sabato 5 maggio 2012

RICORDANDO BOBBY SANDS...



Hunger
Ricorre quest'oggi l'anniversario della morte di Bobby Sands, icona di libertà e di coraggio. Nelle sale italiane, con qualche anno di ritardo, arriva "Hunger", il film di Steve McQueen che ne racconta la tragica storia, l'epilogo finale e la sofferenza che ha accompagnato una protesta disperata, ma incredibilmente fiera, come si addice a chi crede. Un film da vedere, che a Casaggì abbiamo già proiettato più volte, seppur sottotitolato "in casa". Abbiamo deciso di ricordare Bobby consigliando ai lettori del blog una recensione del film, affinchè potessero tutti avere del materiale utile all'approfondimento del personaggio. Riportiamo sotto uno dei commenti fatti sul web, uno dei pochi - per la verità - nel quale il martirio di un uomo non è dipinto come l'ennesimo gesto folle di un terrorista dell'Ira. Che poi, si sa, quanto più ci si innalza e quanto più si è piccoli agli occhi di chi non può volare. Da parte nostra resta la soddisfazione, quest'anno, di aver chiesto ed ottenuto dal comune di Firenze l'intitolazione di una strada in suo onore. Cosa che hanno gradito anche a Belfast, telefonandoci il giorno successivo con commossa gratitudine. Inutile dire che la gratitudine è reciproca...

da Città Nuova

Non perdetevi – è già in sala dal 27 aprile – l’occasione di riscoprire la Camera d’Or a Cannes 2008. Cioè Hunger, di Steve McQueen, dove uno straordinario – davvero, per una volta – Michael Fassbinder, prima del trionfo del sopravvalutatoShame, si mostra perfetto nel dar vita e corpo alla resistenza di Bobby Sands, che morirà per sciopero della fame nella prigione nordirlandese di Long Kesh, a 27 anni il 5 maggio 1981.

Duro, il film non è claustrofobico, anche se si svolge all’interno del carcere e se l’impianto è spiccatamente teatrale. In realtà, il film potrebbe essere anche intitolato “la passione di Bobby Sands”, perché il regista pare vederlo come un Cristo doloroso che accetta volontariamente di morire per una causa che crede giusta.

Nel colloquio intensissimo infatti tra Bobby e il prete, la discussione sulla moralità o meno della decisione di lasciarsi morire lascia il posto a qualcosa che supera l’idea del suicidio per affermare quella del martirio volontario.

Film di corpi, per una volta il corpo nudo e sempre più martoriato di Sands e dei prigionieri – la scena dei poliziotti che li bastonano ricorda certe “andate al Calvario” dei film cristologici – esprime davvero l’intensità dell’anima. Formidabile il racconto della lunga agonia di Sands con gli occhi sbarrati, l’impossibilità di parlare alla madre accanto, che prega e capisce, il dolore e la luce su quello sguardo che si spegne. E i lunghi, interminabili ma densi, silenzi.

Film di corpi, si diceva, e di orrori – escrementi, vestiti, sporcizia, sangue – che prendono lo stomaco e fanno bene al cuore e alla mente. Ma anche film di pietà, non solo per Sands. Ma anche per il poliziotto picchiatore, giovane e dagli occhi ingenui, che piange di lato mentre i colleghi massacrano i prigionieri. E pure per il poliziotto maturo, che ogni mattina si lava le nocche delle dita impregnate del sangue dei detenuti e che finisce anche lui, vittima in qualche modo, nel sangue.

Il regista non fa commenti. Presenta la “passione” dentro la luce di un Caravaggio illividito e scarno, provocando nello spettatore non disprezzo ma, alla fine, amore. Per la libertà e la vita. Nonostante tutto. Val la pena vederlo. Non però con i bambini, come l’incauta coppia che mi sedeva accanto.