Der Unter­gang des Abendlan­des usciva tra 1918 e 1922, ottenendo un travolgente suc­cesso: l’ormai quarantenne ‘ filo­sofo della morfologia storica’, na­to a Blankenburg in Turingia nel 1880, aveva assistito al naufragio della sua Germania e compreso perfettamente che la Prima guerra mondiale era in realtà la fine non solo dell’imperialismo del ‘secon­do Reich’, bensì di tutto un mondo. Si sentiva ormai vecchio, Spengler, per quanto gli restassero ancora al­cuni anni da vivere (sarebbe morto a Monaco nel 1936): ma, al pari del principe di Metternich, avrebbe ben potuto dire: «Muoio con l’Eu­ropa: sono in buona compagnia». Esattamente nello stesso torno di tempo, nel 1919, veniva inaugura­ta nella Columbia University di New York una cattedra di Cultura e ci­viltà occidentale: si sarebbe tratta­to di studiare il nuovo frutto della storia contemporanea, quella cul­tura occidentale della libertà, del progresso, della ricerca della felicità che era nata e si era affermata nel corso dell’Ottocento negli States e che ormai stava prendendo il suo posto nel mondo scalzandone la vecchia cultura dell’autoritarismo e delle tradizioni ormai esaurite: e quella cultura non era un generico ‘Oriente’, bensì proprio l’Europa.
L’idea novecentesca di Occidente, affermatasi dopo il 1945 come quel­la del ‘Mondo Libero’, nasceva sot­to il segno della dichiarazione di av­venuto decesso della ‘vecchia’ Eu­ropa. Ma proprio la coincidenza dell’u­scita del capolavoro spengleriano e dell’inaugurazione della cattedra newyorkese, che sembravano con­fermarsi a vicenda, ci aiuta oggi a confrontare la miopia di Hunting­ton con la visionaria lungimiranza di Spengler.
Mentre la ‘civiltà occi­dentale’ per un verso sembra dive­nuta in effetti il basic English, la koinè diàlektos di tutto il mondo ‘catturata’ dai nuovi popoli e dal­le nuove culture che si affacciano all’orizzonte del terzo millennio – Cina, India, Brasile –, se ci volgia­mo alla nostra storia passata si ha l’impressione che la tesi ‘ciclica’ dell’avvicendarsi delle civiltà di cui Spengler si era fatto portatore ispirandosi a Goethe, a Dilthey e a Nietzsche abbia oggi recuperato u­na sua tragica plausibilità.
Oswald Spengler
Oswald Spengler
Goethianamente affascinato dalla fisiologia delle specie viventi, Spen­gler aveva concepito una ‘storia naturalistica universale’ caratterizza­ta dalla sequenza di otto civiltà­ monadi che, come piante, nasce­vano, fiorivano, davano frutti, av­vizzivano e morivano: una gran­diosa visione deterministica, da scienziato dell’Ottocento quale in fondo era, al servizio della quale e­gli poneva un’immensa, sconcer­tante erudizione capace di elabo­rare un tessuto fittissimo di analo­gie tra culture diverse. Si rileggono oggi con disagio ma anche con stu­pore e ammirazione le pagine che Spengler dedica al confronto tra il ‘declino’ della civiltà europea e quello della civiltà ellenistico-ro­mana. Per Spengler le vicende u­mane sono segnate non già da un continuo progresso, bensì da un processo di decadimento. Mundus senescit.
I due pilastri di questa rilettura del­la storia sono da una parte la teoria greca e nietzscheana dell’’Eterno ritorno’, profondamente opposta al finalismo biblico ed hegeliano, dall’altra la cultura della Decaden­za. Dinanzi alla rovina del vecchio equilibrio mondiale avvenuta con la guerra, che aveva indirizzato al­la distruzione tutte le risorse tecni­che, scientifiche e sociali della Mo­dernità, Spengler diveniva un pro­feta del nuovo mondo come tabu­la rasa, civiltà della forza, delle mas­se e delle macchine. In ciò il suo messaggio conservatore finiva con il confinare con l’energia nihilistica e rivoluzionaria delle nuove avan­guardie, con la ‘Nuova Obiettività’ di Dix e di Grosz che denunziavano la crudeltà e l’ingiustizia del nuovo mondo, con il nihilismo sovversivo di futuristi, surrealisti e dadaisti. Se il capitalismo borghese aveva con­dotto la civiltà europea alla rovina, per impadronirsi della sua eredità non restava che compierne para­dossalmente l’opera rivolgendola contro di esso. In tal modo, il conservatore Spengler diveniva a sua volta un araldo della rivoluzione: e il suo concetto di ‘Rivoluzione con­servatrice‘ finiva con l’andare il ta­le senso. Il che spiega l’equivoco che fece scorgere in lui un profeta del nazionalsocialismo, mentre dal canto loro i nazisti ne diffidarono e finirono col considerarlo un nemi­co: anche a causa del suo ostinato rifiuto a collaborare con loro.
Al di là dell’equivoco che lo volle i­spiratore ai alcune posizioni hitle­riane, Spengler fu considerato, do­po il ’45, un ‘cattivo maestro’ bol­lato come ‘irrazionalista’ e ‘anti­scientifico’, ch’era tacitamente vie­tato leggere e peggio ancora citare. Oggi, sulle rovine delle beate e otti­mistiche certezze storicistiche e di­nanzi a un domani caratterizzato dall’esaurirsi di quelle ideologie che egli aveva avversato e combattuto, mentre nuove sintesi tra la cosid­detta ‘ civiltà occidentale’ e altre forme di cultura stanno sorgendo all’orizzonte, lo skyline di Shanghai ci appare più nuovo di quello di Manhattan e la capitale della tec­nologia informatica si sposta a Ban­galore in India, una rimeditazione delle vecchie pagine di Spengler s’impone come insospettabilmen­te attuale e fruttuosa.
Oggi, mentre sorgono nuove sintesi tra la «civiltà occidentale» e altre forme di cultura, s’impone una rimeditazione delle vecchie pagine del «cattivo maestro».

mercoledì 26 gennaio 2011

Il ritorno di Saint-Exupéry

Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe
di GIANFRANCO DE TURRIS
Sia che la notizia del ritrovamento del Lightning di Saint-Exupéry (e quindi anche dei suoi resti) si riveli vera o un falso allarme, di certo Il piccolo principe avrà una nuova giovinezza. È di certo il suo libro più famoso, anche se non il più importante e il più bello a giudizio di chi scrive: una fiaba che piace anche agli adulti. Scritta nel 1943 quando il suo autore era negli Stati Uniti, poco prima di ripartire per l’Europa e trovare una tragica e fino ad oggi misteriosa morte nei cieli del golfo di Marsiglia il 31 luglio 1944, il libretto risente di quei tragici momenti e cerca di esorcizzarli con una storia fantastica, in cui si contrappone il modo di pensare dei bambini a quello degli adulti, nello stesso tempo una sorta di educazione sentimentale e di assuefazione al senso della morte.
Nonostante ciò Il piccolo principe ha ottenuto un immenso successo, ma forse è esagerato affermare che sia il libro più tradotto e venduto dopo la Bibbia. Riduzioni teatrali e fumetti, magliette e cartoni animali, oltre ad altri gadget, ne documentano la popolarità. C’è però da dubitare un poco sulla spontaneità della faccenda, soprattutto quando questi improvvisi sussulti d’interesse avvengono nei momenti più inaspettati, o collegati – come adesso si può supporre – ad un fatto di cronaca, ancorché importante come il possibile svelamento dell’enigma della scomparsa del suo autore. Che scrisse la fiaba ricordando una sua esperienza personale, quando negli anni Trenta precipitò con il suo aereo nel deserto africano e riuscì a mettersi in salvo dopo una marcia di cinque giorni: una fantasia su una maniera diversa di affrontare i fatti della vita. E certo Antoine de Saint-Exupéry, nobile aristocratico, controrivoluzionario, cattolico tradizionalista, non avrebbe molto accettato l’uso del suo personaggi per fini pubblicitari, anche se in buona fede.
Stacy Schiff, Antoine de Saint-Exupéry. BiografiaÈ in realtà la stessa sorte che tocca ad altre figure letterarie che si possono mettere sullo stesso piano di quello che potremmo benissimo definire un «extraterrestre», ancorché sui generis: ad esempio il Peter Pan di Barrie, di cui quest’anno si festeggia il centenario (dell’opera teatrale, non del romanzo), e degli Hobbit tolkieniani: il bambino che non voleva crescere e i mezzi-uomini, sono anch’essi al centro di un’operazione mediatica e di merchandising, che anche qui gli autori sicuramente non avrebbero gradito, almeno nelle forme che adotta la nostra società dell’immagine, della pubblicità e dei consumi. Belle fiabe abbassate di livello e ridotte a iconcine per le nuove generazioni, stampate su berretti e magliette (ma è capitato anche al comandante Che Guevara, rivoluzionario anticapitalista per eccellenza!).
Non possiamo evitarlo, ma non possiamo non dolercene.

martedì 25 gennaio 2011

Il cuore di Mishima

di Marco Iacona (centro studi LA RUNA)
Yukio Mishima (ma è più corretto scrivereMishima Yukio), è stato un personaggio – non solo persona, appunto, ma personaggio – capace di esprimere la grandezza e la pienezza del vivere in ogni gesto o frase e per tutti i momenti che hanno composto i quarantacinque anni della sua breve vita (l’ultima sua frase prima del suicidio: «la vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre.»). A quarant’anni esatti dalla morte (25 novembre 1970), lo ricordiamo come uno degli intellettuali, scrittori e uomini d’azione (personaggio, dunque, assolutamente novecentesco), capaci di dare un senso ben preciso al cosiddetto “secolo breve”.
In Mishima c’è un pezzo – anche piccolo – di ogni personalità che ha arricchito gli anni del nostro passato. Lui è innanzitutto il D’Annunzio d’oriente (poeta, prosatore, acceso patriota, esteta, uomo dalla forte personalità che “confonde” vita ed epica), ma è anche un uomo pronto al sacrificio per il rispetto dei principi e politicamente non-etichettabile come Che Guevara; Mishima è un uomo destinato a suscitate scandalo ed essere, contemporaneamente, venerato dai propri sostenitori come Lawrence d’Arabia l’avventuriero, ma anche profondamente influenzato da una cultura che non è quella del proprio paese (il Giappone) come il grande Akira Kurosawa (e come lui non amatissimo in patria); infine un uomo segnato da un destino tragico e contraddistinto da un’esistenza inquieta come Drieu La Rochelle e Camus: un uomo nato e poi vissuto con un deficit di libertà (all’interno del Giappone crebbe peraltro con un’educazione molto rigida), ma che questa stessa ricercò dappertutto, nelle lettere, nei costumi e nell’amore per una patria sottoposta a rigide imposizioni di politica internazionale.
Come tutti i (veri) grandi intellettuali del Novecento – viene in mente anche il nostro Pasolini –Mishima subisce l’influenza di “correnti” di pensiero opposte le une alle altre, c’è tanta modernità – nella forma di una “antichità riadattata” – ma tanta tradizione nelle sue prose che risulta davvero difficile produrre le giuste coordinate per un “pensiero” eternamente sfuggente. Conservatore anzi tradizionalista? Senz’altro, data la venerazione per il Giappone imperiale. Decadente? Anche, come decadenti furono gli scrittori che esibirono “moralità” proprie e chiusero un’epoca fra estetiche nietzscheane e pulsioni romantiche. Mishima è autore d’inarrivabile profondità e narratore schietto, senza censure “ideologiche” ai limiti della sfacciataggine, un Rimbaud dei nostri tempi.
Al momento del suicidio – con la cerimonia del seppuku – davanti alle televisioni, con migliaia di curiosi e in straordinario “fortuito” anticipo sulla scoperta del potere “condizionante” dei media, lui che parla con poetica delicatezza di omosessualità e frigidità citando Freud e Fromm, in Italia si litiga – molto più “banalmente” – sulla legge sul divorzio e si dibatte sui progetti per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina (!); lui bisessuale dichiarato anticipa gli “outing” di artisti e intellettuali del terzo Millennio, anticipa le preoccupazioni che un gesto compiuto davanti a milioni di spettatori possa influire sul comportamento di altrettanti concittadini e sulle élite del proprio paese, e anticipa il “gusto” per i riflettori accesi sulla cultura giapponese. La “morte in diretta” in Italia sarebbe arrivata “soltanto” undici anni dopo nel 1981 con le sofferenze di Alfredino Rampi all’interno di un pozzo poco lontano da Roma, la “mania” per il Giappone – un certo tipo di Giappone spesso però caricaturale – sarebbe arrivata grazie alla cultura di Manga Anime dal 1978 in poi. Il cinema giapponese invece era già noto in Italia dai primi anni Cinquanta, ma ben poca cosa forse.
In un’Italia bacchettona sfiorata appena dalle novità del Sessantotto (il Sessantotto che è anche quello del suicidio di Jan Palach però), un paese nel quale in pochi vanno oltre un americanismo da “buon padre di famiglia”, Mishima è un autore che dà fastidio. Nonostante le candidature al premio Nobel, alcuni quotidiani italiani non ne citano il nome quando danno la notizia del gesto estremo (nel titolo si parla solo di un celebre scrittore; la “Stampa” titola: “Uno scrittore di Tokio”…); a far notizia è il “fanatismo” dei protagonisti nonché la stranezza degli accadimenti. Punto. Molti cadono vittima della “cattiva” fama di Mishima compresa quella del “militarista”: lo scrittore ha fondato due anni prima un corpo paramilitare privato l’“associazione degli scudi” del quale è naturalmente il comandante, e peraltro ha deciso di morire con un gesto da “onesto” avanguardista, dando prova che il protestare contro la rinuncia del Giappone alle proprie tradizioni non è mera chiacchiera giornalistica (si ripassi il suo Sole e acciaio per capire meglio).
È il rigore mishimiano a dar fastidio ancora oggi a chi ritiene che il “disprezzo per la morte” degli uomini del Sol-levante sia solo il cattivo ricordo degli anni della seconda guerra mondiale. Ed è l’idea che la guerra, dopo venticinque anni (e con la capitolazione definitiva del Giappone), non sia definitivamente finita a “terrorizzare” gli osservatori, e con essa il doppio pensiero che l’«assoluta inefficienza delle forza armate giapponesi ad assicurare la difesa del paese» e «la vigente Costituzione imposta al Giappone dagli accordi di Yalta e Potsdam», sia un’intollerabile ferita per un paese dalle eccellenti tradizioni militari. Una “maledizione” cheMishima si porta addosso da decenni. La maledizione del “fascista”, militarista e ultranazionalista, la maledizione che colpisce chi decide di non rassegnarsi ai verdetti della seconda guerra mondiale: quanti nomi si potrebbero fare in proposito… Quella “malattia della politica” che Mishima ha cercato di scansare per decenni (si definiva un antipolitico), torna dunque nella vita dello scrittore sotto la forma di una condanna senza appello anche nel post-mortem. Lui si batte per il ritorno del Giappone allo “spirito tradizionale” – quello che fu dei samurai – e per il ripristino delle condizioni di difesa dell’Imperatore che incarna lo spirito della nazione (prima di morire Mishima urla: «Tenno Heika Bazan!» – Viva l’Imperatore!), ma per gli “osservatori” invece è solo un tipo “fascista”, un nazionalista come “tanti” negli anni caldi del ritorno alle contrapposizioni ideologiche. Se a ciò aggiungiamo l’amore mishimiano per la Grecia classica e il teatro tradizionale giapponese (passioni indigeste per chi è accecato dal sol dell’avvenire), la cura maniacale del corpo (dagli anni Cinquanta Mishima si dedica al culturismo e al kendo e la sua immagine diventa icona della bellezza fisica maschile), e l’importanza data ai valori dello stile, del gusto e dell’azione non è arduo pensare che il destino dell’autore diNeve di primavera fosse rigidamente scritto fin dai primi anni.
Come Céline, come Pound come altri (compreso il nostro D’Annunzio), l’approccio a Mishima è ancora oggi schizofrenico… Fascista illeggibile per qualche “anima bella”, ma in realtà scrittore amatissimo dalle donne e dagli uomini in egual misura (e ciò lo rende ancora una volta unico), e dalle capacità narrative paragonabili a quelle di un Dostoevskij (edito peraltro in Italia anche da Feltrinelli). Il rapporto – letterario – fra Mishima e le donne è un capitolo a se stante della biografia dello scrittore tokyoto; anche nei suoi lavori meno recenti o più commerciali come Musica o laLeonessa la donna assume un ruolo da protagonista sconosciuto a gran parte dellaletteratura moderna. Donna non come “parte” di un universo maschile ma come protagonista “alla pari” soprattutto nei rapporti d’amore. Eccola la “cifra mishimiana”: l’andare oltre lo schema occidentale – capitalistico-borghese – che tipicizza il rapporto maschio/femmina per aprire nuovi capitoli attraverso l’analisi delle proprie tradizioni, attraverso la fitta indagine psicologica. Dopotutto, anche questo è l’autore che seppe riversare in autentici capolavori – e quasi da subito – come Confessioni di una maschera il proprio disagio esistenziale per la cosiddetta normalità; si trovasse al di “dentro”, nel suo animo, o al di “fuori” dell’essere umano, cioè nella società.
È quasi scontato in cauda ricordare che fra i suoi ammiratori ci fosse Marguerite Yourcenar capace di percepirne, così come fece per Julius Evola, una cifra “trascendente”, un quid di eccezionalità. Ancora oggi però c’è l’intellettuale sconosciuto a chi ha gli occhi bendati dal pregiudizio… Caduti i muri, i veti e le censure, siamo sicuri cadrà anche la barriera che impedisce di entrare nell’universo di Yukio Mishima, nell’universo delle “confessioni” di chi strappò al secondo Novecento la grigia maschera del conformismo.