sabato 31 dicembre 2011

AUGURI A CHI NON SI ARRENDE!


A chi non ha mai smesso di combattere la loro "gente migliore".
Auguri a chi crede.

venerdì 30 dicembre 2011

Il dollaro al centro della crisi

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di Alain de Benoist



Per molti economisti, una delle cause della crisi sistemica globale cui attualmente assistiamo, dipende dal crollo del sistema di Bretton Woods fondato sul dollaro americano come perno del sistema monetario internazionale, e più particolarmente da ciò che l’economista cinese Xu Xiaonian ha definito «sovraemissione di moneta della Riserva Federale». Édouard Husson e Norman Palma ritengono, ad esempio, che la crisi sia la conseguenza diretta dell’«esorbitante privilegio» che permette agli Stati Uniti di «acquistare i beni e i servizi del mondo con della semplice carta»[1]. In ogni caso, il fatto è che le tensioni all’interno del sistema monetario internazionale costituiscono oggi una crisi all’interno della crisi, e che una bancarotta di questo sistema implicherebbe obbligatoriamente quella del dollaro. 

Come è noto, il dollaro ha uno statuto particolare tra tutte le altre monete. Creato nel 1785[2], costituisce la moneta nazionale degli Stati Uniti e dei loro territori d’oltremare (come Portorico), ma è al contempo la principale moneta di riserva, la moneta più utilizzata al mondo per le transazioni commerciali, la principale divisa trattata sul mercato dei cambi, la divisa che possiede i mercati finanziari più importanti e, dal dicembre 2006, la seconda moneta dietro l’euro in termini di moneta di circolazione. Nel 1985, più dell’80% degli scambi mondiali era già formulato in dollari. Questa percentuale è salita all’89% nel 2004. Nel 2007, il dollaro contava in misura del 64% nelle riserve delle banche centrali nel mondo (il 72% nel 2002). Sappiamo altresì che la maggioranza dei paesi paga in dollari il petrolio greggio acquistato dai paesi produttori (i famosi «petrodollari»), essendo le due principali borse petrolifere del mondo, quelle di Londra e di New York, ugualmente dominate dalle imprese americane. 

Per comprendere come siamo arrivati a questo punto, si impone qualche elementare cenno storico. Fino al 1810, il sistema monetario in uso nei paesi occidentali era fondato sul bimetallismo, i cui talloni erano l’oro e l’argento. All’epoca, l’Inghilterra scelse il monometallismo sotto le specie del tallone-oro. La maggior parte dei paesi fece altrettanto tra il 1820 e il 1876. Nel 1922, fu allora istituito, con gli accordi di Genova, il sistema monetario detto del Gold Exchange Standard – sistema poi sospeso nel 1933 da Franklin D. Roosevelt, il quale voleva svalutare il dollaro, e reintrodotto nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods. 

Il sistema di Bretton Woods si basava su due pilastri principali: un sistema di cambi fissi tra le monete e, soprattutto, il riconoscimento del dollaro come moneta di riserva internazionale, restando quest’ultima convertibile in oro (al tasso fisso di 35 dollari l’oncia di oro fino), ma soltanto nel quadro degli scambi tra banche centrali. In effetti, le istituzioni create a partire dal 1944 consacravano il rapporto di forze economiche e politiche all’indomani della Seconda Guerra mondiale: il nuovo dominio degli Stati Uniti, l’unico paese ad essersi arricchito durante questo periodo, il crollo dell’Europa, l’inesistenza politica dell’Asia. 

Ma il 15 agosto 1971, colpo di scena: il presidente Richard Nixon decideva la non convertibilità del dollaro rispetto all’oro, in seguito all’accumularsi, durante gli anni Sessanta, di deficit americani ulteriormente accresciuti dalle spese legate alla guerra del Vietnam, che avevano provocato fortissime pressioni sulla moneta americana. Questa decisione in forma di diktat – fu infatti presa dagli Stati Uniti senza consultare nessuno dei suoi partners – si spiegava allora con il timore dell’amministrazione americana di vedere certi paesi esigere la conversione in oro delle loro eccedenze in dollari. 

Segnando la fine del sistema di Bretton Woods, la non convertibilità del dollaro e la sua trasformazione in semplice dollaro-carta si tradussero subito in una serie di tensioni che sfociarono, nel dicembre 1971, negli «accordi di Washington» - detti anche «accordi dello Smithsonian Institute» - i quali prevedevano delle parità centrali e dei margini di fluttuazione tra le monete non eccedenti il 2,25%. Fu in quest’epoca che il segretario americano al Tesoro, John Connally, lanciò la sua celebre apostrofe: «Il dollaro è ora la nostra divisa e il vostro problema» («The dollar is our currency and your problem»). Tuttavia, sin dal marzo 1973, il «gruppo dei Dieci» (la CEE, la Svezia, gli Stati Uniti, il Canada e il Giappone), decideva l’abbandono della fissità dei tassi di cambio delle diverse monete rispetto al dollaro, il che permetteva alle banche centrali degli altri paesi di smettere di acquistare dollari per mantenere la sua parità. Nasceva così un nuovo sistema, detto dei «cambi fluttuanti», che sarà formalmente ratificato nel gennaio 1976 con gli accordi della Giamaica. 

Gli squilibri allora proseguiranno. Sin dagli anni Ottanta, il dollaro comincerà tendenzialmente a deprezzarsi. Si assisterà a un forte aumento dei tassi di interesse a lungo termine, poi, nell’ottobre 1987, al doppio crac dei mercati obbligazionari e dei mercati azionari. Questo deprezzamento del dollaro si è addirittura accelerato in seguito alla crisi ipotecaria che ha scatenato l’attuale crisi. Mentre nel 2002 un euro valeva ancora solo 86 centesimi di dollaro, lo scorso 2 giugno ha raggiunto la quotazione di 1,43 dollari – il record storico di un euro per 1,6 dollari essendo stato già raggiunto il 15 luglio 2008. questo relativo deprezzamento del dollaro penalizza evidentemente le esportazioni europee, i cui prodotti diventano sempre più cari per gli americani: si stima che la soglia di vulnerabilità per le industrie europee si situi intorno a un euro per 1,24-1,35 dollari. Se il dollaro continuerà a deprezzarsi, le possibilità per gli europei di esportare verso gli Stati Uniti diminuiranno ulteriormente e la situazione diventerà rapidamente insostenibile. 
È evidente che il paese che emette la moneta di riserva internazionale dispone di un formidabile strumento per finanziare la sua economia e il suo debito pubblico, imporre le sue condizioni finanziarie al resto del mondo e sciogliersi da vincoli esterni. A cosa serve preoccuparsi dei propri deficit con l’estero quando è possibile fabbricare dollari per pagare i propri fornitori? Essendo scollegato dall’oro, il dollaro poteva moltiplicarsi senza un immediato effetto automatico sul suo valore o sull’inflazione, il che avrebbe permesso agli americani di far finanziare all’infinito i loro crescenti deficit commerciali dal resto del mondo. , in particolare grazie alla emissione di Buoni del Tesoro. Di fatto, la massiccia domanda di dollari ha permesso a lungo agli americani di accumulare deficit commerciali e di bilancio esorbitanti senza soffrire del negativo impatto economico dei debiti che tali squilibri avrebbero normalmente dovuto provocare. Il risultato è che gli Stati Uniti hanno potuto vivere al di sopra dei loro mezzi grazie ai capitali esteri e che, da almeno trent’anni, l’economia americana vive alle spalle del resto del mondo. Essa fabbrica una falsa crescita, che provoca il regolare aumento degli indici di borsa per il solo fatto dell’accumularsi del denaro nei portafogli di investimento, ma che non rinvia più allo sviluppo economico reale. La macchina gira generando un debito che cresce meccanicamente. 

In questo sistema, in cui la variazione dei corsi del dollaro si ripercuote immediatamente sull’insieme dell’economia mondiale, i differenti paesi del mondo sono costretti ad acquistare i biglietti verdi emessi da Washington per evitare ogni maggiore squilibrio, il che permette agli americani di accumulare i debiti in totale impunità, attraendo da soli l’80% del risparmio mondiale. «Quando vuole attirare i capitali, come negli anni Ottanta, [l’America] alza i tassi di interesse e fa salire la sua moneta; quando punta sui paesi dai salari bassi, la debolezza dei prezzi dei loro prodotti compensa largamente l’aumento dei prezzi delle derrate importate, legato alle differenze di cambio. Per l’America è il poker vincente. I deficit si accumulano, ma a pagare sono i paesi emergenti e il Giappone»[3]. 
Ma c’è comunque un limite, che oggi è stato raggiunto. Infatti, il deficit pubblico americano è ormai fuori controllo, con una esplosione delle uscite (+ 41% in un anno) e un crollo delle entrate fiscali (- 28%). Il deficit federale ha raggiunto quasi 200 miliardi di dollari per il solo mese di marzo 2009, ossia circa la metà del deficit totale registrato nel 2008. Ricordiamo che, nel 1984, il deficit di bilancio americano era ancora solo di 184 miliardi di dollari. L’anno prossimo, potrebbe raggiungere quasi 3500 miliardi di dollari, ossia più del 20% del PNL americano! Quanto al debito pubblico, supera attualmente i 10.000 miliardi di dollari. 

Tenuto conto di tutti i fattori, l’indebitamento totale degli Stati Uniti raggiunge ora il 340% del loro prodotto interno lordo (PIL), con il debito privato che rappresenta da solo il 170% del PIL! Se riconduciamo questo debito privato americano alla produzione effettiva di beni primari e secondari, gli americani sono indebitati nella misura di circa sei anni della loro produzione industriale e agricola. Il debito totale equivale, invece, a dodici anni di produzione. Cifre allucinanti, che pongono un problema evidente agli altri paesi del mondo. E in primo luogo alla Cina. 

L’insieme delle riserve cinesi è oggi valutato tra i 2000 e i 2300 miliardi di dollari, di cui circa 1400 miliardi (quasi il 70%) espresse in dollari americani (900 miliardi di Buoni del Tesoro, circa 550 miliardi di buoni diversi, quasi 200 miliardi di attivi privati e 40 miliardi di depositi a breve termine), il resto essendo costituito di attivi espressi principalmente in euro. Il Giappone e altri paesi possiedono anch’essi importanti riserve formulate in dollari, accumulate come contropartita della loro penetrazione sul mercato interno americano. Con più di 550 miliardi di dollari, la zona euro viene al terzo posto – dietro la Cina e il Giappone, ma davanti alla Russia e ai paesi del Golfo – dei maggiori detentori di riserve in dollari. 

Sino a poco tempo addietro, esisteva un tacito accordo tra Washington e Pechino, in base al quale la Cina continuava a finanziare il debito americano, reinvestendo nel sistema i suoi eccedenti commerciali sotto forma di acquisto di Buoni del Tesoro, mentre gli americani, in cambio, aprivano il loro mercato interno ai prodotti cinesi. La Cina si trovava così nella situazione della corda che sostiene l’impiccato: in teoria, aveva in pugno l’economia americana, ma se ne approfittava per farla crollare, nuoceva nello stesso tempo ai propri interressi. E se avesse deciso di sbarazzarsi brutalmente dei suoi dollari contro un’altra moneta ritenuta più sicura, un crollo del dollaro avrebbe tolto a quest’ultimo ogni valore di fronte ai beni che la Cina avrebbe deciso di acquistare in cambio. Esistevano anche rischi di ritorsione, ad esempio il congelamento da parte degli americani dei patrimoni cinesi in dollari. 

Orbene, questo tacito accordo tra la Cina e gli Stati Uniti sembra sul punto di rompersi. Il messaggio che Pechino ha fatto passare ai dirigenti del G20, lo scorso 24 marzo, alla vigilia del vertice di Londra, era chiaro. Per bocca del governatore della sua Banca centrale, Zhou Xiaochuan, la Cina ha dichiarato che «lo scoppio della crisi e il suo straripamento nel mondo intero riflettono le vulnerabilità inerenti e i rischi sistemici del sistema monetario internazionale» di cui il dollaro è il perno. I cinesi domandano dunque esplicitamente la sostituzione del dollaro come moneta di riferimento internazionale con una «moneta di riferimento sovra-sovrana», capace di «restare stabile sul lungo termine» e che sarebbe «scollegata dalle singole nazioni», detto chiaramente una divisa fondata su un «paniere» comprendente lo yuan, l’euro, lo yen, il rublo e il real, oltre al dollaro, cosa di cui, beninteso, gli Stati Uniti non vogliono sentir parlare. 

Con questa dichiarazione, che ha prodotto l’effetto di una bomba, la Cina mirava in primo luogo a impedire ogni messa in discussione della propria moneta, notoriamente sottovalutata. Essa intendeva poi mettere in guardia contro una forte svalutazione del dollaro, che svaluterebbe in proporzione le sue enormi riserve, ma soprattutto prendere posizione per un totale rifacimento del sistema finanziario mondiale implicante, oltre a una nuova moneta, una ridistribuzione dei ruoli in seno a grandi organismi come il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale, dove gli asiatici non hanno mai potuto ottenere delle responsabilità proporzionali alla loro potenza economica né al loro peso demografico (la Cina detiene solo il 3,6% dei diritti di voto in seno al FMI, mentre gli Stati Uniti se ne arrogano il 16,8%), così come il trasferimento dell’attuale potere di creazione monetaria dalla Riserva federale (FED) verso un organismo internazionale alla gestione del quale essa sarebbe associata. 

I cinesi evocano anche la possibilità di ricorrere ai Diritti speciali di prelievo (DSP), creati nel 1969 per tentare di limitare i privilegi del dollaro e il cui valore è determinato appunto a partire da un «paniere» di monete (il dollaro, la lira, lo yen e l’euro), per farne una vera moneta di riserva, proposta già fatta dalla Francia nel 1964, ma senza alcun successo. L’utilizzazione dei DSP, che oggi sono solo una semplice unità di conto per le operazioni del FMI, ha infatti sempre cozzato contro l’ostilità degli americani. 

Sembra, peraltro, che la Cina cerchi ora di sbarazzarsi con tutti i mezzi di quegli attivi «tossici» che sono divenuti per lei i Buoni del Tesoro americani, scambiandoli contro degli attivi di cui ha bisogno a lungo termine e che sono oggi a prezzi storicamente bassi. Dalla fine del 2008, Pechino si è così alleggerita ogni mese da 50 a 100 miliardi dei suoi attivi espressi in dollari, ossia un totale di circa 600 miliardi. La Cina acquista solo un piccolo numero di Buoni del Tesoro, in generale buoni a breve termine. Si ritiene che, dalla fine del 2008, abbia rifiutato di acquistare tra 500 e 1000 miliardi di Buoni del Tesoro che l’amministrazione americana cerca di piazzare sui mercati internazionali per finanziare i suoi deficit pubblici. Poiché la Cina non risponde più ai bisogni di finanziamento degli Stati Uniti, questi ultimi rischiano, di conseguenza, di emettere troppa cartamoneta per evitare la bancarotta, infilandosi così nella mortale spirale dell’inflazione. Lo scorso 18 marzo, la Riserva Federale ha d’altronde già deciso di riacquistare 300 miliardi di dollari di Buoni del Tesoro, il che rilancerà immancabilmente l’inflazione. 

La più recente attualità ha visto sommarsi i segni che confermano le intenzioni cinesi. Così, nel corso di questi ultimi mesi, la Corea del Sud, la Malaysia, l’Indonesia, la Bielorussia, l’Argentina e il Brasile hanno firmato con Pechino un accordo di swap che permette alle loro imprese di non utilizzare più il dollaro americano per i loro scambi commerciali bilaterali. D’altronde, la Cina ormai autorizza i paesi in deficit commerciale con lei a produrre obbligazioni in yuan (e non dollari) che sottoscriverà. Nell’aprile 2009, abbiamo appreso che gli scambi cino-americani erano calati del 6,8% in un anno, mentre gli investimenti americani in Cina diminuivano del 19,4%. Alcuni giorni più tardi, la Banca centrale cinese annunciava di aver quasi raddoppiato le sue riserve in oro (adesso ne detiene 1054 tonnellate). 

Parallelamente, certi paesi produttori di petrolio hanno intenzione di sostituire i loro petro-dollari con petro-euro. Dal 2007, i grandi raffinatori petroliferi giapponesi hanno cominciato a pagare il petrolio greggio iraniano in yen. Circa il 65% delle esportazioni petrolifere dell’Iran sono ormai fatte in euro e l’altro 20% in yen. Lo scorso aprile, il presidente russo Dmitri Medvedev si è ugualmente pronunciato per la creazione di una nuova «moneta di riserva mondiale e sovranazionale», eventualmente posta sotto l’egida del FMI. All’inizio di febbraio, ol ministro russo delle Finanze, Alerei Koudrine, aveva già dichiarato che «la creazione di una unità monetaria internazionale è una iniziativa audace che necessita di una visione e un coraggio senza pari […] A breve termine, la comunità internazionale, in particolare il FMI, dovrebbe almeno riconoscere il problema e fronteggiare i rischi derivanti dal sistema attuale». Dal canto loro, le banche centrali di Corea del Sud, Taiwan, Russia, Siria e Italia hanno annunciato dei piani per ridurre i loro patrimoni in dollari. In poche parole, la politica della Banca centrale americana (la FED) è sempre più contestata. Ieri, tutti volevano acquistare dollari, oggi tutti vogliono sbarazzarsene[4].

«Il destino del dollaro è nelle mani del Giappone, della Cina e dei paesi del Golfo», sosteneva poco tempo fa Jean-Pierre Chevènement[5]. In effetti, è essenzialmente nelle mani della Cina. I russi sono infatti posizionati meno bene per contestare l’egemonia del dollaro, perché la loro economia e le loro strutture finanziarie non sono ancora sufficientemente solide. Quanto all’euro, se rappresenta oggi il 26% delle riserve monetarie mondiali, contro il 20% di dieci anni fa, la sua posizione in quanto moneta internazionale richiede ancora di essere consolidata. Al contrario, se la Cina uscisse dal sistema del dollaro, gli Stati Uniti si ritroverebbero istantaneamente in stato di insolvenza. 
Su tale questione si constata una profonda divisione in seno al G20. gli americani e gli inglesi, seguiti dal Giappone, tentano, beninteso, di preservare a ogni costo lo statu quo, i cinesi, i russi, gli indiani, i brasiliani, gli argentini e i sudafricani militano apertamente per una riforma in profondità del sistema finanziario internazionale, mentre gli europei, come al solito, sono incapaci di decidere. 

Nell’immediato, gli Stati Uniti, a causa della crisi attuale, dovranno collocare sui mercati finanziari tra 1700 e 1900 miliardi di Buoni del Tesoro. Chi li comprerà? Più precisamente: quanti Buoni del Tesoro gli americani dovranno monetizzare, facendoli riacquistare dalla Riserva federale, e qual è la parte che i cinesi e i paesi del G20 acconsentiranno ad acquistare? Lo sapremo presto. Non è d’altra parte a escluso che si assista alla creazione di nuove monete regionali da parte dei detentori di dollari non cinesi. La moltiplicazione delle monete di riserva potrebbe far nascere vere regioni commerciali. Un altro «scenario-catastrofista» è quello di un ribasso del dollaro al di qua di una certa soglia, il che obbligherebbe tutte le banche centrali a smettere di sostenere la moneta americana[6]. 

George Soros diceva, nella primavera del 2008: «Il mondo corre verso la fine dell’era del dollaro». Il problema è che è fin troppo evidente che gli Stati Uniti non rinunceranno spontaneamente ai privilegi della loro moneta. Al contrario, faranno di tutto per continuare a prendere in prestito dall’estero, perché senza questa capacità di prestito la loro economia crollerebbe (non dimentichiamo che essi consumano ogni anno 800 miliardi di dollari di più rispetto a quanto produce la loro ricchezza nazionale). Il problema è dunque di sapere se i cinesi andranno fino allo scontro. È una delle grandi incognite dei prossimi anni. 

(traduzione di Giuseppe Giaccio)
 
NOTE
[1] Édouard Husson e Norman Palma, Le capitalisme malade de sa monnaie. Considération sur l’origine véritable des crises économiques, François-Xavier de Guibert, Paris 2009, pag. 163. Gli autori raccomandano la creazione di una nuova unità di conto internazionale, considerata come un sistema di transizione che permetterebbe poi il ritorno al tallone-oro. 
[2] La celebre massima In God we trust è apparsa nel 1864 sulla moneta da 2 centesimi. Dal 1955, è stampata su tutti i biglietti americani. 
[3] Martine Bulard, «Pékin, le dollar et le G20», Blog du Monde diplomatique, 31 marzo 2009. 
[4] Cfr. Cécile Prudhomme, «L’hégémonie du dollar est attaquée de toutes parts», in Le Monde, 7 giugno 2009. 
[5] «La voix de la France dans le monde», in Le Monde, 22 ottobre 2008. 
[6] Cfr. Michel Aglietta e Laurent Berrebi, Désordres dans le capitalisme mondial, Odile Jacob, Paris 2007.

giovedì 29 dicembre 2011

Elogio della filibusta (di Massimo Fini)

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di Massimo Fini

I sei marittimi italiani e i diciassette indiani sequestrati quasi un anno fa (l'8 febbraio), insieme alla petroliera Savina Caylyn, dai pirati somali sono stati liberati. Sono contento per loro, naturalmente, ma soprattutto, devo pur confessarlo, per i pirati che hanno incassato 10 milioni di dollari per il riscatto, anche se la Farnesina, pro forma, nega.

Trovo stupefacente, e non privo di significato, che nell'era della modernizzazione,dell'ipertecnologia,dei computer,dei satelliti-spia che individuano anche uno spillo posato per terra, di Echelon, della globalizzazione, di un trend che porta inesorabilmente verso un unico modello planetario, uno stato mondiale con regole valide per tutti, rinasca la pirateria. Certo i pirati somali sono un po' diversi dalla 'fairy band' della Tortuga, la mitica isola delle Antille dove la filibusta ebbe la sua epopea, soprattutto nel XVII secolo. Anche loro si sono modernizzati, si servono di alcuni strumenti tecnologici, Internet per trattare lo smercio del bottino e i riscatti, radar per seguire le rotte oltre che degli informatori disseminati sulle coste del Corno d' Africa e del Golfo di Aden. Ma all'attacco si va con i vecchi metodi. I moderni bucanieri mascherano i loro navigli come insospettabili 'navi d'appoggio', poi, all'ultimo momento, quando sono vicinissimi alla preda, calano in mare dei veloci barchini, con non più di cinque uomini di equipaggio, e vanno all'arrembaggio arrampicandosi con dei rampini e regolarmentare bandana sulle fiancate delle navi abbordate. Dopo averle sequestrate, insieme agli uomini a bordo, si rifugiano nei porti sicuri di Harardhere, di Ely, di Bossaso. Trovo esaltante che riescano a tenere in scacco le più sofisticate marine militari del mondo. Un centinaio di navi da guerra, americane, russe, cinesi, australiane, italiane, incrociano al largo del Corno d'Africa e del Golfo di Aden ma non riescono ad avere ragione dei pirati somali. Perchè sono rapidissimi nell'arrembaggio e altrettanto veloci nello sganciarsi.

Questi pirati sono civilissimi. Rubano, ma non uccidono. I prigionieri li trattano con rispetto e nessuno, che io ricordi, ha avuto di che lamentarsi. Sono in maggior parte ex pescatori, rovinati proprio da quelle petroliere che con il loro passaggio e i loro sversamenti hanno devastato il mare e impoverito la sua fauna. Poiché per gli occidentali è inconcepibile qualsiasi cosa che esca dalle loro logiche, si è tentato di etichettarli come quaedisti, Shebab o altro. Invece sono totalmente non ideologici. E' gente che se ne frega degli Stati e vuol vivere a modo suo. Quando nel 2008 fu sequestrata la Sinus Star, una nave dell'Arabia Saudita, le Corti Islamiche somale (una sorta di talebani in salsa africana) chiesero di liberarla in nome della solidarietà musulmana e dell'Islam condanna la pirateria, minacciando, in caso contrario, di intervenire con la forza, il pirata rispose: “ Non ci provate neanche. Siamo pronti a respingere qualsiasi blitz. Non abbiamo nulla contro gli islamici, lo siamo anche noi, e abbiamo il massimo rispetto del sacro regno saudita. Ma questa è solo una questione di affari. Siamo pirati.”

Sono pirati e fanno i pirati. Sono bucanieri. Sono degli avventurieri, ma molto più simpatici di certi avventurieri del denaro che, senza nulla rischiare, tantomeno la pelle, stanno rovinando il nostro mondo. Sono la vecchia, cara, affascinante filibusta. E noi stiamo appassionatamente con loro. 

mercoledì 28 dicembre 2011

Il ruolo degli USA nel traffico mondiale di droga

Il ruolo degli USA nel traffico mondiale di droga – Intervista a Sandro DonatiSandro Donati, esperto di problematiche legate al narcotraffico (è consulente della WADA, agenzia internazionale anti-doping, ed è stato consulente del Ministero della Solidarietà Sociale), è direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di cocaina a livello globale. Pochi giorni fa abbiamo dedicato un pezzo a Narcoleaks, in merito all’apprensione suscitata presso la Casa Bianca dalla diffusione di un documento redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato “Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina”. Ora Giacomo Guarini ha incontrato ed intervistato per noi il direttore Donati.
Può farci una breve presentazione del progetto Narcoleaks, che lei anima in veste di Direttore Scientifico?
Narcoleaks nasce da un’idea di Giovanni Augello, giornalista del Redattore Sociale,che partecipò assieme ad altri giornalisti ad una conferenza stampa che io e don Ciotti[presidente dell’associazione Libera ndr] facemmo nel gennaio del 2009, in cui rendemmo noti i primi risultati dello studio che stavo realizzando sulla produzione e sui traffici mondiali di cocaina.
Narcoleaks riguarda solo una parte dello studio e si occupa del monitoraggio e della pubblicazione continuativa nel corso dell’anno dei dati relativi ai sequestri mondiali di cocaina. Abbiamo creato uno staff composto da giovani giornalisti motivati, che abbiamo addestrato anzitutto alle modalità di raccolta dei dati, le quali sono molto minuziose. Nel reperire i dati privilegiamo le fonti istituzionali (organi governativi dei vari paesi coinvolti nel traffico) e in subordine una grossa catena di media che assumiamo per credibili nel momento in cui ritroviamo le loro notizie sulle fonti istituzionali, nella stessa formulazione e riferite a un responsabile antidroga o comunque ad un’autorità del paese del sequestro.
Pur muovendovi semplicemente in ambiti ufficiali – senza evidentemente diffondere documenti ed informazioni dell’intelligence o confidenziali di vario tipo – avete pubblicato un documento lo scorso 7 dicembre, dal quale emergono dati molto interessanti e discrepanze anche forti nelle pubblicazioni dei dati sul traffico di cocaina diffusi dagli USA. Inoltre la vostra, per quanto ben organizzata, resta una piccola realtà ed il documento pubblicato ha sì avuto una certa rilevanza in Italia e all’estero ma ciononostante era ancora ben lungi dal far parlare di sé sulle pagine delle principali testate nazionali e internazionali. Ciononostante la Casa Bianca è subito intervenuta conun comunicato ufficiale di smentita delle conclusioni del vostro studio. Una reazione a dir poco anomala.
Le discrepanze nei dati che abbiamo rilevato non sono forti, sono abissali.
La risposta della Casa Bianca al nostro comunicato assume carattere inusitato, quasi incredibile per l’organismoin questione, ma si spiega in maniera chiara: il Dipartimento di Stato sa bene quale voragine viene occultata e quindi in quei dati ha visto il cuneo o il segnale premonitore o una sorta di avamposto di uno scavo che potrebbe portare lontano. Ma sono gli organi di stampa che dovrebbero chiedersi come mai il Dipartimento di Stato si è premurato di dare questa risposta.
C’è da dire che probabilmente la Casa Bianca era già in allerta su certe questioni scottanti, nella misura in cui anche sul New York Times emergevano – nei giorni immediatamente precedenti – dei rumors su gravi coinvolgimenti della DEA (agenzia antidroga USA) nel narcotraffico centro e sudamericano.
E’ evidente che il quadro è complesso e vi è tutta una serie di fattori di cui hanno tenuto conto: quello che ha scritto il New York Times in questi giorni ma anche ciò che aveva scritto tempo fa, quando parlò del fratello di Karzai – coinvolto nel narcotraffico in Afghanistan – che era sul libro paga della CIA.
E mi permetto di aggiungere un tassello particolarmente interessante: alcuni giorni dopo la pubblicazione del documento – siamo al 13 di dicembre – giunge la notizia che procuratori federali degli Stati Uniti accusano Hezbollah di coinvolgimento nel narcotraffico in Centro e Sudamerica. In sostanza gli USA rilanciano le accuse mosse nei loro confronti verso Hezbollah, che è chiaramente un avversario politico molto forte e tanto più insidioso in questa fase di destabilizzazione del Mediterraneo orientale. Vuol dirci qualcosa al riguardo?
Sono ormai abituato in questi 4 anni di ricerca giornaliera ad esaminare i loro comunicati o le loro analisi, che mirano sempre ad obiettivi di carattere politico. Mi chiedo: un organismo che nel trattamento dei dati e nella diffusione mondiale di analisi sullo stato del narcotraffico si è comportato in maniera così inaccettabile, in che modo può essere credibile nel momento in cui produce analisi specifiche ora su questo ora su quell’altro soggetto, come nel caso di Hezbollah? E’ noto che le banche statunitensi e non solo loro (anche quelle panamensi, ad esempio), sono fortemente coinvolte nel riciclaggio. E quindi quest’accusa ad Hezbollah – limitata ad una cifra di 250 milioni di dollari, mi pare – costituisce al più una goccia nel mare.
Posso fare un esempio analogo a quello appena proposto: seguo con costante attenzione quei comunicati che gli USA organizzano in simbiosi con il governo colombiano, nei quali cercano di prospettare l’idea che tutto il narcotraffico sia nelle mani delle FARC, che è un’idea assolutamente inconsistente. Le FARC sono sì uno dei gruppi che trattano il narcotraffico; non possiamo infatti negare che siano un’organizzazione di tipo ideologico, ma hanno anche forti responsabilità nel narcotraffico. Eppure c’è uno sterminato ruolo dei paramilitari nel settore, il quale viene invece sistematicamente coperto.
In una recente intervista, uscita all’indomani della pubblicazione del documento, lei fa riferimento a gravi casi di coinvolgimento di elementi degli organi statunitensi (CIA e DEA) nel narcotraffico in America Latina. Quale valore geopolitico e geoeconomico assume il narcotraffico nell’area per la superpotenza statunitense e per eventuali altri attori continentali e globali?
Purtroppo il ruolo degli USA nel narcotraffico della cocaina in Centro e Sud America è nient’altro che l’ennesimo episodio storico. Molti studiosi hanno già approfondito il loro ruolo nel conflitto in Vietnam; è con l’inizio di quel conflitto che esplose la produzione d’oppio nel triangolo d’oro (area compresa fra Myanmar, Laos e Thailandia, ndr) e soprattutto è esplosa la quota che veniva trasformata in eroina (storicamente l’oppio veniva consumato tal quale era in Asia) e che poi veniva trasportata evidentemente in Europa e negli stessi Stati Uniti.
Per quel che riguarda l’area latinoamericana, il ruolo non chiaro degli Stati Uniti emerge dalle stesse inchieste del Senato americano, come quella di fine anni ’80 condotta daJohn Kerry – che poi diventerà candidato alla presidenza – la quale non poté non ammettere che c’erano numerosi casi di coinvolgimento della CIA e della DEA nella vendita della cocaina per il rifornimento di armi ai contras in Nicaragua.
Vi sono, d’altro canto, le accuse che parti del governo messicano hanno mosso agli Stati Uniti anche recentemente e la stessa Chiesa Cattolica, ai vertici episcopali messicani, ha preso posizione di aperta condanna dei sordidi traffici tra gli Stati Uniti ed il Messico sullo scambio cocaina-armi.
Non dimentichiamo inoltre significativi episodi accaduti in altri paesi dell’area, come Panama, che è un crocevia importantissimo non solo del traffico di cocaina ma anche del riciclaggio di denaro. In questo paese nel 2006 è morto per avvelenamento il capo dell’antidroga, Franklin Brewster, in circostanze assolutamente sospette. C’è un ruolo molto forte dell’ambasciata americana e dell’FBI nel prospettare i risultati di un esame autoptico che – non si sa per quale ragione – non è stato effettuato a Panama, pur avendo Panama a disposizione tutte le apparecchiature necessarie. Si disse che ilgascromatografo, un’apparecchiatura di analisi sofisticata, in quei giorni non funzionava a Panama, anche se poi altri testimoni smentirono tale asserzione. In ogni caso i referti autoptici della vittima furonomandati negli Stati Uniti e tornarono in una maniera assolutamente strana: su carta non intestata e con riferimenti a matricole di catalogazione che non corrispondevano a questo Franklin Brewster, bensì ad altre persone, di cui una morta a sua volta, un’altra invece viva e vegeta, entrambe allora ricoverate nello stesso ospedale. Una manipolazione incredibile dei dati.
Ed in quel periodo Panama era diventato un crocevia di passaggio non soltanto di una quantità crescente e smisurata di cocaina, ma anche di traffico di armi. Ci sono anche documenti delle stesse FARC, sequestrati in occasione dell’uccisione di Reyes, il capo di allora delle FARC, che indicano in maniera chiara che le stesse trattavano con le autorità panamensi per acquisire armi attraverso uno scambio con la cocaina. Abbiamo quindi un contesto specifico in cui erano coinvolte sia le FARC sia parti dell’intelligenceamericana.
Vorrei adesso spostare l’attenzione sulla massa continentale eurasiatica e confrontarmi con lei sul rapporto fra narcotraffico e guerre ‘umanitario-securitarie’, partendo dall’Afghanistan. Dati delle Nazioni Unite segnalavano nel 2001 un calo della produzione di oppio pari al 94% rispetto all’anno precedente; un calo avvenuto contestualmente all’emissionedi una fatwa che vietava simili attività. Poi è arrivata la guerra, la produzione è ripresa e più volte sono emerse notizie relative al coinvolgimento nel narcotraffico di elementi delle forze occidentali intervenute nel conflitto. Può presentarci un suo quadro della situazione?
La questione afghana è una cartina di tornasole, un qualcosa che consente di comprendere tutto ed è sconcertante come osservatori ed esperti di narcotraffico facciano finta di non vedere. Ci sono infatti una serie di elementi eclatanti che parlano con estrema chiarezza.
Anzitutto, fino a prima che iniziasse il conflitto afghano – mi riferisco al periodo precedente finanche all’invasione sovietica in Afghanistan – la produzione nel paese era una percentuale minima di quella mondiale. Diciamo che la quasi totalità della produzione mondiale era tutta quanta concentrata nel triangolo d’oro. La produzione afghana cominciò a muoversi durante l’invasione sovietica e ci sono molti riferimenti che indicano come gli Stati Uniti finanziassero i mujahidin all’epoca, proprio facilitando il traffico dell’oppio. Fatto è che l’Afghanistan cominciò a produrre una parte un po’ più consistente della produzione mondiale, portandosi intorno ad un 15-20% del totale, ma il triangolo d’oro continuava sempre ad essere dominante nel settore. Quando i sovietici si ritirarono, la produzione era ormai consolidata, e rimase tale sino a che nel 2000 intervenne un primo editto dei talebani. Questo editto provocò una prima diminuzione che mi pare si attestò attorno ad un 20-30% della produzione. L’anno successivo i talebani fecero sul serio, perché emisero un altro editto molto più duro che evidentemente spaventò i contadini; fatto sta che la produzione venne pressoché azzerata e si ridusse a circa un 7-8% di quello che era prima. Ora, nell’ottobre del 2001 arrivano gli americani e i loro alleati. Quello che è eclatante è seguire la curva con la quale da quel momento in poi aumenta annualmente la produzione di oppio. La pendenza della curva dimostra un aumento di produzione spaventosamente più elevato rispetto alla lenta crescita avuta durante il periodo dell’occupazione sovietica. La produzione arriva infatti a raddoppiare o triplicare anno per anno e si arriva ad una situazione limite intorno al 2007, anno in cui l’Afghanistan diventa pressoché il monopolista nella produzione mondiale. E quindi qui intervengono diversi fatti clamorosi che vanno osservati con attenzione: non soltanto l’Afghanistan vede esplodere la sua produzione, ma al tempo stesso crolla quella del Sud-Est asiatico. E qualcuno mi deve spiegare chi è che manovra quello che io definisco una sorta di simbolico semaforo internazionale che diventa rosso da una parte e verde dall’altra. Sul versante del triangolo d’oro, d’improvviso cominciano a funzionare tutte quelle politiche di sviluppo dell’agricoltura alternativa e la produzione di oppio si abbatte fortemente.
In Afghanistan invece assistiamo all’esplosione della produzione in uno dei paesi più controllati al mondo da satelliti, ricognizioni aeree e movimenti di truppe terrestri. Ammettiamo per un attimo di credere alla favoletta che l’oppio si produce soltanto nelle zone controllate dai talebani; dovremmo anzitutto superare la contraddizione che gli stessi talebani in precedenza avevano emesso degli editti contro la produzione. Ma anche volendo ammettere che i talebani a loro volta, accecati dal bisogno di armarsi dettato dalla guerra, abbiano cercato finanziamenti nel narcotraffico: è evidente che gli Stati Uniti hanno una capacità aerea di totale controllo del paese e che i talebani non sono certo in grado di contrastarli dal punto di vista aereo, soprattutto nei voli ad alta quota. Potendosi tutto ricostruire minuziosamente dai satelliti, vi sarebbe la possibilità di distruggere le coltivazioni come per esempio gli stessi statunitensi hanno insegnato a fare ai colombiani con le fumigazioni, cioè gettando sostanze chimiche che cadono sulle piantagioni e le distruggono. Come mai tutto questo non è stato mai attuato in Afghanistan?
Ma poi c’è una seconda domanda più stringente, che supera pure il pretesto che le coltivazioni siano solo nei territori controllati dai talebani: l’oppio coltivato deve poi essere lavorato e trasformato. Dei vari passaggi necessari il primo è la trasformazionein oppio dei fiori. Che già significa movimentare delle quantità notevoli di materia prima, che dal punto di vista di volume e peso è in rapporto di 5 a 1 rispetto all’oppio che ne verrà ricavato. La merce si sposta con camion e poi arriva nei laboratori nei quali deve essere trasformata in oppio e da oppio in eroina. Qualcuno dovrebbe spiegare alla comunità internazionale per quale motivo dai report dell’ONU emerge un numero bassissimo di laboratori di trasformazione dell’oppio in eroina in Afghanistan. Ed anche come esce questa quantità immensa di oppio ed eroina dall’Afghanistan, visto che gli americani in teoria controllerebbero tutto. Le questioni per la verità sono tante e l’esplosione di produzione in Afghanistan comporta un’altra considerazione di estrema importanza: per la prima volta in maniera eclatante si dimostra che, decidendo a migliaia di km dai mercati di consumo che si deve aumentare la produzione, si è comunque sicuri che quella produzione avrà buon fine, avrà – in sostanza – sbocco nel mercato. E questo dimostra in maniera inequivocabile che è l’offerta che determina la domanda, e quindi è almeno in parte fallace tutta quella serie di argomenti addotti soprattutto in America Latina per spiegare che la produzione è colpa dei paesi che consumano.
E’ un problema geopoliticoa monte…
Chiaramente. Non si tratta di scelte dei consumatori: i consumatori sono un branco di pecore che vanno a mettersi in fila come per ogni prodotto commerciale che viene opportunamente propagandato. Questa regola vale anche e ancor più per questo tipo di sostanze.
Lei ha parlato di consumo ed io vorrei spostarmi da un estremo ad un altro e parlare dei Balcani, che rappresentano lo sbocco ultimo dei traffici verso l’Europa. In quest’area abbiamo assistito a tragiche guerre negli anni ’90 e da ultimo l’intervento per l’indipendenza del Kosovo, nel quale si è anche sostenuta quell’UCK coinvolta poi in accuse legate al narcotraffico, al traffico d’armi e finanche d’organi. Vorrei chiederle allora di dirci qualcosa sui Balcani e sull’effetto che simili interventi militari hanno potuto avere sul narcotraffico.
Premetto che il passaggio dell’oppio dall’Afghanistan si diparte in diverse direzioni. Una di queste è il Pakistan, poi c’è un passaggio attraverso l’Iran, sbocchi immensi che vanno verso le ex-repubbliche dell’Unione Sovietica ed altri verso i Balcani. E ciò comporta una serie di conseguenze perché laddove passa la droga anzitutto lascia come scia un aumento del consumo locale. Questo per una ragione molto semplice: diverse persone implicate nel traffico della droga vengono pagate con la droga stessa e poi la rivendono e quindi fanno da moltiplicatori in loco della droga; molto spesso diventano essi stessi tossicodipendenti. E la droga si va sempre ad abbinare in maniera perfetta con altri traffici fra cui quello delle armi; questo è un punto importante. E quindi che cosa accade? Popoli o fazioni che nelle diverse zone comunque ambiscono ad armamenti possono rendersi complici del traffico della droga non soltanto perché pagati, ma anche perché in cambio ricevono accesso alle forniture di armi. Questo è un punto chiave importante da tener presente, anche per i Balcani. Tenga poi presente che in quest’area non c’è solo passaggio di oppio: per incredibile che possa essere, i Balcani stanno diventando anche snodi fondamentali per il passaggio della cocaina e recentemente c’è stato per esempio un sequestro gigantesco e senza precedenti di cocaina in Albania pari a 1 tonnellata. Vi sono degli arrivi documentati sul Mar Nero che poi ritrovano un passaggio attraverso i Balcani per portare in Europa tonnellate di cocaina senza precedenti; un numero impressionante dimulas (così sono chiamati in spagnolo i corrieri della droga) che arrivano dall’America con la cocaina per via aerea soprattutto, ma anche per via marittima, e ne sono stati censiti migliaia in diversi paesi balcanici. Ci sono degli arrivi ‘macro’ (parliamo di tonnellate) – come nell’esempio del Mar Nero e dell’Albania – e ‘micro’ attraverso questi corrieri che ingeriscono gli ovuli o li attaccano sul corpo sotto forma di cintura, etc.
Anche qui dunque possiamo registrare un drastico aumento del traffico a seguito della destabilizzazione causata all’interno e anche indotta dall’esterno di questi paesi?
Sì, dal momento che si sono creati tanti spazi di anarchia in quest’area e un fenomeno analogo è avvenuto nelle ex-repubbliche dell’Unione Sovietica caucasiche, con l’emergere di nuovi e strani poteri e forme di democrazia incompiuta.
Prima ha citato l’Iran, come uno dei canali del traffico d’oppio che parte dall’Afghanistan. In effetti fra l’area di sbocco balcanica e quella di produzione afghana l’Iran rappresenta un importante paese di transito; quest’ultimo si impegna contro il narcotraffico anche con particolare durezza (la maggior parte delle condanne a morte comminate nel paese avverrebbero per reati connessi alla droga). Quali conseguenze avrebbe secondo lei, sul piano del narcotraffico, una destabilizzazione radicale del paese persiano più volte evocata in ‘Occidente’?
L’Iran sembra opporsi con molta decisione e sembra – perché queste sono le informazioni che trapelano – che le autorità iraniane paghino anche un alto prezzo in termini di vite umane di militari e di doganieri addetti al controllo.
La destabilizzazione del paese porterebbe ad una facilitazione del narcotraffico: in qualche maniera l’Iran è una spina nel fianco, che in parte si evita seguendo altre rotte. E al riguardo non escluderei nemmeno che gli aerei militari portino con sé anche eroina…
In effetti, testate giornalistiche autorevoli hanno già riportato in questi anni casi di eroina aviotrasportata dall’Afghanistan su mezzi militari.
Appunto. Come dicevo, al momento l’Iran rappresenta una spina nel fianco ma se dovesse servire potrebbe bypassarsi completamente. Certo è che l’intera questione dei sequestri di eroina a livello mondiale è molto strana: di eroina se ne sequestra poca, mentre la produzione stimata è elevata. Chiaramente l’Iran è di gran lunga il paese che sequestra più di tutti e questo dà uno schiaffo agli altri paesi – in particolare a quelli circostanti – perché questi ultimi non sequestrano. Anche qui è un mistero: non si scoprono laboratori, non si sequestra eroina. C’è una protezione totale su questo prodotto e mi chiedo anche quanta parte di questo serva per finanziare la guerra.
Come commenta le parole dell’ex Direttore Esecutivo dell’Unodc (ufficio ONU contro la droga e il crimine) Antonio Maria Costa, il quale avrebbe dichiarato che “nel 2008 [all’apice della grande crisi finanziaria, ndr] la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati dadenaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E’ ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”?
Io rispondo in questa maniera: Costa in origine è un economista e quindi sicuramente nel fare queste analisi ha utilizzato anche le sue competenze di economista oltre che – essendo il direttore dell’ Unodc – di conoscitore della problematica. Certo, poi trovo divertente il fatto che Costa abbia sviluppato la sua capacità di analisi solo in parte. Perché Costa è stato uno di coloro che ha gestito l’Unodc nel lungo periodo della sottostima della produzione mondiale ed è quindi singolare che denunci poi la gravità del riciclaggio. Personalmente ho avuto modo di incontrarlo alla presenza dell’allora Ministro della Solidarietà Sociale italiano – per il quale svolgevo ruolo di consulente – e alla presenza dell’Ambasciatore italiano a Vienna. E ho incontrato anche i suoi esperti, estensori dei report e quando ho chiesto loro spiegazioni sulla stranezza dei dati mi sono state date risposte assolutamente vaghe ed insoddisfacenti. Di fronte alle grosse perplessità da me espresse, Costa rispose con la proposta di assumere alcuni dei miei collaboratori nell’Agenzia per migliorare il flusso dei dati – proposta molto strana, fatta per giunta davanti alle autorità – e quando gli spiegai che avevo compiuto da solo i miei studi, fece direttamente a me la proposta. Poi cadde il Governo Prodi, lui si sentì in una botte di ferro perché questo Donati non avrebbe più potuto infastidirlo e così non seppi più nulla. Allora è buffo poi rileggere le sue considerazioni, peraltro condivisibili, sul riciclaggio: lui proprio che sa che quei dati erano sottostimati e che quindi il riciclaggio ha delle proporzioni ben più ampie!
Possiamo dunque affermare che l’attuale sistema economico-finanziario internazionale sia fortemente condizionato e sostenuto dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico?
Le attività criminali sono molteplici, quindi non c’è soltanto la droga, ed è chiaro che il traffico della droga si tramuta sempre al dettaglio in danaro contante e quindi nella possibilità – anzi nell’urgenza – di liberarsi di questo danaro che scotta e immetterlo in un sistema che richiede liquidità. La domanda che mi sono sempre posto è: cosa provoca tutta questa massa di denaro sporco nel momento in cui viene reinvestita nelle tre branche dell’attività economica (industriale, commerciale o finanziaria)? Ed in subordine continuo a chiedermi: quale economia si continua ad insegnare agli studenti nelle facoltà di scienze economiche? Perché – mi auguro di essere smentito – non mi risulta che in queste sedi venga insegnato il risultato combinato e perverso dell’intreccio tra l’economia cosiddetta delle regole e l’economia di origine criminale.
Credo che per vigliaccheria – non voglio pensare per ottusità – i manovratori, i gestori scientifici del sapere, evitino di approfondire le analisi in tal senso.
A vent’anni dalla fine dell’era post-bipolare assistiamo all’emergere di nuovi attori globali. Ritiene che questi, singolarmente o congiuntamente, possano dare nuova linfa ad un serio impegno alla lotta al narcotraffico internazionale? A titolo di mero esempio, penso alla Cooperazione di Shanghai, un’organizzazione che vede coinvolte Russia e Cina assieme ai paesi del Centro Asia per la sicurezza e la stabilità dell’area, anche in risposta al problema del narcotraffico.
Le rispondo citandole un esempio che conosco meglio, senza addentrarmi in altri che conosco meno. L’esempio è il Brasile e le do un dato nuovo, che non si conosce, ed emergerà prossimamente proprio grazia al lavoro che abbiamo fatto con Narcoleaks. Il Brasile quest’anno ha aumentato a dismisura i sequestri di cocaina. Ormai sfioriamo le 40 tonnellate che è una quantità molto rilevante. Teniamo presente che attraverso il Brasile passa solo una parte della cocaina, quella proveniente dall’asse Perù-Bolivia. Che peraltro non trova solo sbocco attraverso il Brasile ma passa anche attraversol’Argentina,il Cile, il Paraguay e l’Uruguay. Consideriamo poi che questi due paesi insieme hanno una produzione rilevante di cocaina, ma non sterminata come quella della Colombia, e per questo direi che quelli del Brasile sono ottimi risultati. Avendo studiato con attenzione la ripartizione dei sequestri, ho constatato che molti di questi si realizzano nelle zone di frontiera; ciò vuol dire che le frontiere brasiliane sono protette piuttosto bene. Un 40% dei sequestri si realizza invece all’interno del paese e quindi anche oltre la frontiera, all’interno del paese, c’è un forte controllo. Ora è certo che queste 40 tonnellate rappresenteranno una quota parte magari di 100-120 tonnellate che realmente circolano, ma se altri paesi realizzassero queste percentuali di sequestri direi che saremmo un pezzo avanti. In questo senso nel Brasile vedo un paese nuovo, una forza nuova, però mi chiedo: nel momento in cui questi entrerà a far parte in maniera più salda e perfusa della comunità internazionale, potrebbe l’abbraccio di qualche grosso paese vicino spingere verso altro tipo di interessi per la legge dei vasi comunicanti? Potrebbe allora darsi che magari si cominci a chiudere un occhio sul traffico. Comunque per ora devo dare una risposta affermativa; effettivamente l’impostazione della sua domanda mi sembra corretta e il Brasile ne è un esempio: un paese giovane, pulito e sinceramente responsabile. Le autorità governative, convinte della pericolosità del flagello del narcotraffico, lo combattono realmente e con impegno.
Lei giustamente si dimostra attendista per il futuro: si chiede se prevarranno logiche meno genuine nella lotta brasiliana al narcotraffico, nella misura in cui il Brasile stesso andrà ad integrarsi sempre più nell’attuale assetto internazionale. Tuttavia, assistiamo negli ultimi anni alla cauta ma decisa configurazione delle potenze globali emergenti in un vero e proprio blocco conosciuto come BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), al quale è anche dedicato l’ultimonumero della rivista dell’IsAG. I BRICS hanno già maturato posizioni comuni su questioni cruciali sul piano politico, economico, giuridico, etc. Proprio nella misura in cui i centri di potere possano andarsi a spostare e riequilibrare nel globo, e quindi il Brasile possa trovare perno e sponda in questo blocco emergente, può secondo lei tutto questo avere effetti positivi anche sulla lotta al narcotraffico?
Si, perché tutta questa situazione è legata essenzialmente agli Stati Uniti; inutile che ci giriamo intorno. Non viene detto perché c’è una paura o una complicità con gli USA. Quindi è probabile che con una redistribuzione del potere politico ed economico globale, questo problema possa essere smussato. Sono ottimista soprattutto per la droga che deriva dalle piantagioni, la cui esistenza attuale è un nonsense: le piantagioni per forza hanno bisogno della luce del sole per crescere e quindi sono visibili dall’alto. E siccome per definizione sono immobili, se non vengono distrutte è perché ci sono complicità dei paesi ospitanti. E siccome il prodotto delle piantagioni deve uscire in grosse quantità nei paesi adiacenti, queste grosse quantità possono passare solo con la complicità dei governi dei paesi di transito. Ma tutto nasce con la presenza di un collante complessivo: nel momento in cui gli Stati Uniti la smetteranno di proporsi come il gendarme dell’America centrale e meridionale nella lotta alla droga – con risultati che fino a questo momento sono quantomeno imbarazzanti – allora potrebbe anche mettersi in movimento una situazione diversa. Tra l’altro vorrei specificare che a dire che questi risultati sono imbarazzanti non sono solo io, ma una commissione del Senato nel 2005, di cui faceva parte anche Barack Obama.
Come ricordate anche nel vostro documento. 
Esattamente. La commissione studiò attentamente la situazione colombiana dicendo che era lungi dall’essere risolta e che quindi il Plan Colombia non era servito per raggiungere gli obiettivi prefissati: non quello di abbattere la produzione di cocaina, che era rimasta inalterata, e nemmeno il problema dei conflitti e quindi del sangue che si versa in quel paese. La commissione ovviamente non è andata troppo oltre nell’inchiesta, ma con la stessa ci si era quantomeno chiesti come fossero stati impiegati quei soldi approvati dal Congresso americano. Bisognava solo approfondire altrove i risultati di quel lavoro, ma tutto il mondo ha una paura folle e finge di non vedere certe questioni.