mercoledì 29 febbraio 2012

CORSO DI ARTI MARZIALI A CASAGGì!


Corso interno di arti marziali. Approfondimento delle tecniche marziali del Kung Fu - Win Chun, del combattimento da strada a mani nude e del combattimento con armi di tipo Eskrima. Un bella occasione per fare sport e per crescere, nel rifiuto della violenza come mezzo e nell'accrescimento interiore. L'antico sapere delle arti marziali, il loro apporto fisico e atletico, la loro capacità di innalzare verticalmente, la volontà di superare se stessi e combattere il nemico che abbiamo dentro. Il corso è portato avanti da un maestro qualificato e di livello, con la massima professionalità e in un clima comunitario di amicizia e di fratellanza.

PER INFORMARTI O ADERIRE CHIAMA IL 338/3271463
SI INIZIA GIOVEDì 8 MARZO ALLE ORE 15
VIA FRUSA 37, FIRENZE (ZONA STADIO)

Tremonti: «Monti sul Time? Negli Usa in copertina c’erano solo due cagnolini...»


di Gloria Sabatini (Secolo d'Italia)

Non è proprio un ruggito, non è nel suo stile, ma una picconata assestata al “sistema” e ai nuovi timonieri della navicella Italia Ospite di Agorà su Rai tre, Giulio Tremonti torna alla ribalta con toni molti diretti e poco professorali. A cominciare dall’ironia sul premier che “potrebbe salvare l’Europa”, come si domanda la copertina del Time: «sì nell’edizione europea, in America in copertina c’erano solo due cagnolini...». Sul decreto milleproroghe passato ieri alla Camera, con i dubbi di Napolitano, anticipa il giudizio: «C’è qualcosa di costituzionalmente strampalato». E ancora: «Mi pare che attualmente gli effetti sulla crescita del governo siano all’opposto, mi sembra si teorizzi invece la decrescita. La manovra recessiva e regressiva ci ha portato alla recessione». Tranchant. L’ex ministro dell’Economia, definito da Giuliano Ferrara «per metà un tributarista di genio, per l’altra metà un bambino capriccioso e un colossale imbroglione», non sembra intenzionato ad andare in pensione dalla politica che conta, pur mantenendo in questa fase un profilo accademico più che parlamentare. 

Si sarà anche lasciato intervistare docilmente per pubblicizzare il suo libro Uscita di sicurezza, sarà pure un po’ rosicone per il ben servito (come si dice nella capitale), ma la sua analisi sulla recessione internazionale, la politica montiana e la scelta tecnica per salvare l’Italia dal default non è un escamotage pubblicitario. La ricetta cucinata dal governo non funziona, spiega incalzato da Massimo Giannini, Marcello Sorgi ed Enrico Cisnetto. Siamo addirittura in presenza del “metodo Sindona”. 

Con la consueta abilità nel dipingere metafore, paragona l’attuale gestione della crisi dell’euro, la tecnica «usata in Europa», a quella utilizzata ai tempi di uno dei più aggressivi banchieri del mondo (che Giulio Andreotti definì il “il salvatore della lira”). Sindona, come è noto, “seppe” legare in un nodo inestricabile di affari quattro pilastri della società italiana: potere politico, Vaticano, massoneria e mafia e il suo impero cominciò a scricchiolare nel 1974, con il fallimento della Franklin Bank e l’accusa di bancarotta mossagli dal governo americano. 

«Ho detto cose contro le banche – ricorda – in particolare contro la Banca D’Italia e mi hanno mandato via nel 2004. In questo momento la Bce dà soldi gratis come avvenne con il decreto Sindona all’epoca del salvataggio delle banche italiane. Una banca prende i soldi all’1% e li impiega a un tasso molto più alto». Velenoso anche con le agenzie di rating (e non da oggi), fa notare l’incoerenza del premier. «Monti quando era professore parlava dell’arbitro, quando è andato al governo e l’hanno degradato ha detto che non contano e sbagliano. Mi sembrano due posizioni molto differenti...». Del resto non serve essere il genio di Tremonti per constatare che gli stessi parametri (meglio dire strumenti) utilizzati per la bocciatura del governo Berlusconi (declassamento, spread...) oggi non vanno bene per il governo Monti perché sono diventati improvvisamente inattendibili. Lanciato a tutto campo, interviene anche sulla crisi greca spostando i riflettori dall’autocompiacimento europeo per il salvataggio di Atene, «la Grecia deve decidere il suo destino. Il voto di aprile è decisivo, una moneta vive solo con la democrazia». In tema di ammortizzatori sociali, terreno minato sul quale è stato strapazzato dalla stampa e demonizzato da tutti quando era al governo, si difende come un leone: «L’accusa sui tagli lineari è stata una delle più ingiuste mai fatte. I soldi recuperati sono stati dati agli ammortizzatori sociali e il fatto che le forze sociali ora lo riconoscano è ragione di qualche soddisfazione». Come in passato non è tenero con gli ex compagni di strada a Palazzo Chigi: «i ministri potevano fare tagli selettivi, ma solo Maroni ne è stato capace». Non è un mistero che il professore, l’ex ministro, l’eretico parlamentare pidiellino, giudichi il sistema economico attuale, «peggiore di quello sovietico, perché quest’ultimo almeno poteva definirsi sistema». 

Lo scenario attuale è invece, secondo Tremonti, un caos senza alcuna organizzazione né gerarchia. Questo caos è stato creato lentamente nel tempo, man mano che la politica ha abdicato il suo trono alla finanza (che più volta ha definito «una bisca»). La finanza – al timone del governo italiano ed europeo – non può governare i popoli. Discorsi seducenti ma anche dettati dal suo sostanziale commissariamento, resta da capire se il divo Giulio, non Andreotti, tornerà a ispirare la politica economica o se altri tenteranno di mettere in pratica la sua ricetta. «Il 60 o il 70% delle cose fatte da Monti, le avremnmo volute o dovute fare noi. In molti casi le avrei volute fare io ma qualcuno ce lo ha impedito. Mi riferisco a Giulio Tremonti e poi la Lega ci ha impedito di fare la riforma delle pensioni», gli manda a dire Paolo Romani, ex ministro dello Sviluppo economico.

martedì 28 febbraio 2012

GIORGIA MELONI A FIRENZE: UNA GIORNATA MEMORABILE!

 Una parte della sala durante la presentazione del libro

Giorgia Meloni in visita a Casaggì

Si è svolta ieri pomeriggio, come da programma, l’attesa presentazione di “Noi crediamo”, con Giorgia Meloni. In una Villa Arrivabene stracolma di gente e di giovani si è parlato della meglio gioventù d’Italia. Sala stracolma, corridoi pieni e gente fuori nel piazzale, bloccata all’ingresso dagli impiegati comunali per la troppa folla presente nei locali. Un pomeriggio memorabile, nel quale si sono susseguite le storie di tante persone che non hanno mollato, che si sono messe in gioco, che hanno scommesso su questo paese e sulle proprie capacità, che hanno voluto rifuggire quello stereotipo giovanile condito di apatia e di superficialità che quest’epoca di acque basse e di deserti ha contribuito a creare. Storie vere, dirette, di una forza dirompente e di una grande semplicità: quella che non fa notizia, ma che manda avanti questo paese ogni santo giorno con costanza e dedizione. Stracolma e partecipatissima, a seguire, la serata organizzata a Casaggì, con una cena sociale impeccabile e un’armata di cari amici che come ogni volta ha saputo stringersi attorno al proprio avamposto di idee e di azioni.

Moltissimi i giovani, militanti di Casaggì e della Giovane Italia, ma anche ragazzi del quartiere spinti dalla curiosità e dalla voglia di conoscere un mondo politico fatto di impegno e di passione, di militanza vera e di ideali senza tempo. L’ennesimo successo di una Comunità politica che a Firenze ha rotto tabù insormontabili fino a qualche anno fa e lo ha fatto lavorando, senza perdersi in chiacchiericci da bar e in proclami virtuali. E questo è ciò che hanno trovato oggi e che troveranno sempre gli ospiti dei nostri eventi: non accolite di portaborse in doppiopetto, ma ragazzi con lo sguardo pulito e tanta voglia di lottare e di lasciare un segno su questa Terra, come lo hanno lasciato quelli che ci hanno consegnato questo testimone ideale, difendendolo a costo della vita.

Impeccabile come sempre Giorgia Meloni, conferma quotidiana di una politica nata per strada e in sezione, cresciuta con gli sforzi e le capacità di una Comunità nazionale e giunta a questi traguardi con l’umiltà e la volontà dei più forti, quelli che guardano oltre il muro dell’omologazione e hanno visioni profonde. Una politica che vuole essere partecipazione e giustizia sociale, amore per il Popolo e dono; che non ha paura di criticare chi sbaglia, anche e soprattutto se sta da questa parte; una politica fatta di gente che prima di aprire bocca affigge migliaia di manifesti e distribuisce migliaia di volantini; una politica fatta di sedi presidiate e difese, di avamposti tra le rovine, di amori sconfinati e destini che si intrecciano; una politica che non si arrende, che costruisce, che condivide, che non odia, che edifica, che antepone il bene comune al proprio ego, che sogna, che non torna indietro, che parla una lingua chiara e può tenere la testa alta. Una politica che ha saputo coniugare lo strumento delle istituzioni con le proprie radici culturali e valoriali, senza sminuirne l’identità e senza diventare il mezzo di nessuno. Una politica come poche altre: libera e bella.

E questa meglio gioventù d’Italia, in una data come questa, non può che dedicare questi magnifici intenti di lotta e vittoria a Mikis Mantakas, martire europeo. Quel testimone è in buone mani.

ONORE A MIKIS MANTAKAS!




tratto dal Nucleo Identitario Sociale


Da circa tre giorni sono cominciati gli scontri davanti al tribunale a Piazzale Clodio. A causarli è l’inizio del processo contro alcuni militanti di "Potere Operaio" per il rogo di Primavalle. 

La mattina del 28 febbraio comincia come le precedenti, con scontri all’ingresso del tribunale e con la polizia che effettua più cariche per disperdere i dimostranti.

Mikaeli Mantakas, detto Mikis, si trova all’interno del tribunale per assistere al processo. Quando l’udienza viene rinviata, i militanti del Fuan presenti si organizzano per cercare di arrivare incolumi alla sezione più vicina, quella di Via Ottaviano.

Mantakas ed altri militanti si trovano all’interno della sezione quando alcuni estremisti di sinistra attaccano con molotov l’ingresso che da su Via Ottaviano. Una diecina di militanti dell’Msi decidono di uscire da un secondo ingresso che da su Piazza Risorgimento, per cercare di prendere alle spalle gli assalitori. Ma arrivati all’angolo con Via Ottaviano si trovano ad essere bersagliati da proiettili e bombe molotov. Uno di questi proiettili colpisce Mantakas alla testa.

I militanti che erano con lui lo raccolgono, tornano indietro e chiudono il portone. Nascondono Mantakas dentro un garage che si trova nell’atrio del palazzo, con lui rimarrà un ragazzo a vegliarlo. Mentre i camerati abbassano la saracinesca gli aggressori sfondano il portone, gli altri ragazzi fanno in tempo a correre e a rifugiarsi all’interno della sezione, dalla quale telefoneranno per chiedere soccorso. Gli aggressori ritornano verso il garage dove si trova in fin di vita Mantakas e lo crivellano di colpi, a salvare il ragazzo che veglia il corpo di Mantakas arrivano altri missini avvisati dai ragazzi che si trovavano nella sezione. Nell’atrio del palazzo cadrà ferito un altro missino: Fabio Rolli.

Per l’uccisione di Mikis verranno arrestati Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri. Il primo nonostante sia stato riconosciuto da numerosi testimoni come l’esecutore materiale dell’omicidio, verrà assolto per mancanza di prove; il secondo verrà condannato a 9 anni e sei mesi per concorso morale.

Solamente nel 1981 con sentenza definitiva verranno entrambi condannati a 16 anni di carcere. Di Lojacono verrà accertato che nel 1978 fu parte attiva nel rapimento di Moro, prenderà parte ad altri delitti e si rifugierà in Svizzera (dopo la sentenza definitiva dell' 81) che non darà il permesso all'estradizione ma dove verrà processato per l'omicidio Tartaglione e condannato a 16 anni di carcere. Dal 1999 è un uomo libero. Per Mantakas lui non ha pagato il suo debito. Fabrizio Panzieri a seguito della condanna verrà incarerato, ma approfittando di un permesso premio si darà alla latitanza. Oggi è ancora latitante. Per Mantakas lui non ha pagato il suo debito.

Onore al martire europeo MIKIS MANTAKAS!

lunedì 27 febbraio 2012

OGGI GIORGIA MELONI PRESENTERA' "NOI CREDIAMO"


Quest'oggi, alle ore 18, presso Villa Arrivabene (sede del Quartiere 2 in Piazza Alberti 1/A), Giorgia Meloni presenterà il suo libro "Noi crediamo". Un tributo alla meglio gioventù d'Italia attraverso storie di quotidiano impegno e di grande sacrificio. Storie italiane. 

sabato 25 febbraio 2012

MELONI A FIRENZE: VERNICE CONTRO IL QUARTIERE 2. VERGOGNOSO ATTACCO ALLA LIBERTA' DI PAROLA!

VERNICE CONTRO LA SEDE DEL QUARTIERE 2, TORSELLI (PDL): "VERGOGNOSO ATTACCO ALLE ISTITUZIONI". CASAGGÌ E GIOVANE ITALIA: "CHI GETTA BENZINA SUL FUOCO FACCIA UN MEA CULPA"!

Questa notte la sede del Quartiere 2 di Firenze, Villa Arrivabene, è stata sfregiata in diversi punti con un lancio di vernice rossa, che ne ha deturpato la facciata. L'episodio è chiaramente riconducibile a quell'area politica che, nei giorni scorsi, ha contestato le istituzioni del quartiere per aver concesso una sala a Giorgia Meloni e ai ragazzi di Casaggì e della Giovane Italia per la presentazione del libro "Noi crediamo", scritto dall'ex Ministro della Gioventù.

"È una vergogna. Sfregiare una sede istituzionale solo perchè garante super partes del confronto politico è un qualcosa che non ha niente a che fare con la democrazia. Tentare di impedire all'avversario di parlare ed assaltare le sedi istituzionali affinchè non si svolgano iniziative promosse da partiti politici differenti dal proprio è una logica che riconduce a pagine di storia ormai condannate univocamente. Se a Firenze esistono sedi e movimenti nei quali si predica "la violenza ed il ricorso ad essa per impedire all'avversario di parlare" devono essere immediatamente chiuse. Peggio ancora se queste sedi si trovassero in stabili pubblici occupati o concessi". Questo quanto dichiarato dal Consigliere Comunale del PdL, Francesco Torselli a seguito degli atti vandalici commessi a danno della sede del Quartiere 2.

"L'iniziativa di lunedì è una presentazione di un libro scritto da un ex-Ministro ed è gravissimo che qualcuno pensi di poter impedirla rispolverando retoriche a metà tra il grottesco ed il ridicolo". Fanno sapere i presidenti cittadino e provinciale della Giovane Italia, Marco Scatarzi ed Alessandro Draghi, i quali aggiungono: "Chi in questi giorni, parlando da dietro sigle di associazioni che prendono ricchi contributi dalle istituzioni, ha gettato benzina sul fuoco, alimentando tensioni altrimenti evitabili, dovrebbe fare i conti con la propria coscienza e recitare un convinto MEA CULPA".

Da Casaggì infine arriva una battuta: "il libro di Giorgia Meloni parla della meglio gioventù d'Italia, chi contesta non lo fa solo per antifascismo, come dice, ma perchè, essendo abituato ad essere un parassita della società, teme di non reggere il confronto".

Lunedì, alle ore 18.00 il Quartiere 2 ospiterà infatti la presentazione del libro "Noi Crediamo" di Giorgia Meloni alla presenza dell'autrice e dei vertici cittadino e provinciale del PdL e della Giovane Italia.

LA MECCANICA DEL SORRISO NELL'INDUSTRIA PESANTE (Spunti di un militante operaio)


Pubblichiamo le riflessioni di un militante di Casaggì, da anni impegnato come metalmeccanico. Le sue riflessioni, che vogliamo estendere a tutti, dipingono senza fronzoli la realtà di una società che ha sacrificato ogni forma di dignità sull'altare della produttività e del profitto, dell'ipocrisia e dell'apparenza. 


Lavorare come operaio specializzato in fabbrica oggi può, fortunatamente, rendere economicamente stabili e autosufficienti, se si è disposti ad un sacrificio fisico e spirituale.
Fino a non pochi anni fa il lavoro di operaio nell’industria pesante non sempre era giustamente retribuito e non era adeguatamente tutelato, mentre adesso – a dispetto di quanto si dica - abbiamo fondi, assicurazioni, e tante altre scartoffie che si firmano al momento dell’assunzione e che ci promettono tutela fisica ed economica durante il periodo del contratto. Dico “abbiamo”, perchè io da qualche anno a oggi lavoro in fabbrica come metalmeccanico. Potrei esserci da 30 anni come da 3 mesi, potrei chiamarmi Paolo come potrei chiamarmi Stefano, ma questo non importa: oggi non voglio parlare di me.


Il lavoro in fabbrica, sia esso in officina, in fonderia, in catena di montaggio o alle lavorazioni meccaniche, richiede oggi meno praticità manuale di ieri, ma più conoscenza ed esperienza in un dato settore: da qui nasce la qualifica “operaio specializzato”. Un operaio specializzato, nel mio settore (quello dei macchinari che vanno avanti anche di notte o a Natale e non si fermano mai) porta a casa, straordinari alla mano, attorno ai 1500 euro netti al mese, che in tempo di crisi e di rivolte non sono pochi, almeno a prima vista. Se poi non si incorre nei rischi delle delocalizzazioni e delle conseguenti perdite del posto, si è ancora più fortunati.


La differenza che invece pochi conoscono tra l’operaio sotto-pagato di ieri e lo spensierato operaio specializzato di oggi è che mentre prima non vi erano computer o controlli robotizzati, oggi ci sono metodi di produzione calcolati e cronometrati, al punto che nella produzione di massa (per pezzi di piccola dimensione, quindi di rapida fabbricazione) sono calcolati anche i movimenti degli arti dell’operaio che carica in macchina i pezzi da lavorare e le operazioni da fare, cosi da far avere ai piani alti un costo approssimativo in relazione al tempo per la produzione di una determinata commessa. Una sorta di grande fratello applicato alla produttività e all’industria: un Moloch fatto di pressioni psicologiche e efficientismo su vasta scala. Il mito della concorrenzialità eretto a sistema, il degno accessorio della società del “produci, consuma e crepa”.


I piani alti, quelli che decidono il ritmo, raramente scendano in officina a constatare quanto spesso, a causa di una scarsa cura dei macchinari causata dalla necessità di risparmiare il tempo della manutenzione e continuare a produrre, gli operai sprechino il 30% della loro giornata per lubrificare degli ingranaggi ormai obsoleti, con buona pace dei tempi e dei record di velocità. Ma prima facciamo un passo indietro: andiamo a vedere che cosa succede quando i piani alti scendono giù, nello sporco dell’officina.

L’Asia ha conquistato gran parte della produzione metalmeccanica di tutto il mondo, ma fortunatamente le lavorazioni di alta precisione dove si richiede una manodopera specializzata (qualche volta anche laureata) vengono ancora svolte qui in italia. In questi settori, dato l’alto costo del prodotto finale, il cliente chiede spesso - oltre all’usuale certificazione del prodotto - di poter visionare ad occhio nudo il cuore dell’azienda, ossia l’officina stessa.


Ed è qui che l’operaio moderno dovrà svolgere il reale 50% del suo lavoro, quello che più conta: non si tratta più solo di caricare dei pesi, sbloccare ingranaggi o tagliare l’acciaio, ma si tratta “semplicemente” di sorridere. Ebbene sì, sorridere. L’operaio deve sorridere d’estate quando a causa della mancanza di un adeguato impianto di condizionamento (o semplicemente l’assenza di quest’ultimo) sente dire che qualcuno sviene (se poi questo disgraziato nello svenire cadesse in un macchinario non è dato poterlo pensare); deve sorridere quando è inverno e per il freddo gli si spaccano le mani sanguinanti; deve sorridere quando respira polvere di ferro e deve sorridere quando gli vengono messi i piedi in testa da imbranati incravattati. E questo perché l’operaio è un numero: una banale e semplice matricola sorridente. Oggi l’operaio è solo una matricola, un numero che può essere facilmente rimpiazzato, e di cui nessuno sentirà la mancanza. Un numero che non può contare più neanche su quella spontanea solidarietà che un tempo si creava in fabbrica, perché quelli che “tengono famiglia” hanno sempre qualcosa da perdere e nessuno è disposto ad alzare la testa.


L' operaio passa otto o nove ore al giorno tra i macchinari dell’azienda e grazie alla sua esperienza conosce e scopre i metodi migliori per velocizzare la produzione o per renderla più sicura, ma il suo parere non importa a nessuno, perché per quanto il suo metodo possa essere più efficace di altri, nessuno lo ascolterà e gli imbranati incravattati continueranno a ripudiare le sue proposte obbligandolo senza sforzo a usare i loro metodi,  perchè un computer li classifica come i più rapidi.

L' operaio di oggi è quindi un sorridente schiavo, costretto da uno stipendio a chinare la testa e a non poter dire la sua. Costretto a usare metodi e ritmi catalogati da una macchina, costretto alla produttività più spersonalizzante e alla più cieca rinuncia alla propria dignità di uomo e di lavoratore. Poco importa che durante le sue ore lavorative abbia dato il massimo: gli operai migliori sono quelli disposti a farsi dilatare l’ano nel momento del bisogno, che sia il lavoro domenicale o il turno a Natale. Per i piani alti l’operaio è un burattino qualsiasi senza faccia o nome. Un burattino che sorride, preme bottoni e stringe bulloni, ancor meglio se muto e senza pretese. Forse è per questo che la maggior parte degli operai sono anche cacciatori: dopo essere stati schiacciati 6 giorni su 7 dal più forte, il settimo giorno vogliono poter esser loro a soffocare chi è senza voce e più debole di loro. Ma questa è una mia supposizione…

Alla fine, la fabbrica, è il perfetto specchio della società moderna: accecata dal nulla di un nuovo video-telefonino e assetata di un sorriso; poco importa se poi, dietro la maschera del sorriso, ci sia un orco o una fata. Quel che conta è apparire felici, mostrare tranquillità e ostentare gioia.  L’operaio nella democrazia, come la democrazia nella dittatura del sorriso: poco importa saper mantenere la parola data o essere uomini d’onore; meglio essere assassini asserviti al sistema, ma col sorriso sulla faccia. Ancor meglio se poi, quella bella faccia, è rifatta dal chirurgo.

venerdì 24 febbraio 2012

DA ROMA AD ATENE SPEZZIAMO LE CATENE!


Iniziata la mobilitazione per i due marò

di Marcello de Angelis (Secolo d'Italia)

Sul Secolo di ieri avevamo auspicato e annunciato che istituzioni e cittadini facessero sentire la propria solidarietà a Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, i due fucilieri di Marina detenuti illegalmente in India. Solidarietà che nell’immediato va fatta sentire ai loro familiari e ai loro commilitoni, perché possano far sapere per le vie possibili ai nostri militari che il loro popolo e la loro nazione gli sono vicini. 

Nella giornata di ieri è stata presentata l’iniziativa di apporre un grande cartellone con le foto dei nostri due soldati sui palazzi istituzionali, per dare concreta visibilità a questa attenzione. Si spera che l’iniziativa venga raccolta da tutte le amministrazioni senza condizionamenti ideologici. Potranno fare lo stesso associazioni, parrocchie o privati. Un modo di manifestare civile e molto visibile. Ma l’impegno delle istituzioni non basta, il manifesto di solidarietà dovrà viaggiare sulla rete con ogni possibile strumento: anche i singoli potranno dare il loro contributo. “Salviamo i nostri marò” è la pagina allestita su facebook alla quale si potrà aderire e dalla quale condividere il manifesto. 

È giusto che ai professionisti della Farnesina sia concesso fare il proprio lavoro nell’interesse dei nostri connazionali senza indesiderate pressioni o interferenze. Ma è altrettanto essenziale che i due marò tornino al più presto in libertà e che al loro ritorno trovino ad attenderli non solo parenti e amici, ma la Patria intera.

giovedì 23 febbraio 2012

ALLARME DROGA A FIRENZE, TORSELLI (PDL): "PREOCCUPANTI DATI FORNITI DAI SERT: IN AUMENTO IL CONSUMO DI EROINA TRA I GIOVANI"

“’Testa a testa’ tra Firenze e Milano per il primato di consumo di cocaina, mentre alla Toscana va il record del consumo di antidepressivi” 

“Esprimiamo una viva preoccupazione per i dati presentati oggi da alcuni responsabili dei SERT presso la IV Commissione Consiliare secondo i quali tra i giovani della nostra città è in preoccupante aumento l'uso di eroina, la più letale delle droghe, che molti davano per scomparsa dalle nostre strade col finire degli anni '80. E altrettanto preoccupanti sono i dati sul consumo della cocaina che, dopo il triste primato rilevato qualche anno fa, che indicava Firenze come una delle città europee con il più alto consumo di 'polvere bianca', non accenna a diminuire: ancora una volta infatti, stando ai dati del 2011, il primato per la città con il maggior consumo di cocaina in Italia è conteso tra Milano e Firenze”. Questo il commento di Francesco Torselli, consigliere del PdL a Palazzo Vecchio.

“I nostri SERT cittadini - spiega il consigliere - hanno in cura attualmente 1800 pazienti, il 69% dei quali dipendente da eroina, il 15% da cannabis, l'11% da cocaina e il 3% da anfetamine. Di questi il 20% è rappresentato da cittadini extracomunitari, mentre il 10% è addirittura rappresentato da soggetti minorenni”.

“Una delle considerazioni che abbiamo ascoltato dagli operatori dei SERT - prosegue Torselli - e che deve farci maggiormente riflettere è che gli attuali consumatori di eroina, arrivano alla siringa dopo un percorso condotto in escalation, partendo dalla cannabis, passando per le anfetamine e la cocaina. Questo ragionamento, da noi sostenuto da lungo tempo, nega una volta per tutte le teorie antiproibizioniste che miravano a negare qualsiasi tipo di corrispondenza tra il consumatore di droghe cosiddette 'leggere' ed il consumatore di droghe 'pesanti'. Purtroppo i dati forniti da chi quotidianamente ha a che fare con il problema droga ci dicono il contrario e questo ci convince una volta di più a pensare che il problema della tossicodipendenza vada combattuto alla radice, sensibilizzando i giovani sul fatto che non esistono droghe 'buone' e droghe 'cattive' e che niente può essere più dannoso della teoria del 'Che vuoi che sia, una volta ogni tanto...'”.

“Sempre secondo le stime fornite dal SERT - continua l'esponente del PdL - a fronte di circa 1300 eroinomani attualmente in cura, nella nostra città ve ne sono almeno più del doppio che non si sono rivolti, o che non vogliono rivolgersi, alle strutture di cura, il che rende le cifre del fenomeno ancora più preoccupanti. Senza considerare le altre dipendenze dei quali i giovani sembrano soffrire: nella fascia di età compresa tra 14 e 24, oltre il 60% dichiara di assumere regolarmente bevande alcoliche ed il 20% circa (19,7%) è già fumatore abituale. Ed i primati della nostra città e della nostra regione non finiscono qui: la Toscana è la regione infatti, in cui si registra il più alto consumo di antidepressivi”.

“Questo quadro - conclude Torselli - è altamente preoccupante, e dovrebbe portare le istituzioni ad incentivare notevolmente le iniziative di prevenzione e di lotta alla droga, chiudendo in un cassetto, una volta per tutte, la politica della tolleranza ed investendo decisamente fondi e risorse umane nel campo dell'informazione e della cura. La droga, lo sosteniamo da tempo, non è mai un problema da sottovalutare, sia essa naturale o sintetica, con effetti rilassanti o eccitanti, ma che addirittura i nostri giovani inizino a ricorrere nuovamente a quella piaga sociale che ha rappresentato l'eroina negli anni '80, è un dato che boccia senza appello le politiche sanitarie di Comune e Regione nella direzione della lotta alle tossicodipendenze messe in campo da trent'anni a questa parte”.

Il popolo (di Alain de Benoist)




di Alain de Benoist (Diorama)

La parola «popolo» può avere due significati diversi, a seconda che lo si consideri come un tutto (un territorio e l'insieme degli abitanti che lo occupano, l'insieme dei membri del corpo civico) oppure come una parte di quel tutto (le «classi popolari»). Nella lingua francese, «peuple» ha in un primo momento designato un insieme di persone legate da una comunità di origine, di habitat, di costumi e di istituzioni. È il significato che il termine riveste quando fa la sua comparsa nel IX secolo, in particolare nei Serments (giuramenti) de Strasbourg (842). Ma ben presto si è diffusa la seconda accezione: il popolo "popolare", per contrasto con le élites dominanti, è la "piccola gente", la "gente da poco", quel "popolo minuto", come si diceva nel XVIII secolo, la cui definizione non si riduce affatto a una semplice dimensione economica (contrariamente aí "diseredati" o ai "più bisognosi"). Questa ambivalenza è estremamente antica.

Risale alla Grecia arcaica, dato che il termine demos è già attestato nel sillabario miceneo (da-mo). In origine, il demos rappresenta un modo di pensare la comunità in rapporto stretto con il territorio che gli è proprio e sul quale si esercita l'autorità dei suoi dirigenti (da ciò il "deme", circoscrizione territoriale e amministrativa). Questa dimensione territoriale del demos è direttamente legata alla sua dimensione politica. Già nei testi omerici, il demos non si confonde assolutamente con l'ethnos. Si distingue altresì dal laos, che si riferisce piuttosto ad un gruppo di uomini posti sotto l'autorità di un capo. A Sparta, attraverso la nozione di demos si costituisce l'ideale del cittadino-soldato. Ad Atene, il demos si riferisce all'insieme dei cittadini, cioè alla comunità politica che forma l'elemento umano della polis. In quanto soggetto del,—/ l'azione collettiva, è esso a creare Io spazio comune sulla cui base si può svolgere un'esistenza sociale propriamente politica.

A partire dal V secolo príma della nostra era, il termine demos designa anche la democrazia, ed acquista nel contempo una risonanza peggiorativa per coloro che stigmatizzano l'esercizio del kratos da parte del demos. Ma designa altresì un "partito popolare", equivalente della plebs romana, di cui si trova traccia già nei testi di Solone.
Il principio della democrazia non è quello dell'eguaglianza naturale degli uomini fra di loro, bensì quello dell'eguaglianza politica di tutti i cittadini. La "competenza" a partecipare alla vita pubblica non ha altra fonte al di fuori del fatto dí essere cittadini. Scrive Hannah Arendt: «Noi non nasciamo eguali, diventiamo eguali in quanto membri di un gruppo, in virtù della nostra decisione di garantirci reciprocamente eguali diritti». Il popolo, in democrazia, con il suo voto non esprime opinioni che siano più vere di altre.

Fa sapere dove vanno le sue preferenze e se sostiene oppure sconfessa i suoi dirigenti. Come scrive molto giustamente Antoine Chollet, «in una democrazia, ii popolo non ha né torto né ragione, ma decide». E il fondamento stesso della legittimità democratica. È proprio per questo che la domanda «chi è cittadino?» — e chi non lo è — è l'interrogativo che fonda ogni prassí democratica. Allo stesso modo, la definizione democratica della libertà non è l'assenza di costrizione, come nella dottrina liberale o in Hobbes («the absence of external impediment», si legge nel Leviathan, 14), ma si identifica con la possibilità per ciascuno di partecipare alla definizione collettiva delle costrizioni sociali. Le libertà, sempre concrete, si applicano ad ambiti specifici e a situazioni particolari. Un popolo può anche essere considerato composto da una moltitudine di singolarità, ma ciò non gli impedisce di formare un tutto, e quel tutto ha qualità specifiche indipendenti da quelle che ritroviamo negli individui che lo compongono. E perché il popolo forma un tutto che il bene comune non si identifica con un "interesse generale" che non sia nient'altro che la somma di interessi individuali. Il bene comune è irriducibile a qualunque sorta di suddivisione. Non richiede una definizione morale, ma una definizione politica.

In ogni governo rappresentativo vi è un'evidente inflessione antidemocratica, cosa che Rousseau aveva ben visto («Nell'istante in cui il popolo si dà dei rappresentanti, non è più libero», Contratto sociale, III, 15). La partecipazione politica vi è infatti limitata esclusivamente alle consultazioni elettorali, il che significa che il demos non raggruppa più degli attori, ma solamente degli elettori. Vi si afferma implicitamente che il popolo non può prendere da sé la parola, non deve fornire direttamente il suo punto di vista sui problemi del momento o su decisioni che chiamano in causa il suo futuro, che addirittura vi sono argomenti che devono essere sottratti al suo parere, dato che le decisioni e le scelte devono essere esercitate soltanto dai rappresentanti che esso designa, vale a dire da élites che non hanno mai cessato di tradire coloro dai quali avevano ricevuto il potere, élites alla cui testa si collocano gli esperti, che confondono regolarmente i mezzi con i fini. La percezione sociale del popolo si trasforma a partire dal XVIII secolo, nel momento in cui viene inventata la "società". Da un lato, si teorizza l'«anima del popolo» ( Volksseele), dall'altro si vede nel popolo —le classi popolari — un nuovo attore sociale capace di rimettere in discussione le antiche gerarchie. Nel XIX secolo, la destra conservatrice difende prima di tutto il popolo come totalità — con un netto scivolamento dal demos all'ethnos—, nel momento stesso in cui sviluppa una mistica dell'unità nazionale che giunge fino all'"unione sacra", mentre i socialisti difendono le classi popolari. E una dissociazione profondamente artificiale, dal momento che la "gente de popolo na sempre formato un'ampia maggioranza del "popolo". Il popolo deve infatti essere difeso in tutte le sue dimensioni.

L'esempio della Comune di Parigi è, da questo punto di vista, particolarmente notevole, giacché quel movimento ha coagulato nel contempo una reazione patriottica (la paura di assistere all'ingresso delle truppe prussiane a Parigi) e una reazione proletaria (il timore di una reazione monarchica contro il risultato delle elezioni del febbraio 1871).

Nel corso di quelle giornate, che termineranno nel sangue, il popolo parigino insorto prende il potere. In poche settimane, riesce a riversare le sue parole d'ordine in programmi, ad abbozzare al di là dei provvedimenti d'urgenza un'inedita forma istituzionale. In materia di rappresentanza, la Comune elegge da sé i propri delegati e proclama la revocabilità dei mandati. Sul piano sociale, sopprime le ammende sui salari, prevede la gratuità della giustizia e l'elezione dei magistrati. Decide inoltre la separazione tra la Chiesa e lo Stato, stabilisce il principio dell'insegnamento gratuito e obbligatorio, si pronuncia perfino per il «governo del mondo delle arti da parte degli artisti». L'ispirazione generale è quella del federalismo proudhoniano. L'associazione dei lavoratori viene posta come principio basilare dell'organizzazione della produzione. I versagliesi impediranno a quel programma di realizzarsi. «Il cadavere è a terra, ma l'idea è in piedi», dirà Victor Hugo.

mercoledì 22 febbraio 2012

STASERA SI PROIETTA "IL PROFETA"...


Questa sera. Ore 21,30 proiezione de "Il Profeta", secondo film per il ciclo "Oltre le sbarre" sulla carcerazione e i diritti dei detenuti. Un evento a Casaggì, con Cinecrew Firenze. 

MELONI A FIRENZE: SE L'ANTIFASCISMO S'INDIGNA...

L'indignazione, di recente, è diventata una pratica piuttosto comune. Si è riscoperto un verbo. Ci si indigna per tutto. In nome dell'indignazione si piantano tende, si spaccano vetrine, si lanciano proclami e si riempiono giornali. E' una pratica tutta nuova, di quelle che ciclicamente tengono occupata la sinistra nostrana: un tempo si facevano i girotondi, poi si facevano i no-global, poi le tute bianche, poi i no-tav, poi i no-vat, poi si sbattevano le pentole: ora ci si indigna. Non ci si incazza più: ci si indigna, che è anche più chic.

E ci si è indignati anche ieri. Ad indignarsi sono quelli del Caat, che non è la marca di una carne in scatola per gatti, ma il Comitato Antirazzista e Antifascista Toscano, cioè un'armata Brancaoleone composta da militanti dei centri sociali, pensionati con molto tempo libero e poche bocciofile attorno a casa, radical-chic della Firenze bene con la sciarpetta multicolore e il capello cotonato. La loro unica attività è quella di controllare il nostro sito web per poter emettere di volta in volta un comunicato che dica "no" alla nostra ultima proposta. 

Ieri si sono indignati perchè, lunedì 27 febbraio, Casaggì sarà presente alla presentazione del libro di Giorgia Meloni nella sede del Quartiere 2. Una presentazione che non abbiamo organizzato noi, ma alla quale abbiamo deciso di partecipare, su invito del Pdl e dei suoi eletti. Invito gradito e raccolto. E pare che ad indignare lorsignori, oltre alla presenza della Meloni che a loro dire propaganderebbe "razzismo, xenofobia e nazionalismo", sia la nostra partecipazione all'evento.

Ma c'è un problema. Prima di opporsi alla presentazione di un libro, di solito, è necessario averlo letto. E sebbene sia chiedere troppo a chi vive di slogan e di antitesi a priori, è comunque lecito ricordare a lorsignori che esistono quanto meno le quarte di copertina o i resoconti brevi in rete. Se li avessero letti, infatti, avrebbero immediatamente capito che in "Noi crediamo" non c'è nessuna mania distruttiva, nè alcuna pregiudiziale, nè alcuna discriminazione verso chicchessia. Si raccontano le storie di giovani che hanno avuto il coraggio di credere e di osare, che hanno lanciato una sfida e hanno raccolto un testimone, che si sono messi in gioco e hanno rischiato, che hanno costruito, sognato e amato; che hanno anteposto qualcosa al solo bene personale, che hanno guardato oltre. 

Insomma, si racconta lo spiraglio di una generazione che è la loro antitesi, il contrario di ciò che lorsignori rappresentano. L'Italia vincente e caparbia che evidentemente disturba i perdigiorno e gli annoiati de noantri. Ciò che non si può raggiungere, per incapacità e pigrizia, è un fantasma da scacciare. Capiamo perfettamente che il confronto con la parte sana di questo paese li spaventi: può mostrare a loro stessi quanto di marcio si portino dentro. 

martedì 21 febbraio 2012

Il libro “nordcoreano” sulla vita di Monti

«In principio era il Sobrio Leader, e il Sobrio Leader era presso Dio, e il Sobrio Leader era Dio». Poteva benissimo iniziare così l’imbarazzante agiografia di Mario Monti appena uscita in ebook a cura di Nicola Capodanno per gli Editori Internazionali Riuniti: Monti per la risalita - Un professore per palazzo Chigi. Un lavoro dal taglio nordcoreano, il cui primo capitolo è stato messo a disposizione gratuitamente da Corriere.it. Basta cliccare, quindi, e ci si immergerà come d’incanto nella vita, nelle opere e nei miracoli del Sobrio Leader, immortalate dalla penna di un ex giornalista de L’Espresso e pubblicate dalla casa editrice che fu custode della più rigida ortodossia togliattiana. Sfogliamo – virtualmente – ed entriamo nella sagra dell’aggettivo accondiscendente. Non a caso l’incipit dell’opera è già tutto un programma: «Schivo, riservato e controllato». Un inizio con il botto, che dà un po’ il tono a tutto il resto dell’opera. Anche se, andando avanti, troveremo anche di peggio.


 Roba che Una storia italiana, il volumetto autoprodotto da Berlusconi per raccontare la propria vita, al confronto sembra scritto da Travaglio. Scopriamo quindi che negli anni della giovinezza il Sobrio Leader era moderato, sì, ma non disdegnava qualche puntatina allo stadio o qualche giro con la sua Lancia Flavia coupé. Della serie: anche i bocconiani sanno divertirsi. Non si hanno notizie, per il momento, di acqua tramutata in vino in qualche banchetto nuziale, ma confidiamo nella ricerca d’archivio. Seguono gli studi: Bocconi, ovviamente, Yale, gli studi a fianco di Tobin, quello della tax, eccetera eccetera. Non mancano citazioni della presentazione del dottorato honoris causa all’Istituto di studi politici di Parigi. In quell’occasione il mentore del futuro Sobrio Leader è Dominique Strauss-Kahn, che più tardi diventerà direttore generale del Fondo monetario internazionale. Nonché noto sessuomane (ma su questo Capodanno sorvola, sia mai che il quadretto idilliaco possa essere anche solo indirettamente turbato da interferenze).

Ma intanto passano gli anni e il nostro eroe si fa notare anche dal mondo politico. Ma sempre a debita distanza: «Un carattere come quello del professore non gli consentirebbe mai di affrontare comizi in piazze affollate o corse alla conquista di primarie di partito». Nonostante questa purezza francescana, il futuro Sobrio Leader verrà nominato dal Cavaliere come commissario europeo. In Europa, lontano dal fracasso plebeo delle italiche vicende, Egli si trova nel suo elemento. È in questo contesto, infatti, che si ha notizia dei suoi primi miracoli. Come quando, nel 1999, «si rifiuta di piegarsi alla volontà delle lobby e abolisce le vendite duty-free di alcol e tabacco per i viaggiatori che si spostano all’interno delle frontiere dell’Unione europea». Ed Egli vide che era cosa buona. L’abolizione del duty-free, infatti, rappresenta per Capodanno «un altro aspetto centrale della figura di Monti, ovvero: battersi per i principi giusti come farebbe Davide contro Golia» (c’è scritto davvero, giuro, è a pagina 15). Sconfitta la terribile lobby aeroportuale, il futuro Sobrio Leader attacca le oscure legioni di Microsoft. 

La politica, ingrata, non ne apprezza la santità o forse ne ha timore. «Ma la fine del mandato di commissario non significa che sia esaurita la sua sfida per l’integrazione europea». Nel periodo post-Commissione, infatti, Egli si dà molto da fare per diffondere la buona novella. In quel tempo diventa anche international advisor di Goldman Sachs, pudicamente definita nel saggio come «una delle più grandi e importanti banche d’affari del mondo». Non una-riga-una sulle imprese discutibili di questa combriccola di benefattori il cui peso in Europa ha impensierito persino Le Monde. 

Nulla sul suo ruolo nella crisi, nulla sui titoli spazzatura, nulla sulle operazioni speculative che hanno colpito il settore agroalimentare mondiale, nulla sulle provatizzazioni italiane degli anni ’90. Persino un montiano doc come Massimo Gramellini, nell’ambito di un panegirico di Mario Draghi (!), ebbe il pudore di riconoscere che la Goldman Sachs è una «cattedrale della finanza che non dà molti punti per il concorso di santità». Ma nell’agiografia del Sobrio Leader di tutto questo non si parla anche se (coda di paglia?) si precisa come Egli non abbia svolto alcun ruolo dirigenziale esecutivo in quella banca. E Bilderberg? E la Trilateral Commission? Innocui circoli d’affari, un po’ troppo riservati, forse, ma nulla di cui preoccuparsi. «Lo scopo [di questi incontri] è quello di favorire lo scambio qualificato di opinioni, non di prendere decisioni». Meno male, chissà che pensavamo noi. Ma non di sole oligarchie vive un Sobrio Leader. Egli è infatti «molto legato alla famiglia». I figli – Federica e Giovanni – hanno carriere di successo (ma guarda un po’). Del maschio, in particolare, si dice che sia «la fotocopia del padre in termini si serietà e concretezza». Ma non c’è vera vita privata, per chi ha scelto il cammino della santità: «Inevitabilmente, anche in vacanza porta con sé tonnellate di carte da studiare». A Milano (dove ha una casa «elegante, ma comunque molto sobria»), Egli è solito camminare per le vie del centro con fare dimesso. «Non lo fa per “snobismo”, ma soltanto perché preferisce evitare inutili scambi formali». 

A volte potrebbe sembrare uno sulle sue, ma ricordiamoci che Egli si è fatto uomo per noi. In ogni caso, «difficilmente lo si incontra in luoghi pubblici anche perché non frequenta ristoranti o caffé alla moda al solo scopo di essere visto o magari essere ripreso dalle telecamere». Non c’è scritto, ma è probabile che si nutra solo di acqua di fonte e poche fette di pane bianco, giusto per conservare il proprio candore. Ciononostante, il Sobrio Leader «è una persona molto divertente», «è un eccellente comunicatore e ha una struttura logica invidiabile». In fondo il suo messaggio è amore e infatti la deputata danese Karin Riis-Jorgensen si lascia andare, in Parlamento, ad uno spassionato: «Mister Monti, I love you». È così che «quando lascia la Commissione, raccontano alcuni testimoni, tra gli addetti ai lavori era evidente la commozione e più di uno lo saluta con le lacrime agli occhi». 

A Bruxelles la luce del suo ufficio è accesa anche di notte, poiché Egli lavora fino a tardi. Conosce tutti e di tutti ha la stima. Ma alla fine, Egli decide di sacrificarsi per noi. Accetta quindi la croce del governo e sale sul Golgota di Palazzo Chigi. Il compito è arduo, ma Egli lo affronta con la serenità dei probi. Egli non ha paura. È il Sobrio Leader. Ed è qui per noi.

di Adriano Scianca (Secolo d'Italia)

lunedì 20 febbraio 2012

APPROVATA LA NOSTRA PROPOSTA: UNA STRADA A BOBBY SANDS...



Quest'oggi il consiglio comunale ha votato e approvato la nostra proposta, portata avanti da Francesco Torselli, per intitolazione di una via a Bobby Sands. Una vittoria che rivendichiamo con orgoglio e che vogliamo dedicare a chi, ancora oggi combatte per la libertà dei popoli e per l'autodeterminazione. In Irlanda, ma non solo. 

Tiocfaidh ár lá!

Madonna che silenzio c'è stasera

di Gabriele Marconi (Area)

Di questi tempi mi torna in mente il titolo di un film del 1982, con Francesco Nuti: Madonna che silenzio c’è stasera. Ma non per la trama né per l’ambientazione (anche se fa quasi tenerezza vedere le aziende tessili di Prato ancora in mano agli italiani). È proprio per il titolo, che commenta perfettamente quello che sta succedendo. Possibile che tutti quelli che fino a un paio di mesi fa urlavano e strepitavano a difesa dei diritti dei lavoratori, degli studenti o dei pensionati, adesso se ne stiano zitti e buoni e soddisfatti? Ricordate le levate di scudi per ogni riforma prospettata dal governo di centrodestra? A ogni più piccola iniziativa sembrava che stessimo per essere schiantati da un meteorite. Adesso il governo Monti si può permettere di sospendere l’articolo 18, annunciare licenziamenti, imporre nuove tasse e reintrodurre quelle vecchie, aumentare il prezzo dei carburanti… e la risposta è il silenzio.
I nuovi ministri promuovono in santa pace leggi infinitamente più dure di quelle del centrodestra, perché tanto nessuno reagisce. Dove sono adesso i sindacati che scendevano in piazza tutti i giorni contro gli “attacchi incivili” al mondo del lavoro? Dov’è adesso il mondo dell’informazione che cannoneggiava di continuo Brunetta & C. per ogni dichiarazione? Fornero, Monti e banchieri associati si permettono battute da padroni delle ferriere e i giornali non fanno nemmeno finta di accorgersene… Se l’avesse detto Tremonti che «chi si laurea a 28 anni è uno sfigato» o che «i giovani non trovano lavoro perché vogliono stare vicino a mammà», i nostri arditi mediatici avrebbero scatenato i loro colleghi della stampa internazionale e se ne sarebbe parlato finanche al tg degli esquimesi… 
Dicevano che Berlusconi controllava l’informazione e così c’è scritto pure nei manuali di storia per le scuole, eppure - a prescindere dai suoi errori - è stato l’attacco dei mass media ad abbatterlo. E allora dov’era questo presunto controllo? L’abbiamo scritto tante volte su queste pagine: la realtà che conosciamo è quella che ci comunicano. Ma allora, come facevano tutti a sapere che Berlusconi controllava l’informazione? Lo comunicava lui stesso? La risposta è ovvia e matematica: no. Era una “realtà” che ci veniva propinata dalla stragrande maggioranza dei giornali e telegiornali, riviste e trasmissioni televisive, film, libri e monologhi teatrali. E se l’attacco era giustificato dalle mancanze di Berlusconi, perché adesso la stessa macchina da guerra niente affatto gioiosa tace vergognosamente davanti a un governo che sta portando avanti una politica infinitamente più “padronale” (oltre che supina agli interessi esteri) fregandosene dell’opinione degli elettori, visto che tra l’altro nessuno lo ha eletto?
Dove sono adesso le inchieste contro gli abusi di potere e contro i conflitti d’interesse?
E dove sono adesso gli implacabili contestatori?
Dove sono i comici col dente avvelenato dall’ideologia e i tribuni televisivi sempre pronti a invocare la libertà d’insulto?
Tutti spariti, grati a questo governo che ha defenestrato l’odiato Cavaliere.
Hanno venduto l’anima al diavolo pur di riuscire là dove il confronto democratico li aveva sconfitti.
Venduti alle banche che volevano distruggere.
Venduti ai finanzieri globalisti che volevano incatenare.
Venduti ai padroni che dicevano di odiare.
Venduti al “sistema borghese” che volevano abbattere.
Venduti, venduti, venduti.
Come avvertivamo il mese scorso, è anche ricominciata la caccia alle streghe stile anni Settanta, con paginate allarmanti (e deliranti) sul “pericolo nero” e - come da copione di un-colpo-al-cerchio-e-uno-alla-botte - sono arrivati gli arresti dei miliziani No Tav dei centri sociali. E così, distratti dal risorgere degli “opposti estremismi”, oltre che da naufragi e bufere di neve, gli italiani possono sopportare pure le schifezze che vengono impastate sulle loro teste.
Do you remember “meglio i ladri che gli assassini”?

domenica 19 febbraio 2012

Tenace e generosa: la Meloni dipinge la meglio gioventù

di Vittorio Macioce (Il Giornale)

Quando pensi che fino a qualche giorno fa era un ministro ti dimentichi che ha trentaquattro anni. In un paese di vecchi questo suona ancora stonato. Giorgia Meloni non fa nulla per nascondere la sua età, l’accento romano, i pomeriggi passati nella sezione della Garbatella, le fughe in «astromini» il sabato mattina dai palazzi della capitale, la passione «straniera» per le ballate lacustri di Davide Van De Sfroos e quell’aria cocciuta nel rifiutare l’idea che la colpa sia sempre degli altri, del prossimo, del vicino, della sfiga, delle multinazionali e del mondo bastardo. Può starvi simpatica o antipatica, ma Giorgia Meloni un merito ce l’ha: è una che ci mette la faccia.

Molti hanno detto che il suo era un ministero inutile. Sulla sua generazione però lei ci ha scommesso. Tanto da scriverci un libro. È uscito da poco per Sperling & Kupfer. Il titolo è Noi crediamo, viaggio nella meglio gioventù d’Italia. Non è un’autobiografia. Non è un saggio per spiegare la bella politica. Non è una sintesi di qualche anno al ministero. Non è neppure il blog segreto di Giorgia Meloni. È una serie di ritratti, di persone, giovani, che a lei piacciono, un po’ perch´ magari ci si riconosce, un po’ perch´ li stima o magari vorrebbe essere come loro. Di lei parla solo nell’introduzione, per spiegare le sue scelte, per dire cosa significa fare politica, per raccontare la sua idea di destra, quasi a fare il controcanto a Gaber con quel «qualcuno era di destra». Cose così, solo per citarne una: «Qualcuno era di destra perch´ voleva essere parte di un grande movimento popolare. Non circoscritto a banchieri, lobbisti e pseudo intellettuali».



Il resto sono ritratti. Ci trovi Pino Maddaloni, oro olimpico a Sidney 2000, categoria 73 chilogrammi, una vita sul tatami e ora che non combatte più manda avanti una palestra dove insegna judo ai ragazzi di Scampia, il quartiere della camorra dove è cresciuto. C’è Simona Atzori che balla e dipinge e fa mostre e vende quadri e ci crede e quasi non ti accorgi che è nata senza braccia. C’è Marco Marchetti, simbolo prosaico di una generazione ribelle, perch´ ha scelto di sposarsi e fare un figlio anche senza un contratto a tempo indeterminato, da precario, da nomade. C’è la blogger siriana Lubna Ammoune orgogliosa di essere «italiana punto e basta». C’è chi come Alessandro Romani, incursore del Col Moschin chiude gli occhi a 36 anni e l’ultima cosa che vede è la terra brulla di Nassiriya. Ci sono Carmelinda Missione e Paolo De Coppi, semplicemente una madre che fa nascere una figlia e un ricercatore che cerca di capire dove comincia l’umano e dove finisce la scienza. C’è il suo elfo dei boschi che ha regalato a Giorgia la speranza che la terra di mezzo non venga annientata dagli orchi e dalla macchine. Ci sono le paure di Federica Pellegrini e la lealtà di Mirco Bergamasco.

C’è la storia di due ragazzi che fecero l’impresa. Due ragazzi con un sogno. «Volevano fare i gelatai. Ma non per fare un gelato come tanti. No, loro volevano fare il gelato più buono che si potesse trovare in giro. Per intendersi, un gelato alla fragola che sapesse di fragola, che non avesse un sapore indefinito, uguale a mille altri». È la storia di Guido e Federico e ci sono riusciti. E poi c’è un ragazzo che a 22 anni si ritrova al Gianicolo con la gamba sinistra in cancrena e sussurra che non ha paura di farsela tagliare. L’importante è continuare a vivere. Non ce la fa. Muore per una vaga idea di Italia. Si chiamava Goffredo Mameli.

RICORDIAMO A TUTTI CHE GIORGIA MELONI PRESENTERA' "NOI CREDIAMO"
LUNEDì 27 FEBBRAIO ORE 18
A VILLA ARRIVABENE (Piazza Alberti 1/a)
sala consiliare Quartiere 2

sabato 18 febbraio 2012

GIORGIA MELONI A FIRENZE PER "NOI CREDIAMO".


«Noi crediamo. Crediamo nei giovani, nella politica, nella giustizia, nell’eguaglianza, nel merito. Crediamo nella nostra Nazione, una Nazione nata centocinquant’anni fa dal sacrificio di un gruppo di ragazzi, molti dei quali poco più che ventenni. Una banda di idealisti, sognatori e poeti, capaci di abbandonare tutto e prendere le armi per inseguire l’utopia dell’unità nazionale».

In un momento di crisi – della politica, dell’economia, degli ideali – serve ricordare da dove veniamo, il nostro patrimonio di valori e cultura, la nostra identità. Perché, mai come ora, è pericoloso cedere alla tentazione del disimpegno, dell’apatia e del qualunquismo mascherati da lotta alla “Casta”, da antipolitica. È vero, quella di oggi è una società bloccata. Bloccata da rendite di posizione, dalla mancanza di mobilità sociale, da vecchi schemi che non corrispondono più alla realtà, che invece è profondamente mutata. E sono i giovani a pagare il prezzo più alto, costretti a vivere un presente di precarietà e a immaginare un futuro ancora più incerto.

Per loro c’è bisogno di aggredire dalle fondamenta la società dei privilegi consolidati e costruire sulle sue macerie l’Italia del merito capace di far emergere e premiare l’energia visionaria, la tenacia, il talento. Giorgia Meloni, il più giovane ministro nella storia della Repubblica, ha raccolto le storie di ragazzi e ragazze che vivono con coraggio, determinazione, passione.

Alcuni sono famosi, come Federica Pellegrini o Mirco Bergamasco, altri no, ma non sono meno importanti, perché tutti protagonisti di storie esemplari e avvincenti, che meglio di molti discorsi illustrano i princìpi – dalla lotta alla mafia alla difesa della vita – per cui l’autrice si batte da anni e che ne hanno ispirato l’intera attività politica. Sono storie che nascono da un incontro, da una sintonia di valori, dalla certezza che le vite di questi giovani servono ad altri. E che servono all’Italia per essere un Paese migliore.

GIORGIA MELONI PRESENTA IL SUO LIBRO
"NOI CREDIAMO"
LUNEDì 27 FEBBRAIO 2012
VILLA ARRIVABENE ORE 18
Piazza Alberti 1/a - Firenze (sala consiliare Quartiere 2)


A SEGUIRE CENA SOCIALE A CASAGGì - VIA FRUSA 37

venerdì 17 febbraio 2012

CINECREW PROIETTA "IL PROFETA". IL 22 FEBBRAIO A CASAGGì...


Mercoledì 22 febbraio ore 21,30 appuntamento con il film "Il profeta", seconda proiezione Cinecrew per il ciclo "Oltre le sbarre" dedicato alla carcerazione e ai diritti dei detenuti. A Casaggì Firenze, in via Frusa 37.

Caso-Sandri: uccidere è sempre un crimine, chiunque sia a sparare

di Tommaso Della Longa (Secolo d'Italia)

Per Gabriele. Per Daniela, Cristiano, Giorgio. Per l’Italia tutta che aveva bisogno di una giustizia finalmente giusta, senza se e senza ma. Ma anche per tutti quelli che hanno subìto abusi da parte delle forze dell’ordine e non hanno mai avuto giustizia, ma solo troppo silenzio. La sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato ai danni del poliziotto Luigi Spaccarotella la condanna per omicidio volontario per l’uccisione di Gabriele Sandri, urla a gran voce che nessuno è intoccabile in Italia. Anche e soprattutto se indossa la divisa.

Non è questione di vendetta o di odio per le forze dell’ordine, al contrario. Si tratta piuttosto di ritrovata fiducia in un sistema che sa condannare ed espellere le proprie mele marce, tutelando così la rispettabilità stessa delle istituzioni. Senza proiettili sparati in aria o esplosi accidentalmente. Senza silenzi e omertà. Qualcosa fortunatamente sta cambiando, è innegabile. Merito di famiglie coraggiose e amanti della giustizia, che hanno combattuto una battaglia di verità per l’Italia tutta, come i familiari di Sandri ma anche quelli di Federico Aldrovandi o Stefano Cucchi. Merito di cittadini sempre più consapevoli, che non si lasciano più abbindolare dalle veline delle questure e che sanno trovare nella rete internet nuove e sempre più importanti fonti di informazione e condivisione. Cittadini che piano piano conoscono sempre di più l’importanza del cellulare che portano in tasca: un modo per riprendere e fotografare che può fare giustizia in tanti casi, anche recentissimi. Come si può ignorare un fatto accaduto per strada se i click su youtube sono decine di migliaia? Lo avevamo scritto, insieme alla collega Alessia Lai, nel nostro Quando lo Stato uccide (Castelvecchi, 2011): il web 2.0 e le nuove tecnologie stanno facendo cambiare il pregiudizio di impunità che le forze dell’ordine hanno sempre avuto. E ancora, merito di procuratori generali, come quello che ha seguito il processo contro Spaccarotella, che nell’aula della Cassazione non ha avuto remore a dire che se a sparare fosse stato un normale cittadino la sentenza si sarebbe avuta in quaranta secondi netti. E che la differente percezione è degna di uno Stato di polizia.

Usciti dalla prima sezione penale di piazza Cavuor il popolo di Gabriele era ovviamente soddisfatto, ma non felice. Non c’erano sorrisi perché il giovane dj romano non sarà restituito alla famiglia con l’ultima e definitiva sentenza. E forse anche perché la sensazione era quella di aver dovuto strappare con i denti un qualcosa che era a dir poco dovuto. Subito dopo il pensiero corre ai tanti che non hanno avuto né giustizia né gli onori delle cronache, ma solo un piccolo trafiletto nelle pagine locali. Morti sospette in carcere, come in strada, e nessuno che indaga. Spirito di corpo esasperato che copre le mele marce, con magistrature che archiviano in tutta fretta il caso. Nunzio Albanese, Mario Castellano, Michele Ditrani, Gregorio Fichera, Mohamed Khaira Cisse, Stefano Cabiddu, Diego Signorelli, Domenico Palumbo, Federico Aldrovandi, Rumesh Raigama Achrige, Riccardo Rasman, Susanna Venturini, Gabriele Sandri, Pasquale Guadagno, Giovanni Grasso, Giuseppe Uva, Marco Di Prisco, Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Manuel Eliantonio, Marcello Lonzi. Nomi, visi, storie. Un lungo elenco, dal 2001 a oggi, che vuole essere un pensiero alle singole famiglie che hanno perso un figlio, un fratello e che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno avuto giustizia. Scrivendo il libro abbiamo cercato di delineare ogni singola storia, ma quello che non dovrebbe mai più succedere è l’abbandono delle famiglie al loro dramma. Un esempio su tutti, l’uccisione di Gregorio Fichera. Il padre, raggiunto al telefono, si è commosso perché mai nessuno, dal 2003, gli aveva chiesto qualcosa del figlio. 

Nessun ricorso in Appello per una sentenza che assolve l’agente in questione «perché il fatto non costituisce reato»: «Non voglio farmi prendere ancora una volta in giro dalla giustizia e dagli avvocati», ci ha detto il signor Fichera. Per non parlare degli insabbiamenti e dei depistaggi nel caso Aldrovandi. È davanti a questa situazione desolante che la sentenza contro Spaccarotella potrebbe scrivere una nuova importante pagina: parafrasando il famoso monologo di Ascanio Celestini, la divisa qualche volta (fortunatamente) si processa.

giovedì 16 febbraio 2012

OLTRE LE SBARRE: SUCCESSO DI PRESENZE A CASAGGì PER LA PRIMA SERATA

 

Si è aperta ieri, a Casaggì, la rassegna cinematografica "Oltre le sbarre", organizzata dal Cinecrew e dai ragazzi della Giovane Italia. Un centinaio di coperti per la cena sociale, serviti e riveriti dall'antipasto al dolce con stoica passione e meticolosa volontà. Una marea di gente per la proiezione de "Le ali della libertà", capolavoro del cinema e film senza tempo. L'ennesima riprova di quanto questa Comunità umana, con la sola voglia di stare insieme e passare una belle serata, sia in grado di ottenere risultati e successi senza precedenti. E senza far troppa retorica o perdersi nella triste trafila dei convegnetti con moderatori, incravattati, giovani già vecchi e servi sciocchi a far da battimani. 

Un successo di presenze, ma anche di contenuti: la precisa volontà di portare all'attenzione del mondo politico, anche quello del centro-destra, una tematica troppo a lungo ignorata. L'attuale situazione carceraria, tra suicidi di massa e sovraffollamento, è una vergogna italiana. Una delle tante, ma che ci sta particolarmente a cuore. 

La rassegna cinematografica proseguirà il prossimo mercoledì, con la seconda delle quattro tappe previste e la proiezione de "Il profeta".