lunedì 31 ottobre 2011

UN GIARDINO PER MARIO ZICCHIERI...

Morte a credito (di Alain de Benoist)

http://ilgraffionews.files.wordpress.com/2010/04/usura.jpg?w=400&h=277

di Alain de Benoist

Ezra Pound, al canto XLV dei Cantos : «Con usura gli uomini non hanno case di pietra sana/blocchi lisci finemente tagliati fissati in modo che il fregio copra le loro superfici/con usura/ gli uomini non possono avere paradisi dipinti sui muri delle chiese […] Con usura il peccato è contro natura [with usura sin against nature]/ il pane è straccio vieto/arido come la carta/senza segale né farina di grano duro/con usura il tratto si appesantisce/non vi è che una falsa demarcazione/gli uomini non hanno più siti per le loro dimore/e lo scalpellino viene privato della pietra/il tessutaio del telaio/ I cadaveri banchettano/ al richiamo dell’usura [Corpses are set to banquet / at behest of usura] ».

Gli eccessi del prestito a interesse sono condannati a Roma, così come lo testimonia Catone secondo cui, se i ladri di oggetti sacri meritano una doppia pena, gli usurai ne meritano una quadrupla. Ancora più radicale è la condanna di Aristotele alla cremastica. Così scrive: «L’arte di acquisire ricchezza è di due specie: se la prima è nella sua forma mercantile, la seconda dipende dall’economia domestica; quest’ultima forma è necessaria e lodevole, mentre l’altra si affida alla scadenza e autorizza giuste critiche, poiché non ha nulla di naturale […]. A queste condizioni, ciò che si detesta con assoluta ragione, è la pratica del prestito a interesse in quanto il profitto che se ne ricava è frutto della moneta stessa e non risponde più al fine che ha presieduto alla sua creazione. Se la moneta è stata inventata in vista dello scambio, è invece l’interesse che moltiplica la quantità di moneta essa stessa […]. L’interesse è una moneta nata da una moneta. Di conseguenza, questo modo di guadagnare denaro è tra tutti, il più contrario alla natura» (La Politica).
La parola «interesse» designa il reddito del denaro (foenus o usura in latino, tókos in greco). Si riferisce al modo in cui il denaro «partorisce nuovi nati». Già nell’ alto medioevo, la chiesa sostiene la distinzione che aveva fatto il diritto romano per il prestito dei beni immobiliari: ci sono cose che si consumano con l’uso e altre che non si consumano affatto, e che vengono chiamate commodatum. Esigere un pagamento per il comodato è contrario al bene comune, poiché il denaro è un bene che non si consuma. Il prestito a interesse sarà condannato dal concilio di Nicea sulla base delle «Scritture» – nonostante la Bibbia non lo condanni con chiarezza! Nel XII secolo, la chiesa assume la condanna aristotelica della cremastica. Anche Tommaso d’Aquino condanna il prestito a interesse, con alcune riserve, adducendo il motivo che «il tempo appartiene solo a Dio». L’islam, ancora più severo, non concede neppure la possibilità della distinzione tra l’interesse e l’usura.
La pratica del prestito a interesse si è pertanto progressivamente diffusa, in relazione all’ascesa della classe borghese e all’espansione dei valori mercantili che sono stati lo strumento del suo potere. A partire dal XV secolo, le banche, le compagnie commerciali, e in seguito le manifatture, possono rimunerare i fondi presi a prestito, su deroga del re. Il giro di boa essenziale corrisponde all’avvento del protestantesimo, e più precisamente del calvinismo.
Calvino è il primo teologo ad accettare la pratica del prestito a interesse, che si diffonde così attraverso le reti bancarie. Con la Rivoluzione francese, il prestito a interesse diventa completamente libero, e nel frattempo fioriscono nuove banche in quantità, dotate di fondi considerevoli che provengono soprattutto dalla speculazione sui beni nazionali. Il capitalismo prende il volo.
All’origine, l’usura designa il semplice interesse, indipendentemente dal tasso applicato. Oggigiorno, chiamiamo «usura» l’interesse di un ammontare abusivo, attribuito a un prestito. Ma l’usura è anche il processo che permette di incatenare, colui che è beneficiario del prestito, con un debito che non riesce a rimborsare, e a impadronirsi dei beni che gli appartengono, ma che egli ha accettato di dare in garanzia del prestito. È proprio quello che succede oggi a livello planetario.
Il credito permette di consumare il futuro nel presente. Si basa sull’uso di una somma virtuale che viene attualizzata attribuendogli un prezzo: l’interesse. La generalizzazione del principio su cui si basa, fa perdere di vista il principio elementare secondo il quale è bene limitare le proprie spese al livello delle risorse, visto che non si può certo pensare di poter vivere perpetuamente al di sopra dei propri mezzi. L’ascesa del capitalismo finanziario ha favorito questa pratica: ci sono giornate in cui i mercati cambiano l’equivalente di dieci volte del PIL mondiale, e questo mostra a sufficienza la sconnessione con l’economia reale. Quando il sistema di credito diventa un pezzo centrale del dispositivo del Capitale, si rientra in un circolo vizioso, la fine del credito rischia di tradursi nel crollo generalizzato del sistema bancario. Brandendo la minaccia di un tale caos, le banche sono riuscite a farsi continuamente aiutare dagli Stati. La generalizzazione dell’accesso al credito, che implica il prestito a interesse, è stato uno degli strumenti privilegiati dell’espansione del capitalismo e della società dei consumi a partire dal dopoguerra. Indebitandosi massicciamente, le famiglie europee e americane hanno sicuramente contribuito, tra il 1948 e il 1973, alla prosperità dell’epoca del cosiddetto «trentennio glorioso della crescita». Le cose sono cambiate nel momento in cui il credito ipotecario ha preso il sopravvento sulle altre forme del credito. «Il meccanismo di ricorso a un’ipoteca come pegno reale dei prestiti rappresenta molto di più, ricorda Jean-Luc Gréau, di una agile tecnica che garantisce somme prestate, poiché capovolge il quadro logico di attribuzione, valutazione e di detenzione dei crediti accordati […]. Il rischio limitato cede il passo alla scommessa che si fa sulla facoltà che si avrà, in caso di fallimento del debitore, di mettere in gioco l’ipoteca e di coglierne il profitto per rivenderlo a delle condizioni favorevoli». Queste manipolazioni d’ipoteche trasformate in attivi finanziari, congiunte alle difficoltà di pagamento dei beneficiari del prestito, incapaci di rimborsare i loro debiti, hanno portato alla crisi dell’autunno del 2008. Oggi assistiamo alla ripetizione di un’analoga operazione che grava sugli Stati sovrani che ne fanno le spese, con la crisi del debito pubblico.
Stiamo assistendo al grande ritorno del sistema dell’usura. Quello che Keynes chiamava «il regime dei creditori» corrisponde alla definizione moderna dell’usura. I processi dell’usura li riscontriamo nelle modalità in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa sugli attivi reali degli Stati indebitati, impadronendosi dei loro averi al titolo degli interessi di un debito di cui il principale costituisce una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Gli azionisti e i creditori sono gli Shylock della nostra epoca.
Ma l’indebitamento va di pari passo con la crescita materiale: né l’uno, né l’altra possono crescere all’infinito. « L’Europa compromessa con la finanza, scrive Frédéric Lordon, rischia di essere distrutta dalla finanza». Da tempo scriviamo: il sistema del denaro distruggerà se stesso.

sabato 29 ottobre 2011

MARIO ZICCHIERI, PRESENTE!


Mario Zicchieri
vittima della violenza politica. Antifascista.

La Comunità non dimentica. Mai.

UN 28 OTTOBRE A CASAGGì, CON MILLE AUGURI E TANTI FRATELLI...


Un bel compleanno della Rivoluzione quello festeggiato a Casaggì ieri sera. Una sessantina di coperti, piatti tipici della nostra cucina, una bella selezione di testi e di letture. Goliardia e raccoglimento, attualità e storia, pensiero e  azione, come vuole la migliore eredità di ciò che è stato. Come ogni anno, come da sempre, con generazioni di militanti che si incrociano e destini che si uniscono, gente che si riabbraccia e quella maledetta atmosfera di fratellanza che si respira solo dove i sogni fanno sempre il primo passo...

"Che la nostra ansia  politica sia errata? Che si sia dei giocattoli in mano degli agrari o degli industriali come dicono i rossi? No, questo non è vero: siamo stati presi in un vortice, ma la nostra passione non brucia per desiderio di potere o di onori, non è per difendere i beni degli altri che siamo sui camion polverosi. Non siamo al soldo, nè agli stipendi di nessuno. A volte mi sembra che una forza più grande di noi ci guidi, forse il pianto delle tante madri, e tra questi quello silenzioso della mia. Non è veleno iperpatriottico quello che ci fa agire come sostiene l'Avanti. Sento che le ferocie di Empoli e di Palazzo d'Accursio devono essere bandite per sempre, che questa terra, questa nostra Italia non può diventare una colonia asiatica, penso che la nostra vita va vissuta così, come la viviamo, spericolata, bruciante. Giorni fa, tornando dalla Romagna Toscana ho avvertito che se avessi dovuto morire sul camion della spedizione, vicino ai compagni, tra i canti della giovinezza, non avrei fatta la peggiore delle morti".

venerdì 28 ottobre 2011

Addio a Hillman così si muore da filosofo antico



di Silvia Ronchey

THOMPSON (CONNECTICUT) «James è morto questa mattina a casa, a Thompson. È rimasto fedele a se stesso fino alla fine». Così, dal Connecticut, in un messaggio email indirizzato ai famigliari e agli amici più stretti, Margot McLean ha annunciato ieri la scomparsa di suo marito, James Hillman. Il grande psicanalista americano, nato a Atlantic City 85 anni fa, era da tempo malato di cancro. In un altro messaggio di pochi giorni fa la moglie aveva informato che «James ci sta lasciando con magnifica grazia», e in un altro ancora aveva scritto che «parla in molte lingue, a volte per tutta la notte. Sorride e continua a essere incredibilmente spiritoso».

Lo psicanalista e filosofo americano James Hillman era nato nel 1926. Allievo di Carl Gustav Jung, è stato il fondatore della psicologia archetipica. È autore di oltre venti libri tradotti in 25 lingue I 10 libri fondamentali Il suicidio e l’anima (Suicide and the Soul, 1964), Astrolabio-Ubaldini 19992; Adelphi 2010 Saggio su Pan (An Essay on Pan, Adelphi 19822 1972), Il mito dell’analisi (The Myth Adelphi 19913 of Analysis, 1972), Re-visione della psicologia (Re-visioning Psychology, 1975), Adelphi 19922 Il sogno e il mondo infero (The Dream and the Underworld, 1979), a cura di Bianca Garufi, Ed. di Comunità, Milano 1984; Il Saggiatore, Milano 19962; Adelphi 2003 Il codice dell’anima: carattere, vocazione, destino (The Soul’s Code, 1996), Adelphi 1997 L’anima del mondo (con Silvia Ronchey), Rizzoli 1999; Bur 20042 La forza del carattere: la vita che dura (The Force of Character and the Lasting Life, 1999), Adelphi 2000 Il piacere di pensare (con Silvia Ronchey), Rizzoli 2001; Bur 2004 Un terribile amore per la guerra (A Terrible Love of War, 2004), Adelphi 2005 “Socrate, sei come una torpedine marina. Quando parli dai la scossa», è scritto in un dialogo di Platone. James Hillman, fra i massimi pensatori dei nostri tempi, aveva una personalità socratica. Ci insegnava a conoscere noi stessi, secondo il motto inciso sul marmo di Delfi. Si metteva sempre in contrasto con l’opinione corrente. E aveva una grande esperienza nel dialogo. Ogni volta che si dialogava con Hillman ci si trovava in contatto con quell’ironia socratica, quella capacità di rovesciare ed elettrizzare ogni discorso, che è propria di chi ha inventato un nuovo pensiero e un nuovo modo di far pensare gli altri, sovvertendo completamente le loro abitudini logiche e psicologiche. Hillman ci dava non solo e non tanto le risposte, Hillman ci dava le domande. Correggeva le nostre domande, le guariva dalla loro inerzia e dalla loro patologia.

Da anni aveva scelto di psicanalizzare non più singoli pazienti, ma tutti noi. Era un terapeuta della psiche collettiva, aveva preso in cura l’Anima del Mondo. Meraviglioso scrittore, ispirato oratore nelle prodigiose conferenze tenute per tutta la vita in tutto il mondo, Hillman era un cosmopolita. Aveva studiato alla Sorbona e a Dublino, era stato allievo di Jung a Zurigo, alla sua morte aveva diretto lo Jung Institut. Conosceva non solo molte lingue - incluse quelle morte, come il greco antico degli dèi pagani che amava e frequentava - ma anche il linguaggio dell’inconscio, la lingua dei sogni, il dialetto dei simboli e delle immagini. Non era solo «cittadino del kosmos », del mondo ordinato del visibile, ma anche e forse soprattutto un cittadino del sottomondo , di quell’universo di fantasie, archetipi e miti, di quell’universo sotterraneo, fatto a strati come le rovine dell’antica Troia scavata da Schliemann, che sta dentro ognuno di noi, e che sta anche intorno a noi, sebbene pochi sappiano vederlo.

A questo secondo kosmos di cui era cittadino Hillman aveva dedicato i suoi molti libri, pubblicati in tutte le lingue, che hanno fatto dell’autore stesso un mito. Sono veri capisaldi del Novecento libri come Il suicidio e l’anima o il Saggio su Pan oIl mito dell’analisi o la Re-visione della psicologia oIl sogno e il mondo infero , per non parlare degli ultimi grandi bestseller internazionali, dal Codice dell’anima aLa forza del carattere aUn terribile amore per la guerra . Chi ha letto i libri di Hillman sa che chi li aveva pensati e scritti non era solo uno scrittore e un pensatore, ma era, come lo aveva definito un celebre critico americano, «uno dei più veri e profondi guaritori spirituali del nostro tempo». Era questo che faceva, con i suoi libri, le sue conferenze, le verità aggressive, le idee sempre corrosive e eversive che ci offriva: vivificare le nostre menti e le nostre anime, rimetterle in contatto con le loro origini. Quando parlava o scriveva, rovesciando luoghi comuni e abitudini mentali, ci istigava a praticare una conoscenza che andasse anche al di là e al di qua del pensiero razionale.

Lo ha fatto fino all’ultimo istante della sua vita. Nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, ha continuato a dialogare con una piccola cerchia di seguaci, amici e discepoli dalle estrazioni più varie, accomunati dalla pluriennale venerazione per lui e da quello che gli antichi greci avrebbero chiamato l’amore per la sophia , ossia, appunto, la filosofia. La sua è stata non solo una morte filosofica, ma da filosofo antico, l’ ars moriendi - anche se non voleva la si chiamasse così - di un laico, pagano maestro di intelletto e soprattutto di anima. Perché alla scommessa, pacata e implicita, di restare pensante, lucidamente pensante e dialogante, di spingere la ricerca razionale fino all’estrema soglia della biologia, si sommava un’incessante attività di ricerca interiore, di introspezione psicologica: un esercizio estremo di quella «visione in trasparenza» di cui aveva parlato nei suoi scritti, e che lo ha portato all’ultima frontiera dell’io in uno stato di continuo ascolto dei messaggi della psiche, e non solo di quella conscia. Uno stato infero, ma sublime, nel senso etimologico latino del termine, sub limine , alla soglia, sul confine.

L’inesauribile curiosità per quello stato, che lo animava e di cui continuamente parlava come di una condizione nuova e sorprendente, era mantenuta a prezzo di un ridotto dosaggio di morfina e dunque di una sofferenza fisica affrontata con assoluto coraggio ma senza ostentazione né retorica, per non rischiare, come diceva, di peccare di hybris . Del resto, con la concentrazione e la lucidità che perseguiva in modo tanto accanito quanto stupefacente, anche il dolore era analizzato in termini sia filosofici sia psicologici, e molto spesso - in sintonia con un altro dei suoi grandi interessi di studio - in termini alchemici. Le immagini del processo di dissolutio ecoagulatio e la descrizione in quel linguaggio di altre condizioni psichiche che via via si affacciavano - la rubefactio immaginativa, che precede la sublimazione nell’estrinsecazione della bellezza, la figura della rotatio , nel cui ciclo non si può mai dire cosa è superiore e cosa inferiore - dominavano spesso la parte più strettamente introspettiva e psicologica della sua analisi del morire.

Uno dei grandi blocchi americani di carta rigata gialla era sempre accanto al suo letto, perché chi si avvicendava a vegliare il suo sonno - Margot, la stoica, coraggiosa moglie, ma anche gli allievi e amici - potessero raccogliere e trascrivere le parole che pronunciava in sogno, per poi leggergliele al risveglio e analizzarle insieme a lui. Anche in questo esercizio adottava il sistema maieutico del dialogo, e l’ispezione del profondo portava a un’estroflessione e quasi condivisione dell’anima, a dimostrazione di un’altra delle grandi verità che aveva elaborato nella sua opera, prendendo spunto dai pensatori antichi, platonici e neoplatonici: che noi siamo dentro l’anima, e non l’anima in noi, che l’anima è uno spazio fluido che si può condividere. Se l’anima individuale si fa nel mondo (il concetto del «fare anima», tratto dalla definizione che Keats aveva dato del mondo come «la valle del fare anima»), noi tutti partecipiamo dell’Anima del Mondo.

Diceva che le parole gli alleviavano i dolori delle ossa come i cuscini che gli venivano continuamente sistemati nel letto da cui, come sapeva, non si sarebbe più rialzato, e che era stato portato in salotto, al centro della casa, di fronte alla grande vetrata aperta sull’abbagliante autunno del New England. Su un tavolino, a disposizione di chiunque volesse leggerle, una raccolta di poesie giapponesi sulla morte scritte da monaci zen o da autori di haiku. «Una radiosa gradevole / giornata d’autunno per viaggiare / incontro alla morte».

giovedì 27 ottobre 2011

CASAGGì: CONCERTI, CONFERENZE, CINEMA E ALTRI EVENTI IN CALENDARIO...

Siamo partiti. Dopo la grande inaugurazione di sabato, che alcuni giornalisti hanno interpretato a modo loro, peraltro con immagini, video e testimonianze da noi riportate che smentiscono ogni tentativo di strumentalizzazione in negativo dell'evento, abbiamo programmato le prime attività.

Ne diamo un breve riepilogo per tutti, in ordine cronologico. Quelli sotto riportati, però, sono gli eventi principali. Per le attività quotidiane (corsi di pittura, corsi di cucina tradizionale, corsi di autodifesa, ripetizioni per studenti, libreria e ristoro, laboratorio multimediale e tutto il resto) resta consultabile il calendario riportato sulla parte destra del sito, che è aggiornato quotidianamente e ben programmato.

Per quanto concerne i principali eventi, ricordiamo:

VENERDì 28 OTTOBRE ORE 20
CENA COMUNITARIA A CASAGGì
a seguire letture di brani e di testi


GIOVEDì 3 NOVEMBRE 
OMAGGIO AI CADUTI DELLA GRANDE GUERRA A EMPOLI
ritrovo ore 16,30 ritrovo nel parcheggio del palazzo delle esposizioni
ore 16,45 deposizione della corona al milite ignoto
ore 17 dibattito e conferenza al palazzo Pretorio sull'irrendentismo, il Risorgimento e il protagonismo giovanile di ieri e di oggi. Interverranno Nicola Nascosti, Francesco Torselli, Paolo Baroncelli, Alessandro Draghi, Samuele Castellaneta e Andrea Poggianti



SABATO 5 NOVEMBRE ORE 17
PRESENTAZIONE DE "L'IRA DEI MURALES" A CASAGGì
il linguaggio visivo nella lotta indipendentista nordirlandese tra Belfast e Derry
a seguire, fino alle 20, aperitivo e birra irlandese



MERCOLEDì 9 NOVEMBRE
"OLTRE OGNI MURO" A CASAGGì 
NEL 22° ANNIVERSARIO DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
ore 20 cena sociale
ore 21.30 cinecrew proietta il film "Le vite degli altri"


SABATO 26 NOVEMBRE ORE 21
SKOLL IN CONCERTO



CINECREW PRESENTA: "SAOIRSE, IRLANDA IN LOTTA"
CICLO DI PROIEZIONI SUL NORD-IRLANDA 

Venerdì 18 novembre ore 21,30 UNA SCELTA D'AMORE
Venerdì 25 novembre ore 21,30 L'OMBRA DEL DIAVOLO
Venerdì 2 dicembre ore 21,30 NEL NOME DEL PADRE
Venerdì 9 dicembre ore 21,30 THE BOXER
Venerdì 16 dicembre ore 21,30 THE HUNGER
Venerdì 23 dicembre ore 21,30 BLOODY SUNDAY
Venerdì 6 gennaio ore 21,30 IL VENTO CHE ACCAREZZA L'ERBA


mercoledì 26 ottobre 2011

Bruciare per il Tibet




Pechino, 26-10-2011"Abbiamo letto la notizia". E' tutto quello che ha da dire la portavoce del ministero degli Esteri cinese Jiang Yu sulla nuova immolazione, la decima, di un monaco tibetano. 

Nessuna conferma ufficiale, insomma, e la solita dichiarazione in conferenzastampa: Pechino "non accetta interferenze nei suoi affari interni in nome dellareligione".A dare la notizia gruppi di esuli tibetani: il monaco si è dato fuoco in un' area a popolazione tibetana della provincia del Sichuan. Dawa Tsering, 31 anni, si è immolato durante una funzione presso il monastero di Kardze, invocando il ritorno del Dalai Lama e l'indipendenza del Tibet. 

Soccorso immediatamente dai presenti che hanno cercato di estinguere le fiamme, il monaco è stato portato in ospedale. Secondo quanto riferito da un altro monaco del monastero, sembra che Dawa abbia rifiutato i trattamenti medici, chiedendo di essere lasciatomorire. Dalle informazioni disponibili pare che avesse gravi bruciature sulla testa e sul collo.Esclusa per lui da parte dei medici la possibilità di sopravvivenza, vista la profondita' delle ustioni, gli altri monaci lo avrebbero riportato al monastero.

Dawa Tsering si trovava al monastero di Kardze da sette anni, aveva partecipato alle varie manifestazioni e proteste di piazza pro-Tibet nonostante la repressione della polizia cinese.Finora sono dieci, dall'inizio dell'anno, i tibetani, monaci soprattutto, che si sono immolati per la causa dell'indipendenza. Cinque sono morti. L'ultimo caso si eraverificato la scorsa settimana, quando una suora si era data fuoco ed era morta nella prefettura di Ngaba (Aba per i cinesi).

Le morti dei monaci segnano un ulteriore, drammatico deterioramento nelle relazioni di Pechino con la popolazione del tibet, che da anni reclama indipendenza e rivendica la piena autonomia delle autorità religiose nella nomina della prossima reicarnazione del Dalai Lama. Pechino accusa quella che definisce 'teocrazia buddista' di cospirazione contro l'unità nazionale ispirata da potenze straniere: il problema non è solo il Tibet ma una regione più vasta del territorio cinese con forte presenza di popolazione di origine tibetana. Un'increspatura del monolite cinese in Tibet aprirebbe crepe profonde là dove vivono altre minoranze di rilievo in Cina, a cominciare da quella islamica.L'attuale Dalai Lama nel 1995 ha riconosciuto Gendhun Choekyi Nyima, un bambino di 6 anni, come l'undicesimo Panchen Lama: Pechino lo ha fatto arrestare tre giorni dopo e ha indicato il 'suo' Panchen Lama, Gyaltsen Norbu, oggi 21enne. 

Da allora le autorità cinesi non hanno fornito alcuna informazione sulla sorte del bambino e della sua famiglia. La risposta del Dalai Lama è stata non violenta ma decisa: nessuno può indicare la sua prossima reincarnazione. Tanto meno chi la indica in un cinese con il compioto di tenere sotto controllo il Tibet.

martedì 25 ottobre 2011

L'IRA dei murales, quei muri che gridano il dramma dell'Ulster


Pubblichiamo un ottimo articolo di Roberto Alfatti Appetiti, scritto per il Secolo d'Italia,ricordando a tutti che "L'Ira dei murales" sarà presentato SABATO 5 NOVEMBRE ALLE 17 a Casaggì, con l'autore Nicola Guerra e l'editore Alessandro Amorese. Una bella occasione di confronto e di dibattito sulla questione nord irlandese ed il retroterra sociale, artistico, culturale e politico che la accompagna.


Muri che raccontano. Disegni che tengono accesa la memoria storica, che hanno alimentato e continuano a nutrire l’immaginario di movimenti studenteschi e politici – anche a migliaia di chilometri di distanza – vincendo la più difficile delle battaglie: quella contro l’indifferenza, il silenzio della comunità internazionale, la controinformazione dei media. Rivoluzionari armati di bomboletta spray hanno denunciato la sistematica violazione dei loro diritti civili, le violenze e le angherie subite, senza mai rinunciare a colorare di speranza i muri delle proprie città. Perché la lotta indipendentista nordirlandese non si esaurisce nel terrorismo – attualmente c’è tregua, che non significa ancora pace – ma si tramanda nelle opere d’arte viva che animano le strade.  
Nicola Guerra non s’è limitato a mettere insieme una galleria di immagini dei murales più suggestivi, tra l’altro facilmente reperibili su google. Si è recato nelle Contee dell’Irlanda del Nord per osservarli nel loro contesto naturale. Ha parlato con artisti, associazioni locali ed ex militanti dell’Ira. Ne è venuto fuori un volume prezioso, da pochi giorni in libreria, L’IRA dei murales. Il linguaggio visivo nella lotta indipendentista Nordilandese a Belfast e Derry(Eclettica Edizioni, pp. 140, € 23), «il cui pregio – scrive Luigi G. De Anna nella prefazione – è quello di ritarare attraverso la scrittura murale, uno dei più originali mezzi contemporanei di espressione, un quadro completo delle istanze che a tutt’oggi vengono rivendicate dai nazionalisti nordirlandesi e che contribuisce a rinsaldare nel lettore un europeismo più solidale e rispettoso delle identità».
Amore per la propria terra e impegno politico sono gli ingredienti del fenomeno dei murales che, in Irlanda, si è sviluppato ben prima che nel resto d’Europa. Se nel vecchio continente è nato nei primi anni Ottanta con l’avvento della cultura americana dell’hip-hop, risale al 1969 il celebre “You are now entering Free Derry”. Perfettamete conservato. Perché anche la “manutenzione” ha una valenza politica. «Il fatto che i murales abbiano vinto la sfida del tempo – hanno spiegato alcuni artisti a Guerra – significa che avevamo ragione». Il fenomeno trova poi il suo apice espressivo in concomitanza con gli eventi tragici del Bloody Sunday di Derry – quando i paracadutisti inglesi, il 30 gennaio del 1972, aprirono il fuoco su inermi manifestanti uccidendo quattordici persone disarmate – e nel decennio successivo con il sacrificio degli Hunger Strikers, i giovani che si sono lasciati morire nelle carceri di Sua Maestà per protestare contro l’oppressione britannica (evocativo il murales che ritrae un sorridente Bobby Sands sulla parete della sede del Sinn Féin).
Le abitazioni diventano enormi tele offerte dai residenti. Tutto il popolo, del resto, partecipa. Lo sottolinea il murales in Hugo Street a Belfast: giovani che fronteggiano la polizia accanto a un’anziana signora con un mitra nella borsetta della spesa. Sempre a Belfast ce n’è uno dedicato a Joe Cahill, volontario dell’Ira a diciotto anni, schieratosi successivamente con la politica negoziatrice di Jerry Adams, e a Derry un altro che trattegia una giovane Bernadette Devlin col megafono in mano. Sprezzantemente definita «Fidel Castro in gonnella» dai protestanti, Bernadette venne eletta dalla comunità cattolica, a soli ventuno anni, membro del parlamento. Personaggi “noti”. Il che non toglie che tutti possano diventare protagonisti sacrificando la propria individualità per l’Irlanda. Questo sembrano dire il ragazzo, rigorosamente “anonimo” e dotato di maschera antigas a coprirgli il viso, che impugna la molotov e il giovane lanciatore di pietre che, al riparo di una grata di fortuna, fronteggia i blindati britannici. I primi piani ravvicinati stabiliscono una forte intimità tra il protagonista e il pubblico e trasporta chi osserva all’interno del contesto di guerriglia urbana che si muove alle spalle del giovane. Mai avulso da fatti realmente avvenuti: un monito affinchè non vengano dimenticati. Spesso e volentieri, poi, la presenza dell’opera nel luogo esatto dell’avvenimento crea un effetto di reiterazione e rafforzamento della memoria storica collettiva e porta l’osservatore indietro nel tempo. Lo spinge a immaginare tali luoghi all’epoca dei fatti. E, se irlandese, a farsi militante.
La giovane età dei combattenti nazionalisti non è certo un dettaglio: «evoca la lotta del nuovo contro il vecchio – sottolinea Guerra – e dell’arditismo giovanile e rivoluzionario contro l’imperialismo conservatore e la sua macchina bellica».
Una caratteristica, quest’ultima, che avvicina i writers nazionalisti irlandesi al movimento futurista italiano, fenomeni artistici-combattentistici entrambi elaborati alla stregua di un’idea politica e nel nome del rifiuto – come ha scritto Claudia Salaris – dell’arte per l’arte. Un’arte tesa non al raggiungimento del bello ma della giustizia sociale. «Come in Marinetti – scrive Guerra – c’è la mistica dell’azione in una concezione eroica e ottimistica della vita, il disprezzo del potere e del denaro, la religione della patria che rappresenta un superamento della famiglia, l’ottimismo verso il futuro, la figura della donna che indipendente e al pari dell’uomo opera per la comunità, il patriota concepito come rivoluzionario che vince l’egosimo assenteista, la patria come generosità dell’individuo verso gli esseri umani della comunità». Nel Manifesto della pittura murale redatto da Mario Sironi nel 1933 e sottoscritto tra gli altri da Campigli, Carrà e Funi, non a caso si legge: «L’artista deve rinunciare a quell’egocentrismo che, ormai, non potrebbe che isterilire il suo spirito e diventare un’artista militante, cioè un artista che serve un’idea morale e subordina la propria individualità all’opera collettiva». Lasciandoci, in alcuni casi, persino la pelle: nel 1980 un poliziotto inglese uccise un giovane artista sostenendo (sic!) di aver scambiato il pennello per una pistola.
Un eroismo sacrificale che ha conquistato più generazioni di ribelli, ben oltre i confini irlandesi. «Vivemmo il mito di quelle donne e quegli uomini che, rigettando la facile vita in cui si adagiavano nel continente buona parte dei loro contemporanei – spiega De Anna – mettevano a rischio tutto quanto avevano, beni, affetti e perfino la vita, per un ideale. Il fascino del loro coraggio si univa a quello della loro terra e di quel popolo che sentivamo per religione e carattere tanto simile alla nostra».
Una vicinanza particolarmente sentita per la giovane destra degli anni Sessanta e Settanta. «Nel mio ambiente – racconta ancora De Anna – l’Irlanda si legava alla grande tradizione celtica e cioè la sua lotta non era solo un fatto di localismo ma affondava le sue radici nella comune identità europea, in larga parte fondata proprio sulle radici celtiche delle nostre lingue, della nostra cultura e della nostra spiritualità. Il cattolicesimo che identificava l’essenza dell’indipendentismo nordirlandese era una religione da uomini, qualcosa di molto diverso dalla imbelle religiosità da democristiani del dopo Concilio Vaticano II. Il movimento Giovane Europa, ad esempio, sorto nel 1963 e assertore di una Europa equidistante dagli imperialismi sovietico e americano, si fregia anche a livello simbolico della croce celtica, come incarnazione di un europeismo socialista ed anche della vicinanza alla battaglia identitaria dei cattolici nordirlandesi. Se è deplorevole l’uso indiscriminato e terroristico della guerra – conclude – non lo è resistere quando essa è praticata in maniera crudele e sistematica contro di noi, come fu nell’Ulster da parte di orangisti e truppe inglese di occupazione».

lunedì 24 ottobre 2011

CASAGGì PRESENTA "L'IRA DEI MURALES".


Lo studio prende in esame i murales repubblicani nordirlandesi presenti sulle mura di Belfast e Derry al maggio 2009. L’idea di realizzare questo studio nasce da un viaggio in Irlanda del Nord durante il quale l’autore ha avuto l’opportunità di osservare i murales e di incontrare alcuni degli artisti che li hanno realizzati ed alcune persone che vissero gli eventi rappresentati nei murales stessi. I murales nazionalisti sono studiati dall’autore sotto differenti prospettive: il linguaggio, l’iconografia, il simbolismo politico e il contesto sociale nel quale essi si inseriscono.

I murales rappresentano certamente la reazione della comunità cattolica nordirlandese alla dominazione politica e alla violenza britannica sull’Irlanda del Nord e divengono strumenti di ribellione e di richiesta collettiva di libertà e indipendenza. Ma rappresentano anche un fenomeno più complesso, incarnando i valori e le prospettive dell’intera comunità nazionalista nordirlandese. Lo studio analizza i murales sia come singole espressioni d’arte sia come fenomeno collettivo. Un ampio spazio viene dato all’analisi dei temi sociali e politici rappresentati nei murales, ai differenti stili linguistici ed iconografici adottati e a come questi differenti stili si integrano. I murales nazionalisti sono studiati anche sotto la prospettiva artistica, con particolare attenzione al fenomeno dell’artista armato, l’artista visto come guerriero che fa dell’arte uno strumento per comunicare valori collettivi ed elevati: morali, sociali, religiosi e politici. 

Questa prospettiva d’analisi porta l’autore a disegnare e analizzare un parallelo tra il fenomeno dei murales nazionalisti e l’arte futurista: un confronto fondato sui temi rappresentati nelle opere, sulla collocazione pubblica dell’opera e sul ruolo sociale dell’artista. Se le parole, le immagini e i colori usati nei murales nazionalisti divengono, come analizzato nello studio, la voce della comunità cattolica nell’Irlanda del Nord, una voce spesso inascoltata in Europa, diviene cruciale comprendere cosa gli artisti vogliono comunicare, perché e come lo fanno. Lo scopo di questo studio è, inoltre, quello di avviare una nuova prospettiva di ricerca basata su un approccio multidisciplinare fondato sull’uso integrato della semiotica e semantica in etnografia; in modo da offrire così una interpretazione più completa e olistica del fenomeno dei murales repubblicani nordirlandesi.

SABATO 5 NOVEMBRE ORE 17
CASAGGì FIRENZE
VIA FRUSA 37

domenica 23 ottobre 2011

UN MARE DI GENTE A BATTEZZARE QUESTA SFIDA!


E’ stata, quella di ieri, una giornata che da sola ha sbugiardato quanti, da ogni parte, hanno tentato con ogni mezzo di metterci i bastoni tra le ruote, ostacolando il percorso che la nostra Comunità umana e politica ha intrapreso in questi mesi per arrivare all’apertura di uno spazio proprio, autofinanziato, autogestito e assolutamente libero.

Diverse centinaia di persone, tra pomeriggio e sera, hanno affollato i locali di Casaggì, occupando via Frusa, chiusa al traffico per l’occasione. Chi è passato per un saluto, chi è rimasto dal mattino alla notte, chi non poteva mancare, chi si è riavvicinato al nostro ambiente umano dopo anni, chi è venuto spinto dalla curiosità ed è andato via facendoci i complimenti. Due ore di interventi, nei quali si sono alternati parlamentari, consiglieri regionali, eletti locali, dirigenti e attivisti di vecchia data. Di particolare importanza anche la lettera scritta di pugno, e letta pubblicamente, dal Ministro della Gioventù Giorgia Meloni: un in bocca al lupo che ci riempie di gioia, consci del legame decennale che ci unisce, in attesa di marciare ancora insieme per ricordare i martiri delle foibe, come ogni anno. A seguire la festa, con il concerto di musica identitaria e l’atmosfera di sempre, quella di chi ha scelto questa vita e rinnova quel giuramento ogni giorno, con il sorriso stampato in faccia e una voglia matta di riprendersi il futuro.

Un fiume di gente libera, di cittadini, di giovani, di militanti e di simpatizzanti. Numeri che devono far riflettere tante persone. Un mare di gente che ha scelto volontariamente di aderire ad un progetto nato dal basso per riportare in vita, attraverso il partito di riferimento, ma anche per mezzo della militanza di strada e della forte presenza territoriale nelle scuole e nelle facoltà, una socialità e una partecipazione attiva che a destra, purtroppo, non si vedeva da tempo. Perché questa è sempre stata Casaggì: un elemento di rottura, ma anche di confronto, di proposta, di politica reale, di attualità, di concretezza. Una Comunità che molti vorrebbero ai margini, nel ghetto, e che invece si propone quotidianamente in ogni ambito della vita sociale. Una struttura che lavora e opera ogni giorno, che si conquista gli spazi senza toglierli a nessuno, che non vive di espedienti e di violenza, che a Firenze ha mosso le acque torbide di un’egemonia culturale che inizia a sgretolarsi sotto i colpi della storia, che accetta le regole del confronto ma non rinuncia al proprio bagaglio di valori e di identità, che tenta con umiltà di produrre cultura, musica, arte, dibattito, comunicazione e alternativa, che non ha bisogno di essere legittimata da chicchessia perché si legittima da sola con le centinaia di preferenze espresse nelle tornate elettorali di tutti i livelli, con eventi partecipati e affollati, con una sede che ci siamo costruiti con le nostre mani e coi nostri soldi, mattone su mattone, che è vissuta, aperta, presidiata e difesa ogni giorno, con dei servizi offerti ai cittadini, con i tanti sforzi sotterranei per mandare avanti un sogno che non è comodo a nessuno, ma che resiste e cresce da anni con un vigore senza pari, aldilà di ogni ostracismo, di ogni minaccia, di ogni veto e di ogni vigliaccata.

Questa è la realtà, una realtà con la quale si deve fare i conti, che piaccia o meno. Una realtà che esiste perché crea, produce e avanza laddove gli altri parlano, speculano, promettono o farfugliano. Una realtà che non esclude e che non discrimina, che non trama e non odia, che non è in competizione con nessuno perché basta a se stessa, che ama l’azione e coltiva il pensiero, che vive di fatti e di idee, che non fa politica con la ventiquattrore e la puzza sotto al naso, ma con le collette per pagare la luce di una sezione e con le notti al freddo ad affiggere un manifesto, con la mano tesa verso chi ci chiede aiuto, con l’odore dei volantini e il rumore assordante di un corteo, con una scelta che non è soltanto una croce su una scheda o una prospettiva di carriera, ma un modo di essere e di vedere il mondo, di incarnare un’idea, di ribellarsi alle ingiustizie e servire la propria gente e la propria terra con orgoglio, di donarsi senza chiedere niente per un dovere morale ed etico nei confronti di noi stessi e di chi ci ha preceduti, per una consapevolezza cosciente che ci lega ad un testimone ideale che sentiamo il dovere di mantenere acceso e splendente in mezzo al buio del presente.

Siamo e saremo sempre qui. Verso la prossima barricata, come per andar più avanti ancora. 

venerdì 21 ottobre 2011

GLI ANTIFASCISTI, LE BOMBE E IL GIOCHINO DI BATMAN...





Questa mattina, su facebook, il mondo dell'antifascismo fiorentino si è sbizzarrito. Comunicati, indignazioni, urlacci e strilloni. Si sprecano i verdetti, non si contano gli spergiuri. Insomma: l'inaugurazione di Casaggì ha prodotto le reazioni più prevedibili e più scontate del mondo, quelle che contraddistinguono chi si identifica in uno schieramento umano e politico - quello dell'antifascismo - che vive di antitesi superate, che il paese reale, quello della gente comune che la mattina si alza per andare a lavorare, ha superato diversi decenni fa. Tra i tanti ne spiccava uno, decisamente senza fronzoli. Non si perdeva in chiacchiere inutili, ma andava al sodo. Un duro, di quelli che coi fascisti ci trattano per mezzo delle bombe. E mica lo mandano a dire!

E' stato così che abbiamo aperto il profilo del dinamitardo da tastiera, che ovviamente è pubblico come accade ad ogni buon terrorista che si rispetti. E cosa abbiamo visto?  Che il commento pubblicato subito dopo, quello scritto a pochi secondi di distanza dal terrificante annuncio di cui sopra, è una conquista sociale per la quale si sarebbe pronti a uccidere: IL GIOCHINO DI BATMAN PER LA PLAY STATION TRE!

DOMANI TUTTI A CASAGGì!


DOMANI LA GRANDE INAUGURAZIONE
DIBATTITO, INTERVENTI, BUFFET, FESTA E MUSICA
DALLE 16 IN POI
VIA FRUSA 37
FIRENZE - ZONA STADIO

giovedì 20 ottobre 2011

Quattro banche hanno il 95,9% dei derivati USA: una bomba a orologeria


Volete sapere le vere ragioni per cui le banche non stanno prestando e per cui i PIIGS hanno ancora il controllo della situazione?Perché il rischio del mercato dei derivati da 600 trilioni di dollari di derivati non si è ancora materializzato. Al contrario, si sta sempre più concentrando in una serie di banche selezionati, specialmente qui negli Stati Uniti.



Nel 2009 cinque banche detenevano l’80% dei derivati dell’America. Ora, solo quattro ne hanno uno sbalorditivo 95,9 per cento, secondo un recente resoconto dell’ Office of the Currency Comptroller.Le quattro banche in questione sono: JPMorgan Chase & Co. (NYSE: JPM), Citigroup Inc. (NYSE: C), Bank of America Corp. (NYSE: BAC) e Goldman Sachs Group Inc. (NYSE: GS). I derivati hanno giovato un ruolo cruciale nell’affossare l’economia globale, quindi si potrebbe pensare che i più importanti decisori mondiali abbiano imbrigliato tutto ciò, ma non lo hanno fatto. Invece di attaccare il problema, i controllori lo hanno lasciato andare fuori controllo e il risultato è una bomba a orologeria da 600 trilioni di dollari, chiamata il mercato dei derivati. Pensate che io stia esagerando? Si stima che il valore di facciata dei derivati mondiali sia superiore ai 600 trilioni di dollari. Il valore di facciata, naturalmente, è il valore totale degli asset scambiati con la leva finanziaria

Questa distinzione è necessaria, perché quando si parla di asset in leverage come le opzioni e i derivati, una piccola somma di denaro può controllare una posizione spropositatamente larga che può essere 5, 10, 30, o in qualche caso estremo 100 volte maggiore dell’investimento che potrebbe essere utilizzato in strumenti a pronti. Il PIL mondiale è circa 65 trilioni di dollari, o circa il 10,83% del valore globale del mercato dei derivati, in base all’Economist. E quindi non ci sono in pratica abbastanza soldi sul pianeta per fermare gli scambi tra le banche di questi strumenti se dovessero finire nei guai.

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18.10.2011
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

mercoledì 19 ottobre 2011

SAS, TORSELLI (PDL): "LA SAS PAGA COI SOLDI PUBBLICI DIPENDENTI PER NON ANDARE A LAVORO! IL PRESIDENTE SI DEVE DIMETTERE!"

ANCORA INCERTO IL FUTURO DEL SETTORE CARRI ATTREZZI: TRA DUE MESI SCADE L'APPALTO ESTERNO E DALLA GIUNTA NON ARRIVANO INDIRIZZI, NONOSTANTE UNA MOZIONE VOTATA ALL'UNANIMITA' DAL CONSIGLIO CHE CHIEDEVA DI REINTEGRARE IL SERVIZIO

"Molti ricorderanno le vicende dei lavoratori interinali assunti presso SAS con contratto fino al 31 dicembre dell'anno scordo, alcuni dei quali sono rimasti disoccupati a partire da quella data. Apprendiamo oggi dalla relazione del Presidente del CdA di SAS in Commissione Controllo che 3 di quei lavoratori hanno fatto ricorso ed uno dei tre, ad oggi, ha già ottenuto dal giudice l'obbligo di reintegro nell'organico aziendale. La cosa grave è che la riassunzione è stata disposta dallo scorso mese di agosto, data dalla quale questa persona riceve regolarmente lo stipendio da parte di SAS, ma ciò nonostante l'azienda non vuole il lavoratore all'interno del proprio organico. In pratica, coi soldi pubblici (SAS è partecipata al 100% dal Comune di Firenze), i fiorentini stanno pagando una persona (in attesa che anche gli altri due ottengano una risposta al proprio ricorso) che, per scelta di SAS, non viene fatta lavorare". Questo quanto fa sapere il consigliere comunale del PDL, Francesco Torselli.

"E sempre dall'audizione in Commissione Controllo del Presidente Calogero - prosegue Torselli - emergono anche altri dati preoccupanti, il primo dei quali in merito al settore Carri Attrezzi. Ad oggi questo servizio è stato dato in appalto da SAS ad un consorzio esterno con un contratto che scadrà il prossimo 31 dicembre. A due mesi dalla scadenza sul tavolo del Presidente di SAS vi sono due atti: una lettera dell'ex-Comandante della Polizia Municipale che nell'ottobre di un anno fa comunicava all'azienda l'intenzione di portare il servizio Carri Attrezzi all'interno delle competenze della Polizia Municipale, ed una mozione, presentata dal sottoscritto ma votata all'unanimità dal Consiglio Comunale, che chiedeva invece che il servizio Carri Attrezzi tornasse tra le competenze della SAS".

"Il Presidente Calogero - spiega il consigliere del PDL - ha riferito questa mattina di fronte alla Commissione Controllo che, ad oggi, nonostante questi due atti, la giunta comunale non ha comunicato a SAS alcuna notizia in merito al futuro del settore Carri Attrezzi, nonostante il 31 dicembre sia ormai alle porte. Una situazione di stallo che la dice lunga su come questa giunta non abbia assolutamente le idee chiare in merito al futuro di questa azienda che, ricordiamolo, conta ad oggi ben 201 dipendenti".

"Intanto - prosegue Torselli - i carri attrezzi acquistati poco più di un anno fa per una somma prossima a 350.000 Euro sono stati svenduti all'asta, mentre 2 di essi ancora si trovano inutilizzati nei depositi dell'azienda. Uno spreco che abbiamo denunciato con forza nel chiedere le dimissioni dell'allora Direttore Generale Bartolini, oggi trasferito all'Ufficio Anagrafe".

"Preoccupante da un punto di vista politico infine - aggiunge l'esponente del PDL a Palazzo Vecchio - la considerazione sul futuro dell'azienda fatta sempre questa mattina dal Presidente Calogero: per lui SAS ha grande importanza e, se riassettata in maniera corretta (nuovo contratto di servizio, sostituzione del CdA con la figura di un Manager unico, sviluppo dei settori che portano realmente guadagni all'azienda, ecc...), potrebbe avere anche un roseo futuro, affermazione che peraltro condividiamo in pieno. Ad oggi tuto questo non è possibile poichè, per ammissione dello stesso Presidente, la deficienza sta tutta nella comunicazione tra SAS e l'amministrazione comunale fiorentina".


"Ascoltare un Presidente di CdA di una azienda partecipata al 100% dal Comune di Firenze, nominato in quel ruolo dallo stesso Sindaco - conclude Torselli - mentre parla di 'deficienza di comunicazione tra azienda ed amministrazione comunale' è un controsenso che sfiora il grottesco. Se il Presidente Calogero reputa inesistente, o peggio ancora portatrice di decisioni aziendali sbagliate o difficili da gestire, la comunicazione tra l'azienda che rappresenta e l'amministrazione che lo ha nominato ha di fornte a sé un'unica strada: rassegnare immediatamente le dimissioni".

Indignati... dal 1945


di E. Marino

La scintilla è scoccata nella metà del maggio scorso, quando è nato il movimento apartitico degli "indignados" spagnoli per protestare contro la crisi causata da una politica incapace e asservita e da una finanza mondiale speculatrice e onnipotente. Fin dai primi istanti ogni partito, ogni politicante, ogni fazione ha fatto il possibile per sfruttare l'insurrezione pacifica a proprio favore, dall'estrema destra all'estrema sinistra ognuno ha richiamato a gran voce la titolarità delle proteste. In seguito, il peggiorare della situazione, la crisi greca e l'incertezza politico-finanziaria italiana, lo spauracchio del default e del crollo dell'euro, hanno portato queste manifestazioni

in tutte le capitali dell'Occidente, fino a Wall Street, simbolo del potere bancario. Culminando in questi giorni, precisamente sabato 15 Ottobre, quando decine di migliaia di indignati manifesteranno, a detta dei media, in più di 400 piazze. 

Più volte i media riportano come questi eventi siano direttamente collegati alla cosiddetta "primavera araba", che oltre a non aver rivoluzionato nulla ha prodotto una sanguinosa guerra civile in Libia tutt'ora in corso. Il movimento degli indignati non nasce per combattere uno Stato repressivo e per reclamare diritti civili, bensì per reclamare quei diritti sociali sempre meno valorizzati come il diritto al lavoro e il diritto alla dignità. Democrazia diretta, rifiuto della partitocrazia e della corruttela, potere a chi produce, dignità del lavoro, capitale strumento dell'Uomo e non viceversa. Elementi rivoluzionari del quale il Fascismo è stato anticipatore assoluto e motivo per cui è stato ferocemente combattuto fin dagli anni '30 dalle plutocrazie occidentali. 

Ma tutti fanno orecchie da mercante e il pregiudizio vince sulla ragione. Il problema che attanaglia i popoli occidentali ha un nome, che non è Obama, non è Berlusconi, non è Zapatero. Questi sono i sintomi della malattia ma il morbo si chiama liberismo, che prosegue il suo incessante perfezionamento e queste sono le conseguenze.

martedì 18 ottobre 2011

Fate parlare gli indignati e capirete la vera ragione per cui sono precari


di Pietrangelo Buttafuoco

Troppo comodo trasformare in fascisti i “compagni che sbagliano”, gli incappucciati che si prendono i cortei per fare la festa agli indignados. Troppo facile, poi, risolverla con lo sfascismo. In questa vicenda di borghesi stradaioli non c’entra nulla, infatti, il santo manganello. Non c’è il Novecento, non c’è la “Rissa in Galleria” e neanche “Città che sale”. Tutt’al più c’è quell’Ecce Homo di Marco Pannella scaracchiato da una manica di benpensanti giacobini.



In attesa che ci scappi il morto è bene che si sappia che in queste stupide lagne giovanilistiche – cui può benissimo fare il paio la dichiarazione di Mario Draghi, ben lieto di scivolare dentro la demagogia – non c’è una sola scazzottatura, non un solo frammento dell’Avanguardia storica e sempre restando in attesa che ci scappi il morto si può stare sicuri di un fatto: neppure la ribellione delle masse può cominciare da piazza San Giovanni perché se solo ci fosse stata una goccia di olio di ricino si sarebbero sentite le note di “Rusticanella”, la marcia della marcia su Roma.
Troppo comodo, poi, pensare che possano fare epoca. Sarà globale, infatti, la mobilitazione – ci sarà tutta una canea a muoversi – ma tutti questi indignados sono così a corto di concetti, di parole e di raziocinio che è proprio un’esagerazione andargli addosso con gli idranti della forza pubblica. E’ sufficiente farli parlare. Di tutti questi indignados, infatti, quelli interpellati a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dalla piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo microfono non riusciva a cavargli un costrutto che fosse uno, due parole messe in croce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stessa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi dare una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi.
Certo, troppo comodo fare gli stronzi, come stiamo facendo, con dei ragazzi precari che non hanno potuto coltivare la consecutio temporum a causa dei tagli imposti alla scuola pubblica dalla Mariastella Gelmini. Troppo comodo, forse, fare dei paragoni storici perché, insomma, se non hanno la caratura degli Adriano Sofri e dei Tino Vittorio, se non si sono esercitati nella traduzione dall’italiano in latino dei “Pensieri” di Mao nelle aule di Ettore Paratore, se non hanno alle spalle “Gioia e Rivoluzione” degli Area ma sono soltanto pecorelle della farneticazione global, amplificata tanto da Internet quanto dagli incappucciati, indignados assai impazienti, ecco: non solo fa impressione vedere quanto siano ignoranti, ma non sono neppure antagonisti. Altrimenti la guerra alla finanza internazionale la farebbero con i libri di Massimo Fini se non proprio con i “Cantos” di Ezra Pound o con “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola. E vederli, come si vedono, con quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”, li condanna definitivamente alla pochezza del gregge, tutto un belare in sottovuoto marketing. E sono ignoranti a un livello tale che se lo meritano di essere precari, altrimenti sarebbero come i loro coetanei d’India, di Cina e di Corea che spadroneggiano nella tecnica e nelle invenzioni e non certo in Scienze delle comunicazione.
E non producono estetica, infatti, questi indignados – come possono fare i loro coetanei nelle banlieue di Parigi con tanto di film come “L’odio” di Mathieu Kassovitz, con Vincent Cassel – e non avranno mai l’avventura di fare la rivolta, come accade in Egitto dove però, signori miei, nei pressi del Canale arrivano le motovedette della Repubblica islamica dell’Iran, altro che i contestatori della Val di Susa.
Non sono antagonisti, infine, perché è troppo comodo fare la rivoluzione con la corda dimenticata nei magazzini del signor Lenin. E se non si riesce a farsela vendere, la corda, dagli stessi capitalisti destinati a farsi impiccare ma tanto più ad arricchirsi, non si può restare a farsi aspergere con queste polluzioni dei giovanotti borghesi in attesa che la rivoluzione trovi una propria lingua perché il linguaggio, intanto, ha retrocesso tutti i bennati d’occidente nel balbettio mondialista e i peccati contro lo spirito del male, si sa, non si perdonano in questo mondo.