martedì 31 gennaio 2012

Totaro: Foibe, massima vigilanza ma senza confondere chi intende ‘ricordare’ pacificamente con chi intende soltanto creare disordini”

Anche quest’ anno - si legge in una nota del Sen. Achille Totaro (Pdl)- in occasione della Giornata del Ricordo, Firenze sarà teatro di una contromanifestazione organizzata da una certa sinistra che, col pretesto dell’antifascismo, inneggia a Tito, a Stalin e a quelle milizie comuniste slave che sul finire della seconda guerra mondiale uccisero, infoibandole, 30mila persone colpevoli soltanto di essere italiani.

I nostri cortei, composti da giovani e meno giovani, parenti delle vittime e senatori e deputati del Pdl hanno sempre sfilato pacificamente, in silenzio e in modo ordinato, mentre dall’altra parte, estremisti di sinistra e antagonisti sventolavano le bandiere dell’ Ex Unione Sovietica e dell’ Ex Jugoslavia, osannando i massacratori degli italiani.

Poiché abbiamo appreso dalla stampa che la Digos fiorentina, forse per un abbaglio o per cattiva informazione di qualche dirigente, ha invitato gli opposti estremisti a mantenere il senso di responsabilità, intendo ribadire che è necessaria e fondamentale la massima vigilanza ma senza mettere sullo stesso piano un corteo pacifico che vuole ricordare gli italiani infoibati e dei contestatori violenti e facinorosi che negli anni passati si sono resi protagonisti di aggressioni nei confronti dei manifestanti e delle forze dell’ordine, aggressioni in cui un agente rimase ferito.

Massima vigilanza quindi ma senza confondere chi intende ‘ricordare’ pacificamente con chi intende soltanto creare disordini”.

La guerra dei 30 anni del sergente Yokoi

http://pics.livejournal.com/mcnab75/pic/002pxq37

di Fabio Genovesi

Guam, isola del Pacifico a strapiombo sulla fossa delle Marianne. È una sera di gennaio e due amici scendono a controllare le reti per la pesca dei gamberi nel fiume Talofofo. Ma sulla riva sorprendono uno sconosciuto, un tipo strano che li vede e scappa via. Lo inseguono nella giungla e riescono a bloccarlo, vogliono sapere chi è e cosa ci faceva vicino alle loro reti, ma lo sconosciuto parlerà solo all’arrivo della polizia: è il sergente Shoichi Yokoi, e combatte per l’esercito imperiale del Grande Giappone. Lo credevano un ladro di gamberi e invece è un soldato della Seconda guerra mondiale impegnato a lottare contro gli Alleati. Nel 1972.


Per la sua posizione strategica, Guam è stata lungamente contesa tra americani e  giapponesi. Questi ultimi l’hanno conquistata dopo l’attacco di Pearl Harbor, ma nel 1944 gli americani se la riprendono con tre settimane di battaglia sanguinosa. Ai giapponesi mancano viveri e munizioni e la sconfitta appare presto inevitabile, ma si rifiutano di arrendersi e vanno incontro a un massacro che si conclude il 10 agosto, quando il generale Hideyoshi Obata fa harakiri emuore insieme a 19 mila dei suoi uomini. I pochi sopravvissuti si sparpagliano nel folto della giungla, ma presto o tardi si consegnano al nemico. 


Non tutti però. Di certo non il sergente Yokoi. Che si costruisce un riparo sotterraneo in una foresta di bambù, utilizzando come pala i resti di un cannone. Copre l’entrata con stecchi e foglie, e in attesa di ricevere nuove istruzioni resta là sotto rannicchiato col fucile in braccio. Per ventotto anni. Perché secondo Yokoi non è finita così, non può essere finita così. Forse una battaglia è persa, ma il Giappone è invincibile e presto passerà al  contrattacco, e lui deve farsi trovare pronto al suo posto.


Yokoi non è un pazzo, si comporta come molti suoi commilitoni in tutta l’Asia, che dopo la guerra restano nascosti per anni in zone impervie, continuando a compiere azioni di guerriglia ai danni di popolazioni ormai pacifiche. Vengono chiamati «soldati fantasma», e stanarli è più difficile che bonificare un territorio minato. Nel tentativo di convincerli che la guerra è finita, si arriva a scaricare sulle foreste migliaia di volantini con lettere e foto di familiari che li invitano a tornare a casa, ma i soldati li ritengono un perfido tranello del nemico, li stracciano e continuano a stringere l’arma.


Ci vogliono parecchi anni, ma alla fine quasi tutti vengono catturati o muoiono di stenti,  come accade a due compagni di Yokoi che inizialmente si erano rifugiati insieme a lui. Il sergente trova i loro corpi nella giungla, li seppellisce e li piange, ma sa che non farà la loro
fine. Ogni notte esce dal rifugio e raccoglie noci e bacche, cattura granchi, anguille,  piccioni e cinghiali, e quando proprio non trova di meglio si sfama con la corteccia degli alberi. E visto che prima di arruolarsi faceva il sarto, riesce a fabbricarsi tre uniformi militari complete utilizzando le fibre dell’ibiscus. Perché tutto deve essere in ordine, tutto deve essere pronto quando arriverà il momento di tornare in battaglia.


Gliel’hanno insegnato da bambino: ogni mattina si deve pregare rivolti vero Tokyo, perché l’Imperatore è un Dio e il Giappone è una nazione superiore destinata al trionfo. Per questo Yokoi lucida il fucile e tiene duro, anche se gli anni passano e crederci diventa sempre più difficile. Ma oltre alla fede, nel suo cuore brucia la vergogna: quando si è arruolato gli hanno spiegato che si deve preferire la morte all’essere catturati, e che la resa è il disonore più totale. E Yokoi, sopravvissuto alla battaglia, sente di non aver servito il suo Paese fino in fondo.


Ma rimedierà tenendo duro, fino alla vittoria oppure morendo come i suoi compagni. E sarebbe andata davvero così, se quel 24 gennaio del 1972 non l’avessero sorpreso sulle rive del Talofofo. La polizia lo arresta, lo interroga e poi lo rispedisce inGiappone. Yokoi è arrivato sull’isola di Guam a ventotto anni, torna a casa che ne ha cinquantasette. Ad attenderlo c’è un Paese che lo accoglie da eroe. Si organizzano manifestazioni e i media gli si incollano addosso. Ma il sergente Yokoi si rivela un eroe molto scomodo da celebrare.

«È con grande vergogna che torno vivo», sono le prime parole che pronuncia, in linea col suo modo di pensare, ma incomprensibili per il nuovo Giappone che si trova davanti. È un Paese ricco e all’avanguardia, figlio del miracolo economico postbellico e votato a una politica aggressiva di produzione e consumo. I nuovi giapponesi si aspettano da Yokoi quello che noi troviamo nei vip che tornano smagriti e malconci dall’Isola dei Famosi, pronti a offrirci la scena rassicurante del loro pianto di gioia davanti a un idromassaggio

o una manicure.


Yokoi però non è così. È un uomo severo e in perfetta forma. Appena catturato, a Guam gli hanno fatto delle radiografie, e intimorito da quei macchinari fantascientifici ha detto «se volete uccidermi fatelo in fretta », ma la sua salute è risultata ottima. Sta molto meglio dei suoi connazionali, che vivono a testa bassa rinchiusi nelle fabbriche e negli uffici, sacrificandosi a una frenesia di arricchimento che ha reso il paese caotico e inquinato, rinnegando una tradizione millenaria.


Yokoi insomma è una capsula del tempo, un fossile vivente tornato per schiaffare in faccia al Giappone moderno tutte le sue colpe. Annusa disgustato l’aria piena di veleni, trema per gli scempi della cementificazione, resta incredulo davanti ai campi da golf e propone di convertirli in campi di fagioli. Persino l’esistenza della spazzatura è per lui un’assurdità. Le vecchie generazioni lo amano, ma per i giovani del nuovo Giappone è uno scomodo impiccio, e un grande imbarazzo per Hirohito: assecondando la volontà degli americani, nel 1946 l’imperatore ha annunciato via radio alla nazione di non avere natura divina, è insomma un uomo come tutti gli altri, e solo Yokoi insiste a volerlo incontrare per consegnargli il suo fucile e adorarlo. 

Hirohito però non va nemmeno ad accoglierlo al suo ritorno, preferendo assistere alle olimpiadi invernali di Sapporo. Insomma, niente è rimasto di quel Giappone per cui Yokoi è rimasto trent’anni in una buca in Micronesia, nemmeno le divinità. Ha offerto la sua vita per impedire una rovina che intanto è avvenuta in forme più insidiose e devastanti. Ma come ha già ampiamente dimostrato, Yokoi è uno che non si arrende. Comincia a girare il Paese e a tuonare dai palchi televisivi, per promuovere uno stile di vita naturale e un ritorno ai valori nazionali di eleganza, armonia e semplicità. Arriva anche a candidarsi al

Parlamento, ma non viene eletto. Si guadagna da vivere tenendo corsi di sopravvivenza, materia in cui è un esperto indiscusso, e quando sente che le forze lo abbandonano si ritira a vita privata nel suo paese di origine. 

Qua, a ottantadue anni, Yokoi lascia un mondo che ormai da tempo non era più il suo. E torna sottoterra, stavolta al cimitero di Nagoya, all’ombra di una lapide che che sua madre

ha fatto scolpire per lui quaranta anni prima.

lunedì 30 gennaio 2012

CARO BENZINA: CHIUDERE CASAGGì!


Caro carburante? CHIUDERE CASAGGì.
Per fare una molotov non bastano più 20 euro...

MISSERI CONFESSA: "HA STATO TORSELLI!". CHIUDERE CASAGGì!



Da tempo c'è chi dice di chiudere Casaggì, pericoloso covo fascista, violento, xenofobo e omicida. 
Da oggi hanno un motivo.
Misseri ha confessato: "Non è stata Sabbrina, ha stato Torselli".

Denaro, sterco del nulla (di Massimo Fini)

http://www.latestadiferro.org/os/images/finnnnnnnnnnnni.jpg
di Massimo Fini

Nella società attuale l’impresa è centrale. Perché qualsiasi cosa produca, sciocchezze o mine antiuomo come l’Oto Melara o qualcosa di utile, dà lavoro e quindi stipendi o salari che permettono il meccanismo produzione-consumo-produzione (ma oggi sarebbe più esatto dire: consumo-produzione-consumo) su cui si regge tutto il sistema. Ecco perché in questa fase di crisi non solo il governo Monti, ma tutte le lead occidentali cercano di sostenere in ogni modo l’impresa a costo di passare per il massacro di chi ci lavora.

L’impresa dipende però dai crediti delle banche per i suoi investimenti. E qui c’è già una stortura. Il mercante medievale, che è l’antesignano dell’imprenditore moderno, investiva denaro proprio, non chiedeva prestiti. E questa buona creanza si è mantenuta a lungo, anche dopo la Rivoluzione industriale, se è vero che nel 1970 Angelo Rizzoli senior sul letto di morte raccomandava al figlio e ai nipoti “non fate mai debiti con le banche” (i discendenti non lo ascoltarono e si è visto com’è andata a finire). Ma, per la verità, il vecchio Rizzoli era ormai un uomo fuori dai tempi.

Se le imprese dipendono dalle banche noi dipendiamo dalle imprese. Siamo tutti, o quasi, come scrive Nietzsche, degli“schiavi salariati” che è un concetto più omnicomprensivo del marxiano proletariato che riguarda gli operai di fabbrica. Non siamo più padroni di noi stessi mentre l’uomo medievale, almeno economicamente, lo era. Perché, contadino o artigiano che fosse, viveva sul suo e del suo. Anche i famigerati “servi della gleba”, detti più correttamente servi casati, è vero che non potevano lasciare i terreni del feudatario, ma non potevano neanche esserne cacciati. La disoccupazione non esisteva. Il lavoro non era un problema. La sussistenza di ciascuno era assicurata dalle servitù comunitarie, cioè a disposizione di tutti, che gravavano sulla proprietà e sul possesso (servitù di legnatico, di acquatico, di seconda erba, eccetera).

Era il regime dei “campi aperti” (open fields) che teneva in un delicato ma straordinario equilibrio il mondo rurale. Per un secolo e mezzo le case regnanti inglesi dei Tudor e degli Stuart si opposero ai grandi proprietari terrieri che volevano recintare i campi (enclosure) perché ne avrebbero tratto maggior profitto, capendo benissimo che questo avrebbe buttato milioni di contadini alla fame. Col parlamentarismo di Cromwell, preludio della democrazia, fu invece introdotta l’enclosure (quei parlamenti erano zeppi di proprietari terrieri, di banchieri, di mercanti e di altri furfanti similari).

Tutti questi processi sono stati enfatizzati dalla trasformazione del denaro, nella sostanza e nella forma. Da utile intermediario nello scambio per evitare le triangolazioni del baratto (c’è un bel geroglifico egizio che mostra, come in un fumetto, un tale che per procurarsi una focaccia deve fare tre passaggi) diventa a sua volta merce. All’inizio è oro o argento o bronzo. Non che l’oro rappresenti davvero una ricchezza, è una convenzione come un’altra (i neri africani e i polinesiani gli preferivano le conchiglie cauri) ma ha almeno una consistenza materiale. Poi diventa banconota, poi segno su carta, infine impulso elettronico e quindi totalmente astratto. Per questo enormi masse di tale denaro virtuale possono spostarsi in pochi attimi da una parte all’altra del mondo. Se dovesse spostare dobloni d’oro la speculazione non esisterebbe.

Infine per scendere dalla luna sulla terra non si capisce perché fra tante misure inutili non si vieta almeno, in Borsa, la compravendita allo scoperto dove uno vende azioni che non ha o le compra con denaro che non possiede, lucrando sulla differenza. E con ciò gonfiando ulteriormente la quantità di denaro virtuale e facendone una massa d’urto che puntando su un obiettivo lo determina, anche per il trascinamento psicologico che comporta, e può così strangolare paesi e intere aree geografiche. 

domenica 29 gennaio 2012

RICORDIAMO IL BLOODY SUNDAY, QUARANT'ANNI DOPO...


Sono passati quarant'anni da quella maledetta domenica di sangue. A Derry, città simbolo della lotta nord-irlandese per la libertà, una grande marcia cittadina sta chiedendo diritti civili. Una marcia pacifica, fatta dalle famiglie del Bogside, il quartiere cattolico della città, già teatro di forti rivolte negli anni precedenti. Il 1º Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell'esercito britannico, spedito a Derry per seguire una campagna di arresti di massa, aprì il fuoco contro la folla dei manifestanti, colpendone 26. I morti furono quattordici, cinque dei quali colpiti alle spalle. Una delle più vergognose pagine di storia della corona inglese.

Le vittime:
  • John (Jackie) Duddy (17). Ucciso con un colpo al petto nel parcheggio dei condomini di Rossville. Quattro testimoni affermarono che Duddy era disarmato e stava scappando dal reggimento di paracadutisti quando fu ucciso. Tre di loro videro un soldato prendere attentamente la mira sul ragazzo mentre correva. Era zio del pugile irlandese John Duddy.
  • Patrick Joseph Doherty (31). Ucciso da un colpo alle spalle mentre tentava furtivamente di mettersi al riparo nella spiazzo antistante i condomini di Rossville. Doherty fu fotografato ripetutamente dal giornalista francese Gilles Peress sia prima che dopo la sua morte. Nonostante la testimonianza del "Soldato F" che fece fuoco sull’uomo, perché a sua detta teneva in mano una pistola e stava sparando, fu constatato che le fotografie ritraevano Doherty disarmato, e i test forensi sulla sua mano per verificare resti di polvere da sparo diedero esito negativo.
  • Bernard McGuigan (41). Ucciso da un colpo alla nuca quando era andato a soccorrere Patrick Doherty. Aveva sventolato un fazzoletto bianco al soldato per indicare le sue intenzioni pacifiche.
  • Hugh Pious Gilmour (17). Ricevette un proiettile che colpì il gomito entrando poi nel petto, mentre scappava dal reggimento paracadutisti in Rossville Street. Fu constatato che una fotografia scattata alcuni secondi dopo l’uccisione di Gilmour, lo mostrava disarmato, e i test per i residui di polvere da sparo diedero esito negativo.
  • Kevin McElhinney (17). Colpito alle spalle mentre tentava di mettersi al riparo all’entrata del condomini Rossville. Due testimoni affermatono che McElhinney era disarmato.
  • Michael Gerald Kelly (17). Colpito allo stomaco mentre si trovava vicino alla barricata dei Rossville Flats. Fu constatato che Kelly che disarmato.
  • John Pius Young (17). Colpito alla testa mentre si trovava vicino alla barricata dei condomini. Due testimoni affermarono che era disarmato.
  • William Noel Nash (19). Colpito al petto vicino alla barricata. Testimoni hanno affermato che Nash era disarmato e stava correndo in soccorso di un altro mentre fu ucciso.
  • Michael M. McDaid (20). Colpito in faccia mentre si trovava vicino alla barricata mentre si allontanava dai paracadutisti. La traiettoria del proiettile indicava che potrebbe essere stato ucciso dai soldati appostati sulle mura di Derry.
  • James Joseph Wray (22). Ferito e poi colpito nuovamente da vicino mentre si trovava a terra. Alcuni testimoni, che non furono chiamati dalla commissione d'inchiesta di Widgery, hanno affermato che Wray stava gridando che non riusciva a muovere le gambe, prima di venire colpito la seconda volta.
  • Gerald Donaghy (17). Colpito allo stomaco mentre tentava di scappare al sicuro verso Glenfada Park e Abbey Park. Donaghy fu portato in una casa vicina dove fu visitato da un medico. Le sue tasche vennero svuotate per poterlo identificare. Una fotografia della polizia fatta più tardi del corpo di Donaghy mostrava bombe a mano nelle sua tasche. Né quelli che cercarono nelle sue tasche nella casa, né il medico ufficiale dell’esercito britannico (Soldato 138) che dichiarò la sua morte dissero di aver trovato bombe nelle sue tasche. Donaghy era membro di Fianna Éireann, un movimento giovanile repubblicano legato all’IRA. Paddy Ward, che depose all’Inchiesta Saville, affermò che aveva dato due bombe a mano a Donaghy alcune ore prima che fosse ucciso.
  • Gerald (James) McKinney (34). Ucciso appena dopo Gerald Donaghy. Testimoni affermarono che McKinney stava correndo dietro Donaghy, e che si fermò alzando le mani gridando "Don't shoot! Don't shoot!" (Non sparate! Non sparate!), quando vide Donaghy cadere. Gli fu quindi sparato al petto.
  • William Anthony McKinney (27). Colpito alle spalle mentre cercava di soccorrere Gerald McKinney.
  • John Johnston (59). Colpito alla gamba e alla spalla sinistra in William Street 15 minuti prima che iniziasse la sparatoria. Johnston non prendeva parte alla marcia, ma stava andando a trovare un amico a Glenfada Park. Morì 4 mesi e mezzo più tardi; la sua morte fu attribuita alle ferite riportate quel giorno. Fu l’unico a non morire immediatamente quel giorno.

PER UN'IRLANDA UNITA, LIBERA E REPUBBLICANA.

sabato 28 gennaio 2012

RENZI A STRISCIA LA NOTIZIA DOPO I RECORD SUGLI SPRECHI...




Dopo i dati raccolti dal nostro consigliere comunale Torselli e da altri eletti dell'opposizione in merito agli sprechi della giunta fiorentina, il buon Renzi è finito a Striscia. Dopo tante passerelle mediatiche, finalmente, ce n'è una che ci piace.

A Davos, passerella per i gangster della finanza

http://1.bp.blogspot.com/-mvWChiuCHQA/TqFBYZWUi0I/AAAAAAAABk8/UScs9i-FnCc/s1600/SorosTimeMagCover.jpg
di Filippo Ghira (Rinascita)

Il cosiddetto Forum di Davos in Svizzera, come le riunioni similari della Commissione Trilaterale, del Gruppo Bilderberg e del Bohemian Grove, rappresenta una occasione imperdibile per tutti i banditi di professione presenti per dire la loro sulla crisi finanziaria ed economica in corso e per offrire pillole di saggezza sul come risolverla. Peccato che la maggioranza dei gangsters presenti, per non dire la totalità, sono corresponsabili di quanto è successo in conseguenza delle loro speculazioni. 

E’ un aspetto questo, tipico del capitalismo che in questa fase si è particolarmente accentuato, raggiungendo livelli di arroganza mai raggiunti prima. A fare la parte dei leoni sono stati ovviamente i banchieri che, dall’una all’altra sponda dell’Atlantico, hanno potuto fruire di massicci aiuti di Stato che li hanno salvati dal precipizio in cui erano precipitati. 

Le banche, in particolare quelle americane e inglesi, ma anche quelle tedesche, si sono potute in tal modo risollevare dopo essere state sul punto di fallire per la propria debolezza patrimoniale e finanziaria in conseguenza delle speculazioni fatte e dell’acquisto di titoli di Stato, ormai trasformati in carta straccia come quelli greci. Una realtà che in una situazione normale avrebbe dovuto spingere i banchieri a recarsi dai politici con il capo chino.

Ma poiché i governi sono le agenzie di affari del capitalismo, è accaduto esattamente il contrario. I dirigenti della Goldman Sachs, salvata da Obama e ritornata in utile, si sono infatti potuti permettere di rispondere picche al loro maggiordomo alla Casa Bianca, quando questi ha timidamente chiesto di non attribuirsi eccessivi premi di produzione. Una dimostrazione ulteriore che i vertici come quello di Davos servono al capitalismo finanziario, in particolare quello di stampo anglosassone, per individuare i politici disposti a fare i loro maggiordomi in un futuro governo nazionale e per sostenere quelli già al lavoro e che hanno dato prova di essere funzionali al sistema vigente.

Al World Economic Forum di Davos quest’anno non sono stati invitati gli economisti che nei mesi scorsi si erano mostrati maggiormente pessimisti sulle magnifiche e progressive sorti del Libero Mercato. La parola d’ordine da diffondere a piene mani doveva essere ottimismo. Anche se è impresa titanica vista l’aria che si respira di una depressione in arrivo. Tutto andrà bene, siate fiduciosi, con uno sforzo comune e con i sacrifici le cose si sistemeranno. Ovviamente i sacrifici li dovranno fare i cittadini comuni. Non è un caso che, tanto per restare in ambito italiano, che le misure finora adottate dal governo dell’ex Goldman Sachs, il bocconiano Mario Monti, siano state all’insegna delle tasse che andranno a colpire il bene principe delle famiglie italiane: la casa. Ma non è che in altri Paesi le cose vadano meglio. Pure in Grecia, il governo è guidato da un ex consulente della Goldman Sachs, come Lucas Papademos e in Spagna il nuovo ministro dell’Economia è un altro banchiere come Luis de Guindos, 51 anni, ex presidente in Spagna della Lehman Brothers, la banca americana lasciata fallire alla fine del 2008, perché indifendibile anche da due maggiordomi di Wall Street come Bush jr e Obama. Così, i governi europei, invece di reagire con la necessaria durezza contro le banche Usa che speculando massicciamente sui mutui subprime hanno innescato la crisi finanziaria del 2007-2008 poi trasformatasi in recessione economica, non hanno trovato di meglio che consegnarsi nelle loro mani. 

Ed il grave è che la Goldman Sachs è una delle banche che ha maggiormente speculato contro i titoli di Stato europei, ad incominciare dai nostri Btp a 5 e 10 anni. Se poi si tiene conto che un altro ex della Goldman Sachs, come Mario Draghi, un altro anglofono come Monti, è stato portato alla guida della Banca centrale europea, abbiamo la percezione esatta dell’orrore odierno e del fosco futuro che ci aspetta.

Così a Davos si sono visti i banchieri e finanzieri Usa che tra uno spuntino e un incontro riservato hanno avuto la spudoratezza di offrire consigli sulle cose da fare a quei politici che erano disposti ad ascoltarli. Tra i vari gangsters in circolazione non poteva mancare il solito George Soros, quello che nell’autunno del 1992 da Wall Street, in sintonia con gli gnomi della City londinese, e a corollario della Crociera del Britannia, speculò contro la lira provocandone la svalutazione del 30% e favorendo la svendita di diverse aziende pubbliche italiane. Oggi Soros vede nero, per l’Italia e per la Spagna, auspica gli eurobond (in funzione anti-tedesca), stima che la Grecia uscirà dall’euro e afferma che senza azioni radicali, il mondo andrà incontro ad un'altra Grande Depressione come quella successiva al 1929. Laddove le soluzioni radicali si esplicano nella nascita di un governo mondiale, emanazione dell’Alta Finanza che, dopo aver derubato i popoli, venga messo in grado di dettare a tutti le regole di comportamento. Come se alle varie Mafie venisse assegnato il compito di garantire l’ordine pubblico. Uno scenario e un retroscena ben chiari ai manifestanti che come gli anni passati hanno contestato all’esterno la riunione e i suoi partecipanti.

Non è un caso che Angela Merkel, presente a Davos, abbia incentrato il suo intervento all’insegna della difesa della sovranità tedesca e del rifiuto di versare eccessive risorse aggiuntive al fondo europeo salva Stati che potrebbe trasformarsi in un moloch sovranazionale. Noi garantiamo la sopravvivenza dell'euro anche per salvare l'unità europea, ha sostenuto la cancelliera, ma non possiamo farci carico dei debiti pubblici di altri Paesi che incrinano la stabilità dell’euro. Il problema vero, ha osservato, è che all'Europa mancano strutture politiche, che sono necessarie affinché l'euro funzioni correttamente. Non può esservi una moneta senza uno Stato. I punti deboli dell’Unione e dell’euro stanno in questa dicotomia. Essi sono sorti nel corso degli anni e non possono essere superati in un colpo solo.

 No di Cameron alla Tobin Tax

Da parte sua, il primo ministro britannico David Cameron ha ribadito che l'idea di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie è una follia. E si è aggrappato agli studi della Commissione Europea per i quali una tassa potrebbe ridurre il Pil europeo di 200 miliardi di euro e comportare la perdita di circa 500 mila posti di lavoro. Quanto alla Bce, a giudizio di Cameron, dovrebbe fare più per la crescita, abbandonando la politica fin qui seguita rivolta soprattutto a tenere sotto controllo l’inflazione.

venerdì 27 gennaio 2012

L'Ungheria sotto il fuoco della finanza internazionale

L’Ungheria sotto il fuoco della finanza internazionale





Ogni qual volta una nazione europea torna alle sue origini, storia, cultura e tradizioni, si ritrova immediatamente addomesticata da forze “democratiche” esterne, che soffocano le aspirazioni nazionali nel mondo affinché la gente si conformi alle predilezioni della finanza globale. Gli eventi ungheresi d’inizio 2012 forniscono un vivido esempio di questo schema. Il paese, diventato membro delle Nazioni Unite nel 1955, del GATT (precursore dell’odierna WTO) nel 1973, del FMI e della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo nel 1982, del Consiglio d’Europa nel 1991 e della NATO nel 2004, sembra far parte della comunità delle democrazie occidentali, incentrata attorno al FMI e all’EU, sotto tutti i punti di vista; ma al momento viene trattato dall’Occidente come un bimbo cattivo. Un recente articolo del Financial Times spiega con estrema chiarezza le cause di questo scontro: il Primo Ministro ungherese offrirebbe un promemoria – qualora qualcuno su questo continente ne avesse bisogno – della linea, familiare, che dal caos economico porta all’autoritarismo politico. L’Unione Europea ha portato avanti due grandi progetti dopo la caduta del muro di Berlino: la moneta unica e l’avanzata della democrazia verso est. L’euro è ora in serio pericolo. Orban manda un messaggio forte in merito ai pericoli per la democrazia.


Le invettive dei media contro l’Ungheria, specialmente quelle sfornate dai media statunitensi, illustrano i meccanismi occidentali che portano alla divisione del mondo fra coloro che appartengono al club elitario e quanti non vi appartengono. Evidentemente, il primo ministro ungherese Victor Orban ne è stato escluso a causa della sua “trasformazione da progressista anticomunista a populista xenofobo”; quest’ultima è un’etichetta appiccicata su Orban a mo’ di reprimenda per la sua difesa degli interessi nazionali ungheresi. “Paradossalmente per un politico così viscerale nelle sue ostilità verso la Russia post-sovietica – prosegue il Financial Times  la versione di democrazia di Orban è una che riceverebbe il plauso di Vladimir Putin”.

Questo martellamento mediatico rispecchia la preoccupazione occidentale che la situazione ungherese possa alfine replicare quella greca, dove la spesa pubblica ha fortemente limitato la capacità del settore finanziario d’influire sull’economia nazionale. Nel caso della Grecia, gli investitori scontenti sono fuggiti verso luoghi pronti ad offrire affari più vantaggiosi, e ciò ha costretto il paese a ricorrere sempre più a prestiti del FMI e dell’EU.

A dire il vero, in Ungheria non è il debito pubblico gonfiato ad essere in cima alle proteste del bramoso sciame di attori finanziari globali. Il debito è rimasto al livello del 75% del PIL – certamente una cifra tollerabile per l’Europa – nel secondo quarto del 2011. Nel terzo trimestre è salito all’82%, ma, considerando le modeste proporzioni dell’economia ungherese, la tendenza non appare ancora particolarmente preoccupante. Ciò malgrado, i due tentativi consecutivi del governo ungherese di immettere sul mercato nuovi titoli in Europa sono risultati un fiasco: il fiorino ungherese ha subito un’importante perdita di valore nella prima settimana del 2012 e i titoli di Stato ungheresi sono stati ceduti a condizioni sempre più onerose. Il rendimento delle obbligazioni ungheresi a cinque e dieci anni è balzato a circa il 10,5%: ciò indica che gli investitori internazionali non sono disposti a prestare denaro ad un paese i cui rating sono stati declassati allo stato di rischiosi, e le previsioni di Moody’s e Standard and Poor’s nel novembre 2011 erano pessime. La lezione da imparare dalla situazione di Grecia, Irlanda e Portogallo, che hanno dovuto richiedere l’intervento del FMI, è che anche un rendimento del 7% è sintomo di una imminente insolvenza statale. L’Ungheria, che avrà bisogno di 16 miliardi di euro entro la fine dell’anno per ripagare la parte in scadenza del suo debito pubblico, è candidata ad un destino simile; ma è bene precisare che questo paese, con un’economia considerata relativamente in salute fino a poco tempo fa, sta affrontando una crisi del debito per ragioni politiche piuttosto che fiscali.

Secondo la Neue Zürcher Zeitung, i problemi politici dell’Ungheria sono cominciati quando le forze nazionaliste hanno nettamente vinto le elezioni nella primavera 2010, e la coalizione guidata da Fidesz ha ottenuto i due terzi dei seggi in parlamento. Il risultato non avrebbe infastidito troppo l’Occidente se fosse continuata la svendita indiscriminata del paese di cui beneficiavano gli investitori occidentali; ma già nell’estate 2010 il nuovo primo ministro ungherese Orban optò per un definitivo allontanamento dal FMI, rigettando le esose richieste del Fondo stesso che, se soddisfatte, avrebbero minacciato di far piombare la maggior parte della popolazione ungherese in uno stato di profonda povertà. Contrariamente alle raccomandazioni del FMI, Orban ha imposto tasse addizionali al settore finanziario, nella convinzione che coloro che più degli altri drenano le ricchezze dall’economia ungherese, debbano sostenere i costi per rimetterla in sesto. Significativamente, l’Ungheria si è spinta fino alla revisione del regolamento riguardante lo status della sua banca centrale. Questa mossa ha per un attimo attratto le ira del FMI e dell’EU, che l’hanno interpretata come un tentativo di Orban di porre sotto controllo governativo l’istituzione finanziaria che fino a quel momento aveva usato la sua indipendenza per impegnarsi in speculazioni finanziarie, a dispetto dell’amministrazione ungherese.

I successivi sviluppi in Ungheria hanno continuato ad alimentare i malumori. Dire che la democrazia e il libero mercato servono solo alle potenze occidentali per modellare il mondo a loro piacimento è diventato un luogo comune non più sufficiente ad offendere Washington e Bruxelles. In questi giorni si ha l’impressione che i pesi massimi globali siano stanchi di promuovere la “democrazia” – ed i paesi più deboli di protestare di tanto in tanto – ma la nuova costituzione, entrata in vigore in Ungheria il primo gennaio 2012, non poteva che scatenare una reazione furiosa. “Pervasa di nazionalismo etnico – scrive il Financial Times – puzza di ambizione da partito unico di governo, promette repressione delle libertà personali in Ungheria…”. Non si può che essere curiosi di scoprire cosa possa suscitare tale protesta.

La costituzione, per esempio, stabilisce che Dio e la cristianità – non quindi le banche, l’appartenenza all’EU o i valori democratici – uniscano il popolo ungherese. Si dovrebbe capire che questa è una visione espressa dagli ungheresi in un voto nazionale. Caricando lo Stato della missione di proteggere le vite umane, la costituzione statuisce inequivocabilmente che la vita comincia al momento del concepimento. Certo, si può trovare lodevole l’approccio, ma dalla prospettiva delle femministe europee rappresenta, de facto, una violazione del diritto di uccidere un bambino non ancora nato. Inoltre, la costituzione ungherese definisce chiaramente il matrimonio come un legame eterosessuale. In altre parole, la legge fondamentale ungherese stabilisce che i musulmani o gli indù non trovano posto nel cuore della nazione cristiana europea e nega pari diritti agli omosessuali.

La rumorosa campagna che si sta sollevando nella stampa occidentale, e che viene ripresa dalle ONG ungheresi che prosperano coi finanziamenti stranieri, non merita attenzione; ma Washington e Bruxelles stanno già insistendo sullo stesso messaggio: che le riforme di Orban erodono le libertà civili in Ungheria. Orban e il suo Fidesz, il partito coi due terzi dei seggi in parlamento, sono etichettati come nazionalisti che allontanano la nazione dai valori democratici che essa aveva adottato due decadi fa svegliandosi sull’onda del collasso del regime comunista.

Gli Stati Uniti disapprovano la nuova legge ungherese sulla religione, che garantisce riconoscimento ufficiale ad un totale di 14 confessioni, dichiarando così illecite molte sette, e criticano aspramente l’ostacolo alla diffusione di religioni non tradizionali nel paese. Bruxelles critica duramente il nuovo codice ungherese sulla protezione dei dati personali e la legge sulla persecuzione dei crimini commessi sotto il regime comunista, in particolare durante la repressione della rivolta del 1956. Gli osservatori democratici occidentali sono preoccupati che quest’ultima misura possa servire a fare più pressione sul partito socialista all’opposizione – cui il sostegno popolare è venuto a mancare da tempo, sicché i socialisti disperati sarebbero felici di accettare sovvenzioni occidentali per potere, in cambio, unirsi al gioco anti-Orban. Per far fronte alle critiche contro la piattaforma politica condivisa dalla maggioranza pro-Orban, il dirigente ungherese ha istituito un consiglio finanziario autorizzato a porre il veto sui progetti di bilancio e, di conseguenza, a bloccare iniziative liberali rischiose, o addirittura indire elezioni anticipate. Il governo Orban si è appellato al Presidente della Corte Suprema e al Procuratore capo a cui sono similmente stati dati ampi poteri aggiuntivi. Eötvös, l’istituto fantoccio di G. Soros, ha pubblicato per tutta risposta un documento in cui ammonisce che una crisi di governo colpirebbe l’Ungheria qualora la coalizione al potere venisse esautorata. Senza dubbio, ogni disciplina data al settore finanziario deve suonare come una crisi di governo a tipi come Soros, ma i contribuenti ungheresi danno il benvenuto a queste misure come mezzi per contrastare le speculazioni che montano, a spese del bilancio nazionale.

Attualmente l’UE sta pianificando misure restrittive contro il membro inaspettatamente pervicace. Il Presidente della Commissione Manuel Barroso ha inviato numerose missive ad Orban esprimendo preoccupazioni per le riforme ungheresi, e minaccia un’indagine sulla compatibilità tra le innovazioni legislative del paese e le norme comunitarie. Barroso ammette che in questo senso l’UE ha uno spazio di manovra limitato poiché, come ogni altro paese europeo, l’Ungheria ha il diritto di autodeterminarsi. Si ha quindi l’impressione che se l’UE avesse forze di reazione rapida, come quelle degli Usa, potrebbe scoprire molti più spazi di manovra. Siccome l’UE si concentra sulla dimensione economica del conflitto con l’Ungheria, la sua naturale priorità è convincere il governo Orban a rispettare l’indipendenza della banca centrale ungherese, ossia a lasciare che continui ad essere irresponsabile nei confronti di ogni altra istituzione statale ungherese. La Commissione Europea usa sia l’influenza economica sia quella legale per riguadagnare l’obbedienza dell’Ungheria interrompendo le negoziazioni con il paese sui crediti necessari o guardando alla possibilità di sottoporre la questione alla Corte di Giustizia dell’UE.
Come sempre, gli interessi internazionali delle lobby finanziarie sono inizialmente promossi con mezzi civili; ma talvolta queste storia sfociano in campagne militari. Il danaro è di solito la prima risorsa. Le banche hanno sufficienti risorse per indurre migliaia o decine di migliaia di persone a manifestare per le strade. Circa 30.000 persone si sono riunite per la manifestazione antigovernativa del 2 gennaio a Budapest per chiedere a Orban di dimettersi e per sostenere l’indipendenza della banca centrale ungherese. Il leader dell’opposizione Sandor Szekely ha detto a Reuters che la nuova costituzione è stata un pesante colpo ai meccanismi democratici che l’Ungheria stava implementando dal 1989. Le 30.000 persone che marciano al ritmo del FMI basteranno di sicuro…

di Elena Pustovojtova

NOTE:
* Elena Pustovojtova, politologa, è editorialista della Fondazione di Cultura Strategica (Russia).

giovedì 26 gennaio 2012

CASAGGì FA IL PIENO E SI PREPARA AL 4 FEBBRAIO...


Si è svolta ieri, come da programma, la serata di autofinanziamento e di Comunità in vista del grande corteo di sabato 4 febbraio in ricordo dei martiri delle foibe. Una serata magnifica, partecipatissima e con un clima esplosivo. I fatti di questi giorni, le prepotenze, le aggressioni e le intimidazioni subite sono diventate, come puntualmente avviene da anni, il più importante collante politico di sempre. Ed ecco Casaggì, ancora una volta, si compatta e si riempie di gente, programma le attività, riscalda i motori e si prepara a scendere in piazza nel migliore spirito di sempre, con la serietà e la maturità che ha sempre accompagnato la nostra marcia.  

Al tavolo dei più "anziani", mentre un centinaio di militanti più giovani intonavano le canzoni della nostra storia, si rifletteva su quante ne avessimo fatte assieme. Su quel gruppetto di cinque persone che, ormai qualche anno fa, decise cocciutamente di dar vita a qualcosa di diverso e di dedicare la propria vita per realizzarlo, ad ogni costo. Da quel giorno sono successe tante cose, belle e brutte, che hanno lasciato segni indelebili nella memoria e nel cuore di chi le ha vissute. E non importa se la meta non sarà quella auspicata: il viaggio è stato bellissimo!

mercoledì 25 gennaio 2012

QUESTA SERA!


CARNE E SANGUE DELL'ITALIA
CENA SOCIALE E FILMATI VERSO IL CORTEO DEL 4 FEBBRAIO
serata di autofinanziamento

Sotto la banca la patria campa (di Marcello Veneziani)


di Marcello Veneziani

Mi sto asciugando le lacrime dopo aver seguito, in piedi e con la ma­no sul cuore, il commovente appello patriottico di uno spot pubblicitario, poi di un altro, poi di un altro ancora.

Mi sto asciugando le lacrime dopo aver seguito, in piedi e con la mano sul cuore, il commovente appello patriottico di uno spot pubblicitario, poi di un altro, poi di un altro ancora. Non so se ci avete fatto caso, ma da qualche tempo vanno in onda gli spot etico-patriottici, sentimental-retorici, piccoli racconti edificanti sui nostri affetti più cari ripassati in salsa nazionalpopolare; testi di De Amicis-Napolitano- Cutugno. Non solo per vendere l’olio, il caffè o che so, pure i vili legumi, si scomodano Dio, patria e famiglia, la Tradizione e il Libro Cuore.

Ma ora grandi e piccole banche e perfino imprese automobilistiche, di quelle che minacciano di andarsene dall’Italia, cercano di suscitare il nostro consumismo patriottico o i nostri eroici languori finanziario-autarchici per piazzare le loro auto o le loro azioni. Persino quel che fino a ieri sarebbe stato bocciato come la più stucchevole retorica patriottarda, far sventolare il tricolore, viene usato per commuoverci e lanciare i nostri soldi- come la stampella di Enrico Toti - oltre l’ostacolo, che poi sarebbe il loro sportello. Altri condensano in pochi secondi un trattato di antropologia affettiva per dire che siamo italiani de core e dobbiamo esserlo pure de sordi .

La patria stavolta non chiede di versare sangue ma altri liquidi, e non esige di marciare ma di andarci in macchina, purché italiana. Io prima mi commuovo, poi mi rallegro, infine mi chiedo: ma niente niente questi patrioti ai saldi di fine Italia, ci stanno prendendo per il culto?

martedì 24 gennaio 2012

MENTECATTI NOTTURNI VANDALIZZANO CASAGGì...



Di mentecatti è pieno il mondo. Quando ai mentecatti metti in mano una bomboletta e in testa qualche cazzata i risultati sono quelli sopra. In questo caso trattasi di mentecatti in modalità notturna: gente scema, ma non così tanto da venire a fare certe cose con la luce del giorno. Mentecatti sì, ma bischeri no. Casomai pavidi, che è diverso, e anche parecchio più facile. 

Da quando abbiamo inaugurato la nuova sede di via Frusa i mentecatti in modalità notturna hanno ritrovato una ragion d'essere e un nemico comune, cosa che solitamente anima e accende le troppe ore di vuoto e di noia che caratterizzano la vita di certi soggetti. Gente che blatera di culture e di lavoro, ma vive di espedienti e di portafogli del babbo, di nottate passate a zonzo e di stereotipi ai quali ormai non crede più nessuno. 

Uno di questi stereotipi, particolarmente in voga tra gli estremisti di sinistra, è quello di dipingerci come violenti o, per meglio dire, come "i figli del prodotto della cultura della violenza". Cosa realmente significhi non sanno neanche gli autori, però faceva scena darsi un tono e sembrare eruditi. Dei mentecatti eruditi. 

Perchè se si dovesse dar seguito al ragionamento sopra riportato si dovrebbe dedurne che la violenza sia una cultura. Non una pratica, un'infamia o un mezzo, ma una cultura. Di questa cultura noi saremmo, stando a quanto scritto sul muro antistante la nostra sede, i figli del suo prodotto. Appreso ciò, dunque, ci preoccuperemo di approfondire il campo con studi appositi. Già immaginiamo di dover comperare il "manuale dello scapaccione", il "dizionario della labbrata" e la "antologia della pedata nel culo".

Noi ci mettiamo a studiare. Poi vengono loro a interrogarci?


lunedì 23 gennaio 2012

Privatizzazioni:le carceri nelle mani delle Banche

Prison-LifeIl provvedimento si chiama Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie, ed ha lo scopo di affidare le carceri ai privati con una partecipazione obbligatoria e rilevante delle banche.  
Il decreto riconosce al concessionario, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell'infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia (ovvero delle guardie carcerarie). In altre parole, lo Stato corrisponderà a soggetti privati una quota per ogni detenuto ospitato in apposite strutture ed obbliga i suddetti a coinvolgere le banche nel business.
Se da un lato questa pratica autorizza la mercificazione (o business fate voi)dei detenuti, dall'altro genera gravissime criticità inerenti la sicurezza nazionale:
  • cosa potrebbe accadere se la Mafia o la corruzione entrasse nel giro d'affari delle carceri d'oro
  • Chi ci garantirà che vengano mantenuti gli standard di sicurezza ed idiritti umani previsti dalla legge?
  • trasformando la detenzione in business, chi garantirà che la "domanda" (ovvero la richiesta di prigionieri da parte dei nuovi investitori)  non subisca distorsioni o pressioni dal mondo della finanza, così come avviene oggi con lo spread? Siamo sicuri che, un giorno, non riceveremo ricatti del tipo: se non mi porti più detenuti, allento le maglie della sicurezza (quindi incentivo la fuga)?
  • Chi sarà responsabile della fuga dei detenuti, il proprietario dell'infrastruttura o lo guardie carcerarie ?

    Le Nazioni Unite se n'erano rese conto già nel 1988, quando avevano cercato di frenare le tendenze americane alla privatizzazione nel settore penitenziario; il rapporto della sotto-commissione per la lotta contro la discriminazione e per la protezione delle minoranze aveva elencato una serie di argomenti contrari alla devoluzione dei poteri pubblici in campo di esecuzione della pena. In pratica il Rapporto sottolinea il fatto che solo allo Stato spettano i poteri e le funzioni disciplinari (compreso l'uso della forza), ma anche la responsabilità per la protezione dei diritti umani.

    il Rapporto specifica in modo chiaro che una gestione privata potrebbe opporre il segreto commerciale a eventuali richieste di chiarimenti esterni (come è accaduto in Australia e come si è tentato di fare nel processo per la rivolta di Campsfield), oltre all'innegabile fatto che "la giustizia non può essere condizionata da interessi privati".
Inoltre, se l'ossessione securitaria, produce maggiore domanda di penalità, ossia più richiesta di carcere, l'ottica e la pratica del business penitenziario con l'entrata dell'interesse privato in un settore così delicato rischiano digonfiare ulteriormente questa domanda. Basti pensare alla faccenda degliappalti, che possono scatenare appetiti mafiosi, pur essendo a tutt'oggi controllati dalla pubblica amministrazione. Con l'intervento dei capitali (e quindi degli interessi) privati, il giro d'affari crescerà non solo intorno alle mere strutture (aree di costruzione, edificazione, forniture di vario genere), ma anche intorno alla gestione stessa dell'esercizio della penalità.
Alle società private, come del resto già succede nei paesi di common law, può essere data in gestione la sorveglianza interna (o parte della sorveglianza) dei detenuti, ma anche "pezzi" di gestione (per esempio i tossicodipendenti, sul modello di San Patrignano) o l'esecuzione esterna della pena, ad esempio i controlli dei soggetti in misura cautelare o alternativa e la sorveglianza elettronica. È chiaro che a nessuna compagnia o multinazionale della sicurezza farebbe piacere una riduzione della pressione penale, con conseguente minor giro di affari.
Più gente va in carcere, più ci si potrà guadagnare. Anche se non è dimostrato un collegamento diretto tra privatizzazione e crescita della popolazione detenuta, tutto fa pensare che un nesso in effetti vi sia.
Nel 2009 quasi 5.000 bambini in Pensilvania sono stati giudicati colpevoli e 2.000 di loro sono stati incarcerati da due giudici corrotti che ricevevano tangenti da parte di imprese costruttrici e proprietarie di carceri privati, che si beneficiavano delle detenzioni. I due giudici si sono dichiarati colpevoli, in un sorprendente caso d’avarizia e corruzione che appena comincia a rivelarsi. I giudici Mark A. Ciavarella Jr. e Michael T. Conahan hanno intascato 2,6 milioni di dollari in tangenti per condannare al carcere bambini che, nella maggioranza dei casi, non avevano la possibilità di contrattare un avvocato. Il caso offre uno straordinario scorcio sulla vergognosa industria dei carceri privati che sta fiorendo negli Stati Uniti.