mercoledì 6 giugno 2012

VENEZIANI, LA RUSSA, STORACE: IL DIBATTITO SUL FUTURO DELLA DESTRA





In questi giorni si è sviluppato, sulle pagine del Secolo d'Italia, un interessante dibattito in merito al futuro della destra politica italiana. Marcello Veneziani ha fatto un appello all'unità generale, altri hanno risposto. Qualcosa, si dice, bolle in pentola. Non è dato sapere se ciò che ne verrà fuori sarà un partito o, più semplicemente, un rilancio di idee e di progetti per troppo tempo lasciati da parte. Abbiamo deciso di pubblicare, per dovere di cronaca, i vari interventi di questi giorni o, quanto meno, quelli che abbiamo reputato più interessanti. 

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Il mio appello a tutte le destre (e non solo)

di Marcello Veneziani 


Rivolgo questo appello esplicitamente, anche se non esclusivamente, a chi proviene da destra. Un appello personale, di cui mi assumo intera la responsabilità, non concordato con nessuno. Mi rivolgo a chi proviene da Alleanza nazionale, dal vecchio Msi, dalle esperienze varie e anche non politiche di destra nazionale, sociale e i non allineati. E mi rivolgo apertamente e direttamente a chi attualmente esprime su posizioni diverse il desiderio di ricominciare daccapo. Dico dunque alla componente destra del Popolo delle Libertà, dico alla Destra di Storace, dico a Futuro e Libertà, dico alla galassia di nascenti movimenti, come gli azzeratori di Giorgia Meloni, i patrioti di Elena Donazzan, il Fuori di Galeazzo Bignami, RinascItalia di Elisabetta Foschi, e tutti coloro che in questo momento stanno dando vita a esperimenti, incontri, tentativi di ripartire. 

Senza escludere la galassia giovanile dispersa o ritrovatasi in comunità e circoli, case e movimenti. Infine considero chi, come me, viene dalla destra sfusa, pensa da anni in libertà e in solitudine, o non è impegnato in nessuna realtà vagamente politica. È ora di ricostruire un soggetto civile, prima che politico e culturale. È ora che si torni ad Itaca, come scrive in un appello che sottoscrivo, Renato Besana. È ora che si tenti, dico almeno si tenti, di ritrovare un motivo comune per rilanciare l’iniziativa politica. Accogliamo come dato di fatto il disarmo bilaterale: Berlusconi e Fini costituiscono inevitabilmente un ciclo concluso. La loro parabola di leader è finita, differiscono i nostri giudizi su di loro, ma non possono essere più motivo di unione né di divisione. Si deve fare un passo oltre. Si chiede un passo indietro anche a coloro che hanno rappresentato in questi vent’anni la destra e si selezionino giovani, donne e outsider per costituire il nucleo costituente. 

Non volevamo morire democristiani, ma non ci piace nemmeno finire grillini o montezemoliani. Si può agire all’interno del quadro bipolare, dunque collocandosi sul versante alternativo alla sinistra, ma occorre recuperare una propria linea d’azione e di pensiero. Anche perché nel paese esiste, come dimostra la nostra storia e il presente nel resto d’Europa, un’area che oscilla tra il dieci e il venti per cento, che aspetta un discorso serio di rinascita italiana. La Lega è ormai semidistrutta, il Pdl è dimezzato nei consensi e spappolato nelle sue interne spinte centrifughe, Futuro e Libertà vive con disagio all’ombra di Casini che peraltro gioca in autonomia e dichiara concluso il Terzo polo. Sintetizzando in una boutade sostengo che il Pdl, per accrescere l’offerta politica, deve spacchettarsi in P, D e L, ovvero Popolari, Destra e Liberali. 

C’è un potenziale bacino di consensi per chi con tempismo e attraverso volti e temi giusti riesce a interpretare il disagio presente, la voglia di futuro ma anche la memoria storica. Come mi è capitato di dire e di scrivere, è il momento giusto, per far nascere un’Altra Storia. Un movimento rigoroso e forte, duttile ai fianchi ma duro al centro, onesto e animato da passione civile, etica e ideale, un amor patrio di quelli che non odorano di stucco e rimmel ma vero e severo, che fa tornare il gusto della politica. Stavolta non si lascia il monopolio dell’etica alla retorica partigiana della sinistra, non si lascia l’esclusiva della sobrietà ai tecnici, non si lascia ai giudici stabilire l’onestà, non si lascia la rabbia popolare ai grillini. Si fa sul serio. Si chiamano i migliori, si usano i tecnici per raddrizzar la barca ma senza dar loro il comando: devono risponderne, e non alle banche o ai poteri esteri ma alla politica e al popolo italiano. 

Il primo atto è la selezione, la cerca dei dieci, e dai dieci dei cento e dai cento dei mille, per costituire una nuova élite, con fresche energie, scegliendo il meglio che c’è nel paese; il minimo indispensabile tra chi c’era prima, gli altri a casa o in fila senza priorità d’imbarco. E poi un programma essenziale e popolare in una decina di punti per rilanciare su basi effettive una nuova rivoluzione conservatrice italiana, conservatrice sul piano dei principi e dei beni, rivoluzionaria sul piano delle innovazioni pubbliche e sociali. L’alternativa è fingere che nulla sia accaduto, accodarsi ai vecchi capi, assistere inermi alla scomparsa, affondare indecorosamente per non osare. 

C’è un’estate intera per fondare il nuovo o finire nel nulla. Chi mi legge sa quanto sia lontano ormai da anni, dalla politica; ma, senza mutare indirizzo e soprattutto indole, è tempo di innescare un movimento vitale come quello che sorse, giusto vent’anni fa, con L’Italia settimanale, che fu battistrada di molti eventi e coalizioni. Deponete i rancori, incontratevi, cercate la linea comune. Da soli non ce la fate, andrete al rimorchio se non al guinzaglio o finite fuori dal gioco. Abbiate il coraggio di sacrificare qualcosa e qualcuno per far nascere un vero soggetto politico, in grado di splendere da solo e di allearsi ma in funzione trainante e non passiva, capace di egemonizzare e non di accodarsi. Lo dico per l’Italia, per noi e per chi ha nostalgia del futuro.

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Immaginare un altro partito è già una sconfitta

di Ignazio La Russa

È toccato ancora al Secolo d’Italia, come tanti anni fa, lanciare un sasso in piccionaia. Il primo segnale che dal Msi si poteva transitare verso una destra europea, alleabile e protagonista di un reale cambiamento venne dal Secolo, con un non dimenticato articolo in prima pagina. Venti anni dopo è Marcello Veneziani che (finalmente?) esce dal suo ruolo di attento osservatore e di promotore culturale e apre ufficialmente un dibattito che è già in corso, sottotraccia, almeno da qualche mese. Un dibattito politico. Che non potrà perciò essere fumoso né potrà essere solo teorico. Dovrà fare i conti con la realtà, pur senza farci rinunciare al sogno che ci ha sempre guidato: dare all’Italia una dose massiccia di quei valori di destra che Marcello ha sintetizzato anche ieri sul Secolo nel suo articolo e senza i quali noi non crediamo possibile una vera rinascita. Realismo innanzitutto, dicevo. Che vuol dire esame obiettivo dell’oggi e sguardo sereno al cammino compiuto in questi anni. Nel bene e nel male.

La mia storia personale mi consente di guardare un solo attimo indietro senza nostalgie ma anche senza dimenticanze. Rivedo la strada percorsa da quando la mia generazione (e non solo quella) si batteva perché le nostre idee e la nostra stessa esistenza fisica non fossero cancellate, spazzate via da un violento conformismo che accomunava la sinistra con i poteri dell’epoca.

Nessuno avrebbe scommesso un soldo che quegli uomini, sconfitti dalla storia e quei giovani, ragazzi e ragazze che non si rassegnavano, avrebbero ribaltato gli equilibri, ridato cittadinanza all’amore per la Patria, al rispetto del merito, alla passione disinteressata per la politica. Si, è vero, il bilancio oggi vede giovani (a volte giovanissimi) e meno giovani in ruoli anche di grande rilievo istituzionale (ex ministri, deputati, presidenti di questo e di quello, consiglieri regionali, comunali e quant’altro) segno tangibile di un lungo cammino, ma vede anche sfumare in una nebbiolina sempre più consistente quei connotati etici e culturali che forse troppo presto ci eravamo illusi fossero entrati nella vita della nuova Italia.

Di sicuro l’Italia di oggi, nonostante tutto, è preferibile a quella impregnata negli anni ’70 dalla cultura marxista e dall’occupazione democristiana con cui spartiva il potere. Ma il presente è assai lontano da come lo abbiamo sognato e forse creduto di avere a portata di mano.

E allora è proprio giusto un appello a ritrovare il gusto di una battaglia, l’entusiasmo di una scommessa, la passione per l’affermazione di quei Valori che sono la ragione prima dl nostro impegno militante nella politica.

Ed è giusto il “largo ai giovani” a cui personalmente ho sempre creduto. Non a parole ma nei fatti come dimostra la giovane classe dirigente lombarda della nostra area che si è imposta anche a livello nazionale. Ma occorre tenere a mente anche un vecchio adagio latino “navigare necesse est” se non si vuole rischiare di trasformare una buona causa in un velleitarismo infantile e perdente. E in questo senso trovo perfetto l’articolo di ieri del direttore Marcello De Angelis specie dove dice “Oggi per farsi riconoscere come differenti, temo non basti un altro partito. Bisogna trovare modi di dimostrarlo oltre le parole”. E forse posso aggiungere che immaginare un altro partito è già una sconfitta alla quale rassegnarsi solo se prima si è provato fino in fondo, con tutte le energie, a non vanificare il sogno a lungo atteso di un unico contenitore di tutte le istanze alternative alla sinistra. Un progetto che già era contenuto nei 10 punti fondanti del Msi nel 1946 e che la nascita di “Alleanza” aveva rilanciato già con la scelta del suo nome prima ancora che delle sue tesi.

Oggi nessuno vuole rinnegare (o perlomeno non voglio io per primo) il percorso, compiuto insieme agli amici di FI prima, e con Berlusconi nel Pdl dopo. Tantomeno mi sento di dichiarare fallito il progetto del partito disegnato da Angelino Alfano nel suo ottimo discorso di investitura. È ancora viva la speranza che una forza politica unitaria rinnovata e moderna sappia farci transitare, verso un futuro denso di affermazioni più solide dei nostri valori. Forse un percorso non solo di vittorie ma qualcuno ci ha insegnato che non è grave cadere se si ha la forza di rialzarsi.

Questa speranza non diminuisce l’urgenza e la positività dell’appello di Marcello Veneziani a cercare i volti, le idee, la passione e l’unità per rifondare l’Italia col protagonismo di una destra moderna, sociale ed europea. Capace di offrire valori certi a una Nazione alla ricerca di se stessa.

Dice Veneziani: “Occorre selezionare” e anche “occorre scegliere il meglio che c’è nel paese”. Aggiungo: occorre non disperdersi in mille rivoli, non frammentarsi in cento esperienze come invece capitò alla destra francese nel dopoguerra. Occorre anche evitare il rischio di cedere alla pura nostalgia o alla speranza che un ritorno “ad Itaca”, nell’isola felice della nostra infanzia, possa essere salvifico.

La destra italiana non ha mai dimenticato il proprio passato ma nel suo Dna c’è lo sforzo di guardare avanti, la capacità di unire alle proprie altre esperienze, la voglia di scrivere una storia condivisa e un futuro costruito a più mani A chi affidare il compito di dare il via a questa riflessione prima di ogni eventuale conseguente azione?

La risposta non può essere, piaccia o meno, lo spontaneismo. Non fosse altro perché il tempo incalza. Credo di poter avanzare una proposta concreta: sia la Fondazione di Alleanza Nazionale riconosciuta da pochi giorni, a farsi carico di un pronto e serio momento di analisi e di decisione. La Fondazione fissi un incontro-seminario anche di più giorni, di qualche decina o forse più di soggetti giovani e meno giovani, politici e intellettuali, amministratori ed esponenti della vita civile. Li si inviti tutti, selezionandoli senza preconcetti né preclusioni tra chi ritiene di avere qualcosa da dire e molto da offrire. Il Secolo e Marcello Veneziani che ha scagliato il sasso aiutino in questo compito. Si apra la strada a decisioni impegnative ma ineluttabili.

Qualsiasi scelta sarà sempre meglio dell’immobilismo e dell’attesa. Per tornare ad essere protagonisti del futuro della nostra Italia.

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Caro Veneziani, non chiudiamoci a riccio:

 sarebbe un grosso errore

di Massimo Corsaro

Caro Marcello Veneziani, provo a rispondere al tuo appello. Perché anch’io mi sento di destra, anzi lo sono, senza suffissi né trattini. Sono di destra perché penso che nascere italiani sia un motivo sufficiente per stare al mondo; parlare la lingua di Dante, mangiare la pasta, vestire con gusto, amare le belle cose, sentire la responsabilità di rappresentare l’oggi di un popolo che ieri ha bagnato il naso al mondo. 

Considerare l’Italia una Nazione e non un Paese e la cittadinanza un diritto che viene dal sangue. Sono di destra perché mi fa schifo l’egualitarismo, e penso che ciascuno debba orgogliosamente rivendicare la propria originalità; perché penso che chi più si impegna e chi è più bravo debba andare più lontano dell’incapace e del fannullone; perché credo che ognuno è responsabile delle proprie scelte e che sia da vigliacchi dare le colpe di quello che non funziona a una impersonale società. 

Sono di destra perché credo che i sindacati, nessuno escluso, abbiano una gran fetta di colpe nell’Italia che non va; perché trovo che certo capitalismo italiano che usa lo scudo per riportare a casa gli utili in nero e non li reinveste nelle aziende sia meglio perderlo che trovarlo; perché credo che non basti avere le labbra e le tette di gomma per diventare consiglieri regionali e che per fare i sindaci, assessori o ministri non sia obbligatorio ricevere intrallazzatori ed affaristi; e che il bisogno dell’immunità (che peraltro non esiste nemmeno più) non sia sufficiente per ambire al Parlamento. Sono di destra perché credo che uno Stato giusto sia quello in cui un Ministro degli Esteri che va in India non torni a casa se non a fianco dei suoi (e nostri) soldati; perché mi imbarazza vedere quanta gente cade nel giochino della sinistra e della Lega che con la scusa del terremoto attaccano, con la celebrazione del 2 giugno, l’unico simbolo riconosciuto dell’unità nazionale. 

Sono di destra, perché penso che il peggior governo eletto dal popolo per realizzare un programma, sia meglio di un’accozzaglia di banchieri e burocrati che non deve render conto a nessuno. Sono di destra, perché penso che far politica sia impegnarsi per tradurre questi principi nella società, e che per fare questo si possa anche mettere in conto qualche sconfitta, rinunciando a camuffarsi per mettersi assieme a chiunque con il solo fine di restare nella stanza dei bottoni. 

Un nostro comune amico lo definiva “il rifiuto del compromesso sistematico”, e quello era un uomo che sapeva emozionare. D’altra parte, una vita non merita di essere vissuta se non è il susseguirsi di emozioni. Lì dobbiamo tornare, a partire dalla nobiltà della Politica. E sono convinto, soprattutto, che questo possa essere realizzato senza ricorrere a toni sbraitanti, senza cadere nello stereotipo del-della populista che schiuma rabbia in televisione e che ha letto poco più dell’Intrepido e del Corriere dello Sport, che pensa che Pound sia la frazione di una sterlina e Gentile un terzino della Nazionale. Tutto ciò, condivido la tua analisi, passa per una necessaria ricostruzione. 

Ma se è vero che il tempo di Berlusconi e di quell’altro (che non cito per il fastidio che mi provoca pensare alle sue colpe) è passato, rifiuto di credere che il nuovo corso debba o possa essere circoscritto a chi ha fatto il cursus honorum nella destra. Ci sono tanti amici, che magari mai hanno pensato di collocarsi nella nostra area, che sono certo condividano sentimenti, programmi e priorità. Molte analisi sociali di Sacconi, programmi economici di Crosetto, sensibilità popolari di Fitto e potrei citarne a decine stanno bene con noi, e noi con loro.

Il vero tema non è rifare la destra, tornando di fatto ad isolarla nell’ignoranza di una comunicazione egemonizzante che non ha mai provato a capirla. La scommessa per tutti è accettare che un ciclo si è chiuso, e che nessuna cosmesi superficiale restituirà agli italiani il diritto di sognare.

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Storace: «C’è nostalgia del futuro, serve un nuovo progetto»


«Colpisce l’appello di Marcello Veneziani pubblicato dal “Secolo d’Italia”. È come un braccio che ti prende e ti porta con sé: “vieni, non scappare”. È la gioventù che torna, è la memoria che non molla, è il domani che improvvisamente si rischiara». 

Così il leader de La Destra, Francesco Storace, commenta l’appello di ieri dell’intellettuale. «Veneziani scrive che Berlusconi e Fini costituiscono inevitabilmente un ciclo concluso. La loro parabola di leader è finita, differiscono i nostri giudizi su di loro ma non possono essere più motivo di unione o divisione. 

Si deve fare un passo oltre». «Abbiate il coraggio - conclude - di sacrificare qualcosa e qualcuno per far nascere un vero soggetto politico, capace di egemonizzare e non di accodarsi. Lo dico per l’Italia, per noi, e per chi ha nostalgia del futuro». 

E a questo appello Storace replica nel suo blog: «Sabato prossimo, a Napoli, La Destra si ritrova in una grande manifestazione-contenuto alla Mostra d’Oltremare, in una grande, vasta cornice di popolo, a lanciare un messaggio di unità nazionale, a rifiutare lo schiavismo di Bruxelles e Francoforte.