venerdì 29 giugno 2012

L'economia irreale ha sovrastato quella reale Si recuperi il senso del limite


di Marcello Veneziani

La crisi è più economica o valoriale?
"La crisi economica che stiamo vivendo si inquadra in una crisi epocale che ha una natura spirituale. E' difficile stabilire automaticamente il nesso, però è un modello di vita e di società che è andato in crisi".

Siamo al capolinea?
"Io temo che siamo arrivati in una fase di declino irreversibile. Bisogna tentare fino in fondo la possibilità di risorgere però quando si crea una congiuntura fatta di crisi demografica da una parte (che è un indicatore straordinario per la denatalità e l'assenza di futuro) e si aggiunge l'economia irreale che vince su quella reale si crea un circuito con scarsa capacità reattiva e tutto fa pensare che siamo in una fase di difficile recupero. Possiamo migliorare nel contingente ma il quadro non è esaltante".

Come uscirne?
"Dal momento che la ragione della crisi non è economica, il rimedio non può essere di tipo economico. Non è semplicemente attraverso operazioni finanziari o un maggiore prelievo fiscale che si può arrivare a superare la crisi. E' una questione che attiene al modello di civilità politico culturale, è una crisi su vari livelli quindi non è detto che se si tampona un livello migliorino gli altri.

Rispetto alle crisi del passato, sembra che adesso ci sia un maggiore scoramento diffuso. Come se lo spiega?
"In passato e in altre crisi c'erano dei punti fermi che restavano nello sfondo e poi si modificavano alcuni assetti. Adesso l'impressione è che questi punti fermi siano stati giocati già all'interno di questa crisi e non ci sono più punti fermi da cui ripartire".

Qual è la sua ricetta per ripartire?
"Il punto di partenza è quello: cioè ripensare ai nostri legami comunitari, al senso del sacro, alla vita, al rapporto con gli altri, occorre dare contenuti e missioni alla vita. È un discorso molto più ampio e radicale rispetto a cui i paradigmi della società finanziaria e dei consumi sono assolutamente inadeguati".

Propone un ritorno alla tradizione e al passato?
"Non credo che oggi la soluzione possa essere contrapporre il mondo della tradizione come un mondo chiuso a se stante al mondo della modernità. Noi dobbiamo attraversare la modernità superarla ma non certo tornare indietro o immaginare dei modelli assoluti attinti dal passato".

Si parla di uscita dall'euro. Che idea si è fatto?
"L'euro ha acutizzato un processo, ma io credo che il problema sia quello di un potere assoluto dell'economia virtuale, finanziaria irreale rispetto a quella reale. Cioè quando si diventa così subalterni a quel tipo di modello poi si rimane inviluppati. Quindi all'interno di questa patologia l'euro ha funzionato da detonatore. Ora non so se un ritorno indietro sia possibile o se sia possibile una soluzione a latere, come le due velocità o come un sistema coerente a livello monetario mediterraneo senza inseguire il modello inaccessibile della Germania. Resta il fatto che buona parte delle crisi economiche sono scoppiate da quando è stato introdotto il sistema monetario unico".

E' stato giusto parlare dei suicidi sui giornali?
"Sono perplesso sui suicidi perché sui giornali vedo una concentrazione diffusa ma se leggo le statistiche non c'è stato un sostanziale cambiamento e l'impressione è che siano da inserire in una crisi esistenziale più che alla crisi economica che può essere il motivo scatenante per alcuni suicidi ma non è che fa aumentare il ricorso al suicidio. Ho impressione che diamo troppa importanza al fattore economico ma in realtà c'è una disperazione di fondo che si attacca all'economia ma non è derivata solo da questa".

Un percorso di letture per provare a reagire?
"Occorre uscire dalla convinzione che non ci sia niente da fare. La mia impressione è che il fenomeno sia irreversibile però credo che sia umano reagire e per reagire occorre leggere gli autori forti del passato: Seneca, Platone, Plotino. Oppure uno come Latouche con La Decrescita felice", che non è il rimedio reale della sua società però ci fa capire che il modello dei consumi illimitati è una utopia.

Non si può pensare che la società progredisca sempre. Bisogna recuperare il senso del limite, del confine, recuperare il nostro rapporto col passato e col futuro. Viviamo completamente immersi nel presente e rischiamo di essere inghiottiti nelle sabbie mobili del presente e soltanto la convinzione che c'è stato un mondo prima di noi e ce ne sarà un altro dopo di noi possiamo recuperare una dimensione spiriturale collettiva, comunitaria rispetto a questo atteggiamento di totale debacle che stiamo vivendo".

giovedì 28 giugno 2012

Una generazione alla scoperta dei sentimenti

di Claudio Risè

Sono “insieme”, ma anche no. Faticano a definirsi “ragazzo/a” l’uno dell’altra. “Fidanzati” poi è una parola magica, coi vari timori connessi alle magie. Spregiudicati a parole, sono in maggioranza molto ingenui, e sessualmente (per solito) piuttosto ignoranti. Sono i ragazzi di oggi: un imprevisto mix di idealismo e libertinaggio, disponibilità e cautela, fragilità e durezza. Ricerche e pratica psicoterapeutica scoprono, con sorpresa, che forse sono persino meno cinici dei genitori.

Gli adolescenti di oggi sono di sicuro sentimentalmente molto diversi da quanto la maggior parte dei genitori sperava da loro. I genitori “conservatori” sono per solito delusi: questi figli sono contemporaneamente più spregiudicati e più idealisti, usano ampiamente il web; si espongono, rischiano (solo segretamente coltivano sogni di incontri importanti). Tutto ciò delude però anche i genitori più “progressisti”, che li verrebbero più “liberi”, e meno sentimentali. Questi ragazzi hanno infatti, e più spesso di quanto si creda (lo si capisce in fretta) un ideale di matrimonio e di famiglia più elevato e difficile di quanto osino dire perfino a se stessi. Per questo aspettano molto prima di considerare l’altro “fidanzato”, o anche solo di dire: siamo insieme.

Per loro il frequentarsi liberamente senza dirsi “in coppia” non indica tanto una tendenza al libertinaggio, quanto il rifiuto di immiserire l’immagine di sé e di un possibile rapporto di coppia in qualcosa che non sanno neppure se è una “vera” amicizia. Da dove nasce tanta cautela? Le ricerche svolte nel mondo occidentale mostrano che questi giovani sono molto frequentemente traumatizzati dai comportamenti degli adulti, e dai fallimenti familiari. La grande maggioranza dei figli cresciuti in unioni dissolte dichiara di non voler replicare l’esperienza dei genitori. Ciò però non significa che a livello più profondo non siano interessati all’idea di famiglia, alla prospettiva di una moglie, un marito, dei figli. Però non vorrebbero sbagliare (ed è difficile).

Accettano anche a malincuore periodi di solitudine, di “amicizie e basta”, piuttosto che relazioni palesemente fragili, che allora preferiscono considerare con franchezza “incontri occasionali“, anche se di solito non li pubblicizzano con amici e familiari.
Si tratta, insomma, di una generazione in ricerca. Nella maggior parte dei casi non desiderano replicare le esperienze che hanno visto tra gli adulti attorno a sé: sono scandalizzati anche dalla mancanza di solidarietà, dall’aggressività e a volte violenza presenti tra loro.

Valorizzano l’amicizia, come base indispensabile per ogni sviluppo affettivo, e in questo sono sentimentalmente più evoluti delle precedenti generazioni. Attribuiscono un valore importante all’attrazione fisica, superando in questo visioni magari sessuofobiche della relazione. Lo stesso martellamento mediatico su fasti e sciagure delle star ha però loro insegnato che l’attrazione da sola non basta a costruire né una vita insieme né spesso una relazione soddisfacente.

Nel frattempo girovagano, con occhi ben spalancati sul mondo per cercare di capire cosa funziona e su cosa invece non si possa contare; ma con la percezione che le ricette in circolazione, quelle tradizionali come quelle “progressiste”, siano praticamente inutilizzabili. Così, si comportano come se dovessero reinventare tutto, a cominciare proprio dai sentimenti (che devono imparare a riconoscere), e dagli stili di vita: quelli davvero desiderabili, e praticabili per loro sono ancora tutti da scoprire.
Spesso sbagliano. Meritano però di essere amati.

mercoledì 27 giugno 2012

L’animo sentimentale di Bukowski




di Roberto Alfatti Appetiti
(Secolo d'Italia)

Con quella faccia un po’ così, sfigurata da una violenta forma di acne giovanile e devastata dall’alcol, Charles Bukowski è condannato a rimanere imperitura icona, santino e bandierina di più generazioni di sedicenti rivoluzionari da social network. Suo malgrado, perché in vita amava starsene per conto proprio. A bere e a scopare. Ad ascoltare musica classica, perché alle protest song di Bob Dylan e di Joan Baez preferiva Brahms e Mahler. A interrogarsi piuttosto che a offrire risposte, convinto com’era che «un professore impegnato finisce irrimediabilmente per diventare un coglione». 

Senza intrupparsi, senza affilarsi, senza affiliarsi. Intorno esplode il Sessantotto? Ecchissenefrega! Non esita neanche un istante a prendere le distanze da beatniks, hippies, proto-hippies, maoisti, contestatori, una variopinta progenie che egli non avrebbe mai procreato. 

Dal 25 al 29 agosto di quell’anno si tiene a Chicago la convention del Partito Democratico. La città è invasa da migliaia di giovani che improvvisano un’imponente manifestazione. Sul giornale underground Open City Bukowski, con il suo caratteristico stile caustico, esprime la più totale disapprovazione per i manifestanti: «Gli avvenimenti di Praga hanno raffreddato la maggior parte di quelli che si erano dimenticati dell’Ungheria. Eppure restano a bighellonare nei parchi con le icone del Che e i ritratti di Castro a mo’ di amuleti, a strillare “Oomm-oomm” con Burroughs, Genet e Gisberg, tre teste di cazzo di scrittori di fama internazionale». Rispetta Kerouac, altro grande irregolare, ma sugli altri – «gli apprendisti stregoni della beat generation» – non lesina complimenti: «Si mettono in mostra nel gran baraccone hippie. Giganti dell’umanità? Cazzate. Giganti della pubblicità». 
Con quella faccia un po’ così, però, Bukowski era perfetto per il merchandising culturale – o meglio: commerciale – del carrozzone conformista di sinistra. Appropriazione quanto mai indebita per uno che detestava «le associazioni benefiche, le mobilitazioni democratiche e tutto quanto esprima buone intenzioni». Che agli studenti politicizzati preferiva i frequentatori degli ippodromi. «Arrabbiati, preoccupati, ingannati, scannati, inculati ma pronti a ricascarci, se rimediavano i soldi». 

Quella faccia un po’ così, in definitiva, può ingannare, specialmente chi non ha letto i suoi romanzi e le sue poesie, ma s’è limitato a brandirne qualche frase. Come ha scritto Jim Christy ne La sconcia vita di Charles Bukowski (Feltrinelli),«i personaggi dei suoi libri non si evolvono, non sono lì a rappresentare alcuna Grande Idea». Bukowski non vuole cambiare il mondo e non ripone alcuna speranza nel progresso. Non è un caso, del resto, se in Italia vanno a ruba libri fotografici su di lui mentre nessuno si prende la briga di tradurre nella nostra lingua le principali biografie, Against the american dream: Essays on Charles Bukowski di Russel Harrison e Hank: the life of C.B. di Neeli Cherkowski, nelle quali si analizza il retroterra culturale dello scrittore. Bukowski andava normalizzato e presentato come un esponente, seppur stravagante, della beat generation, meglio tacerne alcune stravaganze politiche. Si è preferito imboccare la scorciatoia delle immagini e sfruttare, con robuste dosi di luoghi comuni, il marchio dello scrittore maledetto.

Paradossalmente, invece, Flavio Montelli, con la graphic novel Goodbye Bukowski (Coconino Press, 155 p., ill., € 16), da qualche giorno in libreria, ha percorso la strada opposta: utilizzando il linguaggio delle immagini – un disegno bianco e nero in perfetto stile underground americano – è riuscito nell’impresa di restituire un Bukowski inedito. Di inedito, mi direte, non rimane molto e forse il fondo del “pubblicabile” è già stato ampiamente raschiato. Inedita e sorprendente, tuttavia, è la lettura che il giovane vignettista ravennate ne ha dato. Non soltanto l’ubriacone, il barfly, ovvero il moscone da bar, ma l’uomo intimo, quasi segreto, sicuramente sconosciuto a chi non ne ha letto le opere. Era tutto lì, in qualche decina di libri. Bastava fermarsi a cercare. 

Montelli ha iniziato questo lavoro quando aveva appena vent’anni, come un lettore qualsiasi. Ha scavato tra le righe senza fermarsi all’evidenza, al Bukowski che recita Bukowski, che fa lo smargiasso, che ghigna e si prende gioco del mondo. Ci ha lavorato tre anni, fino a farsi assorbire interamente dal mondo di Hank, dimenticando gli amici, sacrificando i sabato sera e realizzando un ritratto fedele, nitido e privo di retorica. Non ne tace certo gli eccessi, ma sbronze, risse da bar e liti coniugali restano sullo sfondo. L’ordinaria follia delle sue storie cede il passo all’ordinaria frustrazione della sua vita da impiegato postale, prima, e da scrittore incompreso in una lunghissima estenuante gavetta. E soprattutto emerge la vita sentimentale dello scrittore, l’umanissima gelosia per donne molto più giovani e anche la fragilità del padre affettuoso con l’amatissima figlia Marina, «che ha il sole dentro più di ogni altra persona». Una graphic novel, la sua, che ha il merito di andare oltre l’abusato stereotipo dello scrittore erotomane che, parafrasando il titolo dell’ultima raccolta di scritti pubblicata recentemente da Feltrinelli, «scrive poesie per portarsi a letto le ragazze». Dello scrittore violento, che usa le donne per poi gettarle, non c’è traccia. «È vero che picchi le tue donne? Gli chiede preoccupata Diana nella graphic novel». Una diffidenza che è la stessa delle femministe che l’hanno più volte contestato. Nel racconto di Montelli, invece, tra flashback e riflessioni, nuovi incontri e solitudini, emerge pacata eppure netta la figura autentica di Buk come noi lo conoscevamo. 

Il prossimo 16 agosto festeggeremo il suo compleanno – era nato ad Andernach, in Germania, nel 1920, ed è scomparso a San Pedro nel 1994 – pensando che sia ora da qualche parte, lassù, con la Pall Mall senza filtro tra le labbra, a sfogliare quest’ultimo lavoro su di lui e a bere una birra con i suoi miti. «Le vecchie pellacce che si sono battute così bene: Hemingway, Céline, Dostoevskji, Hamsun». Una bella pattuglia di irregolari, non c’è che dire.

martedì 26 giugno 2012

Globalisti sì, ma non troppo


di Giovanni Sartori

Non ieri ma diciannove anni fa (nel 1993) scrivevo che la globalizzazione economica - non quella finanziaria, che è cosa diversa - mi pareva un errore per questa semplice ragione (in condensatissima sintesi): che a parità di tecnologia i Paesi a basso costo di lavoro avrebbero messo in disoccupazione i Paesi benestanti, perché la manifattura si sarebbe dovuta trasferire nei Paesi poveri e così, ripeto, i lavoratori dei Paesi benestanti sarebbero restati senza lavoro.

Ho fatto questo rilievo in parecchie altre occasioni, ma sempre parlando a dei sordi. Eppure l'argomento era semplice e ovvio. Oggi la abnorme disoccupazione dell'Occidente e il trasferimento della manodopera nei Paesi nei quali costa anche dieci volte meno è sotto gli occhi di tutti. Ma gli economisti non l'avevano previsto e ora fanno finta di nulla. La loro ricetta per l'Occidente è di diventare sempre più inventivo e all'avanguardia. Ma è un alibi che non tiene. Anche loro, come tutti, sanno che da gran tempo il Giappone e successivamente anche Cina e India sono tecnologicamente bravi quanto noi. Resta il fatto che ormai la frittata è fatta.

In questa frittata gli italiani sono tra i peggio messi. Noi siamo chiaramente in recessione. Per uscirne e risalire la china la parola d'ordine è: investire-crescere, investire-crescere. Tante grazie; ma i soldi dove sono? Lo Stato è stracarico di debiti e non ha in cassa nemmeno i soldi per pagare i suoi fornitori in tempi ragionevoli. Se si prescinde dalla caccia agli evasori fiscali (sacrosanta ma che acchiappa soprattutto pesci piccoli, perché i grandi evasori sono tranquillamente parcheggiati nei paradisi fiscali) il presidente Monti deve anche lui ricorrere a nuove tasse, più salate che mai. Ma oramai stiamo spremendo sangue da una rapa. Ammettiamo che la rapa sopravviva. Anche così il circolo è perverso: riattiviamo produzioni che per sopravvivere si dovranno, quantomeno in parte, delocalizzare. Così torniamo al punto di prima con sempre più giovani senza lavoro.

Tornare alla lira, tornare alla dracma? Sarebbe, temo, una ulteriore follia. Mentre nessuno ha pensato a una unione doganale dell'eurozona. Nessun dazio, nessuna dogana, all'interno di eurolandia. Ma, occorrendo, dazi e protezioni per salvare, in Europa, quel che non ci possiamo permettere di perdere.

Vale ricordare che il primo Paese industriale è stato l'Inghilterra. E tutti gli altri hanno protetto la creazione del proprio sistema industriale. Allora nessuno disse che questa protezione era una cosa orrenda. Era necessaria e fu benefica. Mi chiedo: come mai nessuno (o quasi) propone una unione doganale europea? Sarà sicuramente una costruzione complicata. Ma come non averla quando Stati Uniti e Inghilterra sono a oggi liberissimi di proteggere se stessi, occorrendo, alzando barriere protettive, o anche svalutando, senza chiedere permessi a nessuno, la propria moneta? È così per tutto il mondo che conta (economicamente). Deve essere proibito solo a noi europei? Perché?

Ho già concesso che la nostra protezione doganale sarà una costruzione difficile. Ma cominciamo almeno a pensarci.

lunedì 25 giugno 2012

LE INIZIATIVE DELLA SETTIMANA A CASAGGì: CENA, CINEFORUM E CALCIOMANIA...


Mercoledì 27 giugno si proietta il terzo film del ciclo "Guerra in pellicola". Il magnifico "Lettere da Iwo Jima", capolavoro di Clint Eastwood che rielabora una delle più feroci e interessanti battaglie della seconda guerra mondiale. Le centinaia di lettere ritrovate a guerra terminata e mai spedite dai soldati giapponesi sono il filo rosso che lega la narrazione di una storia vera, lucidamente analizzata, magistralmente montata e di terribile impatto cinematografico. Una pellicola realistica, che non si lascia tradire dal vento della spettacolarizzazione, tenendo fede alle cronache militari del tempo. Un film da vedere. Dalle 20 cena sociale e dalle 22 proiezione del film.


Giovedì 28 giugno l'Italia di Prandelli incontrerà la temutissima Germania nella semifinale di questo Euro 2012. Proiettiamo la partita, con aperitivo e possibilità di cena per tutti. Sangria autoprodotta e birra artigianale accompagneranno il tutto, come sempre... 

sabato 23 giugno 2012

Il fallimento del sistema denaro: una opportunità?




«Un uomo stava camminando nella foresta quando s’imbattè in una tigre. Fatto dietro-front precipitosamente, si mise a correre inseguito dalla belva. Giunse sull'orlo di un precipizio, ma per fortuna trovò un ramo sporgente di un albero a cui aggrapparsi. Guardò in basso, e stava per lasciarsi cadere, quando vide sotto di sé un'altra tigre. Come se non bastasse, arrivarono due grossi topi, l'uno bianco e l'altro nero, che cominciarono a rodere il ramo. Ancora poco e il ramo sarebbe precipitato. Fu allora che l'uomo scorse una fragola matura. Tenendosi con una sola mano la colse e la mangiò. Com'era buona!».
Koan Zen

di Edoardo Zarelli
prefazione al volume Sull'orlo del baratro di Alain de Benoist, Arianna editrice

Un tempo si diceva che il battito d’ali di una farfalla in Polinesia poteva provocare una catastrofe nell’emisfero opposto. Era una classica iperbole della complessità, per esprimere il concetto che l’ecosistema Terra è integrato e ogni sua componente è interdipendente. Nel sistema mondo capitalista, l’iperbole si è realizzata patologicamente in economia, attraverso il denaro che, essendo virtuale, non conosce i limiti del contesto fisico ambientale. Enormi masse di denaro si spostano ogni giorno, ogni ora, ogni minuto da una parte all’altra del mondo senza trovare ostacoli. In un mondo integrato e globale, la spregiudicatezza locale nell’elargizione di mutui ipotecari – per restare alla nostra metafora – può avere conseguenze devastanti in ogni angolo del Pianeta.

Quella in corso, tuttavia, è solo la più recente e ampia versione di una crisi strutturale, che sussegue ad altre degli ultimi anni montando con irreversibile compulsione: bancarotta del Messico nel 1996, tracollo delle "piccole tigri" asiatiche nel 1997, "subprime" americani nel 2008; quindi è rimbalzata in Europa, provocando il default dell’Irlanda e della Grecia, poi, come un’onda di ritorno, ha colpito di nuovo gli Stati Uniti, mentre in Europa le defaillance irlandese e greca hanno intaccato il Portogallo e la Spagna, e hanno aggredito l’Italia e oggi, probabilmente, tutto il vecchio continente. Una crisi, insomma, che non può essere governata, perché segna il punto d’arrivo di un modello di sviluppo basato sulle crescite esponenziali. In tal senso, come si fa ad uscire dalla economia debitoria – leggi “finanziarizzazione dell'economia” – senza uscire anche dall'economia della crescita? La crisi non si limita ai comportamenti criminali di un manipolo di speculatori; le sue cause strutturali, sistemiche, sono da individuare in una crescita smisurata e nel conseguente ricorso a vari tipi di indebitamento: finanziario (derivati, obbligazioni, titoli azionari mobilitati per un valore totale otto volte superiore al PIL reale), monetario (il denaro emesso è dodici volte il PIL mondiale), pubblico (sia quello contratto dai vari Stati con altri Stati, sia quello verso i propri cittadini-risparmiatori), privato (crediti al consumo, carte di credito ecc.).

Via gli speculatori, quindi? Certo, ma di fatto non ci sarebbero grossi cambiamenti, perché anche l'azienda presso cui andiamo a lavorare, l'amministrazione comunale del posto in cui abitiamo, la locale azienda sanitaria, il fondo che gestisce la nostra pensione, la banca emettitrice del nostro bancomat e l'agenzia di Stato che versa il sussidio di disoccupazione al nostro vicino cassaintegrato sono da tempo, in un modo o nell'altro, indebitati. Tutti avevano fatto conto ("aspettativa", si dice in economia) di riuscire in futuro a guadagnare – facendo profitti, riscuotendo tasse, realizzando interessi, vendendo immobili e "cartolarizzando" il Colosseo... – più di quanto avevano ricevuto in prestito. Credevano, cioè, nella chimera di una crescita economica esponenziale e senza fine. Un calcolo tragicamente sbagliato. Da tempo – dieci, venti anni, e c’è chi dice trenta – le economie occidentali sono in crisi di realizzo, il loro tessuto produttivo non è più in grado di riprodurre guadagni tali da riuscire a mantenere gli standard dei consumi privati e pubblici. Per mascherare questo fallimento e allontanare il declino, le hanno tentate tutte: la leva finanziaria, i titoli tossici, il signoraggio del dollaro, oltre, ovviamente, al vecchio trucco di stampare carta moneta. Niente: nonostante le continue invocazioni e i lauti sacrifici umani, la "santa crescita" non arriva, e non arriverà mai più, almeno per chi è da questa parte del mondo.

I debiti nelle economie industriali mature, a partire dagli Stati Uniti (il Paese maggiormente debitore, al mondo) hanno cominciato a crescere già a cavallo degli anni '70 e '80 del secolo scorso. L'immissione di crediti si è resa necessaria, perché si erano inceppati i normali meccanismi di profitto-accumulazione-investimenti-riproduzione fino a quel momento garantiti dai tradizionali cicli economici produttivi industriali. L'idrovora dell'espansione, dello sviluppo e della crescita è insaziabile. L'intensificarsi delle crisi (non solo finanziarie) rende sempre più stringente il dilemma: continuare a inseguire il benessere attraverso la crescita dei beni e dei servizi immessi sul mercato, pur sapendo che i costi ambientali e sociali per la maggior parte delle popolazioni della Terra superano di gran lunga i benefici, oppure cambiare rotta usando strumenti di riferimento diversi dal dettato economicista? Non è il caso di cominciare a domandarci se non sia una solenne sciocchezza pensare soltanto agli aumenti del PIL? O, addirittura, se non ce la faremmo lo stesso a cavarcela – e magari anche meglio – con una "economia in contrazione", cioè producendo, comprando e vendendo non molto di più di quanto ci è necessario per vivere? Un’economia "stazionaria", come la virtuosa ciclicità naturale insegna.

La parola "crisi" in cinese, composta nei suoi ideogrammi, può essere interpretata abbinando il concetto di "crisi" con quello di "opportunità". Si può quindi uscire dall'economia del debito (cioè da quell’economia che pone gli interessi del capitale al di sopra di quelli del lavoro e della vita stessa delle persone e dell'ecosistema terrestre) e da tutto ciò che ne deriva. È questo, il vero recinto di pensiero da cui nessuno riesce a uscire. Le vecchie ricette keynesiane non hanno realmente più margini di applicazione, in una crisi strutturale di queste dimensioni e di questa qualità. È ormai chiaro che le risposte possono venire solo uscendo dalle regole e dai dogmi del mercato. Dovremmo pensare a un altro tipo di ricchezza, a un altro tipo di benessere, a un altro modo di lavorare e a un altro modo di relazionarsi, tra le persone, che non sia quello che passa attraverso il portafogli.

In tal senso, diventa realistico parlare di post-crescita, se si indica la necessità è l’urgenza di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante dello sviluppo e della crescita illimitati.

La società della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: dispensa un benessere materialistico illusorio, incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie e non offre un tipo di vita filosoficamente o religiosamente giusto, conviviale e comunitario. È una "antisocietà", malata di ansia di ricchezza, di egoismo e di utilitarismo. Il miglioramento del tenore di vita, di cui crede di beneficiare la maggioranza degli abitanti dei Paesi "sviluppati" è un'illusione; indubbiamente, molti possono spendere di più per acquistare beni e servizi mercantili, ma dimenticano di calcolare una serie di costi aggiuntivi in forme diverse, non sempre monetizzabili, legate al degrado – non quantificabile, ma subìto – della qualità della vita (aria, acqua, ambiente): ad esempio, le spese di "compensazione" e di riparazione (farmaci, trasporti, intrattenimento) imposte dalla vita moderna o determinate dall'aumento dei prezzi di generi divenuti rari (l'acqua in bottiglie, l'energia, il verde...). Lo stesso criterio di “qualità della vita”, disponendo come principio essenziale, per una fattiva controtendenza, il reincantamento del mondo su principi certi inerenti alla sacralità del vivente e l’irriducibilità della condizione esistenziale dell’uomo come parte consapevole del cosmo, è oramai ostaggio del nichilismo individualista, che affoga nell’inautenticità della mercificazione universale. Un’inversione di tendenza si rende quindi necessaria, per il semplice motivo che l'attuale modello di sviluppo è ecologicamente insostenibile, ingiusto e incompatibile con gli equilibri omeostatici della natura: esso porta con sé, sulla scia dei Paesi ricchi, perdita di autonomia, alienazione, nichilismo pragmatista, aumento delle disuguaglianze sociali e dell'insicurezza personale e comunitaria.

Occorre allora tracciare un percorso che ci conduca verso un nuovo immaginario, un paradigma alternativo, un’originale prospettiva meta politica. È questo, l'orizzonte di un'altra economia, giusta e sostenibile, cioè comunitaria; è questo, il sostrato materiale di un principio universale di giustizia internazionale: l'autodeterminazione dei popoli.

In senso generale, se in ogni luogo c’è un centro del mondo possibile, è necessario che gli uomini tornino a essere abitanti del loro territorio, riprendano cioè in mano la questione ecologica e spirituale della loro sopravvivenza, dal momento che è oramai minacciata nella sua stessa sostanza dai meccanismi razionalistici, che si insinuano a livello cellulare fino al fondamento stesso del vivente. In questo orizzonte, l’esigenza identitaria va politicamente reinterpretata come energia costruttiva per la crescita della coscienza del luogo e per l’affermazione di modelli di sviluppo autocentranti, fondati sulle peculiarità socioculturali, sulla cura e la valorizzazione delle risorse locali – territoriali, cioè ambientali e quindi produttive e sostenibili – e su reti di scambio complementari e reciprocitarie, invece che gerarchiche, fra entità locali. Il principio di sussidiarietà deve partire dall’entità fondamentale della comunità naturale (la famiglia) e delegare alle entità superiori solo ciò che non è assolvibile dal livello fondamentale, autonomo e libero, e quindi coeso e comunitariamente partecipe dell’organismo complessivo. Allora l’uomo si sentirà parte di una comunità, protetto, e quindi avrà verso di essa un comportamento sobrio, responsabile e consapevole.

Si vede subito, quali sono i valori prioritari da far prevalere su quelli oggi dominanti: la sacralità del vivente sulla mercificazione; l'altruismo sull'egoismo; la reciprocità sulla competizione; il piacere ludico e relazionale sull'ossessione del lavoro; l'importanza della vita sociale sul consumo; il gusto del bello, del bene e del vero sull'efficientismo pragmatico. Il problema è che i valori utilitaristici attualmente dominanti sono pervasivi, perché suscitati e stimolati dal sistema, che essi stessi, a loro volta, contribuiscono a rafforzare. La scelta di un'etica personale diversa, come quella della sobrietà volontaria, può incidere sull'attuale tendenza e minare alla base l'immaginario del sistema. Senza una sua contestualizzazione partecipativa, però, il cambiamento rischia di rimanere limitato al livello della coscienza individuale. È necessario un nuovo paradigma, che mostri in modo persuasivo l’indispensabilità di un mutamento epocale sul piano reale: culturale, sociale ed economico. Costruendo delle identità comunitarie tese al bene comune e alla ciclicità della natura, si può uscire dall'artificio vettoriale e suicida della modernità.

venerdì 22 giugno 2012

IL FUOCO DENTRO E QUEL DOMANI CHE CI APPARTIENE...




Un bosco fitto di alberi e di persone care riempie alcune delle ore più attese e più belle dell'anno. Il contatto con la natura e il silenzio dei panorami mozzafiato della nostra Terra, quell'atmosfera goliardica e carica di una disciplina radicale, quasi ancestrale, certamente fuori luogo per chi non ha il privilegio di viverla e di sentirla germogliare dentro. 

Una pira di fuoco si accende, verrà vegliata per tutta la notte da decine di persone che si danno il cambio come in un picchetto d'onore. Il camillo è al suo posto, con il bastone in mano, a vegliare le fiamme per offrirle forti e vigorose. Il cerchio e la croce sventolano e riempiono l'aria, già carica di vibrazioni e di fuliggine. 

Dentro una casa di legno e di pietra si cucina, si scherza, si parla, si legge, si raccontano gli aneddoti e le storie di una Comunità che da decenni vive con meticolosa passione quella notte fuori dalla metropoli e dalle sue distrazioni. 

Qualcuno ferma per un attimo la mente e si rende conto di quello che sta vivendo: certe cose lasciano segni indelebili e forse ci renderemo conto della loro grandezza solo col tempo, quando guardandoci indietro ripenseremo a quell'alba attesa e vegliata, a quel sole caparbio che risorge sempre, a quel plotone di fratelli che sono schierati con la faccia alla luce e salutano il nuovo giorno intonando una canzone che parla di un domani che ci appartiene.

Ogni anno, da tanto tempo, accende il fuoco chi ha il fuoco dentro.

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giovedì 21 giugno 2012

Una vita tecnologica priva di emozioni



di Marcello Frigeri

Chissà cosa penserebbe John Stuart Mill dell’uomo contemporaneo se ancora oggi calpestasse il suolo di questa terra. Il filosofo utilitarista vissuto nei primi 70 anni dell’Ottocento, infatti, era un pensatore che credeva fermamente nella bellezza e nella specialità della vita umana. Secondo il suo punto di vista l’uomo era una creazione della natura che nessuna diavoleria meccanica, nessuna macchina creata col fine di sottrarre l’uomo dalle proprie azioni quotidiane, poteva neanche lontanamente eguagliare. La sua vita si svolse interamente durante gli anni d’oro della rivoluzione industriale, dunque Mill subì prepotentemente l’evoluzione della catena di montaggio delle fabbriche, rudimentali agglomerati di ferraglie che compivano azioni, ripetitive e meccaniche, un tempo sbrigate dagli artigiani di bottega. Fu ilperiodo in cui il cielo plumbeo di Londra si ricoprì di un denso e nero strato di inquinamento atmosferico.

Stuart Mill passeggiava per le sue campagne, probabilmente con passo lento e riflessivo, e si fermava a guardare lo skyline grigiastro e fetido della città, poi i campi intorno, tutti quanti deformati e lavorati dall’aratro. “Qui – scriveva dalle colline dello Yorkshire – non potete spingere lo sguardo in una qualunque direzione senza vedere fumo; e le città che, viste in lontananza e specialmente da un’altura, costituiscono in genere gli elementi più belli del paesaggio, qui non sono altro che sorgenti di fumo nero gettato fuori a fiotti da alte ciminiere che sorgono come gli alberi delle navi in un bacino sovraffollato. Non avevo mai visto una città costruita per i suoi tre quarti di fabbriche, costruite a mezza strada tra la caserma e il carcere, ognuna delle quali contribuiva per la sua parte ad annerire il cielo e a rendere disgustosa l’aria che si respirava”. Poi Mill volgeva il pensiero agli uomini della sua contemporaneità, maledicendo il tempo in cui il freddo metallo delle macchine acquisì più valore dell’uomo stesso. Scriveva: “Tra le opere dell’uomo che la vita s’impegna a perfezionare e a abbellire, la prima per importanza è l’uomo stesso. Anche ammesso che fosse possibile costruire case, coltivare grano e combattere guerre per mezzo di macchine, sarebbe comunque una perdita rilevante sostituire con tali automi gli uomini e le donne, che sicuramente sono soltanto un pallido esemplare di ciò che la natura può produrre e produrrà nell’avvenire”.

Al volgere dell’Ottocento, nell’epoca bismarckiana dell’età degli Imperi, Stuart Mill non aveva fatto che descrivere il futuro degenerativo dell’umanità. Non c’è oggi settore della vita in cui la macchina non abbia sostituito la mano e l’inventiva dell’uomo, e la sostituzione dell’uomo con la macchina hacertamente reso più comoda l’esistenza, ma ha tolto a noi il sapore della vita stessa, e probabilmente anche la capacità dell’emozione. Un tempo non troppo lontano il mondo era fatto da “interminati spazi” e “sovrumani silenzi”, e non c’era tecnologia fotografica o aerei computerizzati e ultraveloci che potessero portare a conoscenza dell’uomo sedentario la bellezza del nostro pianeta. Soltanto il viaggio attraverso i pericolosi e inesplorati oceani (anch’essi un universo naturale) o a cavallo, ci dava la sensazione di essere parte del mondo, e non dominatore dello stesso. Chi rimaneva al proprio villaggio (la maggior parte della gente) ripercorreva con l’immaginazione ilracconto dell’esploratore. La terra, in sostanza, era un qualcosa di sconosciuto e misterioso. Oggi non c’è zona del globo che non sia stata sondata, vivisezionata, studiata: non serve più l’esplorazione, l’avventura perpetua, per sapere com’è fatta l’Australia o la criniera di un leone; gli animali esotici sono tutti rinchiusi allo zoo, e alla portata di chiunque (ma dov’è la bellezza della natura nel vedere una tigre in gabbia con una ciotola di metallo tra le zanne?); se le montagne sono prive di neve, si spara quella finta, e il sapere quando si manifesta un acquazzone ha una pretestuosa importanza: programmare i viaggi al mare. Siamo arrivati al punto da non sopportare la pioggia per il semplice motivo che ci si bagna. 

In estrema sintesi viviamo la vita senza però vivere ogni suo singolo attimo: a suo modo, infatti, il bisogno incessante di modellare tempo ed esistenza attraverso l’uso della tecnologia, che senza dubbio e con ritmi sempre più frenetici hasostituito le azioni umane, ci ha allontanato dall’essere parte di un mondoche ha sempre avuto le sue regole naturali: là dove un tempo era la natura a dettare i modi del vivere, e l’uomo si limitava a conviverci rispettandola, oggi essa è dominata e manipolata, e l’uomo contemporaneo ha finito con l’essere sempre più ciò che ha e sempre meno ciò che è. Ma che sapore può avere l’esistenza se è tutto qui, a portata di mano? Anche la guerra, che in una certa misura ha la sua filosofia e che comunque è aspetto esclusivo dell’essere umano, è oggi priva delle sue antiche caratteristiche: un tempo nel campo di battaglia ci si affrontava a viso aperto, ed era un contatto tra condannati che dava un senso alla morte o alla paura di morire, e per questo, sempre in una certa misura, si portava rispetto per chi veniva dilaniato dai colpi inferti. In Afghanistan, oggi, la guerra è combattuta dalla Nato per mezzo di droni computerizzati e guidati migliaia di chilometri lontano dalle zone di battaglia. Si pigia un bottone in Texas e muoiono centinaia di uomini a Kabul: così agendo non si percepisce la sofferenza e la tragedia della morte che, perdendo valore, toglie valore anche alla vita. Le attuali società primitive sono la prova provata che l’uomo contemporaneo, con ilmito del progresso, abbia sovvertito il mondo naturale. In queste tribù tutto è magico e sacro, di conseguenza le attività profane che modellano la natura per i bisogni elementari sono, appunto, causa di profanazione, e non hanno senso nella vita di tutti i giorni. 

Ci viene detto che queste civiltà primitive sono schiave delle loro stesse credenze. Ma è tanto diverso per noi, che siamo schiavi delle nostre? “Non c’è molta soddisfazione – conclude in uno dei suoi illuminanti passi Mill – nel contemplare un mondo in cui nulla sia lasciato all’attività spontanea della natura, dove ogni zolla di terra in grado di produrre cibo per gli esseri umani sia messa in coltura, ogni distesa fiorita e ogni pascolo naturale arato, ogni animale o uccello non addomesticato per l’uso dell’uomo sterminato come un rivale nella lotta per il cibo, ogni siepe o albero non utile sradicato, e non rimanga quasi luogo dove un cespuglio selvatico o un fiore possa crescere senza essere strappato come erbaccia in nome del progresso”. E qui la sua speranza: “Se la terra è destinata a perdere gran parte della bellezza che le deriva da quelle cose che la crescitaillimitata della popolazione e della ricchezza estirperebbe da essa, al solo scopo di metterla in grado di sostentare una popolazione più ampia, ma non migliore o felice, io spero in tutta sincerità, per il bene dei posteri, che essi si accontenteranno dello stato stazionario assai prima che la necessità ve li costringa”. 

Il voler sostituire un’azione naturale con la macchina equivale al voler sostituire la natura con un mondo fittizio e a misura d’uomo (quando in realtà dovrebbe essere l’uomo a misura della natura). Tutto questo è possibile, e lo vediamo soprattutto oggi. Ma ha un senso? Un senso umano, intendo.

mercoledì 20 giugno 2012

VERSO IL SOLSTIZIO D'ESTATE...


di Alfredo Cattabiani

Al solstizio d’estate, quando il sole raggiunge la sua massima declinazione positiva (+23° 27′) rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso, comincia l’estate. L’evento era simboleggiato tradizionalmente dal matrimonio del Sole e della Luna: mezzogiorno del cosmo dove i due astri, uniti nelle nozze, spargono le loro energie nell’opulenza dei frutti tra il frinire delle solari cicale e il canto lunare dei grilli.

Questo giorno, la cui data è variata secondo i calendari fra il 19 e il 25 di gugno, era considerato nelle tradizioni precristiane un tempo sacro, ancora oggi celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giono dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la Natività di san Giovanni Battista. E’ una festa molto antica se già Agostino la ricorda nella Chiesa africana latina. Ma in Oriente veniva celebrata in altre date: il 7 gennaio tra i bizantini, la domenica prima di Natale in Siria e a Ravenna.

La data del 24 giugno è collegata strettamente al Natale romano: quando si fissò per la Natività del Cristo l’ottavo giorno dalle calende di gennaio, ovvero il 25 dicembre, e conseguentemente l’Annunciazione nove mesi prima, fu facile ricavare, basandosi sui Vangeli, la data della nascita del Battista, che in realtà non si sarebbe dovuta festeggiare perché, come è noto, il dies natalis dei santi è quello della morte. Si è giustificata questa eccezione ispirandosi al Vangelo di Matteo, dove si narra che il Cristo si mise a parlare di Giovanni alle folle dicendo: “egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista”.

Luca narra che Maria andò a visitare Elisabetta quando costei era al sesto mese di gravidanza, nei giorni successivi all’Annunziazione. Fu dunque facile fissare la solennità del Battista all’ottavo giorno dalle calende di luglio, sei mesi prima della nascita del Cristo.

San Giovanni “porta degli uomini”

Nella religione greca antica i due solstizi erano chiamati “porte”: “porta degli dei” l’invernale, “porta degli uomini” l’estivo. Nell’Odissea Omero descriveva il misterioso antro dell’isola di Itaca nel quale si aprivano due porte: “l’una rivolta a Borea, è la discesa degli uomini, l’altra, invece, che si rivolte a Noto è per gli dei e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali”. Il poeta spiega che la porta degli uomini è rivolta a Borea, cioè a nord percheé al solstizio estivo il sole si trova a nord dell’equatore celeste; mentre quella degli dei e degli immortali è rivolta a Noto, ovvero a sud, perché l’astro al solstizio invernale si trova a sud dell’equatore.

I solstizi erano dunque simboli del passaggio o del confine tra il mondo dello spazio-tempo e lo stato dell’aspazialità e dell’atemporalità. Per la prima porta solstiziale, quella estiva, si entrava nel mondo della genesi della manifestazione individuale, per l’altra invece, si accedeva agli stati sopraindividuali.

In realtà questo simbolismo non era solo greco: “Si tratta di una conoscenza tradizionale” commenta Guénon “che concerne una realtà di ordine iniziatico, e proprio in virtù del suo carattere tradizionale non ha né può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile. Essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in particolare nei testi vedici, che sono sicuramente di molto anteriori al pitagorismo; si tratta di un insegnamento tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli (…)”.

Nella tradizione romana il Custone delle porte, comprese le solstiziali, era il misterioso Ianus (Giano), signore dell’eternità. (…) Giano tiene un bastone, ovvero uno scettro, nella mano destra e una chiave nella sinistra. Il primo è un emblema del potere regale, la seconda di quello sacerdotale: insieme simboleggiano la funzione regale-sacerdotale del dio al quale Ovidio fa dire nei Fasti: “Io solo custodisco il vostro universo e il diritto di volgerlo sui cardini è tutto in mio potere”. Egli è dunque colui che ruota sulla sua terza facia nascosta e invisibile, l’asse del mondo, che rinvia al simbolismo solstiziale.

L’etimologia del suo nome rivela questa funzione: Ianus deriva dalla radice indoeuropea *y-a, da cui il sanscrito yana (via) e il latino ianua (porta). Egli è Colui che conduce da uno stato all’altro, e dunque anche l’Iniziatore. Per questo motivo gli iani avevano la funzione catartica di eliminare ogni impurità in chi vi passava. Nel cristianesimo Giano venne interpretato come l’immagine profetica del Cristo, Via e Signore dell’Eternità.

martedì 19 giugno 2012

Grecia. Vince il partito del debito. La fratellanza bancaria esulta…





di Miro Renzaglia

La fratellanza bancaria di mezzo mondo, e forse più, esulta per l’esito delle elezioni greche che ha visto vincere, ma non trionfare, il partito conservatore di Nea Dimokratia di Antonis Samaris.

Il suo programma era quello di mantenere la nazione greca sotto il cappio usuraio della Bce e consorterie finanziarie globali collegate che, in cambio di un programma politico di rientro del debito, a costo di continuare a strangolare un popolo già ridotto sul lastrico, garantiva nuovi prestiti.

Direte voi: ma come si esce da un debito enorme se l’usuraio te ne fa un altro? Infatti, non se ne esce. Ma è esattamente questo che l’usuraio vuole: che il debitore non esca mai dalle sue grinfie rapaci.

Se, come sosteneva Ezra Pound, «Uno stato che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai», pensate quanta gioia procuri, agli usurai medesimi, uno stato che decide di indebitarsi ancora di più.

E, infatti – come si diceva all’inizio – la fratellanza bancaria è tutta un tripudio.

Comincia il portavoce della Cancelliera di Ferro Angela Merkel, George Streiter, che solennemente afferma: «E’ una buona notizia la vittoria di Nea Dimokratia. Adesso si faccia al piu’ presto il governo».

Prosegue il Presidentissimo Barack Obama: «Ci congratuliamo con il popolo greco per le elezioni svolte in questo momento difficile e speriamo che portino alla veloce formazione del governo affinché possa fare progressi veloci sulle sfide economiche» afferma il presidente americano Barack Obama, ribadendo che «è nel nostro interesse che la Grecia rimanga nell’Eurozona rispettando gli impegni presi sulle riforme».

Si allinea e si copre (ma come avrebbe potuto essere altrimenti) l’agente diretto della Goldman Sachs, in missione segreta in Italia come Presidente del Consiglio, Mario Monti: «Mi rallegro per il risultato. Un grande segnale per l’Ue».

Almeno, stando a queste entusiastiche sollevazioni pro Samaris è chiara una cosa: non era la Grecia ad aver paura di essere messa fuori dall’Euro, era l’Europa dei banchieri e dei loro servi a temere che la Grecia ne uscisse.

E fin qui – lo ripeto – c’è poco da stupirsi. Ma se a rallegrarsi per la vittoria di Antonis Samaris è perfino il giornale fondato da Antonio Gramsci, l’ Unità, non viene anche a voi un sussulto di meraviglia? In un editoriale on line l’anonimo articolista chiude così: «La vita politica greca si avvia a un’ennesima, complessa fase. Ma stasera, Atene e l’Europa possono tirare finalmente un sospiro di sollievo».

A questo punto, il quesito posto dal nostro collaboratore, Cristian De Marchis con l’articolo “Ma il Pd è di destra o di sinistra?” ha una risposta certa: è di destra. Con buona pace per il povero Antonio Gramsci che, come sostiene l’amico Graziano Lanzidei, avrà smesso di rivoltarsi nella tomba per darsi alle acrobazie.

Nel frattempo, però e per giunta rispetto al sospiro di sollievo che l’articolista dell’ Unità dice si possa tirare, le notizie che arrivano dal mercato finanziario sembrerebbero contrastare l’ottimismo della fratellanza bancaria. Dico, e lo sottolineo con forza, sembrerebbero. Infatti tutte le borse europee segnano un indice fortemente negativo.

Copio e incollo dal Corriere della Sera di oggi, 18 giugno: «In picchiata la Borsa di Milano sull’onda delle notizie che arrivano dalla Spagna e mostrano lo spread iberico sui Bund tedeschi a 584 punti. Il Ftse mib perde il 2,64% zavorrato dalle banche: Intesa (-2,3%) e Unicredit (-3,4%) sospese per eccesso di ribasso, Mediobanca (-3,4%), Ubi (-2,7%), Monte dei Paschi (-2,3%). Fanno riflettere i rendimenti dei titoli dei due Paesi: se i bond governativi a dieci anni spagnoli hanno tassi pari al 7,12%, quelli italiano rendono il 6,05%».

Ma non fatevi ingannare dalle apparenze. Gli speculatori stanno vendendo i titoli di stato greci, ora che il loro valore sembra saldo, per riacquistarli a prezzi stracciati quando il nuovo governo (probabilmente una coalizione Nd e socialisti che, scambiandosi reciprocamente posto fra maggioranza e opposizione, negli ultimi decenni hanno ridotto la Grecia allo stato in cui è ridotta) comincerà a inghiottire l’ennesima polpetta avvelenata che gli ha tirato la fratellanza bancaria. Quando, cioè, la Grecia sarà costretta a rialzare il tasso d’interesse dei propri titoli per renderli appetibili agli squali. E voilà: il gioco è fatto…

NON PENSARE ALLA VETTA: SALI!


lunedì 18 giugno 2012

CINECREW PROIETTA "LA SOTTILE LINEA ROSSA"...


Mercoledì 20 giugno ore 21,30 Cinecrew e Casaggì Firenze proiettano "La sottile linea rossa", seconda proiezione del ciclo "Guerra in pellicola".

NO ESM: GIOVANE ITALIA OCCUPA SEDE PARLAMENTO EUROPEO A ROMA...


Più di cento militanti della Giovane Italia, movimento giovanile del PdL, hanno occupato questa mattina la sede del Parlamento Europeo a Roma, per manifestare contro il trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM).

"Le parole che l’Europa ha bisogno di ascoltare sono dignità, libertà e sovranità, non ratifica dell’ESM: un trattato che in teoria dovrebbe aiutare i Paesi in difficoltà, ma che in realtà istituisce un organismo finanziario senza alcun tipo di controllo e giurisdizione. 

La ratifica di questo trattato equivale alla perdita di ogni tipo di sovranità, in quanto ogni Paese aderente dovrebbe negoziare scelte di politica interna, non come Stato sovrano, ma in qualità di socio e debitore. 

La manifestazione simbolica di oggi vuole accendere i riflettori su un tema volutamente ignorato ed è l’inizio di una grande mobilitazione nelle piazze, diretta ad informare e raccogliere firme per convincere i nostri rappresentanti politici a non cedere di un passo davanti ai poteri forti di questa Europa della banche". E' quanto dichiara, in una nota, il presidente romano della Giovane Italia, Cesare Giardina.

sabato 16 giugno 2012

GABRIELE ADINOLFI A CASAGGì E LA VERITA' COME ATTO RIVOLUZIONARIO...


Ieri sera, a Casaggì, c'era Gabriele Adinolfi. Nei giorni scorsi se ne era accorto anche un giornalista di Repubblica, uno di quelli consigliati bene e sempre attenti, abili manovratori di Wikipedia e servi impeccabili del luogo comune. Gente che nella vita ha preferito i fiumi d'inchiostro a quelli delle azioni e che di Gabriele Adinolfi scrive da dietro un pc, senza venirsi a confrontare pubblicamente come solitamente fanno - in svariati modi e da diversi secoli - gli Uomini. Del resto basterebbe leggere le ultime soluzioni alla crisi proposte dal centro studi Polaris per rendersi conto che in Italia sarebbero in diversi ad essere in difficoltà di fronte a tanta preparazione e tanta libertà di pensiero. 

Gabriele ha aperto un interessante dibattito sull'Europa, sulla sua situazione attuale, sui media, sulle sue prospettive, sul suo futuro e sul suo destino. Due ore suonate di domande e di risposte in una sala piena. Un'analisi lucidissima sugli scenari dei poteri forti che attualmente tirano le fila dell'Italia, sul nostro debito estero che cresce, sui fallimenti di un governo Monti che non è incapace, ma volutamente fallimentare. Cose che si possono provare, ma che difficilmente potranno mai essere ascoltate in tv. 

Parafrasando Orwell potremmo certamente dire che "nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario". 

FRANCESCO ERA PRIMAVERA. FRANCESCO ERA LIBERTA'.



Francesco era primavera.
Francesco era libertà.

16 giugno 1979 - 16 giugno 2012

venerdì 15 giugno 2012

MELONI: MI ROTTAMO E LASCIO LA PRESIDENZA DELLA GIOVANE ITALIA


Pdl: Meloni, mi rottamo e lascio presidenza Giovane Italia a Perissa
L'occasione sono le dimissioni di Giorgia Meloni da presidente di Giovane Italia, presente anche il segretario Angelino Alfano. Spiega l'ex ministro della Gioventu': ''La lettera di dimissioni l'ho inviata ieri. Siamo impegnati in un rinnovo generazionale: io ho ormai 35 anni, il segretario Alfano 41. Avrei preferito dimettermi in un congresso, ma va bene cosi'. Ho deciso di rottamarmi. Chiedo al partito di avere sensibilita' alle questioni giovanili perche' Giovane Italia costituisce un patrimonio prezioso''.

A sostituire Meloni e' stato nominato Marco Perissa, giovane dirigente di Roma, consigliere di municipio. Sara' l'assemblea che si terra' a Fiuggi la prossima settimana con la presenza di Alfano ad acclamarlo. Meloni, ex An, non nasconde l'intenzione di impegnarsi maggiormente nel dibattito generale del partito: ''Non ho mai nascosto le mie idee, credo nel pluralismo delle posizioni nel Pdl''. Nelle ultime settimane, l'ex ministro si e' mostrata molto critica nei confronti del sostegno che il governo assicura al governo.

giovedì 14 giugno 2012

DOMANI GABRIELE ADINOLFI A CASAGGì. L'EUROPA TRA INCUBO E DESTINO...


Domani, venerdì 15 giugno, Gabriele Adinolfi sarà a Casaggì per parlare di Europa e soluzioni alla crisi. Un dibattito interessante, puntuale e attualissimo, da non perdere.

Saremo a Casaggì dalle 19 per un aperitivo e un buffet.
La conferenza inizierà alle ore 21.
In via Frusa 37, zona stadio.

mercoledì 13 giugno 2012

Il corto circuito delle "culture superiori" (di Massimo Fini)



di Massimo Fini

Claude Lévi-Strauss, filosofo e antropologo francese, divide le società in "fredde" e "calde". Le prime sono tendenzialmente statiche e privilegiano l’equilibrio e l’armonia a scapito dell’efficienza economica e tecnologica. Le seconde, cui appartiene la nostra, sono dinamiche e scelgono l’efficienza e lo sviluppo economico a danno però dell’equilibrio, dato che "producono entropia, disordine, conflitti sociali e lotte politiche, tutte cose contro le quali i primitivi si premuniscono e forse in modo più cosciente e sistematico di quanto non supponiamo". Non esistono quindi "culture inferiori" e "culture superiori". Si tratta semplicemente di società diverse che partono da presupposti diversi, ognuna delle quali sviluppa soltanto alcune delle potenzialità, e non altre, presenti nella natura umana.

Comunque sia il guaio delle società dinamiche è che alla lunga finiscono fatalmente per essere strozzate dal loro stesso dinamismo e per fallire proprio in quell’economia su cui hanno puntato tutto, marginalizzando le altre esigenze umane. Queste società infatti non solo non possono fare marcia indietro, ma non possono nemmeno mantenere la velocità acquisita, devono sempre aumentarla. Quando questo non è più possibile il nastro si riavvolge all’indietro con rapidità supersonica consumando in pochissimo tempo ciò che era stato acquisito in secoli di trionfale avanzata. Questo è il rischio che corriamo noi, oggi.

Facciamo un esempio minimo che riguarda l’attuale situazione italiana ma il cui significato può essere esteso a tutto il modello di sviluppo occidentale, basato sulle crescite infinite. L’altra sera partecipando a un dibattito l’onorevole Roberto Rosso, del Pdl, sosteneva che i dipendenti pubblici sono troppi, un’enormità, tre milioni e mezzo, e che era necessario ridimensionarli drasticamente. "Va bene, ho replicato. Poniamo che sia possibile toglierne di mezzo un milione trasbordandoli su qualche "ammortizzatore sociale". Però questo milione perderà molta della sua capacità d’acquisto mettendo in difficoltà le imprese che saranno costrette a mettere in cassa integrazione parecchi impiegati e operai che perderanno, a loro volta, capacità d’acquisto e di consumo mettendo ulteriormente nei guai le imprese che dovranno liberarsi di altro personale o chiudere, in un avvitamento di cui non si vede la fine". È solo un esempio. Ma tutta l’attuale situazione è fatta di questi incrodamenti, a cominciare dalla inconciliabilità del binomio rigore-crescita, richiamato talmudicamente in ogni discorso, del governo, dei politici, degli economisti, dei sindacati, quando crescere non si può più.

E viene l’orrido sospetto che non avessero del tutto torto quei primitivi che si sono rifiutati di entrare nel meraviglioso mondo della "cultura superiore" e si sono quantomeno risparmiati lo stress quotidiano dello spread, del Ftsi Mib, della Borsa, dei mercati, della "spending rewiew", dei tassi di sconto, dei tassi di interesse, dei mutui, della Bce, della Fed, dell’Fmi, dell’Iban, del Cab, dell’Abi, del Bic, del Cin, del pin, dell’i-phone, dell’i-pad, del Tablet, del digitale terrestre, del cavo per l’hd e la frustrazione, su cui tutto l’ambaradan si regge, di vedere sfrecciare il vicino in Bmw mentre tu ti devi accontentare, fantozzianamente, di un’utilitaria.

martedì 12 giugno 2012

Into The Wild. La vera storia di Christopher McCandless



di Andrea Cerio 

“Due anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Così ora, dopo due anni di cammino arriva l’ultima e più grande avventura. L’apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore, suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale. Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.”

Cosi Christopher McCandless descrisse il suo ultimo viaggio verso le terre sconfinate dell’Alaska, dopo due anni di cammino fra le terre selvagge dell’America. Chris era un giovane statunitense che dopo essersi laureato nel 1990 donò tutti i suoi risparmi abbandonando la propria casa, la propria famiglia e i propri amici, per fare delle esperienze i suoi unici possedimenti, della natura incontaminata la propria casa, del prossimo la propria famiglia e i propri amici.
La vera storia di Christopher McCandless alias Alexander Supertramp (pseudonimo che utilizzò durante i suoi viaggi) ha scosso il mondo intero attraverso il film “Into the Wild,” uscito nel 2007, diretto da Sean Penn, interpretato da Emile Hirsch e basato sul romanzo di Jon Krakauer, “Nelle terre estreme”.

La pellicola è di grande impatto. La maestosità degli ambienti esterni, le dure prove alle quali il protagonista appena ventenne fu sottoposto per poter rendere giusta memoria delle grandi difficoltà che Chris dovette affrontare nel suo percorso, la perfetta sintonia fra la sequenza narrativa e la filosofia che ha ispirato il viaggio di Chris, sono coronate dalla struggente colonna sonora scritta e interpretata da Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, che immerge lo spettatore in un mondo fatto di passione e di umiltà, un mondo in cui le gioie della vita sono frutto delle cose semplici e frugali.

“Into the Wild” è molto più della storia di un ragazzo arrabbiato e ribelle, il cui coraggio lo spinse a sfidare fino all’estremo i crismi della società occidentale, che trova ancora oggi le sue fondamenta nello spreco, nel conformismo e nell’ipocrisia. E’ la storia di un disagio trasversale che da sempre colpisce i giovani di ogni generazione, un disagio scatenato dai motivi più disparati, ma che solo pochi accolgono e abbracciano compiendo l’ardua scelta di combattere, piuttosto che di uniformarsi alla massa e al naturale fluire degli eventi e del mondo. Ciò che lo muove è la convinzione che “per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo“.

Il cammino di Chris si consuma sotto tramonti infuocati, in corsa a piedi nudi su sconfinate praterie fra le belve selvagge della terra, con il vento fra i capelli, l’odore dirompente della terra incontaminata sempre attorno, il sapore della cacciagione alla brace a scandire intense giornate passate a viaggiare, a contemplare le meraviglie del mondo, a vivere nel modo più intenso e totalizzante possibile.

Il viaggio solitario di Chris è poesia. Romanticismo allo stato puro. Ma ben presto la sensazione è quella che il vero cammino non sia tracciato di fronte ai piedi del prontagonista, ma nel profondo del suo animo. Il viaggio fisico si trasforma in un’esperienza quasi mistica che porterà Chris a scavare nelle profondità remote della sua coscienza, un luogo dove gli istinti primordiali sono persino più selvaggi della natura crudele. Approdando in quei luoghi dove si percepisce che le forze dominanti del mondo sono apertamente ostili nei confronti dell’uomo, Chris si accorge che la felicità, persino quella più vera che si nasconde nelle piccole cose, è reale solo se condivisa con qualcuno.

Il cammino di Chris si interromperà proprio in Alaska il 18 Agosto 1992, probabilmente a causa dell’ingestione di bacche e radici tossiche. Nel luogo che fu la sua ultima casa vi è ancora una targa in sua memoria, lasciata li dalla sua famiglia. Sulla targa è riportato uno degli ultimi messaggi di Chris, ormai consapevole di essere prossimo alla morte: “I have had a happy life and thank the Lord. Goodbye and may God bless all.” Quella targa riporta i suoi ultimi pensieri, e la naturale voglia di provare compassione verso chi non c’è più lascia posto alla sensazione di aver ricevuto un’importante lezione.

Chris ha vissuto la sua vita nel modo più intenso e felice possibile grazie al coraggio delle sue scelte. La sua storia impone ai giovani di tutto il mondo una riflessione. Bisogna combattere con coraggio per difendere i propri sogni. Sempre.

lunedì 11 giugno 2012

Delirio delle libertà e nuovo totalitarismo...



di Francesco Lamendola

Da quando l’Illuminismo ha incominciato a predicare la continua perfettibilità dell’uomo, giungendo al suo corollario inevitabile, che il progresso è il motore della storia e che esso è per sua natura illimitato, l’Occidente - e, al suo rimorchio, un po’ alla volta, il mondo intero - si è avviato per una strada che non può non condurre all’implosione.

Un progresso illimitato è una contraddizione in termini, sia sul piano materiale, sia sul piano spirituale. Sul piano materiale, perché un pianeta dalle risorse limitate non può offrire materia ad esso sufficiente (e una eventuale colonizzazione di altri corpi celesti non farebbe che spostare temporaneamente il problema); sul piano spirituale, perché pretende di spostare sul piano del quantitativo ciò che, per sua natura, non può che essere esclusivamente qualitativo: prima cosa fra tutte, appunto, la qualità della nostra vita, che non si misura in base al P.I.L. o ad altri indicatori economici, anzi non si può misurare affatto.

La libertà, il grande feticcio dei tempi moderni, dopo aver prodotto innumerevoli ecatombi e crudeltà, si è rivelata infine per quel che era: un vuoto simulacro, una parola d’ordine dietro la quale fa capolino la schizofrenia di una ideologia che, per garantire la massima fruizione di essa al maggior numero di persone, giunge al tragico paradosso di toglierne quote sempre più rilevanti ai cittadini, proprio in nome della difesa dell’ordine senza il quale la libertà stessa non può concretamente esistere.

Prima, dunque, si è predicato che la società ad altro non serve che ad assicurare la libertà a tutti, intesa come godimento del maggior numero possibile di diritti; poi, per poter mantenere la promessa, si è introdotta una legislazione sempre più restrittiva della libertà medesima, al fine di tutelarne il godimento, si dice, da parte dei cittadini virtuosi che la rispettano, e contro i cattivi cittadini che ne abusano. Fatto sta che l’erosione della libertà colpisce tutti indiscriminatamente e che le istituzioni coercitive (giudici, tribunali, forze dell’ordine) stanno invadendo, su mandato dei parlamenti democraticamente eletti, spazi sempre più ampi della vita privata dei cittadini, guardati ormai tutti con sospetto dalle autorità, quali possibili sovvertitori dell’ordine costituito.

Il serpente si morde la coda. Si voleva sempre più libertà per godere di sempre maggiori diritti; ma, nello stesso tempo, si pretende sempre più ordine pubblico, perché l’esercizio della libertà sia possibile: il risultato è la tendenza verso una società poliziesca, sul modello del Grande Fratello orwelliano, dove le cose proibite, non solo in ambito pubblico, ma perfino in quello privato o semi-privato (di fatto, in molti casi la distinzione netta é impossibile) diventano talmente numerose, che al comune cittadino diviene praticamente impossibile conoscerne e rispettarne l’elenco completo, trovandosi così perennemente esposto ai rigori della legge.

Questa è una delle aporie della moderna società “democratica”, esemplarmente messe a nudo nel nuovo libro di Luigi Iannone, «Il profumo del nichilismo. Viaggio non moralista nello stile del nostro tempo» (Chieti, Solfanelli, 2021), preceduto da una ricca presentazione di Alain de Benoist e scandito in quattro agili ma incisivi capitoli che passano in rassegna, con un taglio sociologico che ricorda un po’ gli «Scritti corsari» di Pier Paolo Pasolini, gli aspetto più invasivi e allarmanti di questa tarda modernità: «Il paese dei balocchi», «Civili e democratici», «L’insostenibile leggerezza delle idee», «La comunicazione globale».

Il libro è una vera miniera di spunti di riflessione: argomentato con logica stringente, ma anche con ironia e un certo qual humour che ricorda un po’ Cioran, un po’ il Leopardi delle «Operette morali», persegue una tesi che non perde mai di vista, pur nella discussione degli aspetti particolari, e che si può riassumere in questa formula: in nome di una tecnologia disumana che avrebbe dovuto portarci il Paradiso in terra, stiamo costruendo volonterosamente, pezzo per pezzo, giorno per giorno, qualche cosa che finirà per somigliare molto, ma molto, all’Inferno.

Così Iannone in un passo particolarmente efficace (pp. 80-82; ma avremmo potuto sceglierne parecchi altri):

«… in una società che si vorrebbe senza rischi e in cui il primato ella ragione dovrebbe sovrastare ogni cosa, la libertà personale è sempre minata da divieti moralizzatori che tentano di influenzare nel profondo il modo di agire e di pensare, palesando una impercettibile ma incombente tendenza totalitaria. […]

Nel 2009, “The Independent” aveva avvertito i turisti inglesi con una frase perentoria: “Se una cosa è divertente, l’Italia ha una legge che lo vieta”. Eppure, proprio perché ideologico, è un declivio di portata mondiale. Quasi tutte le città occidentali vanno infatti dietro un modello leggibile e lo perseguono con tenacia, perennemente insoddisfatte del livello di ordine sociale raggiunto, e quindi facilitano obblighi e divieti.

Quando anche New York, che ancor oggi nell’immaginario collettivo funge da terra promessa delle libertà, diventa - come ci ricorda Marcello Fa - il ricettacolo di tutti i divieto possibili, allora si palesa cin tutta la sua forza lo snodo cruciale delle tesi che ho fin qui sostenuto: proprio in questa città si passati dallaTOLLERANZA ZERO, che aveva delle sue precipue motivazioni di ordine pubblico e di decoro urbano, alla continua erosione di quote di libertà in cambio di sicurezza.

Proposte in apparenza strambe e in molti casi inapplicabili (il divieto di fumo nei parchi ma esteso alle spiagge; l’idea, davvero peregrina, di vietare il sale nelle pietanze dei ristoranti; di ascoltare gli iPod durante la maratona, ma un senatore aveva chiesto di estendere il divieto ai pedoni newyorchesi per tutto l’anno; di bere bibite troppo gasate; di baciare la ragazza in strada, di sbattere la scopa anche su un cortile interno ad un palazzo, e così via) possono farci gettare uno sguardo lungimirante sulle regole del gioco, su quelle che si stanno preparando per il futuro e sule finalità che alimentano percorsi solo apparentemente privi di logica.

Ora,. Al di là dell’ironia che per fortuna ancora marca il confine fra lecito e surreale e fa apparire tutto ciò meno invadente di quanto in effetti sia, sembra chiaro che le sanzioni possono rappresentare un deterrente efficace per regolare i confini del vivere civile e la loro legittimità un cardine della convivenza da cui non possiamo prescindere. Ciò che però preoccupa non è la ricerca disperata dell’ordine ma l’intento censore, soprattutto quando ostentato come valore dominante e alòl’interno del quale i divieti sono solo la precondizione, la parte più superficiale di una battaglia della restrizione delle libertà individuali che si gioca su più campi.

Ecco perché deve farsi largo la convinzione che il più orribile dei fantasmi potrebbe impadronirsi del nostro tempo. E cioè, una generalizzata tendenza alla perfezione che si caratterizza per le grandi opportunità economiche e sociali offerte dalla competizione globale e, contemporaneamente, una non percezione del moltiplicarsi delle limitazioni e dei divieti. Insomma, il delirio delle libertà.»

Ed era inevitabile che così avvenisse, viste le premesse.

L’ideologia del progresso illimitato porta al conformismo di massa e, a sua volta, il conformismo di massa porta all’individualismo di massa; per reagire ai cui effetti distruttivi non resta che innalzare un idolo all’Ordine pubblico, delegandolo a fare da super-guardiano dei cittadini, nei quali non si è voluto, saputo o potuto gettare nemmeno un seme di spirito critico individuale, unica radice del senso di responsabilità che rappresenta la vera garanzia del vivere civile.

Abbiamo eliminato i doveri dal nostro codice etico; anzi, abbiamo gettato via l’etica, considerata, al pari della metafisica, una anticaglia del passato; abbiamo creduto che, per garantire i diritti di tutti, fosse sufficiente stabilire una società perfettamente ordinata. Ora ci stiamo accorgendo che l’ordine presuppone il senso del dovere e non solo la coscienza dei propri diritti; ma, invece di comprendere l’errore commesso e tornare a parlare dei doveri, consumisti fino all’ultimo, stiamo preferendo affidarci al “deus ex machina” della legge, che ci salverà dall’anarchia e farà rigare dritto anche i soggetti meno propensi al bene comune.

Insomma: se gli uomini non vogliono diventare perfetti con le buone, allora bisognerà renderli tali con le cattive, magari costringendoli sul letto di Procuste; perché è certo che non ci si può accontentare di niente di meno della perfezione. Infatti, una volta tolta di mezzo la scomoda, ingombrante figura di un Dio che tiene l’uomo in un perpetuo stato di minorità e che gli proibisce di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del Bene e del Male, a chi dare la colpa del fatto che il Paradiso in terra non sia stato ancora realizzato seguendo i dettami della Ragione?

Rimane, in mezzo ai fumi dell’individualismo di massa, con tutti i suoi miti e i suoi discutibili riti, una diffusa carenza di senso del bene comune: questo è il problema più urgente che la nostra società dovrebbe affrontare, prima ancora della crisi economica che ci attanaglia: perché questa nasce da quello, e non viceversa.

E tuttavia, da dove potrebbe mai scaturire il senso del bene comune, se l’ideologia dominante non ha fatto altro che battere e ribattere sul tasto dei diritti privati, della libertà privata, dell’edonismo individuale? Se non ha fatto altro che insegnare che la società esiste per garantire al singolo individuo il massimo della libertà possibile, del profitto possibile, della felicità possibile?

Si raccoglie quel che si semina…