giovedì 30 giugno 2011

ACCUSATI DI AVER DENUNCIATO FALSE AGGRESSIONI A MEZZO STAMPA. ECCO I REFERTI, ORA PRETENDIAMO LE SCUSE E LE SMENTITE.

ACCUSATI DI AVER DENUNCIATO FALSE AGGRESSIONI A MEZZO STAMPA.

LA REPLICA DI TORSELLI, SCATARZI E DRAGHI (PDL – GIOVANE ITALIA): “ESIGIAMO SCUSE IMMEDIATE DA CERTA STAMPA E SPIEGAZIONI DA CHI HA MESSO IN DUBBIO LE NOSTRE PAROLE”.

PARLA IL MILITANTE AGGREDITO.

Questa la nota diffusa da Francesco Torselli, Dirigente Nazionale della Giovane Italia e Consigliere Comunale del PDL a Firenze, Marco Scatarzi, Presidente Cittadino della Giovane Italia e Responsabile di Casaggì ed Alessandro Draghi, Presidente Provinciale della Giovane Italia e Consigliere Circoscrizionale del PDL:

“Apprendiamo con estremo stupore che la Questura di Firenze avrebbe diffuso una nota nella quale i sottoscritti sono accusati dei reati previsti dall’Art. 656 del Codice Penale, per aver diffuso notizie false e ad aver procurato così un allarme. Certa stampa ha immediatamente colto la palla al balzo diffondendo note intitolate ‘Spacciano dolore dente per conseguenza aggressione’ e ciò non può che renderci ulteriormente stupefatti. Anche perché, ad avvalorare ciò che abbiamo denunciato, e che peraltro ribadiamo, esiste un referto medico emesso dall’Ospedale di Santa Maria Nuova nel quale si parla, in maniera chiara, di ‘trauma contusivo mandibolare accidentale’ ed al quale viene assegnato un codice verde (documentazione allegata).

Pur non essendo, nessuno di noi, laureato in medicina, crediamo che la dicitura ‘trauma contusivo mandibolare accidentale’ difficilmente possa indicare un dente cariato.

Non riusciamo a capacitarsi dei motivi che avrebbero indotto la Questura di Firenze ad avviare dunque questo tipo di procedimento legale nei nostri confronti, visto che il ragazzo in questione è stato aggredito sotto casa, colpito con un pugno ad una mandibola e costretto a ricorrere al pronto soccorso. Gli aggressori, non riconosciuti dal nostro militante, prima e dopo averlo colpito, lo hanno apostrofato con frasi del tipo: ‘Fascista di Merda’ e ‘Bastardo Fascista’ e per questo abbiamo parlato di aggressione legata all’attività militante svolta dal ragazzo aggredito nelle file di Casaggì e della Giovane Italia, movimento giovanile del Popolo della Libertà.

E se ad oggi il ragazzo non ha ancora esposto una formale denuncia alla Polizia, è semplicemente perché non avendo riconosciuto i propri aggressori, sta valutando la necessità o meno di sporgere denuncia contro ignoti; del resto la legislazione italiana prevede un tempo di 90 giorni dal fatto accaduto per sporgere denuncia o meno.

Esigiamo da parte di tutti coloro che ci hanno mosso accuse infondate, mettendo in dubbio la nostra serietà, la nostra professionalità e soprattutto offendendo l’operato di quei ragazzi che, semplicemente per propagandare la propria fede politica, rischiano tutti i giorni aggressioni e ritorsioni, le scuse immediate, mentre da chi ha diffuso la notizia attendiamo di ricevere le adeguate spiegazioni.

Contro chi ha chiamato in causa i sottoscritti, accusandoli di essere dei millantatori e degli inventori di notizie false, valuteremo nei prossimi giorni quali vie legali intraprendere per tutelare la nostra immagine e quella dei movimenti e del partito a cui facciamo riferimento”.

Queste invece le parole di Manuele, 22 anni, militante della Giovane Italia e di Casaggì, aggredito il 21 giugno scorso di fronte alla propria abitazione:

“Il 21 giugno scorso, poco prima delle 15.30, come ogni giorno sono uscito dal portone di casa mia, in Via Santo Spirito, per andare a lavoro. Avevo le mani occupate dal manubrio della mia bicicletta che stavo spingendo lungo la strada, quando, all’improvviso mi sono visto sbucare di fronte tre ragazzotti che, a passo svelto, si sono diretti verso di me.

Giusto il tempo di alzare lo sguardo che uno di questi mi ha apostrofato con un: ‘Fascista di Merda’ e subito dopo mi ha mollato un pugno in piena faccia, all’altezza della mandibola destra.

Sono caduto a terra, sbattendo la testa sul sagrato e, mentre i tre ragazzi fuggivano, mi sono state rivolte altre offese, tutte a sfondo politico.

Dopo essermi rialzato, provando un fortissimo dolore alla mandibola, ho deciso di recarmi al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Santa Maria Nuova, dove, alle 16.16 mi è stato diagnosticato un trauma contusivo alla mandibola, dovuto a cause accidentali.

Dopo essere stato dimesso, ho informato dell’accaduto i responsabili del mio movimento, Marco Scatarzi e Alessandro Draghi, nonché  il Consigliere Comunale del PDL, Francesco Torselli, ai quali ho raccontato l’accaduto.

Oggi scopro che Francesco, Marco e Alessandro sarebbero stati denunciati (?) per diffusione di notizie false e che in realtà mi sarebbe stato diagnosticato soltanto un dente dolorante. E’ vero, dalle radiografie che mi sono state fatte, mi è stato anche detto di rivolgermi ad un dentista a causa di un problema riscontrato ad un dente – e non credo di dire chissà quale assurdità nel supporre che tale dolore potrebbe anche essere stato accentuato o risvegliato dal pugno subito – ma ciò non toglie che io, al pronto soccorso non ci sono certo andato per una carie!

Leggo anche, sul sito di un autorevole quotidiano fiorentino, che all’Ospedale di Santa Maria Nuova mi sarebbe stata diagnosticata un’infiammazione ad un dente e non un trauma contusivo. Mi chiedo se questa gente, prima di diffamare l’immagine e la credibilità altrui, si sia presa la briga di richiedere copia del mio referto, nel quale si legge bene la dicitura ‘trauma contusivo mandibolare accidentale’.

Sono allibito e sconcertato per quanto accaduto e mi auguro che chi ha diffuso queste accuse infondate abbia perlomeno il buon senso di smentirle, chiedendo scusa a Torselli, Draghi e Scatarzi”.



LA DIAGNOSI, A CONFERMA DELLA ANAMNESI, PARLA DI TRAUMA MANDIBOLARE:




IL CALDO, GLI IDIOTI E LE SCRITTE SU CASAGGì...


A Firenze è un caldo torrido. Temperature sopra la media e umidità a tassi da record. Tutto questo ha anche dei risvolti politici. Certi idioti, che già manifestano segni preoccupanti durante l'inverno, in estate perdono letteralmente il lume della ragione. 

Sopra ne abbiamo due prove inconfutabili, a cura della Rete dei Collettivi, un tempo struttura politica e militante animata dalle realtà antagoniste attive nelle scuole superiori, oggi un cenacolo di quattro babbei coi brufoli, qualche foto sguaiata su facebook per autoconvincersi di essere cattivi, qualche paio di pantaloni strappati di nascosto dalla mamma, la villetta a Settignano, il babbo avvocato e la noia estiva di questi giorni nell'attesa di andare in vacanza in qualche località esotica a farsi servire e riverire da camerieri in guanti bianchi. E purtroppo non stiamo neanche esagerando: basterebbe inserire qualche doppio cognome nobiliare per rendersi conto della situazione. 

Sul contenuto delle scritte, però, si aprono folti dibattiti, dal momento che si tratta di avanguardia pura, con toni e significati da far rivoluzionare in mezz'ora il panorama politico e culturale europeo. 

Le scritte, ovviamente, sono state realizzate di notte. Un pò per via del fatto che il sole del giorno manifesta i suoi peggiori effetti durante la notte, quando i sudori freddi e i mal di testa si acuiscono pericolosamente; un pò per via del fatto che la paura di prendere uno scapaccione tra moccio e bava è davvero tanta, comprensibilmente. 

A poche centinaia di metri da lì, un tempo, c'era il manicomio di San Salvi. Da quando lo hanno chiuso non è più vita. 

mercoledì 29 giugno 2011

FESTA IDENTITARIA A EMPOLI!


SANGRIA, COMUNITA', MUSICA, POLITICA, GIOVINEZZA.
La ciurma empolese saluta un anno di attivismo e di vita, di aggregazione e di traguardi.

GIOVEDì 30 GIUGNO DALLE 19
VIALE SAN MARTINO 8, EMPOLI
davanti alla stazione, presso la nuova sede

martedì 28 giugno 2011

E anche in Italia c'era chi amava "épater le bourgeois"

Di Marco iacona


Maledetto? Sì grazie... Dal giorno della morte, e il prossimo primo luglio saranno passati cinquant'anni, parecchie cose - molte opinioni e una quantità di pareri - sono già mutati riguardo la vita, l'opera e la morte di Louis-Ferdinand Céline.


Ma una particolarità è rimasta tale e quale: nessuno si è sognato o si sognerà mai di staccare l'etichetta di maledetto dalla sua pellaccia. Come è avvenuto per gli scrittori deliranti che lo hanno preceduto (vedi i poeti maledetti di Verlaine), come avverrà per le icone pop - soprattutto quelle artistiche - che verranno dopo di lui. Lui è un anarchico crudo e iperrealista praticamente da sempre; ha vissuto con autentico distacco il mondo dei borghesi come un personaggio marginale di un Ovest immaginario ma non troppo. Più di Gide, come il nostro Pasolini ha preferito sporcarsi anzi vivere con abiti e pensieri sporchi, trasandati, non abbassando il capo innanzi a ragioni che non potevano essere le sue. Punto. Ci riferiamo alla politica naturalmente, ai marchi di "antisemita" e "collaborazionista" impressi anch'essi sulla pelle céliniana e dai colori incancellabili. Ma alle accuse, lui sceglie di reagire in modo sincero, perfino brillante, con un donizettiano «Evviva la Francia!».

C'è quella bellissima frase pasoliniana che riassume decenni di impegno fuori dagli schemi dell'intellettuale bolognese, una frase recitata (a caso?) in collegamento con la televisione francese: «Io credo che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato sia un moralista…». Il riferimento era al film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Senza infingimenti: 120 minuti di oscenità, un lavoro sconcio, violento, come solo un "figlioletto" di Céline avrebbe potuto partorire. Quell'uomo che aveva vissuto gli ultimi dieci anni della sua vita da misero medico di miseri pazienti, circondato da miseri animali, dalla povertà e dal bisogno. L'uomo che oggi viene considerato - come Pasolini appunto, ma non tanto per i suoi romanzi quanto per la sua profonda e geniale verve polemica - né più e né meno che il papà delle forme di ribellione aperte, popolari, cupe, intense, anticapitaliste, sacrileghe, letterarie, anche se profondamente ineleganti. L'uomo che parlava delle banlieue così come l'autore delle Ceneri di Gramsci narrava delle borgate romane e che aveva anticipato proprio il messaggio pasoliniano sui potenziali "danni" arrecati dalla tivù. Che aveva col potere - e i potenti - un rapporto a dir poco tremendo. L'uomo che alla "regolarità" del mondo (moderno) e della società di massa preferiva le libertà e i disagi dell'anticonformismo. Un mondo al quale, naturalmente, aveva indirizzato gran parte del proprio disprezzo, un mondo abbellito a volte con note nicciane, avvolto altre volte negli abiti di una comune altezzosa antipatia verso la normalità.

Quel giorno di luglio del 1961 di Céline si parlava parecchio male. Del suo Voyage au bout de la nuit perfino, che faceva storcere il muso nonostante il successo, figuriamoci delle sue Bagatelles pour un massacre. E oggi, se ne parla ancora male e si vietano le "celebrazioni" per i cinquant'anni dalla morte; e lo si maneggia con cura, perché Céline è uno che è andato ben al di là della comune tollerante polemica. Uno che ha detto troppo. Troppo, perfino per un anarchico. Data simbolo: Céline moriva all'inizio di quegli anni Sessanta che avrebbero cambiato vita, abitudini, gusti e modi di pensare dei giovani d'Occidente. Veniva da esperienze di guerra terribili: dragone ed eroe nella grande guerra, fra i protagonisti in negativo della seconda. Nei Sessanta e nei Settanta, spinti da nuove esigenze, nuovi temi ma anche da nuove guerre (il Vietnam), i giovani ribelli cercavano di cambiar pagina. Alcuni erano dentro il calderone delle ideologie fino al collo (fascisti, comunisti e creduloni d'ogni colore), molti invece fin da allora non rinunciavano a una formazione diversa più per temi che per contrapposizioni. Céline, per se stesso e come "figlioletto" di Nietzsche, era uno dei nuovi maestri (seppur maledetto) e maestri lo saranno poco dopo anche altri "viaggiatori" in epoca beat, fino a Charles Bukowski, altro céliniano per concetti ed espressioni.

Ma maestro lo era (e non per tutti) anche uno dei "pallini" del vecchio Hank, quell'Ernest Hemingway che, magia dei numeri, morirà suicida proprio il giorno dopo il dottor Destouches, il 2 luglio del 1961. Altro mago della penna che seppe mettere nero su bianco il proprio esclusivo talento per la libertà, l'avventura e il successo. Primo fra i personaggi globali del nostro tempo - è stato detto: al pari di una Callas - Hemingway è stato un narratore schietto, diretto, sempre in fuga dai giri di parole, un poeta lontano anni luce dalle smancerie o dai virtuosismi delle tradizioni vuote e galanti che ogni paese era ed è orgoglioso di poter vantare. Si leggano le sue poesie, e si capirà l'uomo. Su Hemingway è possibile perdersi in una quantità infinita di affermazioni. Omaccione non privo di un gusto tutto americano e tutto moderno per il sangue e l'azione, è stato uno dei più attivi testimoni delle guerre del secolo trascorso (almeno due titoli: Addio alle armi e Per chi suona la campana). Decorato come Céline, ha girato il mondo per poter capire e scrivere, dosando romanticismo e realismo. Materia e spirito. Cinque anni prima, a Roma se n'era andato Corrado Alvaro, scrittore e giornalista calabrese, anch'egli giramondo, anch'egli inviato di guerra, anch'egli ferito al fronte. Le sue esperienze giornalistiche, le collaborazioni alMondo di Giovanni Amendola e a Omnibus di Leo Longanesi fecero di lui una voce importante del nostro Novecento. Vinse lo strega nel 1951. Negli ultimi anni di vita gli fu molto vicina Cristina Campo. Lo vide perfino morire: «Se n'è andato a occhi chiusi, dopo una lotta che appariva una suprema concentrazione…», scrisse. Come il personaggio di una novella. Anche lui carne, anche lui spirito.

lunedì 27 giugno 2011

Quando in edicola chiedevamo “Il balilla”

di Roberto Alfatti Appetiti

È passato ormai quasi mezzo secolo dalla scomparsa di Antonio Rubino: da quel primo luglio del 1964 in cui venne ritrovato senza vita sotto un castagno, nei suoi amati boschi di Bajardo, paesino della provincia di Imperia. Tra le mani un foglietto su cui aveva annotato un’ultima poesia, dedicata alle nuvole. Giammai alle nuvolette. Non s’era lasciato conquistare dai balloons dei comics d’importazione americana e, per le sue storie a vignette, li aveva sostituiti con filastrocche a mo’ di didascalie. Un mix di invenzioni visive e giochi linguistici che oggi definiremmo produzioni multimediali. Rivolte ai suoi lettori prediletti, da sempre: i bambini. Nato a Sanremo nel 1880, una laurea in giurisprudenza nel cassetto, è stato pittore autodidatta e raffinato al tempo stesso, a suo agio con l’estetica liberty come nella dinamica vivacità del Futurismo, grafico geniale e poeta di talento, ma soprattutto esploratore attento del mondo infantile, precursore di più generazioni di disegnatori che nei decenni successivi si sono misurate con l’originale via italiana alle “strisce” tracciata da Rubino in punta di matita e rima baciata.

Dopo una lunga “gavetta” da illustratore, nel 1907 diventa autore di punta del fiorentino Giornalino della domenica di Vamba – alias Luigi Bertelli, papà di Gian Burrasca – e l’anno successivo è lui a ideare e realizzare la testata del Corriere dei Piccoli, il popolarissimo settimanale di cui sarà artista simbolo e autore di personaggi bizzarri quanto indimenticabili, assenti da decenni nelle librerie e da poco riproposti in una ricca raccolta curata da Matteo Stefanelli e Fabio Gadducci: Antonio Rubino. Gli anni del «Corriere dei piccoli» (Black Velvet, pp. 128, € 24,00). Dentro c’è gran parte del mondo di Rubino: dalle “disavventure geometriche” di Quadratino, monello con la testa quadrata, all’anarchia antiscolastica di Caro e Cora, dalle invenzioni futuriste di Abetino ai piccoli protagonisti fascisti che ne hanno caratterizzato ampia parte della produzione. L’avvento della prima guerra mondiale lo aveva visto impegnato con La Tradotta, settimanale della Terza Armata, a sostenere con il suo umorismo visionario il morale delle nostre truppe durante gli ultimi mesi del conflitto. Per loro inventa il caporale C. Piglio, dispensatore di consigli non richiesti, e il fante Muscolo Mattia ma soprattutto rappresenta la vita di trincea in disegni da cui ogni cupezza è bandita e la realtà bellica è sfumata in un clima spensierato, idilliaco e a tratti goliardico. Da Il fante si arrangia a L’ardito si diverte per arrivare alla Russia bolscevica vista a volo d’uccello, si tratta di tavole spesso a doppia pagina, talmente affollate di personaggi da anticipare di molti anni le caotiche composizioni jacovittiane. Niente a che vedere con la retorica guerresca con cui l’Italia liberale formava fanciulli col moschetto. Il mondo del fumetto non era sfuggito alla mobilitazione e i messaggi politici più o meno espliciti avevano iniziato a fare capolino nelle storie di evasione, ovviamente mirati a esaltare le glorie italiane in vista di quelle, auspicate, del futuro. 

Gli intenti pedagogici e gli ingredienti della propaganda, tuttavia, andavano dosati accuratamente per non comprometterne la creatività e soprattutto l’appeal rispetto agli accattivanti competitors d’oltreoceano.Una miscela di cui Antonio Rubino si dimostrerà un maestro sulle pagine de Il balilla, organo per la gioventù realizzato dal partito fascista – «cui l’autore guarda con fiducia», scrivono Gadducci e Stefanelli. La nota di presentazione della pubblicazione, firmata da Dino Grandi e Francesco Meriano, non lasciava spazio a dubbi circa la “politica editoriale”: «Non si conquista per sempre l’anima della Nazione se non si cura l’educazione intellettuale e morale dei fanciulli e dei giovinetti». Per gli eroi d’inchiostro, fez e camicia nera diventano d’ordinanza ed ecco, tra i tanti “arruolati”, Fasciolino di Muggiani, Peperino di De Seta, Bobo, Saetta, Sì e Se, fascisti dal volto umano, e non ultimi, i personaggi di Rubino: il balilla Dado e la sorella Stellina, ai quali verrà affidata l’esaltazione delle realizzazioni mussoliniane – dalla bonifica alla battaglia del grano, dalle colonie marine ai campeggi montani fino alla commemorazione della marcia su Roma – e a cui si aggiungerà Lio, balilla modello, creato dall’autore per Il Balilla. Negli anni Trenta, Rubino assume la direzione di Topolino, uno dei fumetti più amati dalla famiglia Mussolini. Se Romano era abbonato e Vittorio meditava di pubblicarvi la riduzione a fumetti di Luciano Serra pilota, il film di Goffredo Alessandrini, il duce stesso ebbe a spendersi in difesa dell’illustre topo, tra i pochi eroi statunitensi a non essere rispediti al mittente.La leggenda vuole che quando Ezio Maria Gray, funzionario del ministero della Cultura popolare, gli sottopose l’elenco dei personaggi da “epurare”, Mussolini si limitò ad annotare: «Eccetto Topolino». Non si trattava di un atto di cortesia nei confronti di Walt Disney – anticomunista viscerale, al punto da essere definito «principe nero di Hollywood» dal biografo Marc Eliot – che pure incontrò in un paio di occasioni. 

Lo fece, peraltro, malgrado la campagna per l’italianizzazione della produzione fumettistica che seguì al Congresso Nazionale per la letteratura infantile e giovanile, presieduto da Filippo Tommaso Marinetti e culminato con la redazione del Manifesto della letteratura giovanile, il cui obiettivo dichiarato era quello di far sì che «in tutte le narrazioni i nostri infortuni fossero trattati con laconismo e le nostre numerose vittorie con lirismo». Alla chiamata in armi della patria arrivano in edicola eroi adeguatamente fascistizzati: Lucio l’avanguardista, Romano il legionario e soprattutto Dick Fulmine, gemello d’inchiostro del pugile Primo Carnera, poliziotto italoamericano la cui immagine fu abilmente sfruttata anche durante la guerra, quando a Fulmine venne cucita addosso la divisa da soldato. Rubino, invece, era e rimase fino alla fine al “servizio” del «demonio dello stile», armato solo di fantasia, ironia e volontà di sperimentare nuove forme espressive, talmente “avanti” da essere inattuale. Tra tutti i suoi “figlioli” di carta, in fondo, il più autentico dei personaggi è Rubino stesso: «composto e misurato signore – lo descrivono Gadducci e Stefanelli – e in realtà vitale oppositore d’ogni passatismo, metodico nella vita e all’inverso acceso di una fantasiosa lunarità, all’apparenza distaccato dalle cose terrene e invece pronto a battersi per una propria idea di bellezza.

Apprezzato da Italo Calvino e Federico Fellini, ormai sessantenne, è tra i primissimi a tentare la strada dell’animazione. Senza alcuna esperienza nel campo e con i pionieristici mezzi dell’epoca, realizza i primi cortometraggi a colori: Nel paese dei ranocchi viene premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1942, l’unica copia di Crescendo Rossinianofinisce sotto ai bombardamenti di Berlino e il terzo cartone animato, L’arco dei Sette Colori, girato nel 1953 con macchina sinalloscopica, sistema di riprese da lui stesso brevettato, viene anch’esso applaudito a Venezia. Nulla, tuttavia, che potesse renderlo ricco. Morì povero, prima che la critica potesse riconoscerne l’importanza: per aver contributo alla maturazione artistica di un’arte popolare, il fumetto, reinventandola con libertà di idee e stile tutto italiano. 

Una celebrazione postuma arrivò nell’aprile 1965 con il primo numero di Linus, ma la coperta rimane corta e un pizzico avara. «Non ho fatto altro che seguire la mia sorte – diceva di sé – e il mio motto è sempre stato questo: sequor naturam meam».ato ormai quasi mezzo secolo dalla scomparsa di Antonio Rubino: da quel primo luglio del 1964 in cui venne ritrovato senza vita sotto un castagno, nei suoi amati boschi di Bajardo, paesino della provincia di Imperia. Tra le mani un foglietto su cui aveva annotato un’ultima poesia, dedicata alle nuvole. Giammai alle nuvolette. Non s’era lasciato conquistare dai balloons dei comics d’importazione americana e, per le sue storie a vignette, li aveva sostituiti con filastrocche a mo’ di didascalie. Un mix di invenzioni visive e giochi linguistici che oggi definiremmo produzioni multimediali. Rivolte ai suoi lettori prediletti, da sempre: i bambini. Nato a Sanremo nel 1880, una laurea in giurisprudenza nel cassetto, è stato pittore autodidatta e raffinato al tempo stesso, a suo agio con l’estetica liberty come nella dinamica vivacità del Futurismo, grafico geniale e poeta di talento, ma soprattutto esploratore attento del mondo infantile, precursore di più generazioni di disegnatori che nei decenni successivi si sono misurate con l’originale via italiana alle “strisce” tracciata da Rubino in punta di matita e rima baciata.

Dopo una lunga “gavetta” da illustratore, nel 1907 diventa autore di punta del fiorentino Giornalino della domenica di Vamba – alias Luigi Bertelli, papà di Gian Burrasca – e l’anno successivo è lui a ideare e realizzare la testata del Corriere dei Piccoli, il popolarissimo settimanale di cui sarà artista simbolo e autore di personaggi bizzarri quanto indimenticabili, assenti da decenni nelle librerie e da poco riproposti in una ricca raccolta curata da Matteo Stefanelli e Fabio Gadducci: Antonio Rubino. Gli anni del «Corriere dei piccoli» (Black Velvet, pp. 128, € 24,00). Dentro c’è gran parte del mondo di Rubino: dalle “disavventure geometriche” di Quadratino, monello con la testa quadrata, all’anarchia antiscolastica di Caro e Cora, dalle invenzioni futuriste di Abetino ai piccoli protagonisti fascisti che ne hanno caratterizzato ampia parte della produzione. L’avvento della prima guerra mondiale lo aveva visto impegnato con La Tradotta, settimanale della Terza Armata, a sostenere con il suo umorismo visionario il morale delle nostre truppe durante gli ultimi mesi del conflitto. Per loro inventa il caporale C. Piglio, dispensatore di consigli non richiesti, e il fante Muscolo Mattia ma soprattutto rappresenta la vita di trincea in disegni da cui ogni cupezza è bandita e la realtà bellica è sfumata in un clima spensierato, idilliaco e a tratti goliardico. Da Il fante si arrangia a 

L’ardito si diverte per arrivare alla Russia bolscevica vista a volo d’uccello, si tratta di tavole spesso a doppia pagina, talmente affollate di personaggi da anticipare di molti anni le caotiche composizioni jacovittiane. Niente a che vedere con la retorica guerresca con cui l’Italia liberale formava fanciulli col moschetto. Il mondo del fumetto non era sfuggito alla mobilitazione e i messaggi politici più o meno espliciti avevano iniziato a fare capolino nelle storie di evasione, ovviamente mirati a esaltare le glorie italiane in vista di quelle, auspicate, del futuro. Gli intenti pedagogici e gli ingredienti della propaganda, tuttavia, andavano dosati accuratamente per non comprometterne la creatività e soprattutto l’appeal rispetto agli accattivanti competitors d’oltreoceano.Una miscela di cui Antonio Rubino si dimostrerà un maestro sulle pagine de Il balilla, organo per la gioventù realizzato dal partito fascista – «cui l’autore guarda con fiducia», scrivono Gadducci e Stefanelli.

La nota di presentazione della pubblicazione, firmata da Dino Grandi e Francesco Meriano, non lasciava spazio a dubbi circa la “politica editoriale”: «Non si conquista per sempre l’anima della Nazione se non si cura l’educazione intellettuale e morale dei fanciulli e dei giovinetti». Per gli eroi d’inchiostro, fez e camicia nera diventano d’ordinanza ed ecco, tra i tanti “arruolati”, Fasciolino di Muggiani, Peperino di De Seta, Bobo, Saetta, Sì e Se, fascisti dal volto umano, e non ultimi, i personaggi di Rubino: il balilla Dado e la sorella Stellina, ai quali verrà affidata l’esaltazione delle realizzazioni mussoliniane – dalla bonifica alla battaglia del grano, dalle colonie marine ai campeggi montani fino alla commemorazione della marcia su Roma – e a cui si aggiungerà Lio, balilla modello, creato dall’autore per Il Balilla. Negli anni Trenta, Rubino assume la direzione di Topolino, uno dei fumetti più amati dalla famiglia Mussolini. Se Romano era abbonato e Vittorio meditava di pubblicarvi la riduzione a fumetti di Luciano Serra pilota, il film di Goffredo Alessandrini, il duce stesso ebbe a spendersi in difesa dell’illustre topo, tra i pochi eroi statunitensi a non essere rispediti al mittente.La leggenda vuole che quando Ezio Maria Gray, funzionario del ministero della Cultura popolare, gli sottopose l’elenco dei personaggi da “epurare”, Mussolini si limitò ad annotare: «Eccetto Topolino». Non si trattava di un atto di cortesia nei confronti di Walt Disney – anticomunista viscerale, al punto da essere definito «principe nero di Hollywood» dal biografo Marc Eliot – che pure incontrò in un paio di occasioni. 

Lo fece, peraltro, malgrado la campagna per l’italianizzazione della produzione fumettistica che seguì al Congresso Nazionale per la letteratura infantile e giovanile, presieduto da Filippo Tommaso Marinetti e culminato con la redazione del Manifesto della letteratura giovanile, il cui obiettivo dichiarato era quello di far sì che «in tutte le narrazioni i nostri infortuni fossero trattati con laconismo e le nostre numerose vittorie con lirismo». Alla chiamata in armi della patria arrivano in edicola eroi adeguatamente fascistizzati: Lucio l’avanguardista, Romano il legionario e soprattutto Dick Fulmine, gemello d’inchiostro del pugile Primo Carnera, poliziotto italoamericano la cui immagine fu abilmente sfruttata anche durante la guerra, quando a Fulmine venne cucita addosso la divisa da soldato. Rubino, invece, era e rimase fino alla fine al “servizio” del «demonio dello stile», armato solo di fantasia, ironia e volontà di sperimentare nuove forme espressive, talmente “avanti” da essere inattuale. 

Tra tutti i suoi “figlioli” di carta, in fondo, il più autentico dei personaggi è Rubino stesso: «composto e misurato signore – lo descrivono Gadducci e Stefanelli – e in realtà vitale oppositore d’ogni passatismo, metodico nella vita e all’inverso acceso di una fantasiosa lunarità, all’apparenza distaccato dalle cose terrene e invece pronto a battersi per una propria idea di bellezza».Apprezzato da Italo Calvino e Federico Fellini, ormai sessantenne, è tra i primissimi a tentare la strada dell’animazione. Senza alcuna esperienza nel campo e con i pionieristici mezzi dell’epoca, realizza i primi cortometraggi a colori: Nel paese dei ranocchi viene premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1942, l’unica copia di Crescendo Rossinianofinisce sotto ai bombardamenti di Berlino e il terzo cartone animato, L’arco dei Sette Colori, girato nel 1953 con macchina sinalloscopica, sistema di riprese da lui stesso brevettato, viene anch’esso applaudito a Venezia. Nulla, tuttavia, che potesse renderlo ricco. Morì povero, prima che la critica potesse riconoscerne l’importanza: per aver contributo alla maturazione artistica di un’arte popolare, il fumetto, reinventandola con libertà di idee e stile tutto italiano. Una celebrazione postuma arrivò nell’aprile 1965 con il primo numero di Linus, ma la coperta rimane corta e un pizzico avara. «Non ho fatto altro che seguire la mia sorte – diceva di sé – e il mio motto è sempre stato questo: sequor naturam meam».

domenica 26 giugno 2011

ANCORA 2 AGGRESSIONI CONTRO CASAGGì. CHIEDIAMO INCONTRO AL SINDACO RENZI.

ANCORA DUE AGGRESSIONI CONTRO MILITANTI DI CASAGGÌ. TORSELLI DRAGHI E SCATARZI (PDL - GIOVANE ITALIA): "SIAMO STANCHI DI VEDERE I NOSTRI RAGAZZI TRATTATI COME BERSAGLI, CHI DI DOVERE INTERVENGA O LA SITUAZIONE POTREBBE DEGENERARE. CHIEDIAMO UN INCONTRO URGENTE COL SINDACO RENZI".

UNO DEI DUE RAGAZZI AGGREDITI HA RIPORTATO UNA LESIONE MANDIBOLARE, UN TRAUMA CRANICO E LA PERDITA DI UN DENTE.

"Negli ultimi giorni, complice probabilmente il caldo, si sono moltiplicati gli atti di idiozia verso i militanti di Casaggì e della Giovane Italia. Atti di violenza fini a se stessi, ma inseriti in una spirale preoccupante, che già da tempo abbiamo denunciato, e destinata a sfociare in una guerra per bande, se non arginata e contenuta preventivamente. Soltanto nell'ultima settimana un nostro militante è stato brutalmente aggredito di fronte alla propria abitazione, mentre ad un altro ragazzo, dopo essere stato seguito, è stato distrutto lo scooter". Questo quanto fanno sapere Marco Scatarzi, Alessandro Draghi e Francesco Torselli, responsabile di Casaggì e presidente cittadino della Giovane Italia il primo, consigliere circoscrizionale e presidente provinciale della Giovane Italia il secondo, consigliere comunale del PDL a Firenze e dirigente nazionale della Giovane Italia il terzo.

"Lo scorso martedì pomeriggio - raccontano Scatarzi, Draghi e Torselli - alle ore 15 circa, un nostro militante è stato aggredito mentre usciva di casa per andare a lavoro. Tre persone lo hanno riconosciuto, forse addirittura aspettato, e poi aggredito a calci e pugni procurandogli una lesione mandibolare, un trauma cranico e l’asportazione di un dente. Il tutto in mezzo ai passanti, totalmente indifferenti. Un atto grave e vigliacco, perpetrato per giunta da ultra-trentenni in sovrannumero, in pieno giorno e nel bel mezzo del centro storico fiorentino"."Ieri sera invece - proseguono i tre - un altro attivista di Casaggì è stato seguito da alcune persone, chiaramente appartenenti all’area antagonista, che gli hanno devastato il motorino, in piena sera e davanti ad un chiosco popolato da un migliaio di persone, che hanno osservato la scena con un cocktail in mano, senza proferire parola. 

In tutto questo, però, la nostra Comunità ha contato, solo negli ultimi giorni, una decina di fermi da parte di Polizia e Carabinieri talvolta appostati perfino fuori dalla nostra sede alle quattro del mattino, con l’intento di chiedere i documenti a qualunque persona provasse ad entrare o ad uscire dalla sede stessa". 

"Non ci stiamo lamentando - aggiungono Scatarzi, Draghi e Torselli - stiamo semplicemente denunciando una situazione paradossale, nella quale qualcuno ha scientificamente deciso di renderci la vita impossibile, nell’indifferenza di tutti e con l’avvallo di chi dovrebbe impedirlo. Vogliamo denunciare la vigliaccheria di chi non ha il coraggio di lottare a viso aperto e ricorre alle aggressioni in sovrannumero, agli inseguimenti notturni, agli agguati, agli assalti e ai volti coperti. Vogliamo denunciare il silenzio degli organi di informazione, che ci riservano le prime pagine solo quando esiste la remota possibilità di poterci dipingere come il “male assoluto”. Ed infine vogliamo denunciare l'indifferenza dei politicanti che non proferiscono parola perché difenderci sarebbe demodè e quella dei tanti che ci incoraggiano, ma poi restano sul divano di casa a guardarsi l’ultimo reality nel loro megaschermo al plasma".

"Ci chiediamo - proseguono ancora i tre dirigenti giovanili del PDL - che razza di città sia diventata Firenze, un tempo icona della tolleranza e del rispetto dei diritti, oggi terreno fertile per chi, sconfitto dalla storia, pensa di poter affermare ancora la propria ideologia tramite il ricorso alla violenza, alla vigliaccheria, al sopruso. Siamo stufi di una città nella quale chi ha senso di responsabilità paga anche le colpe di chi non ha regole".

"Ma questo giochino, sappiatelo, potrà durare ancora per poco. - concludono Scatarzi e Draghi - Perché se è vero che non siamo così stupidi da reagire, è altrettanto vero che non abbiamo nessuna voglia di essere il bersaglio di questi personaggi. Sia premura di tutti evitare che la pazienza si esaurisca e che la situazione degeneri in una guerra per bande che non gioverebbe a nessuno".

"Mi rivolgo al Sindaco Renzi - conclude invece Torselli - al quel chiedo ufficialmente un incontro con i militanti della Giovane Italia e di Casaggì. Non è pensabile che nella città che egli è chiamato a governare vi siano ragazzi che solo uscendo di casa rischiano di essere aggrediti in nome della propria fede politica; Renzi tenga presente che è sindaco anche loro".

sabato 25 giugno 2011

Le porno mamme

di Francesco Lamendola

Speravamo che almeno questo ci sarebbe stato risparmiato: lo sfruttamento pornografico della maternità; e invece no, bisogna bere l’amaro calice sino alla feccia.Eravamo ormai abituati a tutto: a qualsiasi esibizionismo, a qualsiasi narcisismo, a qualsiasi sfrontatezza: pur di conquistare un angolino di visibilità, pur di fare soldi, le persone ormai non hanno più vergogna di niente, non c’è niente che non farebbero.

Le neo mamme, in particolare, ci avevano abituati - ammesso che a certe cose si possa fare davvero l’abitudine -, complici gli stilisti e i soliti giornalisti mondani, alla loro smania di farsi immortalare dallo scatto della macchina fotografica; dalla loro fregola di non rinunciare alle prime pagine dei rotocalchi mondani, nemmeno per quei pochi mesi in cui la gravidanza è ben visibile e le donne d’un tempo se ne stavano un poco in disparte, avvolgendosi in un alone di pudore e di mistero che tutti, istintivamente, sentivano come fosse giusto rispettare.

Anche lo sfruttamento dei propri bambini piccoli, per strappare l’attenzione del fotografo dei vip e conquistare una copertina sul settimanale di grande tiratura, era divenuto un fatto ormai quasi normale; e tanto valeva rassegnarvisi, sia pure con molte perplessità. Ma adesso è caduta anche l’ultima frontiera: quella della pancia.La pancia di una donna al sesto mese di gravidanza, al settimo, all’ottavo, dovrebbe avere qualcosa di sacro; qualcosa che va preservato dalla curiosità altrui, perché appartiene a una dimensione talmente intima, talmente delicata, talmente misteriosa, che solo un barbaro potrebbe considerare solo e unicamente dal punto di vista fisiologico o, peggio, estetico. 

Eppure no; anche quest’ultimo passo è stato fatto.Ed è stato fatto proprio da loro, dalle donne incinte, fiere e contente di poter esibire il proprio pancione, ovviamente nudo e scoperto, altrimenti che gusto ci sarebbe: per épater les bourgeois, a che cosa servirebbe un pancione debitamente vestito e coperto?E allora via, su la maglietta, giù i calzoni; oppure, meglio ancora, via tutti i vestiti e al mare di corsa, in costume da bagno, in bikini, si capisce: tanto più se, come la bella trentatreenne Alena Seredova, oltre che modelle famose, si è pure stiliste di moda e si tratta di reclamizzare, in giro per il mondo, la propria linea di costumi da bagno, usando se stesse e il proprio pancione come arma vincente per sbaragliare la concorrenza. Se, poi, si è delle cantanti ormai un po’ stagionate, come la cinquantaquattrenne Gianna Nannini, ma pur sempre avide di notorietà e di successo, si può sempre esibire il pancione sulla copertina di «Vanity Fair» o, meglio ancora, sulla copertina del proprio ultimo disco, dedicato, chi l’avrebbe detto, al dolce bebé che sta per venire al mondo: che cosa c’è di male a mostrare il pancione, se è un fatto così naturale? Strano, pare abbia dichiarato l’ineffabile regina del rock italico, sarebbe tenerlo nascosto, facendo finta che non ci fosse.E allora, giacca di pelle e pancione al vento, alé, il gioco è fatto: la piccola Penelope vuol venire al mondo e, nel frattempo, che male c’è a farsi un po’ di réclame, sfruttando la “dolce attesa”? 

L’importante è difendere il sacro diritto alla libertà, parola magica che agisce come un infallibile passe-partout e che dischiude ogni porta, anche quella più ben difesa, nella cittadella della cultura contemporanea. Infatti, intervistata dal settimanale «Tv Sorrisi e canzoni», l’artista senese ha reagito alle critiche relative alla sua maternità in età avanzata, affermando spavaldamente: «All’improvviso tutti si sono dimenticati della libertà e del diritto che ha ciascuno di noi di fare quello che vuole, quando e con chi vuole».Giusto; anche se non si sa chi sia il padre; anche se la persona in questione si è sempre vantata della sua doppia identità sessuale; anche se si sono allegramente passati i cinquant’anni e c’è chi dice che sono almeno cinquantasei: abbiamo combattuto per la libertà, sì o no? Come del resto ha fatto l’ultrasessantenne Elton John, il quale, omosessuale dichiarato com’è, e pure lui alquanto stagionato, non ha voluto negarsi le gioie della paternità, ordinando un figlio in provetta, insieme al suo compagno David Furnish: perché, come dice la nostra Gianna nazionale, «dove c’è amore, c’è famiglia, non importa come essa sia composta».

Buono a sapersi, ne prendiamo nota: c’è sempre qualcosa da imparare.Intanto, pecunia non olet, perché non pensare un poco anche al portafoglio e unire l’utile al dilettevole, costruendoci sopra un bel disco intitolato, ovviamente, «Io e te»; si capisce, col pancione scoperto, perché sia ben chiaro chi sia il “te”?Ora, la cosa che dà da pensare non è tanto che personaggi del mondo dello spettacolo sfruttino a più non posso la ghiotta occasione della maternità, che fa tanta tenerezza e rende tutti più buoni, per sparare sul mercato i loro prodotti, siano essi costumi da bagno o canzoni; ma il fatto che la tendenza è passata dai vip alle persone comuni, alle mamme qualunque, invadendo, per così dire, l’immaginario collettivo e trasformando in pornografia di massa ciò che, prima, era “soltanto” pornografia d’élite.

Questo non è più soltanto un fatto di rilevanza sociologica: è indice di una vera e propria mutazione antropologica e segna, forse, un punto di non ritorno.Le ragioni di tale mutazione sono diverse, ma due spiccano su tutte le altre: il principio d’imitazione, tipico della società dell’apparire; e il democraticismo d’accatto, per cui tutti si ritengono uguali a tutti e in diritto di fare le stesse idiozie, in alto come in basso nella piramide sociale (finché si tratta di cose che non turbino l’ordine costituito).Questa seconda ragione, poi, si sposa con il radicalismo e il libertarismo esasperato e con quella punta di esibizionismo che giace in fondo ad ognuno di noi e che, nella società di massa, trova le condizioni ideali per venir fuori e scandalizzare il prossimo, senza però scandalizzarlo troppo, perché in una società scandalistica, dove ciascuno si sforza di scandalizzare tutti, va a finire che non si scandalizza più nessuno. 

Il che è tranquillizzante, per il piccolo borghese meschino che dorme, anch’esso, nelle profondità della nostra anima: perché si vuole, sì, scandalizzare gli altri, ma insomma senza compromettersi troppo; si vuole essere originali, ma senza scostarsi troppo dai binari precostituiti; si vuole essere eccezionali, ma «adelante Pedro, con juicio», non troppo eccezionali, diciamo degli eccezionali di massa, come lo sono un poco tutti gli altri, se appena ne hanno il desiderio.Ed ecco, tra i numerosi altri che appartengono alla stessa radice socioculturale, il nuovo fenomeno antropologico delle porno mamme.Si tratta, probabilmente, del punto più basso toccato dalla volgarità di questa deriva post-moderna, che ha visto il naufragio irrimediabile di tutti i valori, di tutte le certezze e, oltre che del comune senso del pudore, anche del puro e semplice buon gusto; qualcosa di molto simile alla blasfemia, al sacrilegio.Perché ci stavamo abituando a tutto, anche alle porno mogli: quelle simpatiche donne sposate che se ne vanno attorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei mariti, a provocare i maschi a destra e a manca, esibendo un abbigliamento minuscolo e, più ancora, un modo di fare che non la cede in nulla a quello delle battone professioniste che infestano i nostri viali di periferia, dal tramonto sino alle prime luci dell’alba.Ma la maternità… quella, è un’altra cosa.Perché la maternità è un mistero sacro: e chi non lo sente istintivamente, come lo hanno sentito migliaia di generazioni umane, dai primordi ad oggi, vuol dire che è un barbaro, un alieno, un individuo non del tutto umano.Ci sono cose sulle quali è lecito scherzare, nelle quali è lecito esagerare, rispetto alle quali è lecito fare dell’ironia; ed altre, poche altre, in verità, che non ammettono nessuna di queste cose, perché hanno in se stesse un elemento sacro e trascendente.

La maternità è una di queste ultime; e, prima che la pazzia femminista incominciasse a soffiare sul mondo, sia le donne che gli uomini ne erano perfettamente consapevoli, né le prime pensavano che tale sacralità fosse un’astuzia escogitata dai secondi, per tenerle imprigionate nel ruolo subalterno di figlie-mogli-madri, con la comoda scusante del mistero.No: nelle società pre-moderne, ove non tutto è quantificabile, manipolabile, commercializzabile, la maternità era un evento sacro e misterioso, perché non era un evento puramente umano, pianificato (orribile verbo) in vista di una programmazione familiare, ma sovrumano, anzi, divino: era un dire sì alla vita, di cui non siamo noi gli artefici, ma i semplici esecutori; non i padroni assoluti, ma dei volonterosi operai.Poi è venuto l’orgoglio dell’ego, la nevrosi della potenza e del dominio, l’arroganza dell’uomo che si fa Dio di se stesso, che vuol essere misura di tutte le cose e artefice sommo e insindacabile di qualsiasi manipolazione, di qualsiasi stravolgimento dell’ordine naturale.Da quando gli uomini moderni hanno cominciato a dire “io”, separando tale concetto da Dio e dal mondo, si sono create le premesse per tutti gli abusi, per tutti gli eccessi, per tutte le degenerazioni del potere individuale e (letteralmente) egoistico: l’espressione «la vita è mia, e ne faccio quel che voglio io», ne è la logica e inevitabile conseguenza.Una ulteriore conseguenza è che «nessuno mi può giudicare»: sto esercitando un mio diritto, il diritto alla libertà; e chi pretende di porvi dei limiti, dei paletti, dei confini, non può essere che un reazionario, un fascista, un razzista. 

L’uomo moderno non pensa più, da Francesco Bacone in poi, che vi siano delle cose fattibili, ma non meritevoli di essere fatte: tutto ciò che si può fare, beninteso per ottenere un vantaggio materiale, va messo in pratica “ipso facto”, seduta stante, senza stare tanto a pensarci sopra; e bando agli scrupoli, ai ritegni, alle remore morali di qualsiasi genere. Nel Medioevo, per esempio, la dissezione dei cadaveri era una pratica inammissibile e, dunque, severamente interdetta: e non perché le conoscenze anatomiche dell’epoca fossero così rudimentali da renderla troppo difficoltosa, ma per una ragione completamente diversa, e cioè perché tale pratica sarebbe stata considerata un sacrilegio. Poi, a partire dalla cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo, le frontiere tra lecito e illecito si sono sempre più allargate, fino al punto che oggi, in pratica, non esistono più: si possono clonare piante, animali ed esseri umani; si possono prenotare bambini in provetta, scegliendone i caratteri somatici; si possono creare esseri mostruosi in laboratorio, mescolando il patrimonio genetico di specie diverse: e lo si sta realmente facendo.Le radici della follia, della bruttezza e della volgarità oggi imperanti, sono tutte qui: per cui, se ci spostiamo dal terreno delicatissimo della bio-ingegneria a quello, in confronto assai frivolo, del ventre femminile gravido esibito nella sua nudità e sbattuto sulle copertine dei giornali, ci rendiamo conto che entrambi i fenomeni hanno una stessa origine.Del resto, non andavano predicando le militanti femministe, nei loro cortei di qualche decennio fa, che «l’utero è mio e ne faccio quello che voglio io», alludendo esplicitamente alla piena e incondizionata libertà di abortire? E non accompagnavano forse questo slogan con il gesto, intollerabilmente osceno e sfrontato, di alzare le braccia e di unire le dita delle mani, in modo da simulare la forma dei genitali esterni femminili?Se il presente è figlio del passato, noi siamo figli e nipoti di quella generazione e non c’è nulla, oggi, di cui ci si dovrebbe meravigliare, nella esibizione del pancione scoperto da parte di tante donne in avanzato stato di gravidanza; nel frattempo, le case di abbigliamento si sono attrezzate e hanno trovato il modo di fare un bel mucchio di quattrini, come sempre, anche su quest’ultimo vezzo pseudo libertario delle aspiranti genitrici.

«O liberté, que de crimes on commet en ton nom!» («Libertà, quanti crimini si commettono in tuo nome!»), esclamò Madame Roland mentre, nel 1793, si apprestava a salire i gradini della ghigliottina, nel cui canestro avrebbe lasciato la testa.Ma si potrebbe anche aggiungere, meno drammaticamente, però con altrettanta verità: «Libertà, quante sciocchezze e quante volgarità si compiono nel tuo nome»; e lo si potrebbe dire, crediamo, con pieno diritto, specialmente in questi nostri giorni di tranquilla, ordinaria follia.

venerdì 24 giugno 2011

Maturità, tra destra e sinistra preferisco Warhol

http://www.websavona.it/arte/Parole_artista/AndyWarhol_SelfPortrait.jpg
di Marcello Veneziani

Sparse le tracce morbide sugli affannosi petti dei maturandi, è spuntata agli Esami di Stato una traccia ruvida su destra e sinistra. Una traccia coraggiosa, non c'è che dire, e veramente bipartisan, perché mette a confronto tesi diverse. Da immaturo di destra, mi accingo a svolgere questo tema. Premetto che non sono io ad aver scelto questa traccia ma è la traccia ad aver scelto me, citando un brano da un mio vecchio libro sul tema. Io avrei preferito la traccia sulle passioni o quella su Andy Warhol.

Dunque, ha senso ancora parlare di destra e di sinistra nel 2011? Ormai è un tema storico, mica politico. Da anni sostengo che sono nature morte, inabili al servizio, insomma categorie stanche e inacidite. Ma non solo. Sinistra e destra hanno armato e rivestito per decenni la stupidità, l'intolleranza, l'odio e le tribù. Sono due rigide corazze ideologiche che tolgono aria e duttilità alle idee, che sono invece fluttuanti e inquiete. Ci sono molte più cose in cielo, in terra e nell'anima nostra, della sinistra e della destra. Anche in politica ci sono tante posizioni irriducibili alla coppia, o che sconfinano ora nell'una, ora nell'altra. Né si può giudicare la qualità di un uomo, di un'opera, di un atto, dalla sua collocazione. Si è trattato poi di un bipolarismo zoppo e diseguale, perché dichiararsi di sinistra era più agevole, anche quando al governo non c'era la sinistra, mentre era quasi osceno dichiararsi di destra; c'era un implicito divieto, che vige ancora in ambiti civili, scolastici, accademici e culturali.

Insomma non era una bella coppia, sinistra e destra; forse è bene che sia finita. Vi invito a pensare che per la prima volta nella storia della nostra democrazia, dal 2008 non esistono in Parlamento formazioni che si definiscano esplicitamente di destra e neanche di sinistra. Pensare alla destra e alla sinistra significa pensare al secolo passato, vorrei dire al millennio che fu. Traccia storica, dunque, non politica.

Però poi ti guardi in giro e vedi che il dualismo è più feroce che mai, le collocazioni contano più di ieri, c'è odio e disprezzo assoluto per chi è sul versante opposto. Peggio che ai tempi di destra e sinistra, perché allora almeno combattevi l'errore ma salvavi l'errante, combattevi ideologicamente il rivale, oggi invece lo disprezzi umanamente. Poi ti accorgi che la sinistra esiste ancora in politica e in piazza, in tv e nell'editoria, al cinema e tra i comici, dappertutto. E non ne parliamo a scuola, cari professori con un occhio solo.
La politica è comunque fondata sull'alternanza e sull'antagonismo tra due schieramenti principali, più altri soggetti nel mezzo o ai lati. E una volta sbucciate la destra e la sinistra non è rimasto il frutto di un bipolarismo maturo, civile e concreto; ma, al contrario, è aumentato il livore fra i rivali, è peggiorata la qualità della politica, si è abbrutito il movente che avvicina alla politica. Perdute destra e sinistra, prevalgono i comitati d'affari, le sette manichee e le associazioni mafiose di potere e di cultura, i centrismi furbi e opportunisti, gli apparati tecnocratici e burocratici, il dominio della finanza. Insomma, senza destra e sinistra non va meglio. Allora che si fa, si torna indietro? Anche se lo volessimo non sarebbe possibile. Certo, continuiamo ancora a usare la definizione di destra e sinistra perché i danni e gli equivoci che crea il loro uso residuale sono minori rispetto ai danni e agli equivoci che produce l'assenza di definizioni. Cadute destra e sinistra resta però la ragione che le fece nascere: la necessità di disegnare la politica attraverso la competizione e il conflitto tra progetti diversi, l'esigenza di rappresentare interessi e valori, convinzioni e convenienze divergenti. Non si vive né di solo pane né di sole idee. Abbiamo bisogno di dare dignità alla politica e di intrecciare cultura e pratica, senza sacrificare nessuna delle due. E allora serve parlare di destra e di sinistra nella storia per far nascere le loro eredi in politica. Ben vengano allora le figlie di destra e di sinistra al tempo del web. Ma questa volta, care Cip e Ciop, o come diavolo vi chiamerete, prima di affrontarvi riconoscetevi reciprocamente, non consideratevi a vicenda criminali.

Post scriptum per fatto personale. Appena sono uscite le tracce, qualcuno ha criticato che citassero un mio testo. Ma come, uno di destra, che schifo. E poi, dopo Bobbio? Sacrilegio (a proposito, pubblicai un vasto carteggio con Bobbio su questo tema). Hanno però usato il peggiore degli argomenti, ritenendomi una specie di attore che interpreta il ruolo della destra pensante nei dibattiti televisivi e dunque inadatto al tema. Da anni mi sono ritirato da quel teatrino, che peraltro era un'attività marginale, come mi sono ritirato da tutte le giurie di premi letterari. Scrivo libri su temi lontani da destra e sinistra, magari più adatti agli studenti e ai prof, come l'ultimo su Seneca. Ma lorsignori censori non lo sanno perché stanno sempre in tv o chiusi nella loro setta a recitare i riti voodoo antiberlusconiani.

giovedì 23 giugno 2011

NORD IRLANDA: E' UFFICIALMENTE GUERRIGLIA!





Guerriglia urbana a Belfast. Molotov, sassaiole, e persino colpi d’arma da fuoco. Nel quartiere diShort Strand (zona est della città), spesso teatro di scontri fra la comunità cattolica e quella protestante, per due notti consecutive, centinaia di persone si sono scontrate violentemente. I lealisti, cosa piuttosto rara, si sono fronteggiati con le forze di polizia.
La notte del 21 giugno, almeno tre feriti, tra cui un fotografo colpito alle gambe da colpi di arma da fuoco. Tutto è nato da un attacco effettuato dai lealisti alle abitazioni e a una chiesa dei repubblicani del quartiere est di Belfast. Anche con armi da fuoco.
Si apre così la stagione delle marce orangiste nelle Sei Contee del nord dell’Irlanda (che appartengono al Regno Unito). Chiassose e coloratissime parate musicali, sono un omaggio alla vittoria di Guglielmo d’Orange del 1690 e col passare degli anni si sono trasformate in un carnevale dal sapore provocatorio verso la comunità cattolica.

Gli unionisti sfilano infatti nei quartieri cattolici/repubblicani che vengono “blindati” dalla polizia in assetto antisommossa e diventando così spesso teatro di violenti scontri. La notte del 12 luglio si accendono gigantesche pire (bonfiree si danno alle fiamme i tricolori irlandesi, immagini del Papa, o di Bobby Sands. Non c’è anno in cui non si faccia, quando va bene, la conta dei feriti.

Ma in questi giorni, a sentire la Psni, la polizia nordirlandese, la violenza ha toccato livelli mai visti da dieci anni a questa parte. A Short-Strand, secondo la Bbc, c’erano almeno 700 persone coinvolte negli scontri. Elementi di Uvf (Ulster volounteer Forces), gruppo paramilitare lealista in passato contrapposto all’Ira erano presenti nella battaglia.
E questo desta grande preoccupazione: c’è un programma di dismissione degli armamenti dei gruppi lealisti (anche dell’UDA, Ulster Defense Association) in corso da tempo, ma la sua effettiva attuazione è di difficile verifica. UVF due anni fa dichiarò di aver smantellato il suo arsenale, in omaggio agli accordi di pace del 1998.
Perché questa improvvisa entrata in scena dei gruppi armati unionisti? L’ipotesi più semplice è forse la più verosimile: da anni nell’ombra, anche a causa della sovraesposizione dei gruppi repubblicani, eccoli “mostrare i muscoli” per ribadire il loro ruolo anche politico. Le Sei Contee sono parte del Regno Unito. E le marce orangiste sono lì a sottolinearlo ogni anno.
Ma i proiettili lasciati sulle strade di Short-Strand fanno chiaramente capire che la pace nelle Sei Contee è ancora un miraggio.

mercoledì 22 giugno 2011

L'Irlanda infuoca ancora


I lealisti della UVF da giorni preparavano l’attacco contro l’enclave repubblicana di Short Strand, un pugno di case circondate da una soverchiante maggioranza di lealisti e unionisti.Da tempo i paramilitari lealisti venivano visti in giro vestiti con le loro uniformi, quasi dovessere prepararsi a questa giornata. 

Stasera l’attacco è stato massiccio. Un centinaio di lealisti hanno assalito le case dei repubblicani, lanciando pietre e mattoni ma anche bottiglie molotov, pipe bombs e sacchetti pieni di vernice.Il sindaco di Belfast, presente sulla scena, ha parlato di “case attaccate con bottiglie molotov”. Sarebbero oltre una dozzina le abitazioni incendiate dalle oltre 300 molotov lanciate durante i disordini.Uomini armati di entrambe le fazioni sono spuntati sui tetti delle abitazioni nella zona della chiesa di St Matthew. 

Sono stati sparati una decina di caricatori di pistola e almeno due dai fucili automatici AK-47, meglio conosciuto come Kalashnikov.I repubblicani si sono radunati nella zona, per aiutare gli abitanti attaccati. In prima fila tra gli assalitori sarebbe stato visto il brigadiere UVF di East Belfast, in tuta mimetica, pronto a dare ordini ai suoi uomini.Alcuni membri di Oglaigh na hEireann hanno risposto al fuoco lealista, ferendo due membri di UVF – sembrerebbe alle gambe. 

Come già riportato ci sarebbero feriti anche tra i repubblicani, colpiti dagli oggetti lanciati dai lealisti.La polizia ha sparato circa 300 proiettili di plastica contro le due fazioni.


TRATTO DA ASLAN