di Fabio Genovesi
Guam, isola del Pacifico a strapiombo sulla fossa delle Marianne. È una sera di gennaio e due amici scendono a controllare le reti per la pesca dei gamberi nel fiume Talofofo. Ma sulla riva sorprendono uno sconosciuto, un tipo strano che li vede e scappa via. Lo inseguono nella giungla e riescono a bloccarlo, vogliono sapere chi è e cosa ci faceva vicino alle loro reti, ma lo sconosciuto parlerà solo all’arrivo della polizia: è il sergente Shoichi Yokoi, e combatte per l’esercito imperiale del Grande Giappone. Lo credevano un ladro di gamberi e invece è un soldato della Seconda guerra mondiale impegnato a lottare contro gli Alleati. Nel 1972.
Per la sua posizione strategica, Guam è stata lungamente contesa tra americani e giapponesi. Questi ultimi l’hanno conquistata dopo l’attacco di Pearl Harbor, ma nel 1944 gli americani se la riprendono con tre settimane di battaglia sanguinosa. Ai giapponesi mancano viveri e munizioni e la sconfitta appare presto inevitabile, ma si rifiutano di arrendersi e vanno incontro a un massacro che si conclude il 10 agosto, quando il generale Hideyoshi Obata fa harakiri emuore insieme a 19 mila dei suoi uomini. I pochi sopravvissuti si sparpagliano nel folto della giungla, ma presto o tardi si consegnano al nemico.
Non tutti però. Di certo non il sergente Yokoi. Che si costruisce un riparo sotterraneo in una foresta di bambù, utilizzando come pala i resti di un cannone. Copre l’entrata con stecchi e foglie, e in attesa di ricevere nuove istruzioni resta là sotto rannicchiato col fucile in braccio. Per ventotto anni. Perché secondo Yokoi non è finita così, non può essere finita così. Forse una battaglia è persa, ma il Giappone è invincibile e presto passerà al contrattacco, e lui deve farsi trovare pronto al suo posto.
Yokoi non è un pazzo, si comporta come molti suoi commilitoni in tutta l’Asia, che dopo la guerra restano nascosti per anni in zone impervie, continuando a compiere azioni di guerriglia ai danni di popolazioni ormai pacifiche. Vengono chiamati «soldati fantasma», e stanarli è più difficile che bonificare un territorio minato. Nel tentativo di convincerli che la guerra è finita, si arriva a scaricare sulle foreste migliaia di volantini con lettere e foto di familiari che li invitano a tornare a casa, ma i soldati li ritengono un perfido tranello del nemico, li stracciano e continuano a stringere l’arma.
Ci vogliono parecchi anni, ma alla fine quasi tutti vengono catturati o muoiono di stenti, come accade a due compagni di Yokoi che inizialmente si erano rifugiati insieme a lui. Il sergente trova i loro corpi nella giungla, li seppellisce e li piange, ma sa che non farà la loro
fine. Ogni notte esce dal rifugio e raccoglie noci e bacche, cattura granchi, anguille, piccioni e cinghiali, e quando proprio non trova di meglio si sfama con la corteccia degli alberi. E visto che prima di arruolarsi faceva il sarto, riesce a fabbricarsi tre uniformi militari complete utilizzando le fibre dell’ibiscus. Perché tutto deve essere in ordine, tutto deve essere pronto quando arriverà il momento di tornare in battaglia.
Gliel’hanno insegnato da bambino: ogni mattina si deve pregare rivolti vero Tokyo, perché l’Imperatore è un Dio e il Giappone è una nazione superiore destinata al trionfo. Per questo Yokoi lucida il fucile e tiene duro, anche se gli anni passano e crederci diventa sempre più difficile. Ma oltre alla fede, nel suo cuore brucia la vergogna: quando si è arruolato gli hanno spiegato che si deve preferire la morte all’essere catturati, e che la resa è il disonore più totale. E Yokoi, sopravvissuto alla battaglia, sente di non aver servito il suo Paese fino in fondo.
Ma rimedierà tenendo duro, fino alla vittoria oppure morendo come i suoi compagni. E sarebbe andata davvero così, se quel 24 gennaio del 1972 non l’avessero sorpreso sulle rive del Talofofo. La polizia lo arresta, lo interroga e poi lo rispedisce inGiappone. Yokoi è arrivato sull’isola di Guam a ventotto anni, torna a casa che ne ha cinquantasette. Ad attenderlo c’è un Paese che lo accoglie da eroe. Si organizzano manifestazioni e i media gli si incollano addosso. Ma il sergente Yokoi si rivela un eroe molto scomodo da celebrare.
«È con grande vergogna che torno vivo», sono le prime parole che pronuncia, in linea col suo modo di pensare, ma incomprensibili per il nuovo Giappone che si trova davanti. È un Paese ricco e all’avanguardia, figlio del miracolo economico postbellico e votato a una politica aggressiva di produzione e consumo. I nuovi giapponesi si aspettano da Yokoi quello che noi troviamo nei vip che tornano smagriti e malconci dall’Isola dei Famosi, pronti a offrirci la scena rassicurante del loro pianto di gioia davanti a un idromassaggio
o una manicure.
Yokoi però non è così. È un uomo severo e in perfetta forma. Appena catturato, a Guam gli hanno fatto delle radiografie, e intimorito da quei macchinari fantascientifici ha detto «se volete uccidermi fatelo in fretta », ma la sua salute è risultata ottima. Sta molto meglio dei suoi connazionali, che vivono a testa bassa rinchiusi nelle fabbriche e negli uffici, sacrificandosi a una frenesia di arricchimento che ha reso il paese caotico e inquinato, rinnegando una tradizione millenaria.
Yokoi insomma è una capsula del tempo, un fossile vivente tornato per schiaffare in faccia al Giappone moderno tutte le sue colpe. Annusa disgustato l’aria piena di veleni, trema per gli scempi della cementificazione, resta incredulo davanti ai campi da golf e propone di convertirli in campi di fagioli. Persino l’esistenza della spazzatura è per lui un’assurdità. Le vecchie generazioni lo amano, ma per i giovani del nuovo Giappone è uno scomodo impiccio, e un grande imbarazzo per Hirohito: assecondando la volontà degli americani, nel 1946 l’imperatore ha annunciato via radio alla nazione di non avere natura divina, è insomma un uomo come tutti gli altri, e solo Yokoi insiste a volerlo incontrare per consegnargli il suo fucile e adorarlo.
Hirohito però non va nemmeno ad accoglierlo al suo ritorno, preferendo assistere alle olimpiadi invernali di Sapporo. Insomma, niente è rimasto di quel Giappone per cui Yokoi è rimasto trent’anni in una buca in Micronesia, nemmeno le divinità. Ha offerto la sua vita per impedire una rovina che intanto è avvenuta in forme più insidiose e devastanti. Ma come ha già ampiamente dimostrato, Yokoi è uno che non si arrende. Comincia a girare il Paese e a tuonare dai palchi televisivi, per promuovere uno stile di vita naturale e un ritorno ai valori nazionali di eleganza, armonia e semplicità. Arriva anche a candidarsi al
Parlamento, ma non viene eletto. Si guadagna da vivere tenendo corsi di sopravvivenza, materia in cui è un esperto indiscusso, e quando sente che le forze lo abbandonano si ritira a vita privata nel suo paese di origine.
Qua, a ottantadue anni, Yokoi lascia un mondo che ormai da tempo non era più il suo. E torna sottoterra, stavolta al cimitero di Nagoya, all’ombra di una lapide che che sua madre
ha fatto scolpire per lui quaranta anni prima.